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domenica 28 giugno 2015

Tre punti in solitudine

Punto primo: io sono un tipo abbastanza curioso, detto in senso positivo come si fa con i bambini quando cominciano a fare diecimila domande (se va bene, quando va male iniziano direttamente a smontare gli oggetti) perchè è arrivata quella smania di conoscere, di imparare, di sapere il perchè di tutto ciò che li circonda. 
Difficilmente è una smania che abbandona. 
Certo, arriva il punto in cui hai capito come si forma il ghiaccio o come nasce la pianta dal fagiolo (o, se sei compassionevole, hai capito che gli adulti a cui rivolgi le domande sono sul punto di collassare) e passi ad altro, con l'aiuto di tante enciclopedie, e abbondanza di libri di storia, di scienze, o anche solo di pura avventura (si imparavano un sacco di cose - dalla geografia all'usare i coltelli - dai libri di avventura), questo ovviamente nell'era pre-Internet in cui il bambino o l'adolescente curioso formavano il loro sapere dai libri. Adesso presumo che il web dia una grande mano, con tutti i suoi limiti (adesso è tutto troppo, come dire, "pronto all'uso"). Basta usarlo con intelligenza, quella che si presume abbia l'adolescente curioso.
Io amo curiosare nei Siti, nei Forum e nei Blog di argomenti che mi interessano, più ne trovo più sono contenta, soprattutto se ci leggo opinioni diverse dalle mie, giusto per mettermi un po' in discussione; conseguentemente la parte del leone, tra viaggi, libri, arredamento d'interni e un quid di sport, la fa l'arte (con tante scuse a tutte cose utilissime come il giardinaggio e la cucina, ad esempio, che lascio ad altri appassionati: io amo andare al ristorante e farmi regalare mazzi di fiori, passo direttamente alla fase finale senza avvertire alcun richiamo da parte di quella intermedia). 
Casco e ricasco spesso all'interno del Forum di Finanza On Line, FOL per gli amici, un Sito che definire sterminato è riduttivo: spazia con dovizia di informazioni e cognizione di causa all'interno di qualunque argomento di Finanza & Mercati. In effetti più o meno equiparabile al giardinaggio, per la sottoscritta. Ma poi ha il suo Forum, nel quale, insieme a discussioni su Mercati Europei, Forex, Immobiliare, Modelli di trading operativo (aaarghhh!) c'è quel piccantissimo "Investimenti in arte e collezionismo" che ha sempre discussioni intelligenti nelle quali piluccare, e questo indipendentemente dal fatto che, all'epoca del mio post su Cagnola, mi abbiano linkato dando a Trecose, piccolo Blog di provincia, una visibilità pazzesca, cosa per cui li ringrazierò ancora e ancora per molti anni a venire. 
Molte delle loro discussioni vertono, di riffa o di raffa, sulle televendite in generale e sugli Orler in particolare: sono tutti fan scatenati, al limite della venerazione, di Carletto Vanoni, di ciò che fa, che dice, e che presenta (e quindi, indirettamente, di Marco Orler, che è la sponda aziendale pro-Carlo). Spesso critici nei confronti di Dario Olivi, al quale riconoscono onestamente l'empatia persuasiva ma del quale detestano gli amori "artistici"; molte volte cattivelli verso Giovanni Faccenda, gli riservano epiteti poco piacevoli, senza considerare che invece, nell'ambito dell'azienda-Orler, Giovanni ha fatto il suo dovere come un bravo scolaretto e con un'umiltà mista a tenacia che nemmeno immaginavo possedesse: ha portato qualche nuovo nome che la famiglia aveva in mente di corteggiare da tempo, ha mosso un po' le acque della rivalità interna tra venditori (basilare per un'azienda commerciale, che nella calma piatta va a picco), ha riportato sulla bocca dei telespettatori alcuni nomi di scuderia caduti nel dimenticatoio, e ha venduto come un dannato cose quanto meno discutibili, facendo eufemisticamente molto spazio per roba nuova sugli scaffali. Forse a breve tornerà a fare quello per cui è nato e cresciuto (cioè lo studioso, per se stesso e per chi lo ascolta, del resto anch'io non ho mai fatto mistero di quanto preferissi il Faccenda "di prima"), ma di certo non ha rubato lo stipendio.
Poi, oltre ai "miei" Orler, i forumisti del FOL sono a dir poco scatenati su qualunque televenditore dell'etere italiano, da Willy Montini a Franco Boni, passando per ogni via intermedia percorribile. Tutto viene passato al dettaglio: frasi fatte, posture, tic ricorrenti e chi più ne ha più ne metta, culminando ovviamente con osservazioni a base di soda caustica sulle indicazioni di mercato e le opere proposte dalle varie televendite. In più di un'occasione, quando stava ancora da Cagnola, avevano fatto partire l'embolo a Roberto Porcelli, che li aveva ripresi pubblicamente, in diretta. Dei bambini dispettosi, insomma, alcuni sicuramente preparati (in senso storico ed artistico), altri solo appassionati, e comunque a me tutto sommato simpatici rispetto a coloro che li attaccano senza pietà (li attaccano perchè, per lo meno la maggior parte di loro, parla senza aver mai "rischiato del suo", senza aver scucito soldini per opere d'arte, lo si intuisce dai discorsi, e questo atteggiamento in effetti può non piacere, sa da troppa teoria e poca pratica). 
Però, cari signori, il loro Forum recita "Investimenti in arte e collezionismo", non si intitola "Parliamo di bei quadri che ci piacciano e ci emozionino"! E' un sito di Finanza, accidenti! C'è anche il sottotitolo della discussione che dice "Forum che raccoglie discussioni su forme di investimento alternative come collezionismo, opere d'arte", parlano anche di diamanti e orologi, ed è evidente che con queste premesse il monumento a Carlo Vanoni va fatto. Perchè Carlo Vanoni, spalleggiato da Marco Orler, è effettivamente l'unico televenditore in circolazione che si concentra sull'aspetto spudoratamente dell'investimento di mercato delle opere, corredato da dati tecnici, affinchè chi compra possa avere non dico la certezza (quella non c'è mai) ma almeno la speranza di non buttare via i propri soldi. Parla di linguaggi, di mercati esteri, di tendenze, esattamente come i forumisti del FOL, che spesso fanno nomi per me incomprensibili, tutti di gente che probabilmente non ha mai preso in mano un pennello in vita sua, ma che può muovere milioni di Euro semplicemente apponendo una firma su un cubo di plastica o sventrando animali morti.

Punto secondo: giusto un piccolo intermezzo prima di giungere al punto terzo, perchè c'è investimento e investimento, belli miei. Una cosa è un quadro che raddoppia il suo valore in qualche anno (e magari, eh, magari!), altra cosa è il colpaccio che ti permette di non lavorare più e di fare la bella vita per il resto dei tuoi giorni, cioè quello che, sotto sotto, se non è ipocrita spera ogni persona che va a caccia dell'"investimento". Se parliamo di persone normali, ovvio, non certo del Monsieur Pinault di turno o del Super Emiro che possiede ettari di deserto sopra a mari di petrolio, di quelli che basta soffiare via un po' di sabbia per veder affiorare la robaccia nerastra e appiccicosa. 
In questi ultimi periodi ci si riempie tanto la bocca (lo fanno tutti, lo facciamo tutti, e non ammetto repliche) dei vari exploit targati Boetti, Bonalumi, o anche Schifano, lui già qualche annetto fa. E parlo solo di Italia, perchè confesso la mia estrema e totale ignoranza su tutto ciò che sta fuori. Per esempio, guardiamo i "boettini" (i cinque per cinque lettere, o giù di lì), gli arazzetti che negli anni Novanta venivano venduti più o meno a cinque milioni di lire e adesso sui ventimila Euro. Sicuramente per chi li ha presi è stato un investimento da metterci la firma, parliamo di otto volte tanto, difficile trovare uno strumento finanziario simile. Ma, alla fin fine, ti ritrovi con una cosina da ventimila Euro (ti ci compri una Golf, e neanche tanto accessoriata). Per la mappona meravigliosa tre metri per due che in asta adesso fa il botto grosso dovevi comunque scucire bei soldi anche negli anni Novanta, ma dai! Comunque l'equivalente di un miniappartamento, magari non in centro, ma per uno che vive di stipendio e sogna il botto sono tanti, tantissimi soldi. 
Idem per gli Schifano quelli veri, storici, pensati e studiati, non le schifezze fatte a catena di montaggio in una notte, che si trovano in giro ora. 
Idem per i Bonalumi importanti, per anno e dimensione: Dario Olivi, in una trasmissione di poche settimane fa, commentava il caso di un risultato d'asta molto importante (vado a memoria, non crocifiggetemi se sbaglio, ma mi pare cifre sui duecentomila), per un pezzo che era passato da Orler agli albori dell'Euro a quarantamila. Ma quarantamila Euro nel 2002-2003 erano una paccata di soldi per un comune mortale, parliamo dai quattro ai cinque anni di stipendio. Al di là del rischio di comprare qualcosa che poteva un domani valere ma anche no, bisognava averli!
Per non parlare della variabile del mercato pazzo (o dei pazzi che lo manovrano, o dei pazzi come noi che ci credono), che - forse a causa di un sovraccarico di informazioni, di un cortocircuito di tecnologie, di una sovraesposizione di media più o meno virtuali - non storicizza più. Il nome consolidato, che ha una storia, una storia indubbia, una storia che non mente (potrei farne a decine), improvvisamente crolla, mentre sale a dismisura, ad esempio, "la terza scelta di un movimento artistico", per citare con deferenza Sua Maestà Mazzoleni quando ha rifiutato Turi Simeti. Non che io abbia nulla contro Turi Simeti, anzi, mi intrigano gli estroflessori, tutti quanti, sono lavori che mi piacciono anche esteticamente e non solo dal punto di vista della ricerca, ma sinceramente ero convinta che dopo Castellani e Bonalumi in quanto a mercato ci saremmo fermati. Ora arriva pure il quarto, allora di questo punto mi metto pure io a estroflettere, arriverò ottantasettesima ma un piatto di pasta lo porto a casa, mi evito la Caritas. 
Oppure tutta questa mania cinetica dilagante. A me sta bene che, nel ventunesimo secolo (ma già nel ventesimo), ci siano tanti nuovi linguaggi su cui puntare, ci siano espressioni artistiche che hanno rinnegato la pittura da considerare. Ma almeno, guardiamo a chi ha INVENTATO qualcosa, non a chi la ripete... Anche io mi arrabbio quando sento l'Eterno Ignorante (ci sarà sempre l'Eterno Ignorante) criticare Lucio Fontana e dire "potevo farlo anche io": il fatto è che l'ha fatto lui, però, non tu. E il mondo è cambiato, parliamo di circa sessant'anni fa. Un genio. Non bello da vedere in senso stretto (una tela monocolore con dei buchi?? Ehi!), ma un GENIO. Basta al concetto di arte=bello, parliamo d'altro, parliamo d'OLTRE. Un genio. Ma che senso avrebbe fare qualcosa di simile, ancora, ADESSO??
E poi, quello stesso mercato che, spesso a tavolino, porta a fare Dama sulla scacchiera chi vuole lui (la Dama, quella che può andare sia avanti che indietro, occhio!), quante pedine sacrifica per strada?

Punto terzo: cancellate cortesemente i punti Uno e Due. A parte i ragazzi del FOL, che mi stanno simpatici, e chi vive di Mercato per lavoro, e se ne ha davvero le competenze è giusto e sacrosanto che cerchi di consigliare al meglio i suoi ricchi clienti che vogliono veder crescere i loro ricchi capitali, anche facendo comprare sconosciuti artisti dell'Idaho o delle Isole Vanuatu come investimento alternativo alla Borsa. 
Vi prego, rassicuratemi: ma c'è ancora qualcuno in Italia, la culla dell'arte tradizionale, il paese del bello assoluto (di Caravaggio, di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, ma anche di Modigliani o di Boldini, giusto per fare un balzo in avanti di qualche secolo), che compra quadri solo per il piacere di averli in casa, senza sperare necessariamente di farci i milioni? Che vuole avere un PEZZO DI PITTURA (altrimenti tanto vale prendersi un bel poster), fatto da uno bravo, perchè lo fa star bene e basta? Uno che preferisca destinare un importo diciamo equivalente a quanto spenderebbe per fare due settimane di vacanza in pieno Ferragosto, per poter sorridere, respirare e sognare per tutte le altre cinquanta settimane?
Fermo il discorso del Mercato Pazzo di prima, io sono convinta che praticamente tutto ciò che ho comprato, negli ultimi sei anni, in arte, non mi cambierà la vita. Non ho nulla che possa fare il colpaccio, diciamo che sono abbastanza sicura che alcuni pezzi terranno il loro valore, perchè parliamo di artisti veri, artisti di come io, in modo assolutamente personale e passibile di critica, intendo l'essere ARTISTA per il tempo in cui viviamo: uno che abbia inventato qualcosa, per primo, e abbia superato lo scoglio di diventare "globale". 
Gianfranco Meggiato per esempio, meraviglioso (non mi ripeto, basta leggere qui http://trecose.blogspot.it/2014/08/meggiato-istinto-e-ragione.html). Ma ho una sfera da ventisette, mica una sberla da due metri. 
Anche Rabarama, a suo modo, per quanto in Italia tanti giochino al massacro con lei (invidia perchè è donna e pure gnocca?); secondo me ha intrapreso la strada giusta e si sa promuovere alla grande, con le partecipazioni nei luoghi che "contano", le campagne in difesa dell'oceano e dei delfini, piuttosto che la lotta all'omofobia, che tanta presa hanno nei cuori dei grandi filantropi americani (noti collezionisti). E poi per prima ha dipinto il bronzo, con un'armonia unica di forme e colori, e una ricerca sull'identità scritta sulla pelle che nessuno aveva mai affrontato. Ieri sera era presente da Orler all'evento in onore di Cesare Berlingeri, era seduta proprio dietro di me, e le ho mostrato le foto delle sue tre bambine che sono diventate mie, da anni. Le riconosce ancora, le chiama per nome! 
A proposito, anche in Cesare Berlingeri credo moltissimo, un altro grande, di immenso talento e immensa cultura (http://trecose.blogspot.it/2012/12/serata-di-stelle.html). Ma ciò che ho di suo non sarà mai il pezzo museale che mi eviterà di lavorare fino alla lontanissima e magra pensione decisa dai nostri legislatori. Neanche Salvatore Emblema, che però - lo ammetto - oggi mi ha già dato un'enorme soddisfazione e si è preso la giornata, perchè per la prima volta è apparso, un unico pezzo solitario, nella diretta di Dario Olivi, l'ultima prima delle ferie, ed è stato preso subito, a una cifra che non faceva spavento, ma nemmeno ridere. Emblema da Orler: è caduto un muro, adesso sono davvero curiosissima...   
E gli altri? Che dire di Armodio, in assoluto la mano divina nè più nè meno di come Messi nel suo ne è il piede, cesello puro, perfezione suprema, ma troppo di nicchia, troppo settoriale (soprattutto finchè continuerà ad evitare le aste come la peste, e a preferire le Mostre, meravigliose Mostre dove gli ammiratori vanno per dire ooooh, ma non per comprare). A mio parere il botto non lo farà mai, e magari è giusto così, perchè sarebbe un uniformarsi alla massa di chi ci prova, lui che massa non è. E allora? Perdersi in una sua tavoletta è come abbeverarsi alla fonte della giovinezza. 
Che dire di Celiberti, della sua storia dolorosa e profonda, che dire di Licata, di Xavier Bueno? Basta, per una volta, parlare di denaro! 
Io nella stanza da bagno, quella grande, dove mi faccio la doccia quando ho voglia di un po' di spazio in più (perchè anche lì ci sono quadri, a casa mia, il bello non lo puoi limitare), ho una marina di Marcello Scuffi, che è un caro amico e anche uno dei pittori tecnicamente più completi che l'Italia abbia tra i viventi. Ha raggiunto con costanza, passione e umiltà negli anni quel suo coefficiente quattro (mi fa orrore solo dirlo) che regge anche nelle aste di Ebay, ma di certo i ragazzi del FOL ci ridono sopra. Giustamente, dal loro punto di vista, credo; nemmeno io lo consiglierei se uno mi deve smobilitare delle azioni. A fianco a quella marina c'è un quadro di Nino Tirinnanzi, con una luce di meriggio spaventosa, che profuma da solo. Un altro che di certo non diventerà mai il Warhol de noantri, nonostante gli sforzi. Però io, quando esco dalla doccia, prima ancora di prendere l'asciugamano, per una frazione di secondo posso decidere se appoggiare i piedi nudi sulla sabbia della Versilia piuttosto che sull'erba della campagna del Chianti, appena tagliata magari, che ancora sprigiona quell'odore particolare, e lo faccio davvero, ad occhi chiusi. Mi ci perdo dentro, ad occhi chiusi, senza asciugamano. 
E NON HA PREZZO.

domenica 24 maggio 2015

Carpe diem (privilegi quotidiani)

L'altra mattina, sul presto, commentavo al telefono con una persona che condivide un po' d'anima con me giorno per giorno, il mio post "Io e Van Gogh" (http://trecose.blogspot.it/2012/01/io-e-van-gogh.html), scritto una vita fa, e vissuto due. In realtà lo spunto della discussione era venuto fuori dalla Metamediale di Antonio Nunziante, che questa persona non conosceva; io accennavo all'episodio in cui ero stata "ospite" dell'organizzazione di Nunziante, giusto per spiegare la mia esperienza diretta con loro, e da lì alla rilettura di quel vecchio post il passo è stato breve. 
Mi capita spesso di ritornare sui miei post più datati, giusto per darmi una spolveratina personale al percorso emotivo che ha visto Trecose nascere e svilupparsi; devo dire che alcuni mi piacciono ancora parecchio (un minimo di autocompiacimento è fondamentale, altrimenti smetterei di scrivere), altri decisamente meno, ma comunque rappresentano una parte di me, il filo conduttore di una crescita importante, e non mi sognerei mai e poi mai di andare a modificarli, correggerli, o peggio ancora farli sparire. 
Rileggendo "Io e Van Gogh" ho sorriso di me, direi nello stesso identico modo con cui sorrido guardando le mie foto da bambina, o i primi disegni, o i pensierini delle elementari, cioè cosa che mi capita abbastanza spesso perchè grazie alla pazienza maniacale di mia mamma (unita alla sua caparbietà senza pari che ho avuto la fortuna di ereditare direttamente per via genetica, ed alla fissazione per le tradizioni di famiglia che abbiamo un po' tutti noi imbevuti del ramo materno) sono in possesso di tutti i miei quaderni delle scuole elementari dalla prima alla quinta, di buona parte dei temi delle scuole medie, e di una quantità innumerevole di disegni di ogni tipo, dall'asilo in poi. Per non parlare degli album di fotografie di trentacinque anni di vita della mia famiglia, dal matrimonio dei miei in poi, che occupano un intero scaffale di uno dei miei profondissimi armadi guardaroba (ci starebbero un sacco di scarpe e di borse!), e che ho voluto portare via con me quando me ne sono andata di casa, facendo sorbire anche a loro ben cinque traslochi. Arrivano fino ai matrimoni dei miei fratelli, quegli album, e poi basta, perchè a quel punto il fiume della nostra famiglia si è diviso in quattro piccoli ruscelletti per lo più digitali, alimentati da nuove vite e nuove esperienze; all'arrivo del digitale io ho cominciato ad avvertire una certa insofferenza, quasi come se quel tipo di testimonianza non fosse degno di essere raccolto e conservato, e mi sono rivolta all'indietro con tutta me stessa, alla ricerca di un passato ancor più passato. Ricordo di aver anche raccontato, in un altro post sulle mie tradizioni familiari, quanto facessi la tira allo scatolone delle foto degli avi che mia zia ultraottantenne aveva in casa, non me ne importava un tubo di nient'altro di "ereditabile". Invece la cara zietta, che ci seppellirà tutti, sta invecchiando a braccetto con Herr Alzheimer, e nonostante sia guardata a vista da badanti di varia provenienza pian pianino sta saccheggiando il mio patrimonio genetico: ormai lo scatolone è sparito, e mia mamma casualmente rinviene qua e là, in cassetti sparsi, in frigorifero, mischiati al terriccio delle piante, ritagli di vecchie foto, pezzettini, collages e strappi come esperimenti alla Frankenstein: il volto con l'elegante cappellone di una bisnonna incollato sul corpo di un bisnonno, bambini di fine Ottocento incatenati per manina a genitori non loro, e via così. Il mio sangue che se ne va a rivoli, mi sento un po' come chi ha assistito al rogo dei libri nella Bebelplatz del '33. 
Comunque, giusto per tornare a bomba e ai miei sorrisi, rileggermi in quel post mi ha fatto tenerezza. E non parlo di come scrivevo (post tutto sommato molto brevi, perchè il mio percorso era ancora all'inizio e sviscerarmi non era per niente facile: sapevo, sentivo di avere dentro un mare di emozioni e di aggettivi, di palpiti e di avverbi, ma trovare la via per farli uscire sembrava, all'epoca, un'impresa); parlo proprio del contenuto. Se chiudo gli occhi e ripenso a quella serata ricordo perfettamente ogni passo, ogni gesto, e ciò mi dà conferma di quanto fosse stata PROFONDA, in effetti, l'emozione di cui parlo; però la sento lontana lontana, e, contemporaneamente, mi vedo così ingenua e così limpida (a dirla tutta anche di Nunziante, posso dire ora con una punta di malizia, parlo troppo ingenuamente).
Si vede nettamente che i miei contatti con il mondo dell'arte, fino ad allora, erano stati principalmente i Musei e i libri di storia (in effetti frequentavo pochissimo anche le Fiere). Non era ancora iniziato quell'incredibile viaggio che, nei mesi e negli anni seguenti, mi ha poi portato a conoscere di persona, nel bene e nel male, galleristi, critici e artisti. Nel bene, sicuramente, perchè è stato proprio grazie agli Orler e all'incontro, nei loro studi, con Giovanni Faccenda, che Trecose è uscito allo scoperto, che sono stata pubblicata, che ho potuto crescere e conoscere di persona, nel tempo e in diversi luoghi, artisti come Scuffi, Armodio, Cargiolli, Stefanoni, Licata, Meggiato, Possenti, Cionini, Celiberti, Berlingeri, Rabarama, Cinzia Pellin, Luciano Pasquini, Massimiliano Cacchiarelli Principi (e non nomino chi mi è stato solamente presentato con stretta-di-mano-e-via: parlo di persone vere, che ho incontrato più volte, che ho ascoltato, a cui ho fatto domande, che ho abbracciato!). Con alcuni il rapporto è andato oltre la semplice conoscenza ed è diventato stima ed amicizia, ma anche solo il fatto di poter comprendere più a fondo, di poter ascoltare qualcuno a cui la vita ha concesso un tale DONO (la capacità di CREARE qualcosa, la volontà di raccontartene la nascita e l'evoluzione, la condivisione di visione, impegno, pensiero) non è cosa da tutti. E nel male (e non mi riferisco di certo agli "antipatici", che pure ovviamente ci sono, nel mucchio di galleristi, critici ed artisti, come in tutto ciò che si compone di umanità), nel male perchè, a volte, alla fine si tende a dare tutto un po' troppo per scontato.
Scrivo di domenica sera, di ritorno da Firenze per uno degli usuali (e non dovrebbe mai diventare tale, proprio per non perdere di fascino!) Tè da Franco Ristori. Il terzo dedicato a Nino Tirinnanzi. E sento dentro questa cosa tanto prepotentemente, che la devo buttar giù, a costo di andare a letto tardi e poi domani cominciare la settimana con le occhiaie. 
La sento addosso, stasera, la fortuna di poter frequentare certe persone così SPECIALI, e mi rendo conto che, probabilmente, dovrei ringraziare più spesso chiunque sia il "ringraziabile" (in cielo o in terra) per aver permesso tutto ciò. Perchè non è per niente "normale", non è per niente "usuale" essere di casa in quella Bottega, anche se per me è così, da tempo. Non è la NORMA, per la gente di tutti i giorni, spostare con nonchalance un De Chirico da un banco ad uno scaffale. Dare una pulitina al vetro di un Antonio Bueno lasciandolo disteso, perchè è così grande che in piedi pesa. Compilare il modulo dell'assicurazione da chiodo a chiodo per un Soffici da piangerci sopra mentre parte per una Mostra museale, giusto perchè Ristori ha il polso in gesso e non può farlo lui. Tenere in mano capolavori del Novecento come se fosse la cosa più naturale dell'universo, tipo, che ne so, allacciarsi le scarpe o lavarsi i denti. Andare a mangiare un boccone di corsa e trovarsi spalla a spalla con Giuliano Vangi, tanto per dirne una pazzesca di oggi a pranzo, che se ne accorge (LUI!) e viene a stringere la mano a Franco Ristori. 
Tirinnanzi è profondamente "sentito" a Firenze, è stato molto amato. C'è in moltissime case, e ancora lo cercano, lo coccolano, lo ammirano (cosa che con gran mio stupore - io vengo da fuori, e vedo tutto con l'occhio di "fuori" - non avviene per nulla, ad esempio, con Vinicio Berti, che ha goduto della stessa "riscoperta" grazie al lavoro certosino di Giovanni Faccenda e alla potenza televisiva di Orler TV, ma che a Firenze fa fare a molti, ancora, la boccuccia storta). Mi colpisce da morire, più di tante altre cose che riguardano Tirinnanzi, quanto sia amato appunto dalla gente comune. Io me ne sto lì intere ore, un po' perchè non mi va di stare in albergo, un po' perchè mi piace da matti, e queste persone entrano, si guardano intorno, chiedono timidamente informazioni anche a me, perchè evidentemente al posto del cuore tengo appiccicato il cartellino della Bottega. Giovani, meno giovani, adulti, anziani, normali. Tre signore, amiche. Un pensionato con il figlio. Una coppia di anziani. Due signori soli soletti alla chetichella. Quattro amici un filo spocchiosi. Un tipo che avrà avuto più o meno la mia età, che aveva accompagnato la moglie e il gatto con una zampetta rotta dal veterinario, e doveva aspettare che uscisse. Gente di tutti i giorni, insomma, gente che magari deve fare i conti con il fine mese, il più delle volte; il pensionato mi ha quasi commosso, perchè si vedeva lontano chilometri che avrebbe voluto prendersene uno, magari piccolino (gli sorrideva, mi ha anche chiesto un parere tra due, uno con le nuvole primaverili, e uno con un'atmosfera di ghiaccio invernale che sapeva di freddo ma aveva una luce unica sullo sfondo, lattiginosa, chissà dove l'aveva vista Tirinnanzi una luce così), ma deve prima tornare a casa e valutare quanto può esporsi, perchè poi ci sono le bollette da pagare e le spese da fare. In compenso con il figlio ho parlato di Licata. E poi l'uomo del gatto, che non ama i quadri con i personaggi colorati e preferisce le campagne con i casolari, e quindi ha esattamente i miei gusti per quanto riguarda i soggetti di Tirinnanzi (infatti gli ho fatto subito guardare il mio, che sta a pagina 205 del Catalogo Generale, per vedere cosa diceva), con il quale ho chiacchierato a lungo di quanto bello sia poter comprare qualcosa che ti piace e ti emoziona, senza dover pensare al fatto che possa valere, domani, oggi, o mai, dal punto di vista economico. Un altro tipo di valore, incommensurabile.
Tutta gente che ha condiviso con me qualcosa, ha accarezzato i dipinti ora con gli occhi, ora con le dita, timidamente, ed è tornata alla sua vita "normale" con in gola un sospiro, mentre io me ne stavo "normalmente" con in mano il listinello dei prezzi, in mezzo ad un girotondo di Tirinnanzi che regge il confronto con quelli esposti a Palazzo Pitti. 
Lo so che questo post sta venendo fuori un po' senza senso, di quelli senza capo nè coda, e probabilmente la prossima volta che mi verrà voglia di scrivere unitamente al sonno ed alla stanchezza del viaggio sarà il caso di rimandare l'esperienza. Ma volevo darmi un compito, subito subito, un obbligo morale, quanto meno per i prossimi giorni, finchè qualcuno dei miei assicurati non mi farà saltare i nervi (cosa che non accade raramente, di questi tempi): sentirmi una privilegiata. Non lamentarmi. Ripensare a ciò che provava la "me" di qualche anno fa solo perchè era stata invitata in un Museo senza l'allarme. Essere conscia di aver avuto, negli ultimi quattro anni, una vita molto, molto fortunata. Che valeva e vale la pena di vivere al mille per cento.

domenica 3 maggio 2015

Mistero buffo su Claudio Cionini

Il fatto che Trecose sia momentaneamente (ecco, "momentaneamente" è proprio la parola esatta) inattivo, non vuol dire assolutamente che lo sia anche io.
A parte il lavoro, che mi assorbe, lo ammetto, molto più di quanto vorrei e, soprattutto, molto più di quanto meriti la gente che mi circonda - intesa come la nuova veste tecnologica e subdolamente sprintosa della mia Mandante (che non ha ancora capito cosa vuol dire essere assicuratori - e del resto come potrebbero capirlo, visto che fanno questo mestiere da appena 52 anni e non da 136 come quelli di prima, senza contare che per i primi 30/40 si sono limitati ad essere l'emanazione di un partito politico più che realmente una Compagnia di Assicurazioni), e anche intesa come tutta quella cospicua fetta di Clienti, peraltro minacciosamente sempre più grossa, davvero convinti nel profondo che io sbavi e faccia chissà quali altre porcherie pur di acquisire e/o mantenere contratti con premi sempre più risicati e con il sinistro già garantito; a parte ciò, dicevo, un pochino di tempo riesco ancora a ritagliarmelo per attività piacevoli.
Onestamente, riguardano tutte l'arte (come potrebbe essere altrimenti?), e quindi in fondo anche gli uomini, visto che nel contemporaneo - arte sviluppata da artisti viventi con mercanti viventi - le due cose vanno a braccetto. Insomma, sempre sulle mie Tre Cose mi impantano, ma in fondo mi sta bene, sono felice così.
Assieme a questo post ne metto un altro, "Magia: Atto Sesto" (non so se sta sopra o sotto, il confezionamento del Blog riesce ancora a sorprendermi, ma in ogni caso andrebbero letti in coppia), che è un pezzo scritto da me e pubblicato nel Catalogo dell'ultima Mostra di Claudio Cionini, a Pietrasanta. 
Franco Ristori mi ha scosso dal torpore creativo in cui ero sprofondata chiedendomi di scrivere qualcosa per lui, e a una persona come Franco Ristori non si dice di no, mai. Perchè è generoso, perchè è di parola, perchè ha ancora dei valori, e perchè lo merita. Ho passato anni incredibili, da quando ho iniziato a collezionare arte, in cui credo di aver fatto il percorso tipico del collezionista "di pancia", molto romantico e poco milionario: credi a tutti - vuoi bene a tutti - compri da tutti - vai dappertutto - fai indigestione di parole - azzeri i risparmi - pensi da solo - non credi più a nessuno - ti stanno tutti sulle scatole. Più o meno. 
Ecco, io ho conosciuto Franco quando ero all'incirca tra il "azzeri i risparmi" e il "pensi da solo", e se a lui continuo a credere e sulle scatole non mi sta un motivo ci deve essere. E poi, quando vado a trovarlo e mi nascondo nell'angolo più piccolo della sua già minuscola Bottega, riesco a non pensare mai al lavoro, alla Mandante subdola e ai Clienti fastidiosi. Lui mi coccola, e mi lascia toccare e parlare con tutti i quadri che tiene appesi o infilati in qualche buco, come se fossero miei (aspetto fondamentale, visto che ho già chiarito come lui sia entrato nella mia vita artistica dopo il "azzeri i risparmi"). Anzi, a volte io lo gufo, sperando che certe meraviglie non riesca a venderle a breve, così da potermele ritrovare la volta successiva, per finire le nostre mute storie, invece che saperle traslocate in qualche casa, tristi tristi senza di me. Per una volta questa crisi che ancora non accenna a lasciarci stare, e che lascia senza voglia di comprare anche chi ci era abituato nel midollo, tutto sommato mi fa comodo, perchè io un Sironi degli anni buoni, o un Antonio Bueno a fondo nero 50 x 70, o un Ardengo Soffici da buttarsi per terra, mi sa tanto che non me li potrò mai permettere (mi sono permessa un gran bell'Emblema, nella fase "vuoi bene a tutti", che poi Ristori mi ha geneticamente modificato tutt'attorno per farlo rientrare nel "pensi da solo").
E' stato incredibilmente interessante affiancare Franco nella genesi di questa Mostra; io avevo già scritto per quella di Roma, e anche parlato all'inaugurazione (come ho raccontato qui: http://trecose.blogspot.it/2013/09/roma-esordio.html), ma era stato tutto più casuale e visto come da lontano. Qui invece ho vissuto tramite lui tutto il percorso dall'inizio, dall'impaginazione del Catalogo alle schermaglie pseudo-amorose per ottenere i patrocini delle Istituzioni (farei prima ad assicurare una multinazionale del petrolio!), dai nomi di chi ci doveva scrivere a quelli di chi ci doveva parlare. Per non parlare del titolo, che solitamente viene deciso dal Curatore in base al contenuto del proprio saggio inserito nel Catalogo, mentre a Franco quel "Le città visibili" di Riccardo Ferrucci andava di traverso ogni volta che pigliava in mano le bozze. 
Che "Le città invisibili" di Italo Calvino sia un romanzo straordinario per la nostra letteratura del Novecento è un dato di fatto che nessuno può permettersi di smentire, come altrettanto il fatto che lo abbiano letto tutto in ben pochi (io stessa, lo ammetto, nonostante la mia Laurea in Lettere, per giunta con il corposissimo indirizzo in Letteratura Italiana e non in Storia del Cinema, Arte Medievale o altre amenità simili, mi sono limitata a lunghi brani estrapolati), proprio per la sua particolarità. E' una sorta di romanzo d'élite, anche all'Università, figuriamoci alle scuole superiori dove è già tanto se arrivi agli esami di maturità facendoti di corsa la trafila Foscolo-Manzoni-Leopardi e Pascoli-D'Annunzio & Co. con la lingua di fuori.
Giusto perchè ogni tanto riemerge in me l'animo da insegnante di italiano mancata, spieghiamo che è un romanzo in cui Calvino gioca volutamente con i suoi lettori (in effetti ne ha scritto più di uno fatto così, si vede che si divertiva parecchio, probabilmente il più noto ai mortali di oggi è "Se una notte d'inverno un viaggiatore") creando capitoli "spacchettabili": è come un mazzo di carte che possono essere mischiate, creando ogni volta percorsi diversi e finali diversi. Nasce come una sorta di dialogo/monologo di Marco Polo alla corte di Kublai Khan (interrogato dal curioso orientale sul suo mondo di provenienza), e descrive città su città praticamente inventate di sana pianta. Città "invisibili", aggettivo sul quale Ferrucci gioca un po' per dire che Cionini invece, le sue, le rende evidenti, e ben identificabili, ai nostri occhi. Il che, per uno che conosce il libro e ne ha letto almeno qualche brano, è anche un doppio senso carino, suvvia, non mortifichiamo il Curatore. Ma per chi non sa neanche dell'esistenza di questo romanzo (e bisogna essere onesti ed ammettere che ce ne sono parecchi, in questo secondo gruppo), come titolo di una Mostra sembra piatto, sembra pasta in bianco, purè e stracchino, non ispira e non evoca un bel niente, con Ristori che scalpita. 
Per fortuna che da Internet, nella massa multiforme di dati nozionistici e da cruciverba che sciorina, gli è saltata fuori quella citazione spettacolare dal libro in questione che è: 

"Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone"

e che pareva cucinata apposta per il titolo di una Mostra. 
Occhei, è triste sapere che tutti ci riduciamo a Wikipedia, che nessuno legge più il Novecento italiano, che non ci sono più gli intellettuali di una volta, ma siamo pratici: dopo l'inaugurazione, quando tutti questi bei faccini intellettuali se ne saranno andati a casa felici e contenti con le loro copie del Catalogo non pagato sotto il braccio, dopo le strette di mano e le foto e i video, ci vuole qualcosa che colpisca e che attiri dentro gente che li compri, questi benedetti quadri. Su questo concetto io, personalmente, ci ho girato attorno parecchio; Claudio Cargiolli, che era presente, è venuto anche a stringermi la mano e a ringraziarmi per averlo detto, tenerissimo lui, perchè sembra che troppo poca gente se ne accorga. 
Senza considerare, comunque, che la frase sul deserto è metaforicamente perfetta non solo per le città in quanto tali, ma anche per la personificazione della città in ciascuno di noi: non dimentichiamo che Cionini dipinge città vuote, senza umanità presente, appena appena con qualche autovettura fugace al cui interno non si intravede mai nessuno, quindi possiamo tranquillamente dire che le personifica, che quelle città siamo NOI, ognuno con la nostra storia e il nostro vissuto, chi si sente Roma, chi Parigi, chi New York in base alle nostre sensazioni passate, presenti o desiderate per il futuro... Insomma, se avessi avuto tre ore a disposizione avrei potuto costruirci sopra un discorsetto mica da ridere, giusto per far vedere che anch'io sono capacissima di parlare di un bel niente ma che fa tanta scena. Inoltre, il nostro "essere" è così come lo crediamo, oppure è la vicinanza con ciò che ci circonda (il nostro "deserto" tutt'attorno) che plasma, dall'esterno, l'essenza che crediamo di avere? Io e l'Altro, l'eterno dilemma. Io città, l'Altro il deserto, oppure viceversa?



(Oggi io mi sento tanto questa N.Y.)


Da qualche parte su YouTube gira anche il video di quella sera, un paio d'ore di registrazione compresse in venti minuti, che rappresentano l'evoluzione delle mie figure di m/da iniziate col tristemente famoso "microfono sotto la faccia" alla Mostra di Vincenzo Balsamo al Chiostro del Bramante, secoli fa, anche se devo dire che questa volta è stato divertente (sostituivo a tutti gli effetti Roberto, braccio destro di Ristori, che aveva una validissima scusa per non essere presente data da moglie incinta con termine scaduto, poteva arrivare il fiocco azzurro da un momento all'altro). 
Questo cameraman di Toscana TV deve essere un pochino più bravo di Giuseppe De Luca, perchè mi fa sembrare infinitamente meno bassa e cicciottella (mi sono beccata da più di qualcuno un entusiasta "caspita, sembri davvero una figa, non si direbbe", complimento gaffoso che è sempre tutto un programma e al quale io sono abbonata da circa vent'anni, precisando che per assumere quell'aspetto ci metto più o meno un'ora e mezza, e mezz'ora a festa finita per rientrare nei miei usuali panni, manco fossi fagocitata da un alieno). 
Aggiungo altresì che sembro affetta da demenza senile, perchè praticamente ripeto parola per parola - o quasi - le stesse cose col cappotto addosso e senza cappotto addosso, ma a mia discolpa devo dire che mi ero preparata la scaletta per il primo intervento (quello senza cappotto, montato in video per la sua metà finale), mentre l'intervista tête-à-tête mi ha spiazzato, e si sente. Ho ripetuto le stesse cose cannando anche qualche verbo, convinta che uno dei due interventi venisse eliminato, mentre alla fine me li sono ritrovata in video uno dietro l'altro stile copia/incolla. I puristi del "public speaking" direbbero che è meglio la versione con tante pause e gli avverbi così sofisticamente nasali della versione "panico", ma io in realtà sono quella più alla mano senza il cappotto, quella che coinvolge il pubblico sgamando i commenti bisbigliati, quella che lascia in sospeso le frasi, quella che rimbrotta i Senatori perchè le fregano gli argomenti. 
Poco male, i complimenti a Franco Ristori li ripeterei all'infinito, se li merita tutti, sono straconvinta che se Claudio Cionini è arrivato a questi livelli il merito è anche dei consigli di Franco, da un lato, e della serenità economica che è riuscito a garantirgli, dall'altro. Averne, nel mercato dell'arte, di gente come lui che caccia puntualmente ciò che serve (TUTTO ciò che serve), senza contare cosa è venduto e cosa resta ammucchiato in garage, del resto i pittori per continuare a dipingere devono mangiare a fine mese anche loro, mica si cibano di "conto vendita", preferiscono le bistecche e la pastasciutta, come gli impiegati di banca, o i serramentisti, o gli infermieri.
Vissuta la Mostra, con le ultime creazioni di Cionini, a mio parere una più bella e più intensa dell'altra,  mi resta solo un dubbio, che è lì che gira da un pezzetto, e per sussurrare il quale ho anche chiesto il permesso a uno dei diretti interessati, perchè non mi sembrava galante raccontarlo. 
Io non capirò mai, e giuro mai, perchè gli Orler non abbiano dato una possibilità a Claudio Cionini. Ci siamo andati vicini, vicinissimi, c'erano venticinque tavole sue di diverse dimensioni e soggetti (città e fabbriche, queste ultime probabilmente più "difficili" ma profondamente più affascinanti) arrivate nei loro studi, e poi niente. Il buio totale. Nominare Cionini da Orler è diventato come evocare Belzebù in una chiesa. 
Magari un giorno, improvvisamente e con tanto di fasci luminosi e musica d'altare, mi verrà svelata la Verità, che sicuramente NON è che non piace al venditore di turno o al fratello Orler di turno, come mi è stato detto, ma mica siamo deficienti qui, eh. Da che mondo è mondo, il venditore vende quello che la proprietà gli dice di vendere, altrimenti non mi spiegherei certe schifezze sovrumane che passano, ogni tanto, quando capita, per gli studi di Favaro; certo, forse Dario, a volte, si può permettere dei no (e vanno accettati perchè lui è in assoluto il numero uno dei televenditori italiani), anche se non posso fare a meno di chiedermi se DAVVERO abbia in camera sua i collant di Ala appesi al muro. Probabilmente anche Carletto a volte si impunta (secondo il mio modestissimo parere senza gli stessi meriti) perchè fa tanto professor-style, ma di certo non credo lo faccia Giovanni Faccenda, che è diventato espertissimo di arrampicata sul liscio e riesce tuttora a vendere l'invendibile, a volte non so come ci riesca, e all'epoca delle venticinque tavole non lo faceva Franchino Raccioppo, il più improbabile dei teleimbonitori che però quando era in vena avrebbe venduto anche la giacca, sopra ai quadri. Giovanni, fra l'altro, nella sua vita precedente ha curato quattro Mostre di Cionini, trovo improbabile che possa non piacergli, che abbia scritto e parlato solo per compenso. Magari lo fai una volta, del resto è il tuo mestiere, ma non quattro, sarebbe diabolico. 
Immaginare discussioni fra i fratelli Orler se un pittore sia valido oppure no sul piano artistico, per non macchiare il buon nome dell'organizzazione, è pura fantascienza (vogliamo fare dei nomi e dare un voto al valore?! No, non vogliamo, diventerei cattiva): gli affari sono affari (te lo insegnano alle elementari, guadagno = ricavo - spesa, vale per le mele, per le magliette e per le opere d'arte!), se sono mercanti svegli, vendono ciò che si vende bene, bello o brutto che sia, basta che piaccia a chi compra. 
E Cionini piace, caspita se piace! Io in ufficio ne ho più di uno, e non c'è persona - di qualunque livello, provenienza, ceto sociale, preparazione scolastica, e chi più ne ha più ne metta - che non lo ammiri. Chiaramente ognuno ha i suoi motivi, mi sono sentita dire anche che ammiravano il suo uso del colore, gli accostamenti più dolci e soffusi, perchè ricordava quello di certe borse e di certe scarpe (sic), ma se la persona che dice questo ha comunque duemila Euro da spendere per un quadro, per quanto mi riguarda scarpe e borse restano motivazioni personali validissime. Nessuno di noi (parlo per prima perchè io ne ho cinque) è così ingenuo da pensare di farci i miliardi, un domani, ma siamo seri, non lo penso neanche di Marcello Scuffi, di cui adoro la pittura con tutta me stessa! Però quella di Claudio, come quella di Marcello, è pittura che mi fa STARE BENE quando mi ci piazzo davanti, per un momento che non va calcolato perchè il bello è esattamente questo: fermare il tempo. E' pittura VERA, con le sue colature, le sue sabbie, i suoi chiaroscuri, i suoi lampi di luce, e adesso che dipinge Firenze un po' più spesso di una volta, anche con i suoi riflessi d'acque, i suoi tramonti, le sue cupole lontane. 
Aspetto non trascurabile, anche se ben più terra-terra, costa relativamente poco. Visto che i veri danarosi ormai se li contendono tutte le Gallerie fino allo stremo (e poi i veri danarosi vogliono la certezza dell'investimento, altrimenti a cosa serve essere danarosi, quindi per loro uno come Cionini resta robetta, o sei De Chirico o niente), non vedo perchè non prendere in considerazione un pittore giovane con un listino accettabile da presentare ad una platea vastissima e sconosciuta come quella televisiva, che non se la fila nessuno ma che un bel quadro in casa magari se lo piglia volentieri. E poi, si sa, da cosa nasce cosa. 
Un pittore giovane ma non più esordiente, già molto bravo ma con margini di cambiamento se te lo tiri su bene, con soggetti che non siano già stati visti da Orler (un metropolitano non mi risulta l'abbiano mai presentato), con uno stile suo che non cozzi con nessun altro nome di scuderia, che dipinga abbastanza per una distribuzione decente (perchè Armodio è immenso davvero, e Cargiolli pure, ma restano la ciliegina sulla torta per pochi privilegiati, e chiedere loro di produrre di più, di "fare numeri", significa snaturarne l'anima e il lavoro). 
Un paio di Clienti Orler amici miei ce l'hanno, Claudio Cionini, in casa e in ufficio, perchè ce l'ho portato io assieme a Franco Ristori, in furgone, e fare agli Orler questo piccolissimo cornetto mi è dispiaciuto solo a metà. Perchè nella vita bisogna svegliarsi, quando serve, e riconoscere i treni buoni da quelli lenti, a volte, può fare la differenza. Da entrambe le parti.

domenica 16 novembre 2014

Febbre (dall'alba al tramonto)

Domenica mattina, sono a casa da sola; sono un po' triste, un po' arrabbiata, un po' demoralizzata, un po' fusa, forse. E direi in parti uguali. Ho la febbre, ho la tosse e la voce mi ha salutato da almeno un paio di giorni, nonostante mi sia scolata un intero vasetto di miele che mi ha fatto sentire tanto Mamma Orsa.
Niente sta andando come pensavo andasse, a parte la settimana lavorativa, ovviamente, quella sì, eccome. Siamo stati bloccati per tre giorni, bloccati da questa fastidiosa migrazione di dati che si è comportata esattamente come sapevo avrebbe fatto: scartando nomi, numeri di telefono, anagrafiche, un bel minestrone (o spezzatino, per chi gradisce il proteico) di ciò che erano i nostri spettacolari archivi informatici. Lunedì ho aperto il computer e poi ho chiuso gli occhi, tanto già immaginavamo. Con i pacchettini delle Condizioni contrattuali delle nuove Polizze che devo/posso vendere ora (così, da un giorno all'altro, azzerato d'un colpo tutto lo scibile precedente) ancora chiusi nei loro scatoloni, tanto è inutile studiarli finchè non sai come far funzionare questi programmi del cavolo. Ci sarà tanto, tantissimo, da fare e da lavorare, ed è frustrante per chi fa il mio lavoro rispondere a chi ti chiede un preventivo "si accomodi, ma mi raccomando tenga conto che dovrà farci compagnia per i prossimi quaranta minuti" (variante pietosa, solo ed esclusivamente per la R.C. Auto) oppure "mi dispiace, non sarò in grado di darle una risposta per i prossimi sette-otto giorni" (variante onesta, per qualunque altra tipologia di Polizza). Figuriamoci, in questi tempi da tutto-e-subito. Uno ringrazia, esce, e si dirige subito dall'assicuratore della porta a fianco sbellicandosi dalle risate, alla faccia nostra, del nostro cazzutissimo Direttore Generale, e del suo mantra "vi abbiamo comprato noi e quindi fate quello che vogliamo noi". Insomma, ho cominciato a vedere una flebile luce in fondo al tunnel (un tunnel che si preannuncia molto, molto lungo, diciamo almeno quattro mesi per rientrare a regime completamente in quanto a professionalità, serietà e conoscenza della materia) più o meno verso giovedì pomeriggio, ma a quel punto la febbre aveva già ampiamente sforato i 38: capita, quando sei sotto pressione dodici ore filate con in pancia solo un panino, ogni giorno, per un'intera settimana. E non ti puoi lasciar andare neanche per mezzo minuto, perchè altrimenti le impiegate si demoralizzano più di te. Grosso rischio per l'impresa, l'impiegato demoralizzato.
Morale: aspettavo questo weekend da un pezzo, e sono bloccata qua a casa con un nervoso addosso da far paura. Da sola, per giunta, perchè non potevo pretendere che il mio ormai famoso "inseparabile scudiero" rimanesse a fissarmi nel mio mutismo. 
Nell'ordine: ieri, niente serata Orler, questo imponente omaggio a "The Responsive Eye" che rappresentava, per me (che non sono propriamente un'amante dell'arte programmata, nonostante la mia  cospicua serie di vestitini e camicette optical), al di là dell'esposizione, l'occasione di rivedere e salutare tanti amici da tutta Italia, e magari conoscere qualche nuovo volto, di quelli di cui conosci solo il nome o la penna, sparsi per i Forum o i Blog su e giù per lo Stivale. 
Questa mattina, niente ArtePadova, la "mia" Fiera, quella in cui gioco in casa perchè ci vado con tutta la comitiva di aficionados, che mi hanno riferito essere anche quest'anno giocosa, effervescente, nel suo piccolo sempre calamita per buongustai locali. Di certo il mega-collezionista che timbra il cartellino a Basilea ride di tenerezza davanti alle mie esternazioni, ma io faccio parte di un mondo diverso, preferisco ancora scambiare due occhiate d'intesa con chi si emoziona davanti alle fiabe innevate di Tino Stefanoni. E a giudicare dal numero di fiabe esposte, mi sa che qui siamo in molti, noi provincialotti emotivi. 
Se per domani non guarisco mi va per traverso lo sciroppo, giuro; spero che tutte queste rinunce servano a qualcosa. Anche non aver visto dal vivo lo Stand di Arte San Lorenzo, dove speravo di beccare Annamaria Brizzi, per poterla finalmente conoscere di persona, e invece niente.
Last but not least, niente stretta di mano a Dario Olivi, visto che una capatina pre-ArtePadova era irrinunciabile, e già avevo l'acquolina in bocca al solo pensiero di un'intera parete da nove metri con una sorta di antologica (per forme, colori e significati) di quel meraviglioso artista qual è Cesare Berlingeri.
Questa a dire il vero è stata solo una mezza rinuncia, perchè mi sono guardata tutto lo Speciale dal divano, anche se non è propriamente la stessa cosa. E poi, tutto sommato, son qua che scrivo, quando non più di due settimane fa avevo sbandierato che mi sarei dovuta prendere una pausa, prima cioè che l'influenza mi regalasse tutto questo bel tempo gratis, un intero weekend di dolce-far-niente inaspettato. Sta a vedere che se aspetto un altro pochino finisce che la devo pure ringraziare. 
Visto che in effetti la testa mi gira più del previsto, cercherò di essere breve e di fissarmi un concetto, uno solo, di tutto ciò che mi è passato per la mente durante le tre ore di Dario. 
E sì che ho pensato parecchio, a bocca chiusa. 
Pensato a Cesare Berlingeri, che avevo incontrato personalmente tre anni e mezzo fa, e a quanto mi aveva colpito come persona per la sua cultura e la sua profonda sensibilità - tipiche, queste, di molti artisti che nel tempo ho conosciuto - unite però ad una incredibile umiltà, cosa, invece, non molto comune tra coloro che vivono d'arte. Artisti e addetti ai lavori. La maggior parte degli artisti con cui, negli anni, sono venuta a contatto tende a sentirsi uno o più gradini sopra gli altri, siano questi "altri" i loro colleghi (tutti, indifferentemente! E' raro sentire un pittore dire di un suo contemporaneo vivente: "Quello si merita tutto il successo che ha, perchè è davvero un genio"), piuttosto che la gente comune. Si sentono diversi, si sentono "speciali", e per molti aspetti è vero e sacrosanto (il talento eleva dalla massa, è indubbio), ma se sei un talentuoso pittore con l'intelligenza di un tubero, e non vedi al di là del tuo naso, non puoi venire a fare il gradasso con me, che sono e resto più sveglia di te nonostante sia una frana con i colori e le tele. Anzi, manco ci provo, conosco i miei limiti, come tu dovresti conoscere i tuoi. 
Ho colloquiato con Cesare Berlingeri in tre diverse occasioni da allora, e tutte e tre le volte mi ha fatto la stessa impressione: un uomo piccino nell'aspetto, con dentro l'immensità. E poi ama raccontarsi, ama condividere, ama metterti a parte del suo percorso, che per un collezionista è una delle emozioni più belle, visto che quando ti appendi in casa un'opera non appendi solo un pezzo di pittura, ma anche un pezzo di pittore. La sua vita, le sue parole, i suoi gesti. Tanta gestualità nei lavori di Berlingeri, gestualità forte, difficile, una pittura che si fa quasi scultura in quel lavorare a tutto tondo, in tre dimensioni, quando la tela dipinta è solo un primo passo verso l'opera finita, perchè poi deve accartocciarsi, ripiegarsi su se stessa ancora e ancora, per celare al suo interno (e per far ciò a volte è necessario schiacciarla, montarle sopra, con fatica) un messaggio arcano, antico quanto il mondo, il segreto stesso dell'anima del pittore.
Per chi - mosso a pietà dal mio stato influenzale - volesse fare una piccola pausa rileggendo uno dei miei vecchi post su Cesare Berlingeri metto qui il link, perchè anche se sono passati un paio d'anni i miei ricordi sono talmente vividi che potrei riscrivere tutto parola per parola: 
Ma torniamo ad oggi, e alla parete di nove metri di Dario. O meglio, di Giuseppe Orler, perchè ho appreso in diretta averla voluta lui, fortemente. Il colpo d'occhio non era come mi aspettavo, perchè era TROPPA ROBA. Quando siamo ad un livello concettuale così alto, in cui ogni sfumatura di colore ha il suo significato, ogni minima forma (dalla piega al cartoccio) ha uno specifico perchè, riempire un enorme muro con quaranta lavori tutti uno diverso dall'altro può far l'effetto contrario: è come un'indigestione. Bum, un colpo allo stomaco. Stramazzi, sei stordito, annaspi. Vorresti soffermarti su tutto, e conseguentemente non ti godi bene niente. Sei come il bambino nella pasticceria, o la signora alle svendite delle griffe: hai solo due occhi e due mani, e non bastano. 
Allora (sarà stata la febbre) ho fatto due passi indietro, cercando ancora una volta l'aiuto in quel concetto di "condivisione", in quell'idea di "emozione comune" che per me sta alla base di tutto, e l'ho trovato; come sempre, l'arte non mi tradisce, mai. 
E' stato un lampo improvviso, guardando quel muro bianco con appesa la vita di Berlingeri, come un rotolo sacro srotolato da sinistra (la piegatura gialla e luminosa dell'alba) a destra (la blu, della notte più cupa e vellutata), vedendo il mini-catalogo nelle mani di Dario stampato in occasione di questa grande, unica installazione. Ascoltando i filmati, con le parole di un Cesare quanto mai semplice e diretto che racconta la sua ispirazione tratta direttamente dalla natura (quale filo conduttore quanto mai impensabile, da un'ape al un blu oltremare!), e ringrazia chi dà ancora queste possibilità agli artisti, perchè quando spariranno le "committenze" (mecenati, mercanti, menti illuminate) sparirà negli artisti la voglia di sperimentare e andare "oltre". Quaranta opere, racchiuse sotto il baffo di Giuseppe Orler, magari un giorno glielo domando, se ci aveva pensato davvero fino in fondo o se è stato un caso, se sono io che mi immagino tutto. 
Un muro intero, troppo per una persona sola; e allora smontiamolo, questo muro, pezzo per pezzo! Ecco la meravigliosa condivisione che ritorna, e un pochino mi turba, perchè anch'io ho tre meravigliosi lavori di Berlingeri a casa, ma me li sono scelti a suo tempo in Galleria, per mio conto, piluccando nei magazzini, senza che facessero parte di un unico progetto... e ora per qualche giorno li vedrò più tristi. Comprendetemi, non è la febbre! Ci sono trenta-quaranta persone (sarà per forza un numero esatto, alla fine, quando il muro sarà stato tutto smantellato) che possiederanno QUALCOSA che ha fatto parte di un TUTTO. Avranno inconsciamente condiviso un'idea comune, una storia, un pensiero. Potrebbero anche decidere di incontrarsi, tra qualche anno, come nelle foto delle famiglie numerose ai matrimoni. Come agli incontri di classe. Potrebbero posare tutti insieme con il mini-catalogo come guida, ognuno con la propria opera, e raccontarsi perchè a me ha colpito quella gialla e tonda come l'interno di una pesca matura, mentre tu hai fortemente voluto quella busta chiusa (e richiusa, e richiusa, e richiusa) in bianco e nero, piena di graffi scuri. Due antipodi, ma sempre e comunque parte di un'idea. 
Una persona che fa parte del MIO, di "tutto", e che ho disturbato per l'occasione mentre lavorava giusto per raccontargli di questa cosa del muro di Cesare che mi stava emozionando parecchio, ha commentato con dolcezza che ho un cuore grande, a pensarla così. E che invece è molto più probabile che chi stava staccando via via i pezzi di vita di Berlingeri dal muro pensasse solamente ad un bell'investimento, o a quanto bene poteva accostare il tal pezzo ad altri tesori in casa propria, piuttosto che a formare uno sgangherato album dei ricordi. Può essere, ma finchè sarò sotto Aspirina preferisco pensarla a modo mio, questa installazione sotto i baffi Orler: tanti piccoli pezzetti di anima di Cesare Berlingeri, nelle case di altrettanti sconosciuti solo sulla carta, a formare un'unica alba ed un unico tramonto senza fine. 
Essere collezionisti d'arte, in fondo, è avere sempre la febbre addosso.

sabato 18 ottobre 2014

Matthias Brandes














Sabato scorso io e mio marito abbiamo mangiato un boccone-al-volo con Paolo Orler. 
Il che è sempre un'esperienza interessante, perchè Paolino è - oltre che una carissima persona - un ragazzo estremamente curioso ed attento, di quelli che vanno via veloci, e mangiando con lui ti ritrovi sotto un fuoco di domande di fila, tutte che possono avviare discorsi di ore, mentre invece il tempo è sempre quel che è, e quindi bisogna concentrare gli argomenti. 
Argomenti, peraltro, che spaziano da quante volte sono stata a Medjugorje e come l'ho sentita e vissuta, ogni singola volta, al fatto che mi ricordo ancora bene a memoria la promessa di matrimonio (con la sua importante e difficile verità, che va ben oltre la basica fedeltà, principalmente quando parla di "onore"); da quanto buona è la carne da Olindo soprattutto quando segue le tagliatelle con il tartufo, a quali Polizze assicurative coprono i danni fatti dai muletti sulle macchine nel parcheggio aziendale. Praticamente alla fine sei felice e soddisfatto, hai sudato come una bestia e ti senti come quando passavi gli esami fondamentali all'Università. 
Perchè questo particolare cappello: perchè, tra le tante domande a bruciapelo di Paolo, una mi ha colpito dritta in fondo al cuore, ed è stata argomento di discussione a casa per vari giorni a venire, oltre che in quel momento a tavola. Dal prosciutto arrosto di Olindo (eravamo all'antipasto) Paolo ci ha chiesto: " Avete già avuto la crisi di rigetto per l'arte?". Così, come se fosse la cosa più naturale dell'Universo. Intendo, non ci ha chiesto se l'avevamo mai avuta, ma se l'avevamo GIA' avuta, facendo supporre che - prima o poi - in ogni collezionista il rigetto arrivi. Dà da pensare, soprattutto se detto da uno che in mezzo all'arte ci è nato, che gattonava in magazzini stracolmi di opere di ogni genere, che ha conosciuto personalmente artisti tra i più importanti (e probabilmente a molti di quelli locali è stato in braccio, agli inizi degli anni Settanta). 
In effetti noi ci siamo guardati ed abbiamo risposto di no, sul momento: niente crisi, niente rigetto, anzi. Ne avessimo di soldi per continuare a comprare un sacco di roba, oltre che per visitare Mostre e Musei! Lui ci incalzava, non convinto: "Ma davvero non c'è neanche un'opera che avete comprato e che adesso vi dà sui nervi?" Non c'è niente, tra le cose di cui ci siamo circondati, di cui ci siamo - sotto sotto ma anche sopra sopra - pentiti? A pelle direi di no, ma urge un distinguo: è evidente che, come chiunque approcci il mondo dell'arte inteso come acquisti di opere partendo da zero da parte di comuni mortali, all'inizio abbiamo fatto degli errori. Nel senso che in piena fase bulimica non ti rendi conto che i soldi non sono eterni, e quindi spendi senza razionalità. Vedi/compri. Vedi/compri. Quando arrivi a maturare un minimo di coscienza, e quindi saresti in grado di riconoscere un'opera per la quale varrebbe la pena di tirare fuori quell'Euro in più (per il nome, per il soggetto, per come è realizzata, per la storia...) rispetto a quella che è e sempre resterà pura e semplice decorazione, hai finito la riserva aurea. Quando cominci a pensare con la tua testa (in base a quello che hai letto, hai visto, hai affinato durante un percorso) e smetti di bere come acqua santa le parole di chi sta in televisione, hai già fatto ricorso al credito al consumo come minimo un paio di volte. Noi però abbiamo fatto scelte, credo, intelligenti sotto un aspetto specifico: abbiamo sempre comprato cose che ci piacciono. Anche Gastone Biggi - pace all'anima sua! - che poi alla fine ho venduto, dopo tutto il teatrino di Cagnola; nella produzione di Biggi, era comunque un'opera che trovavo interessante, con un suo perchè. Anche Salvatore Emblema, che indubbiamente ho pagato una follia e mezza rispetto al suo reale mercato, ma che tuttora mi affascina per la sua ricerca, per la sua essenzialità, per i suoi colori-non-colori; e poi da quando Franco Ristori me l'ha incorniciato tutto in ruggine con un'intelaiatura su misura che sembra un vecchio cancello con tanto di rivetti, non c'è persona che passi per il mio ufficio e non ne sia incantata. Magari perchè non sanno chi è, ma tutti sbavano. Fanno domande, toccano i catrami, le terre, si stupiscono (e a dire il vero quando spiego che la cornice è un'opera d'arte a parte, e che non c'entra con l'artista, un po' ci restano male).
Per concludere il secondo cappello: è indubbio che se potessi tornare indietro utilizzerei molti dei miei soldini onestamente guadagnati per acquistare altre cose che adesso conosco, rispetto a ciò che ho preso "a scatola chiusa", ma non detesterò mai nulla di ciò che ho appeso alle pareti, perchè sono comunque tutti pezzi che mi colpiscono, che mi hanno in qualche modo trasmesso qualcosa. Non ho mai scucito mezzo Euro per alcunchè che fosse solo puro investimento: l'investimento A BREVE in arte non esiste, e io non ho di certo davanti tutto il tempo che serve per far rivalutare gli artisti davvero vincenti di domani.
Detto ciò, l'argomento "rigetto" è stato molto gettonato nelle nostre chiacchierate familiari successive, non foss'altro perchè il giorno dopo, cioè la domenica, c'era Art Verona da visitare, biglietti già presi e appuntamenti fuori del cancello già fissati con più di un amico. Qui Paolo potrebbe averci preso: se non mi stancherò mai di vedere Chiese e Musei (anzi!), se le Mostre che progetto di visitare e mi perdo - siano esse grandi e istituzionali, oppure di qualche artista minore da riscoprire silenziosamente - sono ogni volta una sofferenza (compensata da quelle poche che mi ritaglio, pur di nutrirmi dentro, alla faccia dello stress-da-lavoro-correlato), se la Ricerca del Bello è per me l'undicesimo comandamento, ammetto che ultimamente le Fiere mi vedono meno entusiasta. Sono sempre piacevoli occasioni di svago in cui ci incontriamo e ci confrontiamo con amici provenienti dalle regioni vicine, ma le trovo un po'... stagnanti. Rappresentative di un mercato asfittico, infastidito e fastidioso, in cui i giochi - spesso - sono già fatti, alla faccia nostra. Con quel ripetersi sempre uguale dei soliti nomi, sembra l'appello in una classe di secchioni: Accardi, Adami, Aubertin, Biasi & (Kinetic) Company, Pistoletto, Scanavino, Simeti... (secchioni, si badi bene, di certo ottime presenze di livello, ma al limite dell'effetto-fotocopia tra uno Stand e l'altro, anche nei prezzi). E con tutto ciò che dovrebbe rappresentare il NUOVO, le proposte, i giovani/giovanissimi - tanti, tantissimi per fortuna - a cifre fuori dal mondo, a idee fuori dal mondo: sperimentazioni senza fine, qualche fotografia, pittura poca. Roba da sospirare di tristezza, e correre subito da Paolo Orler a comprare un paio di bei tappeti dei suoi per tirarsi su il morale.
Invece, girovagando per una Art Verona piacevolmente frizzantina rispetto a quella dello scorso anno (nella speranza che sia un bel segnale), una scoperta. Un amore a prima vista. Questa crisi di rigetto che non arriva, e che anzi mi scalda il cuore sempre di più. Lui si chiama Matthias Brandes, tedesco del 1950 (grande annata per i vini ed i corniciai) dotato di chioma bianca con folte sopracciglia. Assolutamente a me sconosciuto, altrettanto assolutamente per me delizioso. 
Atmosfere sospese come in un sogno, tra pennellate cariche di caldo e di vento: case colorate di terra, realistiche e semplici come in un disegno di bambino (il classico quadrato con la porta sotto, le due finestrelle sopra ed il tetto a spiovere), ma trasportate in una dimensione fuori del tempo, che le vede volare in aria come aquiloni senza peso, rincorrendosi in un cielo di perla, o appoggiarsi di lato, l'una all'altra, in un movimento un po' stanco che fa il verso al terremoto, ma senza danno. 
Alberi - cipressi, all'origine, probabilmente - divenuti più cicciottelli, densi densi, a bisbigliare qualcosa di misterioso alle finestre, a spirare un soffio di vita dietro ai mattoncini. Ombre nette, squadrate, ritagliate a scalpello, inquiete nel loro lambire la geometria circostante. Un paese intero che sorge da una tovaglia bianca, ancora con le pieghe addosso della stiratura, gettata sul tavolino della metafisica, in un unico, avvolgente, immenso silenzio. 
E che lavorazione! Sabbie, graffiature, ruvidità, superfici di pietre vive, di graniti, di calce che si solleva, di bianco nei rosa, di grigio nei verdi cupi. Non erano quadri, erano richiami di sirene per chi - come me - sente prepotentemente il fascino di CERTA pittura: era come se Armodio, De Chirico, Magritte, Campigli, Xavier Bueno, Scuffi, Carrà, Lazzaro mi stessero facendo il girotondo intorno (li ho messi tutti insieme, e avrei potuto metterci anche Giotto e Piero della Francesca, volutamente mescolati, senza alcun ordine storico, senza alcun ordine logico, senza alcun riferimento di bravura o di mercato, solo perchè ne sentivo insieme i sussurri in ogni pennellata). Un piccolo richiamo di ciascuno di loro, i grandi e i meno grandi, in un raro risultato di suggestioni, di colori, di ricordi. 
Anche i miei scatti col cellulare alle Fiere sono rari, rarissimi; l'ho già detto, preferisco Mostre e Musei, eppure su Brandes avrei scaricato un rullino, se ancora esistessero, i rullini. Uno intero da trentasei, tanto mi ha coinvolto, sotto gli occhi della bella signora svedese che stava allo Stand, e che già si era stupita tanto perchè la gente continuava a chiederle i prezzi dei quadri che pure erano scritti nei cartellini (ma non siamo abituati, noi, qui, a tanta trasparenza, in questo mercato dell'arte, in questa continua fiera con la f minuscola, fiera del fasullo che trascura i talenti e del denaro fa girandole senza una logica). Hanno dovuto trascinarmi via per finire il giro, perchè per me lui già valeva il biglietto: mi sarei fermata lì per ore, a sognare ad occhi semichiusi, annusando la fragranza della campagna toscana che veniva fuori dal silenzio di quelle tele e mi andava dritta dritta all'anima. 
Per poi scoprire, tornata a casa e fiondata in rete come un pesce per capire chi era e cos'aveva fatto questo Brandes finora, e come avevo potuto farmelo scappare così, che le sue ispirazioni principali - in un eterno gioco di onirici paesaggi - sono le terre toscane e la laguna veneta (ho trovato il MIO pittore, allora!), tant'è che vive da anni esattamente a venti chilometri da me, e spesso le sue casette in-animate spuntano da misteriose acque alte verdazzurre che hanno il sapore della laguna, o si affiancano ad enormi navi pietrose senza occhi, ricordi di un mare antico, del quale puoi solo indovinare se ti attende per una partenza, oppure se si allontana dopo l'agognato ritorno. 
Non varrà mai milioni di Euro, Matthias Brandes, ne sono certa come sono certa di quanto mi piace come dipinge. Del resto, non ha inventato niente di nuovo, e oggigiorno i grandi risultati premiano chi si è spinto oltre certi paletti, chi ha provato a parlare in linguaggi diversi. Probabilmente continuerà a rimanere uno sconosciuto ai più, anche se io, personalmente, mi sono già messa in moto per fargli spazio a casa mia. Presumibilmente farà pure sorridere - con tenerezza, o una certa commiserazione - i grandi esperti, coloro che tengono le fila dell'attuale mercatus. Ma una cosa è assolutamente indiscutibile: finchè dipingerà così, a me, che secondo l'insulto ricorrente sono "una-da-Cascella" (e comincio ad andarne fiera, a questo punto, alla faccia dei teschi e delle bestie morte!), che amo davvero ogni cosa sia appesa alle mie pareti, che mi macino chilometri in auto o in treno o in aereo solo per il profumo di un quadro, che non nascondo il nodo in gola quando, poi, mi ci emoziono davanti, il rigetto non verrà mai.


                                                         


domenica 13 luglio 2014

Essere o non essere

Intendiamoci subito, premetto: io, questo post, non ero così sicura di volerlo scrivere. Non adesso, per lo meno. Non così presto. Volevo lasciar passare ancora un po' di acqua sotto i ponti. Acqua rapida. 
In primis perchè gli avvenimenti sono troppo recenti, e in secundis perchè sono pure un filino delicati, basta una virgola fuori posto per ferire persone a cui tengo molto, e quindi volevo starmene in disparte per qualche settimana ancora. Però c'è un sacco di gente, a quanto pare, che è a conoscenza della mia "improvvisa e delicata amicizia" con Giovanni Faccenda (tanto per citare un incipit da Catalogo a caso), nonchè dell'affetto che mi lega alla famiglia Orler, ed è capitato. 
All'indomani del debutto di Giovanni con una trasmissione tutta sua su Orler TV (tre ore intere condotte da lui, non il suo classico intervento critico di mezz'oretta con sgabellino, tavolino e domandine) è arrivato qualche commento, qualche messaggio, tanto per stimolare la discussione, o provocare una risposta. Commenti nel blog, SMS o Whatsapp indifferentemente. 
Allora scrivo come mi viene, come se fossimo seduti attorno ad un tavolo dopo una pizza, io e i miei affezionati amici punzecchioni. Facciamo che è un lungo post chiacchierata, tanto coloro ai quali non interessa l'argomento lo salteranno a piè pari com'è giusto che sia. Robe nostre. E nessuno si offenda se non vede pubblicati i suoi commenti, perchè con questo tavolo dopo-pizza è come se parlassimo tutti.
Io, a dirla tutta, ne ero venuta a conoscenza con un anticipo relativamente largo, di questa cosa estiva di Giovanni. Bene o male ho le mie corsie preferenziali, tant'è vero che quando mi ha telefonato lui tutto gasato per darmi in anteprima la notizia ci è quasi rimasto male che già lo sapessi (ma non eravamo propriamente in pochi, a saperlo, perchè trattavasi di notizia ghiotta). Abbiamo parlato, in quell'occasione, delle sue idee per qualcosa di nuovo, per qualcosa che non fosse solo "vendita", per qualcosa che fosse un vero ritorno alla bellezza, all'emozione, alla storia dell'arte intesa in quanto tale (una discussione caduta più che a fagiolo dopo il mio ultimo post, intendo quello prima della piccola, dolorosa pausa del 21 di Giugno). Una serie di trasmissioni estive che avessero come sottotitolo "Riflessioni" più che "Televendita", per leggere le opere d'arte anche tramite la musica, la poesia, in una sorta di universale linguaggio. 
Mi piace da morire ascoltare Giovanni quando è così lanciato nei suoi progetti, lo abbraccerei ogni volta. Anche perchè, pensavo tra me e me in mezzo a quel suo fiume di toscanissime acca, se io conosco Giuseppe Orler anche solo un decimo di quello che credo, col cavolo che gli lascerà realizzare una cosa del genere. O meglio, sotto sotto ci speravo, perchè con tutto il bene che voglio agli Orler - tutti, indifferentemente - ultimamente le loro trasmissioni di arte contemporanea mostrano un po' di fiacca. Come dire, sempre le stesse cose, sempre le stesse frasi, e anche sempre gli stessi quadri. Noi, per esempio, che ritengo possiamo essere definiti i telespettatori-medi-Orler per antonomasia, negli ultimi mesi ci siamo concentrati esclusivamente sulle fasce orarie dei tappeti antichi, dove c'è sempre roba da lustrarsi gli occhi, o pulirsi la bavetta (e poi c'è Davide Basilico). Sul resto girava un po' di noia, insomma, e la volta che ti arriva la possibilità di far entrare un nome giovane e nuovo, un nome fresco ma già titolato, particolarmente bravo col pennello e guarda caso con un tipo di pittura che si sposa straordinariamente con il mezzo televisivo, ecco che i sì iniziali alla fine diventano dei no, così, senza spiegazioni particolari (tranne quelle delle orecchie che dovrebbero intendere), e va a finire che se dormiamo ancora se lo frega la Concorrenza, ma non quella ridicola dei mega-sconti che i nomi li brucia: la Concorrenza quella vera, quella che fiuta l'affare, quella seria e galleristicamente organizzata, con la "c" maiuscola non a caso.
L'idea di una trasmissione in cui PARLARE DI ARTE, a prescindere, in mezzo ad opere di artisti della scuderia Orler, certo, ma con la libertà di nominarne anche altri senza timore di finire scaraventati all'inferno, era bellissima. L'idea di uno studioso che si sobbarca tre ore di diretta per favorire il ritorno dei nostalgici, per catturare l'attenzione di chi si limita allo "zapping artistico" o addirittura ne è un patito, per allontanare l'ossessione del prezzo e del coefficiente e riportare al centro del campo l'emozione della bellezza, era direi addirittura POETICA. Ma cozzava un filo con l'immagine che io ho di Giuseppe Orler, la praticità in solida forma umana, lui che agli Speciali domenicali se la mezz'oretta di intervista al critico (quella non produttiva, per intenderci, anche se piace tanto al pubblico) si dilunga di trenta secondi oltre il previsto comincia a friggere, e a fare gestacci con le mani. Sul lavoro, in fondo, anche io sono così: a fine mese i conti devono essere pagati tutti, senza tanta poesia. Mica è colpa sua se quello che per migliaia di noi è passione e sogno, per lui è lavoro. Duro, anche, in un periodaccio economico come questo. 
E quindi, per tornare a noi: non lo so se Giovanni davvero credeva che le sue potessero essere realmente trasmissioni di "non-vendita" e poi si è trovato la sorpresa, oppure se lo sapeva benissimo ma faceva finta nel suo cuore di poter gestire le cose diversamente, fatto sta che sono state nove ore di televendita. Stop. 
Io, per la cronaca, ne ho viste solo sei, perchè Sky mi ha mollato sul più bello. E' evidente che non me le potevo guardare in diretta, visto che le mie quotidiane dodici ore di ufficio ed appuntamenti mi vedono crollare a letto ben prima delle dieci di sera, ma almeno registrandole si possono rivedere con calma (e anche con pignoleria, tornando indietro e analizzando posture, gesti, frasi, come fanno a volte a noi nei corsi di Tecniche di Vendita, e ogni volta ci muoio ma mi tocca). Invece Sky mi ha cannato la registrazione del giovedì, quella sull'astrattismo classico fiorentino, che mi dicono essere andata particolarmente bene in quanto a numeri, ma a me non importa, perchè non ero interessata a quello (quello interessa a Giuseppe), quanto al fatto che Giovanni se la cavasse senza traumi. 
Mi ha fatto una tenerezza-misto-ansia la prima sera, da quanto era emozionato. Grondava a litri. Un Professore molto umano.
Quei primi venti minuti di cardiopalma, mettendo tutto, troppo al fuoco, correndo come un dannato senza ricordarsi che un essere umano deve effettuare almeno una ventina di respiri al minuto, onde evitare che i polmoni collassino. E poi con più calma, ma sempre senza l'abitudine al video, che in effetti non è cosa da tutti. Credo che in quei primi, infiniti venti minuti, sapendo perfettamente che non finivano lì ma che si sarebbero inesorabilmente ripetuti per altre otto volte, lui abbia capito nel profondo cosa significhi fare televendita. E' mostruosamente difficile. Una cosa è parlare ad una platea (anche di centinaia di persone, per carità), altra cosa è parlare ad un attrezzo di metallo che ti fissa. La platea è viva, la VEDI, ne cogli i segnali (ti applaude, o ti fischia, o si distrae, ma comunque ti TRASMETTE qualcosa), puoi adattarti ad essa. In video non vedi che cavolo combina chi sta dall'altra parte: se ti segue, se si addormenta per la noia, se ti sfotte, se ti apprezza, oppure semplicemente se C'E' oppure no. 
La telecamera è terribile ed inesorabile. Tutto ciò che può apparire simpatico dal vivo (il gesto, la camminata, il movimento) in video non va, c'è bisogno di una postura completamente diversa, quasi rigida ed innaturale, ma del resto o fai così o sei fuori dall'inquadratura, e fai venire mal di mare a chi ti guarda. Tre ore sono eterne, spaventosamente eterne, altro che la mezz'oretta di colloquio botta-e-risposta con Dario agli Speciali su Scuffi. Io, personalmente, che ritengo di essere un filino brava a parlare e vendere (del resto un assicuratore è tra i migliori venditori per definizione, visto che non vende nulla di tangibile e fisicamente constatabile, per non parlare di emozioni ZERO bellezza ZERO empatia ZERO), e che posso affrontare senza batter ciglio un'Assemblea condominiale inferocita per spiegare una Polizza Globale Fabbricati (e sono persone ben diverse da chi interviene alle serate nei Villaggi, felice e spensierato), in video non ci andrei neanche sotto tortura. Mi è bastata un'intervista improvvisata di dieci secondi per nascondermi per un anno (anche se, a dire il vero, con un minimo di scaletta in anticipo dieci secondi li reggerei). Inoltre, una televendita ha un contorno che dal divano non si vede, e che può essere la cagnara più totale (gente che ti gira attorno fuori campo, telefoni che suonano, voci che si sovrappongono, amici che passano a salutare), oppure il nulla più totale, nessuna interazione, silenzio e vuoto. Per TRE ORE. E tu devi essere in grado di fissare l'attrezzo di metallo, mantenere l'aplomb, non sudare, continuare a parlare come se niente fosse in entrambi i casi. Infatti da Orler ci sono televenditori con attributi grossi come meloni, tutti. Ed è una capacità ed una preparazione che non si improvvisa, si impara con anni ed anni ed anni di esperienza.
Bene. 
In vari commenti che ho sentito in questi giorni è girato il sostantivo "presunzione". Forse. Ma non dimentichiamo che c'è un confine sottilissimo e labile con un altro sostantivo, che è CORAGGIO. Ho detto prima che io una televendita non la affronterei neanche morta: per questo potrei essere definita pavida, oppure modesta (nel senso che ho perfettamente chiaro il limite delle mie capacità). Eppure chi mi conosce bene sa che io non sono, in realtà, inquadrabile in nessuno di questi due aggettivi. Quanto sono delicate certe definizioni!... 
Giovanni è stato, probabilmente, molto coraggioso. E un po' folle, ma senza coraggio e follia non si parte per una grande impresa. Mi ha ricordato, e gliel'ho raccontato, la prima volta in cui la mia mamma portò me e mia sorella al corso di nuoto per bimbi, nella piscina del Coni. Avrò avuto sette-otto anni. C'era questo gruppetto di bimbi con i loro costumini, c'era l'aria calda dell'estate che arrivava, c'era la piscina grande da 25 metri di un blu profondo che esalava cloro e a me sembrava un mare di pianeti lontani, con tutti i suoi lunghi cordoni di ovali bianchi galleggianti a fare da satelliti, c'era la piscinetta piccola per i bambini, fatta di un mosaico di quadrettini azzurri azzurri. E poi c'era il Terribile Maestro Cianchi, che probabilmente avrà avuto una trentina d'anni ma che io vedevo come un signore di una certa età, tarchiato e peloso, una montagna di muscoli perfetta  e minacciosa, che aveva una tecnica tutta sua per insegnare a nuotare ai bambini che non sapevano farlo: semplicemente, li afferrava e li buttava in acqua. Nella piscinetta piccola, fortunatamente, ma era pur sempre alta un metro e venti, e capitava che qualche bambino restasse sotto per troppo tempo, cosa che lo costringeva a saltar dentro per tirarlo su. Ma lì o imparavi o imparavi. Poi lui ti avrebbe insegnato con calma i vari stili, ma l'impatto era quello: o sotto o sopra. Annaspavi, come una ranocchia triste, come un anatroccolo alle prime armi, come un cagnolino riottoso e bagnato, ma venivi a galla. E ci restavi. Io non ho mai più imparato a nuotare come si deve (le bracciate, le pinnate, il respiro eccetera), ma di certo galleggio che è una meraviglia.
Giovanni ha un po' annaspato, lo ammetto, ma gli va dato atto che Giuseppe Orler ha fatto sembrare il Terribile Maestro Cianchi una mite suorina. Periodo di crisi allucinante, nessuno che scuce soldi per opere d'arte nemmeno durante le migliori domeniche mattina di Novembre, e Giovanni ha debuttato alle dieci di sera di un mercoledì di luglio con i rimasugli di magazzino di Marcello Scuffi.
Va bene, c'erano anche i Mondiali, ma non c'era l'Italia (in quel caso sì, sarebbe stato un suicidio), ed in fondo non credo che i patiti di un'Argentina-Olanda piatta da finire ai rigori siano tutti fini collezionisti. Va bene, si era anche portato dietro quattro nuovi strappi d'affresco giusto per l'occasione. Ma, signori, gli hanno messo  lì la Cattedrale di Amiens!! In assoluto il quadro più orrendo mai dipinto da Marcello, e lo dico senza tema di essere smentita, io che adoro Marcello, la sua tecnica, le sue sfumature, i suoi soggetti senza tempo, e anche sua moglie. Un quadro passato e ripassato in Dio solo sa quanti Speciali (con la cornice, senza la cornice, sotto la luce, in penombra, all'inizio della trasmissione, alla fine della trasmissione...). Enorme, e per questo - se si va a coefficiente - costosissimo rispetto alla qualità (quasi pari allo zero). Roba che dovrebbe essere venduta a farla grande a mille Euro ad un semicieco in qualche Outlet natalizio, o meglio ancora bruciata in piazzale per evitare il ricordo di un vecchio dipinto tanto indecente da parte di un artista così talentuoso. Mi ricordo (e sorrido) uno Speciale in cui Dario Olivi si era lanciato in una spiegazione piena di pathos, perchè sopra alla Cattedrale si vede la famosa scia d'aereo (quasi un marchio di fabbrica per Scuffi, come una seconda firma) e allora vai dicendo che già all'epoca - ben prima delle Darsene e dei Treni - Scuffi pensava al concetto di un tempo-che-scorre-eccetera, all'idea di uno spazio-che-avvolge-eccetera, al mito del viaggio-e-del-ricordo-eccetera, quando Marcello (che era lì presente) se ne esce candido dicendo "no, quella in verità l'ho aggiunta anni dopo, all'inizio non c'era"... Dario è un grandissimo, lo dico sempre, sono queste le cose che ti elevano: non strozzare un pittore in diretta, per esempio. 
E' stata una prima volta difficile, un battesimo duro e in salita, anche la serata sul Novecento, perchè - diciamocelo, dai - degli artisti storicizzati le opere belle, i veri capolavori, ormai sono tutti nei Musei, o nelle grandi collezioni private, o di Istituzioni. Quello che gira nelle Gallerie sono spesso i "poveri resti", ed il venditore non può dire altro che "comprateli lo stesso" anche se ne è perfettamente consapevole.
Le prime volte si chiamano così proprio per questo: sono prime volte. Alzi la mano (o scagli la pietra) chi ha un ricordo stratosferico della propria prima volta. Sì, proprio QUELLA LA'. Oppure dei primi esami. Della prima volta che sei andato in bici senza le rotelle. Oppure guidato la macchina, per la prima volta. Del primo colloquio di lavoro. Del primo giorno di lavoro. A volte sono bei ricordi, dolci, malinconici, diventano belli solo per il fatto di essere lontani. A volte sono ricordi terrificanti, che ci spronano ad essere migliori. Se sono prime volte significa comunque che molte ne seguiranno, ed è questo l'importante. Un percorso.
Io credo, personalmente, che Giovanni abbia buone doti per diventare un buon televenditore: ha un garbo, un'eleganza, una piacevolezza nel parlare che gli sono innati e derivano da quella sua "toscanitudine" che io invidio con tutta me stessa (in senso buono, diciamo piuttosto sconfinatamente AMMIRO , ma ammetto che dal punto di vista professionale un po' di invidia c'è, alla parlata toscana si perdonano molte cose, qui da noi almeno). Intesa sia come modo di porsi, che come profonda cultura, che come conoscenza di storia, di anime e di persone. La tecnica si impara, il mestiere si affina con l'esperienza (del resto, se fosse arrivato lui da zero ed avesse fatto immediatamente una strage, avrebbe voluto dire che gli altri televenditori d'Italia sono tutti dei pirlotti, cosa che sappiamo non essere vera). 
Magari deve far caso che accostare una splendida cravatta Missoni - e parliamo di Missoni, colori su colori su colori! - ad una giacca a RIGHE non è esattamente sinonimo di sobrietà. 
Magari deve dare un drastico taglio al suo abituale uso dell'iperbole: elogiare quattromila volte Franco Ristori durante una trasmissione non va bene, perchè a chi ascolta viene il dubbio che Franco gli abbia dato la mancia per farlo, e vi posso assicurare che non è così. Tra l'altro, non è assolutamente vero che ci mette sei mesi per realizzare una di quelle sue splendide cornici effetto-pietra che vestivano le opere di Scuffi alla Mostra al Chiostro del Bramante (detta così diventa un boomerang!), e men che meno è vero che non ve le voglia fare perchè siete dei comuni mortali e lui lavora solo per i Musei. Anzi, visto che sappiamo tutti che gli Orler spesso corredano le loro opere d'arte di cornici orribili, vi posso assicurare che se le portate da Ristori prendono diecimila punti, e lui sarà ben felice di aiutarvi e consigliarvi. Un bel vestito, studiato e cucito addosso, e non un tanto al metro, cambia l'aspetto di una donna, tenetelo a mente. Vale anche per i quadri, sempre. 
Giovanni ha un cuore grande così, si è buttato a pesce in questa esperienza ed ha fatto tutto in grande, ha esagerato un po' perchè il Terribile Maestro Cianchi l'aveva cacciato in acqua: o sotto o sopra. 
Lo ammetto, ha detto che Alfonso Fratteggiani Bianchi è rappresentato dalle sette Gallerie più importanti al mondo, quando non è vero neanche questo, come la storia dell'inavvicinabile Ristori. E' rappresentato da sette Gallerie internazionali, il che è cosa buona e giusta, e su cui si può effettivamente riflettere per un certo spessore dell'artista, ma non "le più importanti". Questa è una frase che va bene se detta dalla concorrenza televisiva con la "c" minuscola, quella urlata, quella dei mega-sconti, in cui i presentatori dicono con estrema facilità che tutti i loro artisti sono "nei più grandi musei del mondo" perchè nessuno, tra i loro telespettatori medi, si prenderà mai la briga di controllare. I telespettatori Orler invece, oltre ad essere estremamente più attenti e preparati di quelli degli altri, sono anche dei fetenti che non te ne lasciano passare una. 
Notano che l'elogio a tutti i costi sa da finto, così come il bagno di umiltà ricorrente. 
Dopo la terza volta che dici la parola "emozione" mi postano che si annoiano. Che due palle che siete, proprio a me su Trecose, dove la bandiera dell'emozione avvolge da capo a piedi. Indegni. 
Se è per questo, ha fatto anche un paio di peccatucci di ingenuità, tipo mostrare casualmente il cartellino di una presunta precedente esposizione su una grande carta di Antonio Bueno, quando chiunque poteva pensare che lui se lo fosse stampato ad hoc cinque minuti prima del ciak (primo peccatuccio); ebbene, io a quella Mostra c'ero, e vi assicuro che quel quadro è stato effettivamente esposto, ma mostrare il cartellino equivale ad ammettere che almeno una precedente volta è andato invenduto, e psicologia della vendita insegna che il Cliente voglia sempre sentirsi speciale, non ami acquistare cose scartate da altri (secondo peccatuccio). Mai sottovalutare la psicologia. Mai credere che i Clienti siano impreparati o sciocchi, e si bevano tutto ciò che propini loro... per lo meno, non troppo. 
Giovanni è persona acuta ed intelligente, si sta mettendo alla prova e deve sperimentare, comprendere quale può essere il suo stile, trovare una strada da percorrere che sia solo SUA e non una copia di quanto già visto negli altri. Ha le carte in regola per farlo, davvero. Capirà qual è il suo target di riferimento (chi ama Dario e segue le sue trasmissioni, ad esempio, si taglierebbe le vene davanti ai lunghi silenzi notturni di Carlo, e potrei sciorinare almeno un paio di viceversa), e quando hai capito A CHI ti rivolgi, gestire il COME rivolgerti è un attimo. E imparerà ben presto la Regola Fondamentale, quell'universale vangelo che ogni venditore abituale conosce: 

"Non si può piacere a tutti"

E' fisicamente impossibile, sarebbe poco credibile, e tutto sommato direi anche poco divertente.
Io, del mio, ho un solo dubbio, che in verità per me è quasi un cruccio, per tutto ciò che ho vissuto negli ultimi tre anni: che ne sarà del Professor Faccenda, del critico, dello studioso, quello che scrive libri, pubblica saggi nei Cataloghi, e cura importanti Mostre. Quello che tiene conferenze in giro per l'Italia perchè super partes. Amante della bellezza, sostenitore del talento, in grado di dire "questo è un capolavoro, questo invece è una schifezza sovrumana, non compratelo". Se effettivamente questo debutto Orler non si fermerà a qualche comparsata estiva, vedo molto, molto difficile che queste due diverse anime possano coesistere. 
Ma è la sua vita, non la nostra, e noi - da telespettatori punzecchioni e bulimici - non possiamo pretendere di farci i fatti suoi fino a questo punto. Possiamo solo augurargli il meglio, indipendentemente da quello che sceglierà per se stesso, come ad un amico che stacca il gruppo per la salita più importante.

domenica 15 giugno 2014

Tu chiamala, se vuoi, arte

Dal Vocabolario Treccani:
ARTE (2.a.): Attività creativa da cui nascono prodotti culturali, cui si riconosce un valore estetico.

Ho l'abbonamento ad una valanga di riviste, settimanali e mensili, chi più ne ha più ne metta. E molte alle quali non sono abbonata me le compro in edicola, settimanalmente e mensilmente. Poi finisce che, il più delle volte, mi si ammucchiano, perchè non ho il tempo di leggerle tutte come vorrei; intendo, leggerle davvero, non sfogliarle appena guardando le figure. 
A parte le riviste di motocross, appannaggio esclusivo di mio marito, che io non considero minimamente a meno che non mi traballi un tavolino giusto di uno spessore di 10-12 millimetri, mi piace leggere da cima a fondo tutto lo scibile tecnico e umano sul tennis, ad esempio. Divento matta per ciò che riguarda l'arredamento d'interni, anche se sulle riviste che entrano a casa mia posso solo permettermi di sbavare con occhi sognanti, perchè sono di un livello che definire elevato è un patetico eufemismo (riviste nelle quali, giusto per capirsi, la definizione più ricorrente è "prezzo su richiesta", anche di un semplice divano a due posti). Ma va bene lo stesso, trovo che leggerle affini molto il gusto, faccia scoprire nuove tendenze, e all'occorrenza accenda una lampadina su un accostamento di colori, di forme, di materiali che poi va scovato con attenta ricerca nel mondo riservato ai comuni mortali. 
Con l'attualità è uguale, è importante essere aperti a 360 gradi, infatti ho già più volte accennato al fatto che nel mio portariviste Panorama e L'Espresso non mancano mai, rigorosamente entrambi. Mi piace leggere tutto, analizzare le scelte delle copertine, dei titoli, a volte anche delle pubblicità (quali marche optano per una rivista piuttosto che per l'altra, e con quali immagini). Certo, il tempo libero è quello che è, e spesso capita che il mucchietto diventi più alto di una rivista di motocross, e io mi ritagli quella che definisco "domenica di lettura-no-stop", vissuta ufficialmente come un impegno ma sotto sotto momento individuale di puro piacere: sei/otto riviste spazzolate una dietro l'altra, sempre rigorosamente in coppia, prima una voce e poi l'altra, giusto per vedere come viene affrontato lo stesso argomento, dalle elezioni alla corruzione alla Biennale, un binario che poi corre veloce perchè parliamo spesso di argomenti nati e già finiti, come gli amori. Dopo i risultati delle Elezioni europee ho letto quattro coppie d'un fiato, con tutte le ipotesi su Matteo Renzi, e le voci pro/contro, e chi sa tutto e chi non sa niente, ed era come guardare dentro una sfera di cristallo visto che i risultati erano ormai noti, il che dava un sapore speciale a quella parola scritta che per me è sempre un gran piacere. E mi ci vuole davvero, un'intera domenica, se li voglio leggere bene tutti (le mie due orette di Frecciargento per Firenze, ad esempio, non bastano mai); io e i miei pensieri, senza rumori esterni, senza interferenze. Talvolta, confesso, per fare prima, negli articoli che sono strutturati con interviste al Personaggio Tale leggo solo le domande; se le trovo argute e intelligenti leggo le risposte, altrimenti passo alla domanda successiva. E' un giochino divertente, alla lunga impari a conoscere le varie penne, sai già quali sono le interviste che leggerai al microscopio, e quelle sulle quali puoi anche tirare il sassolino e saltellare, come nel Campanon di fanciullesca memoria.
Se consideriamo il tennis, i motori, l'arredamento, l'attualità, la politica (la moda non proprio, devo dire, lì mi basta quel pochino che trovo dalla parrucchiera), come non pensare che a casa non mi entrino prepotentemente almeno due-tre riviste d'arte. Ne ho già accennato, a spizzico, in vari post di questi miei ultimi anni: io adoro Arte In, per me vince alla stragrande, è offensivo qualunque paragone con altre riviste concorrenti (parlo di stampa italiana, ovviamente, ho già poco tempo per quella, figuriamoci se mi creo una dipendenza per quella straniera, finisce che la bulimia mi strozza). Begli articoli, belle immagini, segnalazioni sempre interessanti, pubblicità non troppo spudorata o comunque mostrata onestamente per quello che è. Taci che è un bimestrale. 
E poi c'è Lorella Pagnucco Salvemini, di cui probabilmente io sono una sorta di clone, perchè scrive sempre cose che io sono pronta a firmare col sangue. L'ho già sottolineato una volta, quando aveva parlato del brutto e dello scadente che assurgono a sport nazionale, che non vengono più celati con vergogna ma, al contrario, ostentati come la più sordida delle mode. Ma ricordo benissimo anche un articolo sulla figura dei curators di Mostre, ad esempio, che era uno spettacolo dall'inizio alla fine. E quest'ultimo, quello di questo mese, sull'abitudine, dilagante quanto penosa, dei selfies da condividere (ma perchè non continuiamo a chiamarli più semplicemente autoscatti, come è sempre stato, evitando di dar loro una concretezza internazionale che non meritano...) nell'affannosa ricerca dell'approvazione altrui, quasi fosse l'approvazione altrui a dare verità, a dare corpo, a rendere reale l'esistenza di chi viene raffigurato. Tutte parole sante, e per amor di precisione è doveroso aggiungere che Lorella Pagnucco Salvemini io non l'ho mai incontrata, credo che non abbia nemmeno idea della mia esistenza, giusto per dire che sono davvero cose che penso, non le scrivo qua per far piacere a qualcuno, o peggio. 
Sempre per il discorso iniziale che io non ho tempo di leggere le riviste quando escono in edicola, ma le riservo alle domeniche speciali che a vari step ingrossano il conto in Banca al mio ottico di fiducia, finisce che il privilegio della prima sfogliata va a mio marito (ma solo per l'arte, visto che sull'attualità e la politica ha messo una bella pietra sopra dopo una diagnosi definitiva di gastrite acuta). Questa volta mi ha anticipato tutto entusiasta l'articolo devasta-selfies, e mi ha detto qualcosa del tipo "ti sei fatta fregare l'argomento anche questa volta, dovresti scrivere anche tu un bel post su questa moda idiota, prima o poi". L'idea era quella, in effetti. Ma gli articoli di Arte In sono tanti, e questa volta ce n'è stato un altro che ha spazzato via tutto dal mio cuore: i selfies, la Lorella, l'arredamento d'interni e anche Nadal che ha trionfato a Parigi per la nona volta. E parlo del trafiletto di Carlo Vanoni.
A me Carlo Vanoni piacicchia, l'ho già detto più volte, e vorrei essere coerente. A parte il fatto che è caruccio esteticamente (ma questo non è il fulcro della questione, e peraltro non è cosa che mi debba riguardare, anche se lo posso dire con il necessario distacco, come se dicessi che trovo bella un'automobile o un vestito), parla bene, si presenta bene, si vede che ci tiene a dare una determinata immagine di sè. E bene fa, soprattutto nel mondo dell'arte, che negli ultimi anni mi è piovuto addosso, e che spesso mi spaventa da morire perchè è un mondo di squali (e non parlo di quello morto e rugoso che Hirst ha cacciato nella bara di formaldeide). Trovo che a volte esageri giusto un filino, soprattutto quando sembra realmente convinto di essere l'unico al mondo a girare per Musei ed a studiare la Storia dell'arte, ma dopo tutto non è una convinzione che crea danno, crea solo un personaggio, e forse è quello che lui davvero vuole. 
Non posso averne la certezza perchè non è che io ci parli poi tanto, con i televenditori Orler, checchè la gente creda dai miei post. Frequento l'organizzazione Orler, assisto dal vivo alle loro dirette, porto i vassoi di paste quando arrivano Marcello e Lia Scuffi e si fa festa, spesso ho partecipato a pranzi post-diretta, mi piace da matti andare a Campiglio a salutare Paolo perchè si crea un clima unico ed irripetibile in qualunque altro spazio/tempo, su questo pianeta e molti altri, ma i venditori (come è giusto che sia) tendono a chiamarsi fuori da tutto ciò. Trovo sia sotto sotto un atteggiamento intelligente, visto che il rapporto è tra il Cliente Orler e la Famiglia Orler: le rivalità fra venditori, i loro diversi caratteri, rischierebbero di minare quello che è e deve restare un rapporto, di fondo, commerciale. Tant'è che, dei tre volti maschili Orler (dopo la misteriosa sparizione aliena di Franchino, e non considerando per scelta Nonno Catone, che è un'Istituzione Super Partes), checchè ne creda buona parte dei miei lettori - abituali e non - che mi immagina persa per Dario Olivi, la mia preferenza professionale assoluta è per Davide Basilico. Lumbard (anzi, peggio: milanista!). Antipatichetto, e ne va fiero (e fa bene, in un gregge di caproni). Non ha l'empatia a mille che sfodera Dario durante le sue dirette, non ha il bel faccino di Carlo. Ma sul tappeto (antico, ma non solo) è una potenza. Sempre corretto, sempre coerente, sempre onesto. Pane sarà sempre pane, vino sarà sempre vino, non un misto mare a seconda di quando serve. E conosce bene il mondo, tutto il mondo, quello dell'arte e anche il resto, tant'è che spesso non nasconde una punta di fastidio per essere costretto a farne parte (e ultimamente io mi sento spaventosamente come lui, sono diventata davvero insofferente all'umanità media, ai io-so-tutto-di-tutto, in ufficio e con ogni probabilità anche fuori).
Ma torniamo a Carlo. 
Tocca un tasto molto delicato, per me. La famosa equazione "arte = emozione". Che lui, coerentemente devo dire, stronca ogni volta. La prima volta che gliel'ho sentito dire spudoratamente, senza neanche fingere di girarci intorno, è stato giusto un anno fa durante una sua trasmissione, e ci ho fatto un post sopra ("Imprevedibili contraccolpi") perchè io, invece, ne ho fatto una ragione di vita (la MIA vita, ma del resto comprendo che io non devo vendere quadri per mestiere e posso permettermi qualche voletto di cuore a discapito del ragionamento freddo e del calcolo dell'investimento). Non voglio ripetermi, perchè penso tuttora parola per parola quello che ho scritto in quell'occasione, e quindi invito ad una breve rilettura, vi metto anche il link così fate prima:

http://trecose.blogspot.it/2013/06/imprevedibili-contraccolpi.html

Però un conto è sentirlo a voce, altro è leggerlo in quella "parola scritta" a cui io anelo, che bramo nelle mie domeniche di assoluto sprofondamento di divano e attualità. 
Affronta l'argomento con una certa leggerezza, non so se per smussare qualche angolo o perchè è tipico del suo modo di scrivere più da web, da blogger, che da critico d'arte, ma il suo concetto resta quello. Lo inserisce in una - lo spero per lui e per i suoi rapporti sociali - ipotetica cena a casa di amici in cui finisce per stroncare miseramente il padrone di casa, il quale sostiene che l'arte deve dare emozione, facendogli andare per traverso un emozionante gelato. 
Per Carlo molte cose sono emozione: la neve, il mare, il sole, le foto dei bambini, il gelato, i mesi primaverili. Anche le stelle, presumo, ma quelle non le cita. L'arte no, assolutamente. L'arte è LINGUAGGIO - COSTRUZIONE - INNOVAZIONE. E' la vita che deve dare emozioni, non l'arte. Ecco, io mi agghiaccio quando sento queste cose, anche se rispetto il fatto che lui le pensi perchè ho Voltaire stampato sulla fronte. 
Trovo tuttavia piuttosto singolare che Dario Olivi, che dell'emozione legata alla bellezza di un quadro ha fatto la sua bandiera di vendita, in effetti VENDA come un dannato, e per quanto mezza Italia (intesa come metà dei galleristi, dei collezionisti, dei forumisti attivi, dei semplici appassionati, degli juventini e degli interisti) lo detesti come persona - senza conoscerlo personalmente, altra cosa singolare e curiosa - è innegabile che sia in assoluto uno dei più forti venditori d'arte attualmente in circolazione. 
Carlo invece fa trasmissioni pacatissime ed interessanti, scrive libri, tiene conferenze incredibilmente piacevoli (io ho assistito alla presentazione del suo libro con la Monna Lisa Desnuda sotto il lenzuolino, e mi è piaciuta un sacco, perchè diciamolo, lui NON è per niente uno studioso, piuttosto uno show-man coi fiocchi!) ma non vende una cippa, a confronto. Vendeva molto ma molto di più Franchino, prima del rapimento astrale.
Inoltre, non capisco come possa andare in brodo di giuggiole ogni volta che ospita e/o parla della pittura di Marcello Scuffi, nel quale studio si è fatto le ossa con mesi e mesi di osservazione come è solito raccontare, visto che di Marcello tutto si può dire tranne che quelle robe lì. O forse anche sì, perchè una sua maturazione come pittore l'ha avuta e l'ha ancora (tu chiamala, se vuoi, innovazione), ma di certo la gente che ama Marcello e compra i suoi quadri lo fa perchè li trova BELLI a pelle/pelle, perchè PIACCIONO senza uno specifico perchè - che va oltre tutta la storia toscana di cui sono pregni, non certo per metterli in una collezione che crei un percorso di linguaggio e/o pensiero dall'orinatoio alla manzoniana m/da allo squalo rugoso (e pure triste, perchè io leggo spesso Vanoni).
Intendiamoci, come ho già detto nel post "Imprevedibili contraccolpi" ci sta assolutamente l'esistenza del collezionista d'alto profilo, quello che compra l'opera d'arte per il linguaggio, o la costruzione, o l'innovazione o anche per tutte e tre queste cose messe insieme, ci mancherebbe. Gli auguro di fare i miliardi, perchè ha la vista lunga. Ma sono certa che quelli come me, che vogliono ancora leggervi BELLEZZA, vogliono CIRCONDARSI di bellezza, di storia, di armonia fini a se stesse, sono tanti. Tantissimi, dalla vista corta. Siamo tutti dei deficienti? 
E poi: mica mi piace tanto l'affermazione "è la vita che deve dare emozione, non l'arte". Perchè, in fondo, l'arte, cos'è? Mannaggia a questa domanda, mi riporta indietro di esattamente trentadue anni, quando avevo appena finito il primo anno di Liceo Scientifico e sono andata ad assistere al colloquio orale di maturità di mia sorella maggiore (maggiore di quattro anni, appunto). Stesso Liceo. Me lo ricordo come se fosse ieri! Un caldo boia. La poverina portava inglese orale e si era preparata come doveva sulla Letteratura inglese in inglese (preparata in verità neanche tanto bene per via dei Mondiali, ma questo l'ha ammesso solo molti anni più tardi), e si è beccata un professore che l'ha quasi distrutta (non ho la più pallida idea di come funzioni l'esame di maturità oggigiorno, ma la commissione esterna era una vera e propria schifezza), prima facendola parlare di John Keats in soliloquio mentre lui dava di gomito ai colleghi con in mano una foto della moglie, per far vedere quanto le assomigliava. Poi, a bruciapelo, l'ha interrotta e le ha chiesto: "WHAT IS ART?". Ma proprio così, di brutto. Lei è sbiancata, io ero seduta dietro e ho pensato: M/da, se tanto mi dà tanto io alla maturità in questo Liceo non ci arrivo. Ovviamente tanto non mi dava tanto (e il mio percorso di studi - Liceo e oltre - è stato abbastanza trionfale), era solo quel disgraziato in bermuda e calzini corti che si divertiva a mettere a disagio una diciottenne carina che assomigliava vagamente a sua moglie. 
Però ero lì, io, a quindici anni ancora da compiere, che pensavo: che cavolo di domanda, non saprei rispondere neanche in italiano, figuriamoci in inglese. E mentre mia sorella si arrampicava in inglese on-the-mirrors con tutta la mia solidarietà, non ho sentito manco per niente e da nessuno parole come linguaggio, costruzione, innovazione. Le avrei sentite più tardi, dai critici veri, quelli dei miei testi universitari (anche), quelli della televisione, quelli che ti impediscono di amare l'arte contemporanea perchè ti lasciano credere che l'arte contemporanea sia solo l'orinatoio e giù di lì. Io pensavo LIFE, dannazione, digli LIFE a questo idiota che tanto ti darà sempre lo stesso voto qualunque cosa tu dica, dato che non vede l'ora che tu ti giri per verificare se anche il culetto hai come sua moglie. 
L'arte è vita, l'arte è la vita. Raffigurazione della realtà, oppure concretizzazione di un'idea, oppure sogno, oppure percorso, oppure denuncia. Sempre e comunque vita. Lo penso ancora, quando sfioro le superfici perfette dei quadri di Marcello Scuffi, o quando mi commuovo, con le lacrime, sul serio, davanti alla bimba mia e di Xavier Bueno. Quando rifletto davanti a Picasso, in un Museo pieno di gente. Ma anche quando, in una Fiera, mi perdo nelle forme di un marmo di Atchugarry (tanto per restare su Arte In in edicola). 
E se, come dice Carlo, è la vita che deve emozionarci, l'equazione è ancora una volta confermata.