.

.
Visualizzazione post con etichetta Riflessioni senza coda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Riflessioni senza coda. Mostra tutti i post

domenica 24 maggio 2015

Carpe diem (privilegi quotidiani)

L'altra mattina, sul presto, commentavo al telefono con una persona che condivide un po' d'anima con me giorno per giorno, il mio post "Io e Van Gogh" (http://trecose.blogspot.it/2012/01/io-e-van-gogh.html), scritto una vita fa, e vissuto due. In realtà lo spunto della discussione era venuto fuori dalla Metamediale di Antonio Nunziante, che questa persona non conosceva; io accennavo all'episodio in cui ero stata "ospite" dell'organizzazione di Nunziante, giusto per spiegare la mia esperienza diretta con loro, e da lì alla rilettura di quel vecchio post il passo è stato breve. 
Mi capita spesso di ritornare sui miei post più datati, giusto per darmi una spolveratina personale al percorso emotivo che ha visto Trecose nascere e svilupparsi; devo dire che alcuni mi piacciono ancora parecchio (un minimo di autocompiacimento è fondamentale, altrimenti smetterei di scrivere), altri decisamente meno, ma comunque rappresentano una parte di me, il filo conduttore di una crescita importante, e non mi sognerei mai e poi mai di andare a modificarli, correggerli, o peggio ancora farli sparire. 
Rileggendo "Io e Van Gogh" ho sorriso di me, direi nello stesso identico modo con cui sorrido guardando le mie foto da bambina, o i primi disegni, o i pensierini delle elementari, cioè cosa che mi capita abbastanza spesso perchè grazie alla pazienza maniacale di mia mamma (unita alla sua caparbietà senza pari che ho avuto la fortuna di ereditare direttamente per via genetica, ed alla fissazione per le tradizioni di famiglia che abbiamo un po' tutti noi imbevuti del ramo materno) sono in possesso di tutti i miei quaderni delle scuole elementari dalla prima alla quinta, di buona parte dei temi delle scuole medie, e di una quantità innumerevole di disegni di ogni tipo, dall'asilo in poi. Per non parlare degli album di fotografie di trentacinque anni di vita della mia famiglia, dal matrimonio dei miei in poi, che occupano un intero scaffale di uno dei miei profondissimi armadi guardaroba (ci starebbero un sacco di scarpe e di borse!), e che ho voluto portare via con me quando me ne sono andata di casa, facendo sorbire anche a loro ben cinque traslochi. Arrivano fino ai matrimoni dei miei fratelli, quegli album, e poi basta, perchè a quel punto il fiume della nostra famiglia si è diviso in quattro piccoli ruscelletti per lo più digitali, alimentati da nuove vite e nuove esperienze; all'arrivo del digitale io ho cominciato ad avvertire una certa insofferenza, quasi come se quel tipo di testimonianza non fosse degno di essere raccolto e conservato, e mi sono rivolta all'indietro con tutta me stessa, alla ricerca di un passato ancor più passato. Ricordo di aver anche raccontato, in un altro post sulle mie tradizioni familiari, quanto facessi la tira allo scatolone delle foto degli avi che mia zia ultraottantenne aveva in casa, non me ne importava un tubo di nient'altro di "ereditabile". Invece la cara zietta, che ci seppellirà tutti, sta invecchiando a braccetto con Herr Alzheimer, e nonostante sia guardata a vista da badanti di varia provenienza pian pianino sta saccheggiando il mio patrimonio genetico: ormai lo scatolone è sparito, e mia mamma casualmente rinviene qua e là, in cassetti sparsi, in frigorifero, mischiati al terriccio delle piante, ritagli di vecchie foto, pezzettini, collages e strappi come esperimenti alla Frankenstein: il volto con l'elegante cappellone di una bisnonna incollato sul corpo di un bisnonno, bambini di fine Ottocento incatenati per manina a genitori non loro, e via così. Il mio sangue che se ne va a rivoli, mi sento un po' come chi ha assistito al rogo dei libri nella Bebelplatz del '33. 
Comunque, giusto per tornare a bomba e ai miei sorrisi, rileggermi in quel post mi ha fatto tenerezza. E non parlo di come scrivevo (post tutto sommato molto brevi, perchè il mio percorso era ancora all'inizio e sviscerarmi non era per niente facile: sapevo, sentivo di avere dentro un mare di emozioni e di aggettivi, di palpiti e di avverbi, ma trovare la via per farli uscire sembrava, all'epoca, un'impresa); parlo proprio del contenuto. Se chiudo gli occhi e ripenso a quella serata ricordo perfettamente ogni passo, ogni gesto, e ciò mi dà conferma di quanto fosse stata PROFONDA, in effetti, l'emozione di cui parlo; però la sento lontana lontana, e, contemporaneamente, mi vedo così ingenua e così limpida (a dirla tutta anche di Nunziante, posso dire ora con una punta di malizia, parlo troppo ingenuamente).
Si vede nettamente che i miei contatti con il mondo dell'arte, fino ad allora, erano stati principalmente i Musei e i libri di storia (in effetti frequentavo pochissimo anche le Fiere). Non era ancora iniziato quell'incredibile viaggio che, nei mesi e negli anni seguenti, mi ha poi portato a conoscere di persona, nel bene e nel male, galleristi, critici e artisti. Nel bene, sicuramente, perchè è stato proprio grazie agli Orler e all'incontro, nei loro studi, con Giovanni Faccenda, che Trecose è uscito allo scoperto, che sono stata pubblicata, che ho potuto crescere e conoscere di persona, nel tempo e in diversi luoghi, artisti come Scuffi, Armodio, Cargiolli, Stefanoni, Licata, Meggiato, Possenti, Cionini, Celiberti, Berlingeri, Rabarama, Cinzia Pellin, Luciano Pasquini, Massimiliano Cacchiarelli Principi (e non nomino chi mi è stato solamente presentato con stretta-di-mano-e-via: parlo di persone vere, che ho incontrato più volte, che ho ascoltato, a cui ho fatto domande, che ho abbracciato!). Con alcuni il rapporto è andato oltre la semplice conoscenza ed è diventato stima ed amicizia, ma anche solo il fatto di poter comprendere più a fondo, di poter ascoltare qualcuno a cui la vita ha concesso un tale DONO (la capacità di CREARE qualcosa, la volontà di raccontartene la nascita e l'evoluzione, la condivisione di visione, impegno, pensiero) non è cosa da tutti. E nel male (e non mi riferisco di certo agli "antipatici", che pure ovviamente ci sono, nel mucchio di galleristi, critici ed artisti, come in tutto ciò che si compone di umanità), nel male perchè, a volte, alla fine si tende a dare tutto un po' troppo per scontato.
Scrivo di domenica sera, di ritorno da Firenze per uno degli usuali (e non dovrebbe mai diventare tale, proprio per non perdere di fascino!) Tè da Franco Ristori. Il terzo dedicato a Nino Tirinnanzi. E sento dentro questa cosa tanto prepotentemente, che la devo buttar giù, a costo di andare a letto tardi e poi domani cominciare la settimana con le occhiaie. 
La sento addosso, stasera, la fortuna di poter frequentare certe persone così SPECIALI, e mi rendo conto che, probabilmente, dovrei ringraziare più spesso chiunque sia il "ringraziabile" (in cielo o in terra) per aver permesso tutto ciò. Perchè non è per niente "normale", non è per niente "usuale" essere di casa in quella Bottega, anche se per me è così, da tempo. Non è la NORMA, per la gente di tutti i giorni, spostare con nonchalance un De Chirico da un banco ad uno scaffale. Dare una pulitina al vetro di un Antonio Bueno lasciandolo disteso, perchè è così grande che in piedi pesa. Compilare il modulo dell'assicurazione da chiodo a chiodo per un Soffici da piangerci sopra mentre parte per una Mostra museale, giusto perchè Ristori ha il polso in gesso e non può farlo lui. Tenere in mano capolavori del Novecento come se fosse la cosa più naturale dell'universo, tipo, che ne so, allacciarsi le scarpe o lavarsi i denti. Andare a mangiare un boccone di corsa e trovarsi spalla a spalla con Giuliano Vangi, tanto per dirne una pazzesca di oggi a pranzo, che se ne accorge (LUI!) e viene a stringere la mano a Franco Ristori. 
Tirinnanzi è profondamente "sentito" a Firenze, è stato molto amato. C'è in moltissime case, e ancora lo cercano, lo coccolano, lo ammirano (cosa che con gran mio stupore - io vengo da fuori, e vedo tutto con l'occhio di "fuori" - non avviene per nulla, ad esempio, con Vinicio Berti, che ha goduto della stessa "riscoperta" grazie al lavoro certosino di Giovanni Faccenda e alla potenza televisiva di Orler TV, ma che a Firenze fa fare a molti, ancora, la boccuccia storta). Mi colpisce da morire, più di tante altre cose che riguardano Tirinnanzi, quanto sia amato appunto dalla gente comune. Io me ne sto lì intere ore, un po' perchè non mi va di stare in albergo, un po' perchè mi piace da matti, e queste persone entrano, si guardano intorno, chiedono timidamente informazioni anche a me, perchè evidentemente al posto del cuore tengo appiccicato il cartellino della Bottega. Giovani, meno giovani, adulti, anziani, normali. Tre signore, amiche. Un pensionato con il figlio. Una coppia di anziani. Due signori soli soletti alla chetichella. Quattro amici un filo spocchiosi. Un tipo che avrà avuto più o meno la mia età, che aveva accompagnato la moglie e il gatto con una zampetta rotta dal veterinario, e doveva aspettare che uscisse. Gente di tutti i giorni, insomma, gente che magari deve fare i conti con il fine mese, il più delle volte; il pensionato mi ha quasi commosso, perchè si vedeva lontano chilometri che avrebbe voluto prendersene uno, magari piccolino (gli sorrideva, mi ha anche chiesto un parere tra due, uno con le nuvole primaverili, e uno con un'atmosfera di ghiaccio invernale che sapeva di freddo ma aveva una luce unica sullo sfondo, lattiginosa, chissà dove l'aveva vista Tirinnanzi una luce così), ma deve prima tornare a casa e valutare quanto può esporsi, perchè poi ci sono le bollette da pagare e le spese da fare. In compenso con il figlio ho parlato di Licata. E poi l'uomo del gatto, che non ama i quadri con i personaggi colorati e preferisce le campagne con i casolari, e quindi ha esattamente i miei gusti per quanto riguarda i soggetti di Tirinnanzi (infatti gli ho fatto subito guardare il mio, che sta a pagina 205 del Catalogo Generale, per vedere cosa diceva), con il quale ho chiacchierato a lungo di quanto bello sia poter comprare qualcosa che ti piace e ti emoziona, senza dover pensare al fatto che possa valere, domani, oggi, o mai, dal punto di vista economico. Un altro tipo di valore, incommensurabile.
Tutta gente che ha condiviso con me qualcosa, ha accarezzato i dipinti ora con gli occhi, ora con le dita, timidamente, ed è tornata alla sua vita "normale" con in gola un sospiro, mentre io me ne stavo "normalmente" con in mano il listinello dei prezzi, in mezzo ad un girotondo di Tirinnanzi che regge il confronto con quelli esposti a Palazzo Pitti. 
Lo so che questo post sta venendo fuori un po' senza senso, di quelli senza capo nè coda, e probabilmente la prossima volta che mi verrà voglia di scrivere unitamente al sonno ed alla stanchezza del viaggio sarà il caso di rimandare l'esperienza. Ma volevo darmi un compito, subito subito, un obbligo morale, quanto meno per i prossimi giorni, finchè qualcuno dei miei assicurati non mi farà saltare i nervi (cosa che non accade raramente, di questi tempi): sentirmi una privilegiata. Non lamentarmi. Ripensare a ciò che provava la "me" di qualche anno fa solo perchè era stata invitata in un Museo senza l'allarme. Essere conscia di aver avuto, negli ultimi quattro anni, una vita molto, molto fortunata. Che valeva e vale la pena di vivere al mille per cento.

domenica 2 novembre 2014

Coma informatico

Mi sa tanto che dovrò assentarmi per un po'. Motivi professionali. Motivi di quelli che tengono parecchio occupata la mente, oltre che monopolizzare la quasi totalità delle giornate, e delle settimane. Un vero peccato, per me di sicuro, visto che sarà alquanto improbabile rimettermi a scrivere in tempi brevi, e Dio solo sa quanto mi rilassi e mi faccia stare bene scrivere.
Vari amici, che lavorano in Banca (Banche diverse, che nel tempo hanno subito fusioni, acquisizioni, accorpamenti, tutte quelle simpatiche manovre che sulla carta sono semplici operazioni finanziarie e nella realtà invece sono capaci di provocare ben altro, dall'esaurimento nervoso al divorzio), mi guardano con aria tra il complice ed il compassionevole, come se pensassero: "Era ora che toccasse anche a voi". A dirla tutta a noi era già toccata, quando la mia gloriosa Mandante fiorentina fu comprata dalla spregiudicata famiglia di affaristi già proprietari di una nota Compagnia di Assicurazione torinese (giusto per finire di spolparla del tutto in un decennio), ma quella fusione era stata una passeggiata, una bazzeccola rispetto a questa. 
Posso dire che tutto sommato ne eravamo usciti indenni, forse il modo di approcciare le cose, il sistema-lavoro, la filosofia di base erano le stesse, chi lo sa. O forse io ero più giovane, e mi spaventavo meno (anche se ne dubito). Più probabile che fosse il mercato ad essere diverso, anzi per certo lo era, dieci anni fa: giravano molti più soldi, e quindi la gente era molto più tranquilla, meno incazzata ed aggressiva. E poi (io mi scuso se torno sempre lì, ma devo pur incolpare i miei demoni personali di questo stato di cose) non c'era ancora niente di "social", la posta elettronica si usava ma con moderazione, se la tecnologia degli uffici si impallava per qualche giorno si proseguiva con calma e tanti sorrisi scrivendo a mano o usando il telefono. Dieci anni, cioè NIENTE, eppure tutto, da questo punto di vista.
Ora provate ad entrare in un'Agenzia d'Italia a caso degli ultimi nati del Gruppo Unipol (non dovrei far nomi, ma chi conosce un pochino il mondo assicurativo l'ha già capito da un bel pezzo per chi lavoro io) e pronunciare le paroline magiche "Migrazione-a-Essig": poi, preparatevi a scrivere un intero trattato, tutto vostro, sulle manifestazioni principali dell'isteria di massa.
Succede che questi sono tecnologicissimi, e ci tengono ai loro sistemi informatici più che alle loro stesse mamme: non saremo un'unica Azienda fin quando non adotteremo lo stesso sistema informatico, disse apponendo la firma il nostro Direttore Generale. Che poi, detto tra noi, è davvero cazzutissimo (uno dei pochi Direttori Generali di Qualcosa in Italia a non avere il titolo accademico davanti al nome, e già questo la dice lunga: la sua è tutta esperienza, esperienza vera), ha un'aura di idee chiare e spicce che si vede lontano un chilometro, cioè la distanza media da cui lo guardo io alla Mega Riunione Annuale, quella in cui mi appiccico alle pareti sperando che nessuno mi noti (la prima volta le pareti e buona parte delle uscite erano occupate da una sfilza di hostess strafighe giovanissime, di quelle che ti sporgono i pasticcini guardandoti dall'alto del loro tacco dodici, noleggiate in stock per l'occasione; forse poi qualcuno ha fatto notare che, tutto sommato, noi Agenti saremmo stati più felici con meno hostess sulle porte e con qualche soldino in più nelle tasche, perchè la seconda volta non c'erano e io ho potuto piazzarmi in posizione strategica). 
E poi ha quel mantra tutto suo, lo ripete continuamente: "Noi vi abbiamo comprato, noi vi abbiamo salvato dal fallimento, quindi adesso fate tutto quello che vogliamo noi", assunto che fa sorridere, considerando che non è propriamente una frase democratica o "di sinistra", estrazione lontana della quale tutti loro sono così fieri. Sostanzialmente però è la pura verità: loro ci hanno comprato, loro ci hanno salvato dal fallimento. Sarebbe carino - e quanto meno logico - che ci imponessero solo le loro cose migliori, e prendessero da noi le migliori nostre, ma sembra sia più semplice e rapido cacciarci tutti di sana pianta all'interno del loro sistema, anche se per certi aspetti ci riporta indietro di decenni. Semplice, rapido, certamente non indolore. Perchè si dà il caso che le Agenzie che devono "fare tutto quello che vogliamo noi" siano un numero impressionante, e non è cosa da nulla rivoltarle TUTTE come calzini dal punto di vista informatico in pochi MESI. 
Dev'essere andata come nei telefilm americani polizieschi, dove c'è sempre il Capitano di turno, o comunque il Capo del distretto (solitamente donna e di colore, che fa tanto politically correct, quella ormai vintage di Law & Order era anche cicciottella giusto per completare il quadro), che dice ai due detective, quelli che son giorni che si sbattono per trovare i cattivi: "Voglio il colpevole, e lo voglio entro questa sera". Della serie: finora non avete fatto una cippa, ma visto che adesso ve lo ordina il Capo vedete di muovervi alla svelta e risolvere il caso. Nei telefilm è sempre perchè il Procuratore minaccia di far saltare qualche testa, o perche il Sindaco di N.Y. è molto agitato e ha la stampa che lo assedia, ma non credo che i vertici della mia nuova Mandante abbiano questo tipo di pressioni. E' solo che hanno fatto dei piccoli errori di valutazione, ma non voglio spingermi oltre nelle mie considerazioni personali perchè poi finirei per dare a tutta questa storia una connotazione politica, uscendo dal seminato. Però, accidenti, certe similitudini sono davvero inquietanti.
Torniamo a noi. Per ora siamo solo all'inizio. La prima fetta d'Italia che parte con questo travaso massivo è il Triveneto (eccheccavolo, tutte le fortune ci toccano), probabilmente perchè lavoriamo tanto, e se dovremo lavorare ancora di più non ci spaventa. Mi piace pensare che sia perchè siamo i più bravini, e quindi ci fanno fare da apripista per tutti gli altri (oppure è perchè siamo i più bischeri, e non ci lamentiamo). Per installare il sistema che vogliono loro e lavorare con i computer che vogliono loro (che - va ammesso - quanto meno ti passano in comodato gratuito) devi stravolgere quasi totalmente l'impianto di cablaggio dell'Agenzia, a spese tue. Il mio taci che l'avevo pagato nuovo e pronto, visto che ho traslocato qua l'anno scorso (giusto un anno! Certo che Novembre è proprio un mese movimentato, ultimamente). 
Arrivano gli scatoloni con i macchinari nuovi, e non sai quando verrà il Tecnico a montarli, oppure lo sai, ma te lo dicono oggi per domani (alla faccia della paralisi totale del lavoro quotidiano che ne consegue). A me è toccato un Tecnico sveglio: giovane, preparato, e pure un filo carino. Il mio solito c/lo, visto che a tanti Colleghi sono toccate coppie di emeriti rimbambiti assunti per l'occasione dal subappaltatore del subappaltatore del subappaltatore, che non sapevano nemmeno come si accendeva un computer, e in alcuni casi hanno tagliato anche i fili del telefono per sbaglio, lasciando il Collega, oltre che paralizzato, anche isolato dal mondo esterno. Questo bel ragazzotto friulano varca la porta del mio ufficio e come prima cosa mi fa: "Quel portatile lì non fa girare il programma, vai a comprartene uno nuovo subito". Certi addii destabilizzano, soprattutto se il "portatile lì" mi accompagna ormai da anni e al suo interno custodisce gelosamente centinaia di files (testi Word di ogni cosa, dalle clausole delle Polizze Rischi Industriali ai Pdf autorizzati Isvap delle campagne di vendita, alle bozze dei miei post che non hanno ancora visto la luce - e forse alcuni mai la vedranno, dalle scansioni delle autentiche della mia collezione, dei disegni di prigionia del mio nonno Tano, alle tante foto del mio mondo degli ultimi anni) che opportunamente travasati nel nuovo fiammante portatile nemmeno si aprono, perchè di preinstallato non c'è niente, manco uno straccio di Office di prova. Del resto sono cose che capitano, se ti fiondi nel primo Store disponibile (e per fortuna che il nuovo ufficio è in pieno Parco Commerciale), agguanti un commesso a caso e chiedi - indicando altrettanto a caso una catasta di oggetti a forma di PC portatile - qualcosa che sia nuovo, semplice, adatto per una persona che odia la tecnologia e non sa niente di informatica, nemmeno esattamente quali programmi dovrà usare, e possibilmente con dentro Windows 7, perchè l'otto me l'hanno sconsigliato solo guardandomi, pare sia una questione di avversione. 
Il Giovane Commesso Agguantato A Caso dice con sorrisetto di compatimento nei confronti della Povera Vecchia che i computer con dentro Windows 7 non li fanno più da due anni, ti cucchi l'otto e corri in ufficio, visto che nel frattempo il baldo Tecnico ha scoperto che - di tutti gli scatoloni presenti - nessuno contiene il SERVER, il cuore del nuovo sistema, e quindi bisogna correre a prenderne uno in un'altra Agenzia dove ne erano arrivati due, guarda caso (doppio c/lo, in quell'Agenzia c'era stato il medesimo Tecnico, e quindi lo sapeva). Torni indietro di corsa sudando come un animale, così impari a mettere in ferie tutte le impiegate (a cosa serve tenere lì le impiegate, se l'ufficio non è operativo?) quando il pubblico entra comunque. O telefona. O aspetta fuori con faccia torva e minacciosa, dicendoti che non è un bel servizio trovare la porta chiusa con il biglietto "Torno subito. Firmato: Il Tecnico". Cose che dieci anni fa non sarebbero successe neanche in un film comico. Ci avremmo riso su con un buon caffè, visto che la macchinetta funziona ancora, riso del server finito per errore a Palermo, e della mia carta di credito alleggerita del costo di un portatile-al-volo in più, che magari con un po' di preavviso e studiando meglio le macchine presenti nemmeno serviva. 
Ma non potevo prendermela con il Tecnico, in primis perchè lui non c'entra niente, e in secundis perchè si trova anche lui in una spiacevole situazione: è appena stato licenziato, in diretta via telefono. Sono, questi, ragazzi che lavorano dodici ore al giorno da mesi, spesso senza pausa pranzo, lui avanza settecento ore di straordinario, gli dicono alle otto e mezza di sera dove dovrà essere alle otto e mezza di mattina del giorno dopo (sotto casa o a 200 chilometri indifferentemente), il tutto per 900 Euro al mese. Ha osato lamentarsi e al telefono gli hanno dato i dieci giorni, tanto fuori della porta c'è la coda. A parte il fatto che, secondo il mio modesto parere, anche se la storia della coda è vera un imprenditore lungimirante quelli bravi dovrebbe coccolarseli un pochino, la mia mente è andata a chi in questi giorni si indigna e fa casino perchè si vuole negare ai dipendenti pubblici il diritto di sciopero, mentre dell'esistenza di queste giovani bestie da macello nessuno parla. Chiusa parentesi. 
Comprendo che la gentile e preparata bestia da macello a quel punto avesse solo voglia di tornarsene a casa, perchè ha finito il montaggio in fretta e furia senza soffermarsi troppo sulle istruzioni da lasciare a me, per far funzionare i nuovi apparecchi. Soprattutto il portatile nuovo, che non va: ho chiamato la Telecom ma dicono che la loro linea ADSL è a posto, ho chiamato i nostri esperti informatici e dicono che la loro roba funziona perfettamente, e che non possono soffermarsi troppo su questi problemi di secondo piano visto che ci sono già le prime Agenzie totalmente paralizzate (io maligno che non gliel'aveva ordinato il cardiologo, al Direttore Generale, di travasarci tutti entro sei mesi, a blocchi di cinquanta, perchè così facendo il Servizio Assistenza si trasforma in un enorme imbuto di chiamate disperate, e vorrò proprio vedere che succederà a Dicembre, quando arriveranno i numeri grossi). Tuttavia ribadisco che con lo speed test risulta che il fiammante portatore di Windows 8 lavora a 156K, praticamente ho comprato un piccolo bradipo da compagnia. Qualche anno fa andavano di moda i furetti. Carino da morire, ergonomico e leggero, che non mi serve assolutamente a niente. E che, non potendo scaricare Office a 156K perchè ci vuole un mese e mezzo, custodisce i miei sacri file senza permettermi di aprirli, vuoi mai che debba fare una modifica ad una Polizza con clausolario e mi serva un testo specifico: mi tocca mandar via il Cliente.
Io, personalmente, già da un paio di settimane a chi mi chiede un preventivo per una Polizza Casa, o Infortuni, o Condominio, o per un negozio o un'attività, o chi più ne ha più ne metta al di fuori della R.C. Auto più stupida, sono costretta a dire: "Guardi, se ha intenzione di farla subito, e con subito intendo OGGI o domani al massimo, ok ne parliamo; ma se in realtà deve pensarci un po' su oppure ha una scadenza da disdire altrove tra qualche mese, non posso farci niente". Avrò altri prodotti, avrò altri listini. Di cui peraltro ora come ora non so quasi nulla. Alcuni (pochi, pochissimi) li ho già visti, e non grido al miracolo. Dell'enorme mole di tutti gli altri, il nulla. Nessun libretto disponibile, nessun tariffario. 
Sono più che convinta che viviamo in un periodo in cui il mercato (inteso come gli Assicurati e i papabili Assicurati) chiede solo due cose, solo due ma irrinunciabili: prodotti comprensibili, e rapidità di risposte. Solo dopo viene il prezzo basso, e in realtà è richiesta che riguarda più che altro la R.C. obbligatoria. Per il resto (una Polizza Infortuni, ad esempio), quando uno vuole un preventivo, il più delle volte senza neanche avere le idee chiare, si aspetta di sentire tre-quattro garanzie, le relative franchigie, i capitali, e il premio. Basta. E in fretta, in tempo reale, come se fosse lui, davanti al computer, non tu. Imbevuti di tecnologia, si lavora a compartimenti stagni, a schemini e foglietti da comparare. Uno schifo, per me che vorrei far due chiacchiere più che volentieri e illustrare qualcosa di più personale possibile, ma tant'è. Figuriamoci se, oltre a tutto, per rilasciare un preventivo ci metto due ore, con prodotti incomprensibili. O comprensibili, ma che non conosco, e ho diciamo una settimana per studiare di tutto punto (e non sono esattamente due o tre). Finisci per pensare prima ai tuoi problemi, ai tuoi casini, alle tue esigenze, che a quelle del Cliente, ed è un errore tanto madornale quando imperdonabile. 
Mi soffermo su questi pensieri in una domenica sera tipica delle nostre, da Veneto apripista, imbevuta com'è di umidità e di buio, mentre la mia Agenzia è in una sorta di limbo (nuovo hardware, vecchio software), in attesa della Grande Migrazione. La prossima settimana, tre giorni di corso che mi renderanno espertissima, e poi arriverà lui, il Nuovo Sistema Operativo con un nome talmente assurdo (chissà se lo sanno, che vuol dire Aceto in tedesco) che - già sappiamo - nelle Agenzie che hanno fatto da test nazionale ha scartato casualmente Polizze senza preavviso, eliminato tutti i Contatti dalla posta elettronica, mischiato svariate anagrafiche della Banca Dati Clienti, impallato i programmi di contabilità ed altre amenità simili. Credo sarà la mia rivincita, visto il mio livello di informatizzazione pari a sotto zero; i miei brogliacci fatti a mano saranno indispensabili. I rapporti umani prevarranno, lo spero, su macchine inutilizzabili se non inutili. Il sorriso abbatterà la paralisi. Ma ciò comporterà l'ennesima full immersion... 
L'anno scorso sono uscita dal "trauma del trasloco" a Firenze, grazie ad una Mostra a Palazzo Strozzi: dopo mesi in apnea ancora una volta l'arte era stata aria, era stata vento, era stata sole. Non so assolutamente quando e come, ma già pregusto quale sarà la scintilla, quale Mostra porterà in superficie questa nuova bolla che sta solo aspettando di formarsi. Non lo so, ma uscirne sarà di sicuro bellissimo.

domenica 12 gennaio 2014

Ai blocchi


Blocco dello scrittore una cippa. Non foss'altro perchè io non sono uno scrittore: un paio di centinaia di post nati per scommessa non possono definirmi tale, oppure tutti gli scrittori veri di questo mondo (quelli che scrivono per mantenersi, che hanno la parola "scrittore" e non "assicuratore" sull'apposita riga della carta di identità) avrebbero tutte le più sante ragioni per offendersi a morte. Ho solo atteso per un po', meditando e facendo altro, conscia del fatto che il non essere effettivamente uno scrittore mi manlevava dalla sgradevole sensazione che mi prendeva lo stomaco ogni qualvolta, in questi mesi, mi sono seduta alla tastiera e non avevo la VOGLIA di scrivere. Una sorta di giustificazione emotiva.
All'inizio è stato solo ed esclusivamente il trasloco, che io con tutta probabilità avevo sottovalutato: va bene, avevo frignato un po' tra me e me per tutta la parte psicologica dell'abbandonare QUEL luogo, mi ero pure incavolata non poco per le trafile burocratiche degli allacciamenti delle varie utenze, dimenticandomi completamente, per esempio, della linea ADSL - a mia scusante, il Solerte Tecnico di turno mi aveva assicurato che era robetta da pochi giorni, senza sapere che la politica commerciale del Provider è "chiudi il contratto molto vecchio/apri un contratto nuovo uguale al vecchio come prestazioni ma che costa il triplo", e l'equazione dà come risultato "il cliente si arrabbia e cambia Provider" - così siamo rimasti senza collegamento internet per un mese intero (sembra impossibile quanto la rete sia ormai diventata parte di noi e delle nostre vite: eppure lavoravamo, grazie alla intranet aziendale, ma non avere l'accesso al web ti rende come l'assetato nel deserto). Tuttavia, l'ufficio nuovo stava venendo fuori un vero gioiellino e quindi mi sentivo felicissima. Solo DOPO aver finito il trasloco - e quando ho riavuto la ADSL - ho scoperto un mare di siti, forum e blog della serie "Il trauma da trasloco", "Sopravvivere al trasloco", "Come affrontare un trasloco senza traumi", "Come gestire il trauma da trasloco" e via discorrendo. Allora mi è saltato addosso, il trauma. A me, che ho cambiato un'infinità di case, da non avere più spazio per le etichette sulla patente, senza manco dire bai. Nemmeno una delle volte. A me, che Stakanov non è degno di sciogliermi i legacci dei sandali (giusto per capire la distanza, non perchè voglia fare paragoni azzardati...). 
Sarà che abbiamo fatto tutto in due da soli, a ore perse, cominciando da infiniti scatoloni pieni di ante e viti (e nuovi debiti, ma niente mi elettrizza come un ambiente nuovo con mobili nuovi), e finendo con infiniti giri di furgoncino a noleggio stracarico di cartelline, espositori, piante, libri. E quadri. E vita. Ci abbiamo messo due mesi, di ore perse, ma sarà che ce l'ho fatta, contro ogni previsione, a non interrompere nemmeno per un giorno l'apertura al pubblico. Sarà che alla fine, mentre stavo cominciando a tirare il fiato, mi è piovuto addosso Dicembre con il suo normale carico di lavoro abnorme, e ho realizzato che Novembre era rimasto al palo. L'avevo lasciato lì, indietro, solo soletto. Sarà che il mio nuovo collaboratore, sotto Natale, ha a sua volta realizzato che questo non è proprio il lavoro per lui - ma francamente, chi se lo piglierebbe volontariamente un lavoro come questo, in un periodo come questo, a parte chi crede che fare l'assicuratore voglia dire stare seduto dietro ad un tavolo telefonando e/o mandando qualche mail, ed ecco che improvvisamente tutti decidono di correre ad assicurarsi da te, e di colpo il conto in Banca, per qualche incredibile alchimia, si ingrossa da solo, cioè probabilmente quello che credeva lui, dopo tutto? Sarà che alla fine qualcuno dalla Direzione mi ha detto che quest'anno avevo avuto "un decremento" (ma va! Un collaboratore che se ne va portandosi via tutto un archivio fotocopiato, se non ti porta a fine anno un qualche decremento o è un completo idiota o sei un completo idiota tu che te lo sei tenuto vicino per quattordici anni!), e se "mi ero accorta". Insomma, qualcosina ho mollato, lo ammetto. Giusto per crogiolarmi sulla frase che mi ha detto l'Architetto mio vicino "ma questo ufficio non sembra neanche un ufficio, sembra una casa", che non so bene se intendeva essere una critica o un elogio, ma in realtà non me ne fregava niente perchè era esattamente così che volevo venisse fuori: come una casa, per me, per le Ragazze, per i Clienti che entrano e fanno ooohhh come i bambini di poviana memoria. Tutti, nessuno escluso (anche il ragazzo di colore cicciottello che fa il padroncino e ci porta la roba della Direzione, e mi frega sempre le Galatine dalla ciotola, se le sceglie, e lascia lì le altre caramelle) - ma è solo merito della Parigi di Claudio Cionini, proprio lei che sta in cima al mio recente post "Roma, esordio", perchè stava in effetti a Roma, un tempo "fa" che sembra due vite e che adesso qui da me ti sprofonda in un mare di grigi, azzurri, bianchi lavoratissimi appena entri (enorme, bellissima, una nave da crociera tutta crettata che avanza in un placido mare di asfalto e di storia), e lo sapevo che sarebbe finita così, come i grandi amori, così immensi, e in fondo in fondo così prevedibili, soprattutto quando hai qualche anno sulle spalle. 
Ho tirato il fiato, anche perchè nessuno mi punta una pistola alla tempia per scrivere, e non sono nemmeno pagata per farlo. Volevo aspettare una goccia, un'emozione improvvisa. Poi è successo l'imprevedibile: il mondo è saltato dentro a Trecose, proprio mentre Trecose rallentava (o magari è proprio per questo, che è riuscito a prenderlo al volo e a saltarci dentro). Sono stata linkata tre volte, in una girandola di appassionati d'arte di vario genere, e il contatore delle visite è schizzato verso l'alto, con tutta una serie di commenti (qui da me, o nei forum da dove arrivavano) che mi ha fatto un pochino tremare le gambe. Tanti, belli. Da gente sconosciuta e da gente che conosco (per nome o di persona). Commoventi, spiritosi. Diversi, interessanti (per inciso, cari ragazzi, lo so che scrivo tanto, ma a ME il dottore non ha mai ordinato di iscrivermi a Twitter, fino a prova contraria: mi dilungo e mi piace stiracchiarmi digitando come un gatto che si lecca la coda finchè diventa lucida lucida. Come una perla rara, quale so di essere, per lo meno per qualcuno). Quando vedi che c'è un sacco di gente che ti legge e ti segue ti prende lo stomaco, finisce che senti un po' la responsabilità, magari solo la responsabilità di non dire stupidaggini. Oppure non ti senti più libero di dire tutte le cose che ti passano per la testa, perchè non è più esattamente la briscola mia e di Michele. Devo dire che ho riflettuto molto, in questi mesi, anche per una serie di avvenimenti e circostanze, sulla "libertà del blogger". Su cosa può essere scritto e quindi letto e diffuso e cosa no. Su quanto il tutto resti effettivamente "privato", o forse invece esattamente il suo contrario (posso esprimere giudizi drastici? è meglio che taccia? si rovinano rapporti umani per una parola scritta o non scritta?). E su quanto in Italia siamo carenti di Leggi degne di tale nome che regolamentino la stampa, figuriamoci il web, ma questo è tutt'altro film e uscirei dal mio già vasto seminato.
Il punto è: perchè oggi mi è straripata nuovamente la voglia. Come un bisogno fisico, un prurito alle mani. L'onda che arriva, magari non enorme, anzi per niente enorme, per niente tumultuosa, così fa anche meno paura. E' un'onda morbida, calda, spumosa, giusto la coda di un'onda - trasparente, cristallina - che s'allunga sul bagnasciuga spegnendone l'oro, scurendolo, impregnandolo di umori bruni per un attimo, perchè poi, ritraendosi subito quasi con timidezza, lascia che il sole faccia riaffiorare la sabbia asciutta, sulla punta dei crinali, in un accartocciarsi di polvere.
Oggi sono tornata da uno dei miei ultimi, più che abituali weekends a Firenze - un altro film ancora, di cui dovrò assolutamente parlare. Cose da farci il pieno, di emozioni da scrivere, e paradossalmente non me ne lasciano il tempo, proprio perchè per me il tempo della scrittura era associato alla domenica, magari nel pomeriggio, quando tutto è finito e tutto deve ancora cominciare. 
A Firenze abbiamo visitato - io e lo scudiero, indissolubili nonostante la febbre - la Mostra sulle Avanguardie Russe a Palazzo Strozzi. Bella Mostra, ma in sè lasciamola un attimo in disparte, non siamo ancora arrivati, anche se manca poco. Per la seconda volta (e la prima era stata da Giorgio Celiberti a Villa Manin) ho vissuto il percorso a "misura di bimbo". E' una cosa nuova per me, evidentemente per il fatto che non ho figli sono fuori da tutto ciò che riguarda i nuovi modi di fare didattica come il famoso fagiano di monte. Ho ricordi di visite scolastiche (alle scuole medie e al Liceo, non certo prima) alle nostre ville venete, a chiese e cattedrali, a collezioni permanenti dei Musei, a città d'arte in generale, come di spensierate giornate fuori dall'edificio, risate e chiacchiere con negli occhi qualcosa di indubbiamente bello, ma senza doverci riflettere sopra più di tanto. Roba che studiavi e poi la andavi a vedere. Mostre temporanee manco a parlarne. Gran Cinquecento, Seicento, Settecento (figuriamoci, a Venezia...), giusto un salutino veloce all'Ottocento, ma più in là buio pesto, notte fonda. 
E poi, un bel pezzetto dopo i quaranta, mi trovo il percorso della Mostra di Celiberti spiegato dal gatto di Celiberti in tanti piccoli pannelli a cinquanta centimetri da terra. Per i bambini delle elementari, quindi. E adesso, a Firenze, ancora una volta piccoli pannelli per esseri umani molto bassi (non più un caso isolato, allora, dato dalla ben nota caparbietà e lungimiranza dei friulani). Ogni sala un suo perchè, spiegato in modo semplice ma nemmeno più di tanto, perchè hai voglia a chiedere ad un bambino di otto anni di riflettere e decrivere l'importanza di un suo "viaggio sentimentale". Presume ci sia un livello altissimo di interazione, di approfondimento, di aiuto al ragionamento. Credo sia fondamentale ABITUARE i bambini all'arte, anzi, più che all'arte in sè (che fortunatamente nel nostro Paese abbonda, ne siamo praticamente circondati, al punto - a volte - di dimenticarcene e darla un po' troppo per scontata) al contatto con l'arte, allo scambio, al DIALOGO con essa. Va bene visitare la centrale del latte, vedere come si forgiano gli animaletti in vetro, tenere in mano un pulcino vivo prima che anche l'ultima fattoria sparisca, oppure avvicinarti con tremore ad un trattore vero, sporco di terra, con le ruote posteriori alte il doppio di te; sono tutte esperienze formative, per un bambino. Ma ti renderanno poi, in fondo, un avvocato migliore? Un bravo commercialista (o assicuratore, o medico, o elettricista, o panettiere)? Alla fine, ti prepareranno ad essere una PERSONA migliore? Dialogare fin dai sei anni con un'opera d'arte sì, ne sono certa come sono certa di esistere. 
In un paio di sale mio marito (ma era colpa della febbre, di sicuro) ha detto che non avrebbe saputo cosa rispondere, cosa pensare, lui, adulto, di fronte a certi inviti alla riflessione. E' stato bellissimo: ho cominciato come sempre a testa alta, leggendo - come sempre - ogni più piccolo centimetro di spiegazione per essere umano di statura media, e poi passo dopo passo l'ho abbassata, perchè anche io volevo il mio "viaggio sentimentale", e volevo che la maestra mi chiedesse cosa ho provato quando ho lasciato la mia città per trasferirmi altrove, e anche cosa sogno di notte e cosa mi fa paura e cosa no. Piccoli passi per grandi uomini di domani. Scoprire l'arte destinata ai bambini è stata la mia onda del Duemilaquattordici, spero solo la prima. Mi ha tolto un po' di incertezze, mi ha messo in mano nuovamente la chiave della porta di Trecose, direttamente nella toppa. Voglio che sia così! Voglio vedere le cose dal basso, magari meno cose, ma QUELLE POCHE poterle capire tutte, fino in fondo, affinchè siano mie e con me diventino di molti. Voglio tanta arte a piccoli sorsi. Voglio poche persone, ma alle quali abbandonarmi totalmente. Voglio ripartire con i Clienti che hanno deciso di rimanere con me, nonostante l'effetto-fotocopia, perchè il "viaggio sentimentale" sia comune. Voglio essere semplice dentro, perchè questo aiuta ad essere profonda fuori.

sabato 26 ottobre 2013

Clic

Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo. 
Ma andiamo con calma con le spiegazioni; intanto, non ho più tempo di fare niente di tutto quello che solitamente mi piace fare. Ottobre è un mese molto denso del suo, e visto il momento non è il caso di trascurare nessun Cliente, proprio nessuno, neanche quelli più piccoli e apparentemente meno interessanti - quindi se bisogna fare qualche chilometro in più per incassare la RCA di una Panda da una nonna di campagna ci si va, vuoi mai che ti si apra tutto un mondo intorno di nipoti pieni di soldi, nella speranza ovviamente che siano anche desiderosi di darli a te (assicurativamente parlando, certo), altrimenti il fatto che ne abbiano non è assolutamente rilevante. 
Aggiungiamoci il famoso trasloco, che ormai quasi mezza Italia attende affinchè io smetta di parlarne; siamo praticamente in vista dell'arrivo. Passo dopo passo, nell'ufficetto nuovo sono arrivati i mobili (in tante scatole con kit di montaggio, ma il mio angelo della manualità vede e provvede), le tende, la corrente elettrica, l'insegna esterna, le vetrofanie. Bisogna svuotare centoquaranta metri quadri e ridurli a settantacinque, del resto i traslochi servono esattamente a questo: a ripulire le case, a ripulire gli uffici, a ripulire i cuori, a ripulire le vite di ciascuno. Io vorrei tenere tutto, ogni foglio, ogni cartellina mi ricorda un volto, una voce, una storia. Impaccare tutto nella campana della carta, o direttamente nel container del macero, è doloroso, sento quasi lo strappo dell'abbandono. 
Il mio angelo della manualità non ha mai lavorato in un ufficio, e mi deride un pochino, ma è così. Un sinistro particolarmente difficile gestito bene, con il Cliente che ti dice grazie e ti porta i cioccolatini. Una famiglia che ha subito un lutto e si è divisa, alcune Polizze sono rimaste ed altre no. Quella grossa flotta aziendale, un parto allucinante sia la trattativa che la stampa. La mia procura per il vecchio Agente. Gli attestati dei corsi di formazione, quelli fatti negli anni Novanta che dicevano quasi il contrario di quelli degli anni Duemila, ma uno di questi l'avevo fatto a Milano da un docente universitario, e lui durante la simulazione di vendita in aula mi aveva riempito la scheda di valutazione con tanti "più", dicendomi che forse era il caso che pensassi a qualcosa di "oltre" (ero capoufficio, all'epoca; tutto doveva ancora cominciare). 
Via, via tutto, in pacchi ben confezionati, perchè l'angelo della manualità è una scheggia con lo scotch. Sto buttando nel container del macero tre quarti dei miei ricordi, del resto anche il Modello Unico lo puoi buttare dopo cinque anni (con l'Agenzia delle Entrate che scandisce la legalità del tempo che passa). Va bene, è così che sto vivendo questo trasferimento: voglio un ufficio vergine. Lo riempirò di nuovi volti, di nuove storie, di nuovi ricordi. Sarà un punto a capo umano. 
La prossima settimana staccheranno le linee telefoniche qui e le riattaccheranno tre chilometri più in là. Staremo quattro giorni come nel Limbo tra color che son sospesi, con i computer attivi qui ed i telefoni attivi di là, ma viste le evoluzioni necessarie per ottenere appuntamenti certi con i tecnici non era il caso di lamentarsi più di tanto. Però si corre un sacco, in questo mese. Affari da concludere, scatoloni da spostare. Penso solo al lavoro, a chiudere bene i conti, non ai visi e ai ricordi; e non scrivo più, non leggo più, non ho tempo, il mio cuore non si apre. 
Faccio foto. 
Eccomi arrivata a bomba, dopo uno dei miei soliti voli per spiegare il battito. Quand'ero ragazzina mi piaceva fotografare, devo averlo anche raccontato in un post di un secolo fa, più o meno. Avevo smesso per due motivi: uno, l'avvento del digitale, perchè per me fotografare non poteva prescindere dal rullino e dalla carta. Estrarre il rullino dal cilindretto di plastica, assaporare appena quel tipico odore sgradevole ma ogni volta eccitante, perchè avevi davanti trentasei opportunità di VEDERE solo tue, infilarlo, alla fine riavvolgerlo. Portarlo a sviluppare. Attendere qualche giorno prima di poter verificare se quello che avevi visto tu attraverso l'obiettivo si era davvero fissato sulla carta in QUEL modo, il modo in cui lo ricordavi. Quelle ombre, quelle luci. Ci ho messo un po' a farmi coinvolgere dall'aspetto positivo del "se-è-venuta-male-la-cancelli-subito-e-via", oppure "puoi-scattarne-centocinquanta-tanto-non-costa-niente". Indubbiamente positivo, ma che all'inizio rendeva tutto così piatto, troppo semplice. Sembrava non servisse più applicarsi per studiare la luce, il tempo, l'inquadratura. Ero entrata nell'era del tutto e subito, soprattutto del tutto-e-subito facile, e non mi piaceva per niente; non perchè a me piaccia far fatica, mica sono masochista. Ma ho sempre sentito molto più "mie" le cose che ho ottenuto con un minimo di sforzo, di impegno (dalle foto a molto altro, nella vita, anche perchè in effetti di roba facile facile non me ne ha riservata poi tanta).
Secondo motivo, l'angelo della manualità odia le foto e tutto ciò che ci gira intorno. Odia l'idea di tornare in un posto visto la mattina perchè al pomeriggio la luce sarà diversa e più "giusta". Odia fermarsi per respirare attraverso un rettangolo. Quindi la mia reflex era finita, all'epoca, dentro l'armadio dov'è tuttora (perchè il trasloco di casa l'ha protetta, dentro l'armadio, perchè certe cose non si possono buttare via anche se non si usano più, sarebbe come tagliarsi via un piede).
Un paio di settimane fa ho compiuto di nuovo gli anni. Capita, tra un post e l'altro, lo sapete. E ci ho riprovato con l'idea dello Smartphone, perchè qualcuno di molto importante me ne ha regalato uno di molto importante, praticamente è una macchina fotografica che, tra le altre cose, ti permette di telefonare. Così puoi scambiarti infiniti mms di scatti di mostre, di quadri, di arte, e sentirti più vicino. Ed è per questo che mi sembra di essere tornata indietro nel tempo. Non mi si apre il cuore per scrivere, leggere, comunicare, ma faccio un sacco di foto, e rivedo in queste (nuove, immediate, incredibilmente definite) com'ero, cos'ero da ragazzina. Cosa cercavo, cosa vedevo attraverso il rettangolo. Mi piaceva l'idea di entrare nelle cose, non ho mai amato scattare ai paesaggi, ai tramonti, alle immensità. Io ero una da piccoli particolari, cercavo la simbiosi con il primissimo piano, quando non addirittura col dettaglio: le venature del legno, il colore di un occhio, uno solo. Un pezzo di animale, non l'animale intero. Sembra che questa volta l'angelo della manualità apprezzi, visto che non coinvolgo lui in prima persona (però gli ho fotografato i piedi mentre dormiva). Nelle mie ore di stanchezza la casa diventa un immenso tempio di particolari da fotografare, senza sforzo e a mente vuota. Il mio cuore e la mia mente fluiscono all'interno delle cose, della carta, della ceramica, del bronzo, e lì si fermano, in attesa di protezione. Direi che quasi si nascondono, perchè sta per arrivare un cambiamento, una nuova maturazione. Ancora poche settimane e uscirò dal bozzolo, ancora una volta.











domenica 8 settembre 2013

Sottosopra

Abbiamo i muri di casa ridotti ad un groviera, dopo appena quattro anni scarsi. 
Rispecchiano la mia emotività. 
Non potendo - per ovvie ragioni economiche - cambiare continuamente i quadri (nel senso di vendere e ricomprare), finisce che li cambio di posto tra loro, spesso, spessissimo, più volte l'anno. Quindi abbiamo pareti mutevoli, come l'umore. Pareti stagionali: in salotto un tripudio di colori caldi, rossi, aranciati, quando ci scrolliamo via l'inverno dalle spalle, come cuccioli di cane dopo un tuffo inatteso. Venature di blu, lunghe lingue di bianco, quando ci bussa il freddo, e siamo quei gatti placidi e sinuosi che si lucidano il pelo prima di acciambellarsi nel loro trono. 
Ammetto che con i tappeti è infinitamente più semplice, ma proprio per questo il gusto finale è diverso, meno appagante. Si pulisce e si arrotola uno, si distende al suo posto un altro. Operazione che mi piace, per carità, soprattutto ora, quando mettiamo in letargo la distesa di neve persiana, appena appena cosparsa di delicati ricami di seta azzurra (elegante e raffinata, ma silenziosa, non dà confidenza agli estranei), e salutiamo il ritorno di qualche esemplare caucasico colorato d'autunno, così geometrico, irregolare, forse imperfetto ma proprio per questo con una lunga storia da raccontare. Ma con i quadri è tutta un'altra musica, perchè devi VEDERE con gli occhi della mente quale sarà il risultato, devi SENTIRE con gli orecchi del cuore cosa ti sta dicendo l'opera, perchè sarà lei che ti troverai davanti entrando in casa dopo una giornata passata a parlare di assicurazioni, e non è la stessa cosa se la vedi, piuttosto, aprendo gli occhi al mattino, o uscendo dalla doccia avvolta nella nebbiolina. 
Parete diversa, anima diversa. 
Così va a finire che chi viene a trovarci pensa sempre di vedere cose nuove, e invece sono bene o male sempre le stesse, in posti differenti. Mio marito tira di quei sospironi infiniti, quando comincio a fissare una parete con aria tra il dubbioso e il fantasticante: sa già che deve scendere di sotto in garage e tirar su il trapano, i tasselli e tutte quelle altre strane diavolerie che permettono che la magia continui. Ormai non aspetta neanche che  glielo chieda: mi guarda e capisce, e ogni tanto mi ricorda prosaicamente che a breve sarà necessaria una nuova mano di stucco e pittura. Figuriamoci adesso che sto riscoprendo l'importanza dei vestiti giusti per i quadri! Cambi una cornice e il quadro non sta più bene dov'era, ma proprio per niente, non sembra nemmeno più lui. Altro che cambi d'umore: un quadro con o senza la cornice giusta è come una stanza con la luce accesa oppure spenta. E’ la differenza che passa tra un animale vivo ed uno imbalsamato: la forma è la stessa, ma a uno dei due manca la scintilla. La cornice è la scintilla che dà la vita al quadro. E’ la lampadina accesa. E’ un’orchestra intera che suona all’unisono, dentro la mia testa. E allora via con nuovi buchi, prima o poi comincerò seriamente a valutare l'idea di forare il soffitto, così me li guardo mentre dormo.
Oggi è domenica; una domenica di settembre è un bellissimo giorno per spostare quadri. Per riflettere e discutere di pittura. E di armonia, soprattutto di armonia oggi, perchè ci è cascata addosso all'improvviso, come pioggia, spostando quadri astratti. Perchè uno, superficialmente, può pensare che un quadro astratto non abbia un suo verso, un suo dritto/rovescio, un suo sopra/sotto. A me piacciono tendenzialmente i quadri stretti e lunghi, verticali, ma è evidente che una barca è una barca, mica la poi piantare a testa all'insù. Con l'astratto potrebbe sembrare diverso: ho una tela di Vincenzo Balsamo tutta calda, sprazzi di luce, geometrie incrociate fra di loro come campi di grano e lavanda visti a volo d'uccello. E' nata orizzontale, ma per un po' l'abbiamo tenuta appesa in verticale, perchè mi andava di vederla in una parete che è - appunto - stretta e lunga, la mattina a colazione. Balsamo e fette biscottate. Col risultato che c'era qualcosa che non andava, e per tutta l'estate ogni volta che ci passavo davanti sentivo un pizzicotto dentro. Una sensazione fastidiosa, come uscire a cena con uno che porta la cravatta a righe sopra la camicia a quadretti. O resta in boxer e calzetti corti.
Per non parlare di un lavoro di Emblema, che a me piace, e parecchio anche, alla faccia di tutti i suoi detrattori. Non me ne frega niente se vale tanto o poco, se varrà tanto o poco. Mi piace l'idea che ha rincorso ed alla fine afferrato (la luce che passa attraverso, non scivola sopra), mi piace l'uso del catrame, denso, viscoso, nero, gettato apparentemente in modo casuale su quella superficie eternamente grezza. Ne ho uno, verticale, un Emblema classico, ben detessuto con tutto il suo gioco di catrami sopra, e una riga in centro, orizzontale, forte, rossa di un bel rosso Rothko. Una macchia vitale. Mica avrà un verso una tela detessuta? Una riga rossa sarà pur sempre una riga rossa, sia verticale che orizzontale? Idem come per il Balsamo, l'avevamo girato di novanta gradi: un quadro senza un verso appeso orizzontale ad un muro di biopietra, quelle piastrelle che si applicano con la colla alle pareti e ti fanno l'effetto-sasso, così attraverso la detessitura le vedi. E la sua riga rossa verticale, come una freccia sparata al cielo, o a terra, a seconda dell'umore. Razionalmente mi andava l'idea che stesse lì, ma dentro invece mi stonava da matti. 
Oggi abbiamo ripristinato l'equilibrio naturale dei nostri quadri astratti. E la casa respira. Perchè è pazzesco scoprire l'armonia intrinseca nelle cose, non puoi pretendere di farla girare a modo tuo. L'astrazione vera è difficile da capire e ancor più da fare, è uno step oltre l'albero, la barca, il ritratto della nonna. Ho guardato dei quadri girati di novanta gradi e mi è piombato addosso tutto Kandinskij, che viveva i colori come note, le forme come suoni, e dipingeva intere sinfonie con il pennello, senza che nessuno osasse leggerle al contrario. Sinfonie mute, da ascoltare con gli occhi. Gli ho anche chiesto scusa col pensiero. E' qualcosa che va oltre l'oggettivo: è così e basta. In un senso funziona, nell'altro no. In un senso ti avvolge di cromie come di seta preziosa e morbida, nell'altro te le spara addosso con cattiveria. In un senso canta, nell'altro urla. Non sono riuscita a capire razionalmente come funziona, ma è un dato di fatto: non si può piegare l'arte ai propri umori. Devi tu assecondare i suoi, e lasciarla fare. Improvvisamente scopri che va tutto per il verso giusto.

"Sguardi" opposti

Il mio nuovo venditore non sta andando molto bene. Probabilmente non è neanche colpa sua, oggigiorno continuare a fare questo mestiere è una prova di coraggio. Non parlo del mio mestiere di Agente, che sta in effetti su un piano diverso, parlo dei nostri sottoposti, quelli che - in teoria - dovrebbero galoppare dalla mattina alla sera bussando a porte sempre più chiuse, parlando fino a fiaccarsi con visi sempre più torvi, e guadagnando la metà di quanto guadagno io a parità di affare (perchè quello passiamo, Euro più Euro meno, ai nostri Subagenti). E' vero che non ha nè mie responsabilità nè i miei obblighi, e tanto meno i miei costi, neanche lontanamente, però mi rendo conto che se spesso faccio fatica a far quadrare i conti io con la provvigione piena, può essere un problema farli quadrare con la retrocessione al cinquanta (soprattutto se si considera che con quello che c'è qua fuori la pratica più diffusa per tenersi i Clienti è l'abbuono).
Così va a finire che, dal momento che ci deprimiamo a vicenda quando parliamo di assicurazioni, ci ritroviamo spesso a parlare delle nostre passioni, di arte, e di fotografia, che è la passione sua (è doveroso un saltello all'indietro fino a Marzo, per una seconda letta al post "L'ovvio, e oltre"), sempre in bilico tra restare tale e diventare, invece, una vera e propria attività, una professione, magari complementare all'altra come io gli auguro sistematicamente, per spronarlo alla positività e per invogliarlo a fare questo benedetto passo, che mi sa gli farebbe un gran bene (per qualche anno ho avuto come impiegata part-time una ragazza che, nel resto del giorno, lavorava in un Centro estetico, e si giostrava benissimo i Clienti: invitava i nostri a farsi le lampade distribuendo campioncini di creme solari, e a quelli del Centro passava i nostri bigliettini da visita).
Per farla breve, qualche mese fa - perchè un discorso che riguardava i profondi mutamenti nella mia vita privata ci aveva portato lì, su come da un niente può nascere un mondo - gli ho fatto leggere il brano che avevo scritto per Claudio Cionini, per la sua Mostra di Roma che è ormai alle porte, e gli è piaciuto. Magari si è anche sorpreso, perchè un conto è sapere che la tua Capa ama l'arte ed è una persona spigliata e divertente, un conto è vedere che quello che scrive finisce davvero su cataloghi di mostre istituzionali, a fianco di nomi come Salvatore Italia e Giovanni Faccenda. Di certo ha avvertito anche lui la stessa empatia, perchè ha il mio stesso background di bambino del cemento. E mi ha chiesto di scrivere qualcosa di simile anche per lui, per un progetto fotografico che stava portando avanti in previsione di un libro. Un progetto maturato negli ultimi anni della sua professione di Agente di Commercio (prima di approdare alle assicurazioni), durante i quali percorreva sempre la stessa tratta, e mentre il suo occhio di rappresentante era fisso sui listini, l'altro occhio - quello del fotografo - guardava il paesaggio che mutava, che si svuotava, che si impoveriva (una campagna, nel tempo industrializzata, urbanizzata, addirittura "umanizzata", che tornava ad essere campagna, ad essere assenza, ad essere solo silenzio). Mi ha mostrato moltissimi scatti, tutti in bianco e nero - a mio giudizio belli, alcuni bellissimi, di un vuoto violento, con contrapposizioni molto forti - illustrandomi a grandi linee l'idea di fondo. E io mi ci sono calata dentro, durante le mie, di pause, tra una telefonata e l'altra, o a casa, durante la mia domenica di sola calma, quando il telefono tace e sento solamente la tastiera che scorre in sincrono con il battito del cuore. Ho rielaborato il mio saggio su Cionini, ovviamente, perchè era giusto tornare ad utilizzare certi termini, ad evocare certe immagini, senza arrampicarsi sugli specchi cercando nuove e diverse interpretazioni; e poi l'ho calato all'interno di quello che il suo progetto stava trasmettendo a me. Ne è venuto fuori un nuovo scritto intitolato "Sguardi", che posto assieme a questo, qua sotto. 
Ma la sorpresa è venuta dopo, nel senso che quando gliel'ho dato da leggere ho scoperto che eravamo su estremi opposti. Prima ancora che me lo dicesse, timidamente: vedevo che deglutiva e non aveva il coraggio di alzare gli occhi dal foglio, mentre io attendevo con una punta di curiosità mista ad un filino di sadismo, data la gerarchia. Per lui tutta la sequenza di fotografie era una sorta di denuncia sociale, mentre io invece l'avevo interpretata (proprio per il suo specifico susseguirsi) come un viaggio verso una speranza di cambiamento. Credo che - sotto sotto - lui ci sia rimasto davvero male, tant'è che mi ha subito voluto spiegare più dettagliatamente cosa intendeva trasmettere con le sue fotografie, e mi ha chiesto di modificarlo, di renderlo più consono al reale messaggio dei suoi lavori. Io - da gran bastarda - gli ho risposto picche (io NON scrivo a comando, quella ero io e così doveva restare), presumo mettendolo in un imbarazzo enorme, perchè non se l'è sentita, a quel punto, di dirmi "no-grazie-allora-non-lo-stampo", ma si vedeva lontano chilometri che stava maledicendo il momento in cui mi aveva chiesto di scrivere per lui; insomma, sono pur sempre il suo datore di lavoro. 
E invece è stato bellissimo così! E' esattamente lo scopo di un'opera d'arte (per lui chiaramente la fotografia è arte, io sono sempre tra "color che son sospesi", come ho già dissertato in precedenti post, ma qui ci stava): provocare, suscitare, trasmettere, aprire una porta, far balenare un'idea, creare empatia, emozionare! Io ci leggo il mio, tu ci leggi il tuo: l'opera è la stessa, la visione può essere diversa, a seconda dell'anima di chi la guarda, la sente, la vive calandola nella propria realtà. E' questa la sua grandezza, la sua immensità, la sua eternità! Mica siamo tutti uguali, se il messaggio fosse univoco sai che noia mortale.
Io non sono stata lì a perder tempo per spiegargli cosa pensavo, ho lasciato che decidesse da solo, e lui alla fine ha semplicemente spostato il mio brano - rispetto alla bozza - dalle prime pagine del libro (stava subito dopo il suo, la sua presentazione in quanto autore) alle ultime, dopo l'ultima foto, pagine settantadue e settantatre. 
E sono contenta, perchè è giusto così: la positività lasciamola alla fine, perchè torna a riempire a metà il bicchiere mezzo vuoto.

domenica 25 agosto 2013

Atmosfere

Mi capita praticamente ogni anno, quando sta terminando l'estate. 
Perchè l'estate termina a fine Settembre solo sulla carta, giusto perchè andava bene così, quando è stato istituito il Calendario attuale, e bisognava decidere un inizio e una fine che mettessero d'accordo tutti. 
In realtà l'estate qui da noi termina ora, con la fine di Agosto, quando di giorno il caldo è ancora caldo, ma non è più afa, non è più umido spalmato come colla, che appiccica capelli e vestiti. Quando la pioggia - bellissima d'estate, leggera, tiepida, quasi vapore prima ancora di toccare la distesa d'asfalto bollente - diventa cupa, incattivita, notturna. Si sfoga, di notte, ogni notte, con violenza, fa l'amore con il vento, e sussulta nell'abbraccio dei tuoni. E al mattino, quando apro le finestre e ascolto il frullare dei miei pensieri, già pronti, meticolosi, ordinati sulla scrivania, proiettati al lavoro dei prossimi mesi, al mattino l'aria punge un pochino, solo un poco, ma prima delle sei è così. Ho un termometro fuori, in terrazzo; i miei gesti mattutini rincorrono le loro stesse abitudini: aprire le imposte, uscire - io sola, mentre il tutto dorme - guardare la temperatura esterna prima che il calore della casa, il mio calore, la contamini, e annusare l'aria, e respirare. Sono sempre venti gradi, fuori, alle sei di mattina, come un paio di settimane fa; ma qualcosa pizzica, e la mia mente vola alle montagne.
In questi giorni in cui l'estate si stempera nel prurito di un nuovo autunno, come ogni anno la poesia mi apre il cuore. Malinconia. Attesa. Speranze.
La cerco dappertutto: nell'immensa rete del web, nei vecchi libri, nei miei ricordi. E' come aprire un rubinetto quando hai sete, un gesto istintivo. Ne ho un bisogno quasi fisico. E' come chiudere la lampo del sacco a pelo, dentro un rifugio ad alta quota: tu dentro, accoccolato, protetto come in una reminiscenza d'utero caldo, mentre fuori il cielo scuro cerca di entrarti, liquido, nell'anima. Ci sono notti di rifugio in cui gli squarci delle stelle fanno quasi paura, tanto sono immensi.
Ho imparato due lingue straniere nella mia vita - finora, almeno. Poter leggere poesia in lingua originale è da privilegiati; ho un'ammirazione sconfinata per i traduttori di poesia: è un compito arduo e improbo. Poche volte ci riescono completamente, infatti. Non è solo il peso delle parole, il loro significato: è la sequenza stessa, è la cadenza. Ci sono poesie che, lette, sembrano sinfonie musicali. Partiture per l'anima. Cambi la lingua ed è come fare analisi logica su un trattato di profilassi antitetanica.
Inglese, la prima, sempre utile, sui banchi, ma soprattutto spagnolo, poi, per scelta. Una scelta adulta, di cui porto ancora disegni sulla pelle.
Neruda. Salinas. Benedetti. Lorca. Bolle che risalgono dal profondo, si spingono su attraverso una strana viscosità, e poi affiorano, e scoppiano, si abbandonano sulla superficie. E' un'immagine ricorrente, per me, questa delle bolle nell'acqua. C'era una mezza botte, credo, o forse era solo un grosso mastello, nel terrazzo della casa di mia zia sul Lago di Como, un terrazzo vastissimo ed assolato dove ho passato infinite estati, con i piedi che scottavano sulle piastrelle - poi l'hanno ricoperto, creando una enorme veranda per i "grandi" estremamente confortevole, travata e con ampie finestre scorrevoli, ma per fortuna io ero già cresciuta, e non ho sofferto troppo: la parte di me bambina del cemento aveva fatto in tempo a viverne la magia all'aperto. Magia di aria e di sole. 
La botte era un richiamo continuo, per noi piccoli, come tutto ciò che gli adulti proibiscono. Mia zia ci teneva le ninfee: ricordo l'acqua scura, torbida, quasi verde, che ti impediva di vedere il fondo. Ti entrava negli occhi soggiogandoti, con una punta di paura. Uno degli innumerevoli gatti che popolavano la casa delle mie vacanze ci era finito dentro da cucciolo, era stato salvato appena in tempo (con una fantasia senza pari si era beccato subito il nome di Mosè; probabilmente da adulto, bellissimo e sdegnoso come il suo manto per metà persiano, si vergognava più del nome che del ricordo). 
Sulla superficie galleggiavano le ninfee, corolle di petali rosa e al centro un cuore giallo, asciutte, quasi irreali, con le loro larghe foglie su cui potevi appoggiare una macchinina, una caramella, un pupazzetto di carta, come su un prato opaco e striato, inventandoti una storia dopo l'altra e chiedendoti come mai la macchinina sì e il piccolo Mosè no, lui era andato giù di sotto subito, annaspando, con il suo prato diventato improvvisamente sottile ed inutile come carta velina.
E a volte, dal fondo del mastello, quel fondo lontano e torbido che un braccio di bambina non poteva raggiungere, nemmeno afferrando il gambo sotto la corolla e seguendolo piano, verso il basso, a volte da quella profondità lontana salivano le bolle. Rade, improvvise. Affioravano dal nulla come il respiro passeggero di un pensiero inespresso. E svanivano. Tu aspettavi di vederne una, e potevi aspettare per ore; poi desistevi, ed eccola. Ancora oggi - e sono passati quarant'anni! - sento alla base della nuca quel ricordo vivido, di qualcosa di nascosto che si fa improvviso. Senza che tu lo voglia. Quando non te lo aspetti, perchè lo hai aspettato troppo. 
Questa è la poesia di oggi, una bolla che mi ha raggiunto dalle mie stesse profondità, ed è ancora qui, che indugia sulla mia superficie, e io so perchè.         

No te amo como si fueras rosa de sal, topacio
o flecha de claveles que propagan el fuego:
te amo como se aman ciertas cosas oscuras,
secretamente, entre la sombra y el alma.
Te amo como la planta que no florece y lleva
dentro de sí, escondida, la luz de aquellas flores,
y gracias a tu amor vive oscuro en mi cuerpo
el apretado aroma que ascendió de la tierra.
Te amo sin saber cómo, ni cuándo, ni de dónde,
te amo directamente sin problemas ni orgullo:
así te amo porque no sé amar de otra manera,
sino así de este modo en que no soy ni eres,
tan cerca que tu mano sobre mi pecho es mía,
tan cerca que se cierran tus ojos con mi sueño.

Pablo Neruda

(Non ti amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
ti amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima. 
Ti amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
e grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
Ti amo senza sapere come, né quando, né da dove,
ti amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti che così,
in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.)

giovedì 11 luglio 2013

Signora, si rassegni

Come cadono anche gli ultimi baluardi! Ora possiedo uno Smartphone.
Non volontariamente, sia ben chiaro: mai e poi mai sarei entrata in un negozio perché sentivo il desiderio impellente di averne uno. Ma il mio attuale cellulare mi ha piantato in asso per la seconda volta in sei mesi, e allora ho ceduto clamorosamente. Che poi, a dire il vero, il mio “attuale cellulare” era già troppo tecnologico per i miei gusti, visto che si trattava di uno di quei misti Touch & Type, tra l’altro praticamente nuovo, non aveva neanche due anni di vita. 
Rigorosamente Nokia, perché io sono basica e tradizionalista, e dopo aver imparato bene come far funzionare un cellulare Nokia, in tempi che oramai si perdono nei ricordi del Paleozoico, non ho mai voluto neanche concepire l’idea di sorbirmi tutto un nuovo Manuale d’Uso di un’altra marca (il mio primo cellulare era stato un Nokia, all’epoca non ancora GSM, con la batteria che pesava un chilo e quattro etti e durava tre ore, e la prima bolletta del numero con prefisso 0337 per Partita IVA mi era costata la bellezza di un milione e trecentomila lire, che erano soldi veri, eh, mica l’equivalente di seicentosettantun Euro e fischia). 
Il mio terzo, o quarto, Nokia era spirato dopo anni ed anni ed anni di onorato mestiere di cellulare (che per me significa apparecchio per: fare-e-ricevere-telefonate e per: inviare-e-ricevere-sms, e morta là), e il gentile addetto del negozio aveva speso una parolina in più per un cellulare solo-un-pochino-Touch, “giusto per abituarsi” aveva detto, aggiungendo “perché il futuro sarà quello, sa, Signora”. Ricordo bene la lieve irritazione che mi aveva pervaso lo stomaco, ma non so se maggiormente per la parola “futuro” o per la “Signora”: quando i commessi dei negozi cominciano a darti tutti del Lei, anche quelli più grandini intendo, non solo i ventenni brufolosi, allora vuol dire che sta sopraggiungendo La Fine, anche se hai ancora una terza che guarda il cielo senza aiutini. 
E mio marito, furbo lui, aveva anche insistito perché lo prendessi, perché tanto “se poi non ti abitui o non ti trovi bene lo dai a me” (ma questo lo dice di solito DOPO che ho strisciato la carta, che si tratti indifferentemente di un telefono, o di un forno a microonde, o di un’automobile). 
Questo grazioso Touch & Type si è rotto praticamente subito, irridendo alla fatica che avevo fatto per abituarmi alla parte “Touch” (che al principio non è così facile come sembra, ma quando uno ci arriva ha ormai una tal sensibilità nei polpastrelli da poter scassinare una cassaforte). E il gentile addetto – sempre lui! – nel mandarlo a riparare aveva precisato che in effetti questi cellulari misti si rompono spesso, perché la parte sotto lo schermo è fatta male. Accidenti a lui, alla parte sotto lo schermo, e anche allo schermo; fa parte delle cose che dovrebbero essere dette prima che l’oggetto venga comprato, non dopo.
Le seconda rottura della parte-sotto-lo-schermo non mi è andata giù, per quanto in garanzia, e sono andata a comprarmene uno nuovo; in realtà lo volevo vecchio, cioè un telefono con i tasti che faccia il telefono e mandi all’occorrenza i messaggini. All’occorrenza, perché a me ne bastano una decina a settimana quando va bene, e quando vedo le offerte dei cinquecento-dico-cinquecento messaggi gratis al mese un pochino mi spavento (ma davvero non facciamo prima a parlarci a voce con tutta questa gente?). Ho anche cambiato negozio, stavolta. E ho trovato un commesso giovanissimo, carinissimo, vagamente etnico, praticamente non capivo una parola di quello che diceva. In italiano parlava poco e tutto a sigle. Mi ha letteralmente “scaricato” ad una ragazzina altrettanto giovane e carina che mi ha fatto capire (a gesti, ma per colpa mia, non sua) che i cellulari che voglio io non li fabbricano più; con gli stessi quattro soldi ti prendi uno Smartphone di medio livello (non Nokia però, perchè tutto cambia, e pare che i loro Smartphone di fascia medio-bassa non siano propriamente al livello dei prodotti storici), tanto vale che cominci ad accostarmi all’idea. Adesso funziona tutto con le App, è una meraviglia, hai il mondo in una mano (e devo dire che ha ragione, la bimba, anche la mia Mandante sta ventilando l’idea di far aprire i sinistri direttamente ai Clienti tramite App, così quelli dotati di Smartphone vengono liquidati, e gli altri, quelli del Paleozoico, che si arrangino). 
E Smartphone sia.
Arrivati a casa, l’ho caricato, ho inserito la mia sim (che è ancora di quelle con la scritta Omnitel in verde, probabilmente quando l’ho presa il commesso etnico-giovanissimo-carinissimo e pure con un filo di trucco doveva ancora nascere), ed alla prima domanda – perché da bravo Smartphone, cioè “telefono intelligente”, questo qua farebbe anche le domande – ho risposto di no. Vale a dire, io NON accetto il localizzatore, NON voglio che Google o dio-sa-chi sappia cosa faccio e/o dove mi trovo, cosa mi interessa, cosa mi piace. Il computer lo uso - in ufficio o a casa - da una postazione fissa, dove posso fare quello che voglio senza che l'Universo sappia le mie curiosità, alla faccia dei cookies. Non voglio essere connessa illimitatamente col resto del mondo: mi piace la corsa in solitario, o al limite con tre-quattro selezionatissimi compagni di strada. Col risultato che adesso ho un cellulare che, per mia gioia e soddisfazione, telefona e manda messaggi e basta (niente mail, niente Internet, niente App), solo che ingombra il doppio rispetto a quello di prima, è infinitamente più fragile e incredibilmente meno maneggevole.   
E non lo sento neanche suonare! Perché gli Smartphone hanno questa caratteristica: o ci metti come suoneria una polifonica da urlo, così quando ti chiamano in ufficio a Mestre lo sanno anche nei bar della periferia di Vicenza, o se sei un tipo da discreto drin-drin non c’è niente da fare: il sussurro del cellulare non lo senti, rivestito com’è da questi scafandri voluminosi per evitare che si rompa. Però adesso per lo meno do una scusante alle ragazzine moderne, che camminano per la strada, fanno shopping, si lavano i denti, sbattono su per i pali (vista io una, del resto o guardi in basso o guardi avanti), dormono, si spogliano e si vestono sempre con il cellulare incollato alla mano stile Bostik, invece di lasciarlo sul fondo del marsupio o della borsetta: la connessione eterna ha i suoi pregi e i suoi difetti.
Mio marito, sornione lui, ha detto che non mi devo agitare. Datti un po’ di tempo – mi ha detto – che ne so, una settimana o due per pensarci su. Magari cambi idea e cominci ad usare anche il resto delle sue funzioni – mi ha detto – che poi sono tutte le cose per cui è stato concepito. In fondo, c’è sempre l’alternativa “se poi non ti abitui”.

Aggiornamento del 27/07/2013, sabato.
Come immaginavo, adesso è Paperino che usa il mio Smartphone. Del resto, mi sono sempre considerata una ragazza sveglia, ci metto poco a capire se a qualcosa "mi abituo" oppure no. Accidenti, mi dispiace per la custodia, che era davvero molto chic, voglio vedere come farà lui ad infilarsela nella tasca posteriore dei pantaloni. Ma per il resto sento di detestarlo cordialmente, soprattutto dopo che mi ha piantato in asso per ben due mattine di seguito (presumo non abbia trovato un buon feeling con la mia vecchissima sim), la prima volta avvertendomi gentilmente, e la seconda nemmeno quello, così ho perso un paio di chiamate davvero importanti. Mi ha piantato lì di mattina presto, 'sto bastardo, come nel più classico comportamento maschile, neanche a farlo apposta, in quelle ore così dolci in cui rispondo a determinate telefonate (che ho perso!), e innescando una sorta di reazione a catena. Sono andata a riprendermi il Nokia con la parte-sotto-lo-schermo riparata ancora in garanzia, e a garanzia scaduta, quando - inevitabilmente - si romperà di nuovo, vedremo.     

martedì 25 giugno 2013

Do ut des

C’è qualcosa che mi sfugge. Sul serio.
Ho già riflettuto in post precedenti di questioni economiche (micro e macro), sempre sottolineando che con tutta probabilità non ne capisco niente: la mia testa lavora per le assicurazioni (mediamente bene), al limite il mio cuore straparla d’arte (quando è in vena), e lì mi fermo. Tuttavia, resta latente quella parte di empirismo data da oltre quarant’anni di osservazione del mondo, dei ragionamenti della gente, degli atteggiamenti verso le questioni pratiche della vita che mi ha sempre affascinato e fatto riflettere. Da oltre quarant’anni, perché in effetti anche da bambina osservavo e ragionavo parecchio. Quando i miei genitori, che facevano parte del Cammino Neocatecumenale, ospitavano a casa i “fratelli di Comunità” per la preparazione delle loro riunioni, dovevano cacciarmi a letto con la forza (e sì che io sono sempre stata una che va a letto prima delle galline) perché tendevo ad accovacciarmi dietro la porta, o dietro qualche mobile, pur di ascoltare i discorsi dei grandi. Alcuni si interrogavano su quanti figli avessero i miei genitori, visto che ne saltavano fuori da tutte le parti.
Comunque sia, l’altro giorno stavo inseguendo dei pensieri con in sottofondo il canale delle news di Sky, e mi ha incuriosito un’inchiesta sul tasso di disoccupazione giovanile (e non, aggiungerei io), che pare abbia raggiunto livelli inimmaginabili, da piena recessione anni Settanta. E la curiosità era stimolata dal fatto che, nel servizio/inchiesta immediatamente precedente, un altro giornalista Sky aveva appena finito di dare tutta una serie di utili consigli alle famiglie italiane per come risparmiare al massimo in questi grami tempi di crisi. Roba semplice, del tipo da farsi l’orto sul terrazzino di casa, al frequentare un corso di bricolage per imparare a aggiustare le tapparelle o il sifone del lavandino. Oltre, ovviamente, al cercare di spendere meno possibile per cose assolutamente inutili, secondo il giornalista, come le assicurazioni, a partire dalla RCA obbligatoria, assurdo e odiato balzello da evitare come la peste.
Buffo.
Io, nella mia ingenuità, avevo sempre creduto che la ricchezza si producesse facendo girare l’economia, non ingessandola in una morsa soffocante. Quando sono diventata imprenditrice di me stessa, mi è balzato subito all’occhio che la riduzione dei costi è indubbiamente una voce importante, ma sterile, che apporta miglioramenti solo per un periodo limitato: per guardare con serenità al lungo periodo l’unica cosa che serve è un modo per incrementare le vendite, e quindi le entrate, o quanto meno per cercare di mantenerle costanti. O il fallimento è già scritto.
Per carità, mi farò l’orto in terrazzino, così poi le fila dei disoccupati si ingrosseranno con qualche fruttivendolo in più, ed innumerevoli suoi dipendenti. Oppure diventerò abilissima a tinteggiarmi le pareti, con buona pace degli imbianchini che dovranno imparare a saltare almeno un pasto: signori, è la crisi, lo dicono anche in televisione.
Poi, e qui vengo al punto, verrà da me in ufficio una bella signora bionda, dicendo che le dispiace tanto ma – anche se con un po’ di timore – ha deciso dopo tanti anni di provare le assicurazioni on-line perché risparmia ben quaranta Euro l’anno (e sottolineo “ben”). E mentre chiacchieriamo del più e del meno, perché io mica mi arrabbio per discorsi del genere (mi limito solo a sottolineare le differenze tra due mondi diversi, ma sotto sotto mi stanno anche simpatiche le Compagnie dirette, perché ci tolgono dai piedi una massa notevole di rompiballe atomici), la bella signora bionda mi chiederà se per caso ho bisogno di un’impiegata, perché la figlia è rimasta senza lavoro ed è veramente un grosso, grossissimo problema, poveri giovani che nessuno li aiuta, se vogliono sposarsi prendere una casa con il mutuo fare tanti bambini non possono più pensare al futuro e chi li aiuta adesso dovrebbero farlo quelli del governo invece di pensare solo alle loro poltrone.
A parte l’accenno alle poltrone del governo, che tutto sommato non è poi una bestialità completa, mi sono morsicata le labbra per non dare alla bella signora bionda una risposta a scelta tra:
a) Oh, mi dispiace, dove lavorava sua figlia, magari in una Agenzia di assicurazioni in difficoltà?
b) Perché non prova a far domanda al Call Center della Compagnia on-line a cui sta dando i suoi soldi?
Invece ho fatto una faccia molto triste ed ho snocciolato le solite frasi fatte, non so se la signora abbia capito l’ironia. Chi assume, chi dà lavoro, chi garantisce il futuro se le imprese – piccole o grandi – saltano? Come si riprende un’economia in cui il denaro non circola? Voglio dire, che la gente abbia paura del futuro, si veda sull’orlo del baratro e cerchi di spendere il meno possibile lo capisco anche; quello che non capisco è quanto manca alla Fine del Mondo quando l’imbeccata a “non spendere” viene incessantemente dai media di ogni colore, quando non dalle istituzioni stesse (governo o chi per esso). Un governo - non intendo questo qui in particolare, intendo in generale tutti quelli che io ricordi - che negli anni ha dimostrato di non saper razionalizzare, risparmiare, economizzare, ottimizzare assolutamente niente (ma solo spendere a sprecare a pioggia), e che viene a dire a me come fare per non arrivare, virtuosamente, pulita pulita a fine mese.
Eccome se mi sfugge.

domenica 26 maggio 2013

Parentesi

Con la scusa dei problemi di lavoro mi sto perdendo un sacco di cose interessanti.
Lavoro tanto, troppo, spesso per niente (nel senso che corro, parlo, corro, parlo e non concludo un tubo), e dal momento che sono schifosamente tedesca nel midollo - per carattere, per educazione, e perchè Il Colonnello ha davvero fatto nel tempo un ottimo lavoro - finisce sempre che tolgo tempo ai miei hobbies e alle mie passioni. Del resto le ore della giornata sono e restano ventiquattro.
Ed è sbagliatissimo, perchè a lungo si rischia l'arsura profonda, come la terra che si indurisce e si spacca e - a quel punto - perde la capacità di assorbire l'acqua e di rifiorire. Anche se piove, l'acqua scivola via.
Ieri ho detto no, perchè mi sono già persa un paio di Mostre con la mania del rimandare (questo fine settimana no, vediamo il prossimo come butta, e poi va a finire che chiudono) e oggi era l'ultimo giorno per De Nittis a Padova. Non voglio parlare di De Nittis o della Mostra in sè, poteva essere qualsiasi nome: l'importante è fermarsi a bere, ogni tanto. Non importa se c'è la lavatrice da metter su: qualcosa di pulito si trova. Non importa se sabato è ora di passare il parquet: a parte il fatto che quando io lo vedo "da passare", la maggior parte della gente a casa mia mangerebbe direttamente dal pavimento (io ho un concetto di pulizia fastidiosamente maniacale), non voglio avere la casa splendente e un'anima spenta. Idem con la roba da stirare.
Io e il fido palafreniere siamo entrati a Palazzo Zabarella a ridarci un po' di smalto, e ne siamo usciti con tre considerazioni, che ora condivido qui:
- Come accennavo prima, mai permettere alla vita di rubarci l'anima. Poi ognuno la viva a modo suo, magari c'è gente che ritrova se stessa inforcando la bici e pedalando per sei ore. Io combatto l'arsura con l'arte, l'ho capito da un bel pezzo: davanti ad un'opera d'arte io raggiungo un ossimoro indispensabile, perchè mi perdo e mi ritrovo allo stesso tempo. Palazzo Zabarella è una sede espositiva con i controfiocchi, sono davvero in gambissima a giocare con le luci e la penombra, la pittura ti viene incontro già sulla porta. Io l'ho capito col tempo, ci sono arrivata negli anni: mi toglie il fiato l'immensità della montagna, il profumo della campagna, l'orizzonte del mare. Mi fa piangere la musica (certa musica, ovvio). A livelli più basici, mi rallegra da morire fare shopping. Ma fermarsi davanti ad un quadro, fermarsi davvero, lasciandoselo scivolare dentro, con la sua luce, la sua storia, la sua unicità, e passare poi ad un altro, e ad un altro ancora, in una spirale infinita che unisce tutti i presenti, è l'unica cosa che mi fa dimenticare cosa c'è fuori della porta. Dopo una gita in montagna sogno di tornare a casa, a letto. Ascolto la musica e mi accorgo che ho fame. Invece dentro Palazzo Zabarella avrei piantato una branda. Non mi interessa più dormire, mangiare, parlare, camminare. Non mi ricordo neanche per quale Compagnia lavoro. Non c'è arsura, solo sorgente.
- Sono limitata, limitatissima. Mi piace interessarmi di ogni aspetto dell'arte contemporanea, dei nuovi linguaggi, tutto quello che volete, ma poi torno sempre là: alla pittura, alla pittura vera. Per questo adoro Scuffi, per questo venero Armodio, e mica solo loro comunque, ci sono tanti altri pittori-sorgente per me. Ma per carità, niente tubi al neon, niente sugo di pomodoro, niente stoffa, niente plastica. Posso trovarli gradevoli (a volte). Posso sforzarmi di capire, o anche - di alcuni - riuscire a comprendere, il messaggio che contengono. Ma nulla di tutto ciò sarà mai "sorgente" come la pittura. Rugiada per l'anima. E, nel mio essere coscientemente limitata, direi che questo Ottocento mi stordisce e mi appaga.
Capisco perfettamente che la storia continua, che si srotola come un tappeto lungo il suo infinito corridoio, che ad un certo punto ha cominciato a correre lungo nuovi binari. Io non ho alcuna intenzione - o men che meno pretesa - di farla fermare: sono io che mi fermo. Mi fermo e, nella mia ignoranza, mi ci immergo. Forse perchè (in senso letterario e "oltre") sono romantica, sono impressionista, sono malinconica. Forse perchè dovevo nascere cent'anni prima. Forse perchè è ovvio che ringrazio Dio per le scoperte scientifiche, il progresso, la medicina, le novità tecnologiche che azzerano qualunque distanza, e tutto ciò che può fare il mondo migliore, ma sotto sotto - potendo, per un giorno o un mese - vorrei provare un salto all'indietro: vestiti lunghi come lo scorrere del tempo, niente fretta, corteggiamenti galanti come si deve, viaggi verso Paesi ancora sconosciuti con in mano un libro di poesie, città immense non annerite dall'aria malata (e, possibilmente, essendo realisticamente ricca, altrimenti che gusto c'è).
- Chissà come mai (domanda retorica), da qualche anno quando vado per Mostre sono curiosamente attratta dai cartellini. Mi piace scoprire la proprietà delle opere. Mi piace immaginare tutte quelle immense e meravigliose "collezioni private". E finisco sempre per constatare che - salvo qualche raro, rarissimo caso - i capolavori sono dei Musei. La collezione privata ha l'opera piccola, carina, anche interessante per carità (lungi da me criticare, magari fosse mia!). Ma mai il capolavoro che toglie il fiato, quello con quel quid in più, quello della giornata giusta, quello diverso, enorme, meraviglioso, unico unico unico. Quello sta nel Museo, e gira il mondo come è giusto che sia, per raggiungere e ripulire più anime possibili. E' rinfrancante, perchè conferma quello che penso da collezionista: compro cose che mi piacciono, ma MAI pensando alla loro rivalutazione, al loro futuro economico. Le opere realmente fuori categoria restano destinate all'umanità intera.