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venerdì 25 dicembre 2015

Ritorno al silenzio - seconda parte

Per i coraggiosi che si sono sorbiti tutta la prima parte, finendo a parlare di zampette tolte, viro subito sull'argomento "Arte", perchè anche lui ha subito le sue belle trasformazioni, negli ultimi quattro anni della mia vita. La rompo io, la seconda zampetta del tavolino, stavolta. Penso a Paolino Orler e alla sua fatidica domanda: "Avete già avuto il rigetto?", e mi chiedo se intendesse davvero "l'Arte" oppure se, per lui che ne ha fatto un lavoro, l'arte non coincida, in realtà, con il mercato. 
Ho un bisogno estremo, impellente, assoluto, di recuperare l'aspetto silenzioso, ovattato, da Museo, dell'Arte; l'aspetto contemplativo. E trovo una sinistra similitudine tra ciò che vedo diventato, negli ultimi tempi, il Circo Mediatico dell'Arte, e il mondo del calcio. Inteso come il diffusissimo sport in cui dieci scalmanati muscolosi vestiti uguali corrono dietro ad un pallone su e giù per un campo erboso, ostacolati da altrettanti scalmanati vestiti di colori diversi, per cercare di far finire il suddetto pallone dentro ad una porta retata difesa dall'undicesimo compagno, che se ne sta lì fermo in attesa del suo momento. Più o meno, ovviamente; in realtà ci sarebbe da definire ruolo per ruolo i dieci, perchè non tutti corrono nello stesso modo, anzi, alcuni vanno avanti ed altri no, ma l'ho detto per semplificare le cose. Mi piacerebbe leggere i primi trattati sul gioco del calcio, rigorosamente in inglese visto che il calcio (come migliaia di altre cose utili ed interessanti, nonchè di sport praticati a livello mondiale, nonchè le stesse assicurazioni) l'hanno inventato loro, spocchiosi ma geniali, per vedere come veniva descritto tecnicamente lo scopo originario.
Per un lungo periodo, io e mio marito siamo stati veri appassonati di calcio. Non di certo ultras, anche se io, personalmente, complice l'Infame che era uno dei capi ultras a Venezia, ho provato l'ebbrezza, negli anni della Serie A, di due incontri al Penzo nella curva dei pazzi scatenati, e per chi sa com'era fatta la curva del Penzo (vale a dire una struttura ondeggiante fatta di soli tubi in metallo, alta una ventina di metri, senz'ombra di pietre, cemento o altro materiale che ispiri una certa solidità) è facile capire che urlare, saltare, staccare i piedi dal seggiolino e farsi trascinare a mezz'aria dal mare di folla per novanta minuti è davvero un'esperienza al limite del mistico. Nel senso che ti rendi vagamente conto di cosa può essere la morte in agguato, ma non hai tempo di rifletterci sopra. 
Io, juventina giurata in eterno, e mio marito, interista midollare, eravamo appassionati nel senso del termine, che deriva da "passione". Varie esperienze di stadio tranquillo (il primo colpo d'occhio dell'immensità di San Siro gremito all'inverosimile non si scorda mai), panini al bar dotato di maxischermo tutti i fine settimana finchè il colesterolo ringrazia, successivo abbonamento a Telepiù e Stream (Sky ancora non esisteva), con ripristino dei livelli di colesterolo ottimali ma perdita del pathos dato da esultanza da bar con abbraccio a muratori sconosciuti di provenienza Est Europa, ma juventini.

Ricordo che ne avevo parlato anche qui, si vede che l'abbraccio al muratore era un ricordo "intenso":
http://trecose.blogspot.it/2012/03/normalita-e-quando-la-juve-batte-linter.html

Poi, col passar degli anni, ti rendi conto che qualcosa non va: si guarda sempre meno al bel gesto tecnico, al gioco di squadra, alle esultanze, e si parla, si parla, si parla.
A far da contraltare ai ventidue muscolosi scalmanati (che, nel frattempo, sono anche loro sempre meno "sportivi" e sempre più divinità mediatiche, tra tatuaggi, fidanzate, auto di lusso, biografie eccetera eccetera) ha messo radici una vera e propria orda di commentatori, procuratori, opinionisti, esperti, per non parlare delle Gnocche del Calcio (ogni programma di calcio deve necessariamente avere per contratto almeno una Gnocca, la quale anche se parla di calcio - magari leggendo da un foglietto, mi ricordo che all'inizio sbagliavano anche i nomi - è palesemente lì per tutt'altri motivi, in quanto se fosse un cozza terrificante non avrebbe mai ottenuto quel ruolo). E noi ci siamo disamorati del calcio, un po' alla volta. 
E' stata prima una leggera nausea, poi dei lievi conati, e il resto è da lasciare all'immaginazione di ciascuno. Certo, resto juventina nel profondo, sono e sarò sempre preda di una sottile esultanza ogni qualvolta la Vecchia Signora vince: domenica scorsa, ad esempio, stavamo facendo la spesa in Ipermercato sotto ora di pranzo per evitare la folla alle casse, e dagli altoparlanti invece delle solite musichette o delle loro offerte trasmettevano Juventus-Carpi (Ipermercato scelto con cura e dopo mesi di ricerche...). Al goal del 2 a 1 ho avuto un moto di gioia, il classico YESSS con il pugnetto chiuso, e ho spaventato una signora, nella corsia dei detersivi. Che discorsi, al cuor non si comanda. Però preferiamo di gran lunga concentrarci sul tennis, ad esempio, che resiste ancora con quell'aura vagamente da "tempio" (soprattutto Wimbledon o Parigi/RG), dove è impossibile assistere a scene da film gangster, i tifosi più scalmanati sono quelli che si lasciano scappare un estasiato OOOOHHH (mentre gli altri invece osservano in ossequioso silenzio), i commentatori sono a farla grande due, e quando era in servizio attivo la coppia formidabile Clerici-Tommasi ti facevi anche qualche sana ghignata. Grande il Gianni Clerici, lui lo odia il calcio, non mancava mai di ripeterlo, con qualche insulto non sempre velato al becerismo del tifoso-tipo del pallone con gli esagoni e i pentagoni.
Me compresa, se parlava di Juve.
Ebbene, con l'arte io sono arrivata più o meno allo stesso punto. Vorrei esistesse un Wimbledon anche per lei. Mi rendo conto che l'aver sdoganato - tramite da un lato Musei e Fiere di livello, e dall'altro dosi sempre più massicce di televendite - l'arte contemporanea in maniera totale e nazional-popolare (cosa che è assolutamente, di fondo, un bene, perchè il bello e lo studio dello stesso eleva le masse dal succitato becerismo) in realtà ha fatto sì che ora chiunque si senta autorizzato a parlare di arte con cognizione di causa. Anche se è un meccanico, un infermiere, o un impiegato del catasto. Tutte figure, intendiamoci, per cui io ho la massima stima nei rispettivi lavori, ma che a volte dimenticano che, come non ci si può improvvisare meccanici, non ci si può neanche improvvisare esperti d'arte. Bisogna STUDIARE, a fondo, e per anni. Perchè la comprensione dell'arte contemporanea arriva solo dopo la conoscenza approfondita di tutta la storia che l'ha preceduta, e questo è un dato di fatto. Inoltre, lo sviluppo spropositato dei social network e di tutte le piattaforme internet degli ultimi anni, ha fatto sì che chiunque sia in grado di usare un computer si possa infilare ovunque per dire la sua, a volte in modo corretto sia nella forma che nella sostanza, a volte sparando baggianate colossali, oppure (spesso) offendendo, o semplicemente cercando la polemica a tutti i costi, così come l'ultras cerca lo scontro in curva. 
E' successo anche a me su Trecose, molte, moltissime volte. Ci sono stati commenti gentili e costruttivi, condivisione piena di stati d'animo oppure scambi di vedute; e poi ci sono stati, fortunatamente rari, perchè io la polemica la smorzo in partenza, interventi rissosi e assurdi. Ma passi chi mi dice che detesta i pittori che io amo, per carità, siamo in un Paese libero, spero ancora per un po' (anche se non capisco come fanno certuni a dire che Marcello Scuffi è ripetitivo e, contemporaneamente, ad ammirare Morandi). Io non accetto che ci sia chi perde del suo tempo per entrare nel mio Blog per criticare, ad esempio, solo ed esclusivamente il fatto che io scrivo troppo, cosa che peraltro è assolutamente vera! Viste le miriadi sconfinate di gente che scrive nella blogosfera, ritengo logico che chi ama la sintesi si iscriva per commentare abitualmente scrittori di haiku. Ma perchè venire a rompere le balle a me rintuzzando la prosa sciolta, neanche fossi una che lega alla sedia la gente! Libertà, gente, libertà.
E questo lo noto, ripeto, sinistramente, tra i sedicenti appassionati d'arte, non tra gli altri. Tra i miei Lettori Fissi c'è il carissimo Tra Cenere e Terra, che gestisce in maniera mirabile e rarefatta il suo Blog di poesia. Non lo commenta mezzo mondo, ma chi lo fa generalmente è per un pensiero di condivisione, o un apprezzamento, o una nota gentile. Nessun poeta, nessun appassionato di poesia si sognerebbe mai di loggarsi per insultarlo, per dirgli che i suoi pensieri fanno schifo. Se qualcuno mai lo pensasse, semplicemente se ne andrebbe su altri Blog, più consoni al proprio modo di essere, vedere, vivere, sentire. E invece nell'arte contemporanea no, si creano le fazioni, si cerca lo scontro.
Ormai è storia la ben nota polemica ferragostana (con tanto di strascico legale) tra i supporters di Carlo Vanoni e quelli di Giovanni Faccenda, su pagine Facebook che anch'io posso leggere, pur non essendo iscritta a Facebook, perchè lasciate maliziosamente pubbliche. 
Io non entro nel merito di chi è più bravo di chi, ci mancherebbe! Il mio parere personale, comunque, è che 1) una polemica del genere fa male, a prescindere, all'Azienda che entrambi rappresentano, ed alimentarla o quanto meno non impedirla è sicuramente poco etico dal punto di vista dell'appartenenza ad un'unica organizzazione; 2) Giovanni Faccenda fa quello per cui lo pagano: vende quadri in televisione. Ne vende a bancali. Cosa poi dica o faccia per raggiungere lo scopo, ciascuno lo deve valutare e filtrare secondo le proprie attitudini, conoscenze o competenze (il famoso discorso di prima...); è evidente che chi mastica un pochino di pittura vede da sè la differenza tra un nome e un altro. Ma da Orler lo pagano per vendere, e lui vende. Se Carlo Vanoni è pagato per fare gradevoli lezioni di storia dell'arte e non per vendere quadri, questo io non lo so e non lo posso sapere; 3) perchè diamine ci cacciamo tutti ogni volta in questo bouchon? Cosa siamo diventati tutti, dei tifosi che saltano su tubi di metallo? 4) Il mio telecomando ha un tasto che permette di cambiare canale, stando peraltro comodamente seduti, se ciò che vedo in televisione non mi soddisfa... credevo che questa invenzione avesse varcato i confini del Veneto, evidentemente sono una privilegiata.
Recentemente mio marito è stato invitato da un nostro caro amico friulano a far parte di una Chat Whatsapp di gruppo sull'arte; a parte qualche commento estasiato iniziale, gli interventi sono pochissimi, giusto qualche segnalazione di Mostre in corso, tant'è che il mio sociologo scalpita un pochino. Abbiamo cercato di darci una spiegazione in merito, che prescindesse dalla ben nota pragmaticità al limite del mutismo dei nostri cugini friulani, e crediamo di averla trovata nel fatto che, dalle immagini postate, parrebbe che tutte queste persone non conoscano granchè di arte contemporanea (diciamo di viventi, ma anche di post-war, o addirittura semplice Novecento). Sono innamorati della classicità, del Rinascimento, del grande Settecento, e davanti a queste cose non c'è nulla da dire. Si sta zitti. Bocca chiusa, e contemplazione. Storia, tradizione, cultura eterne.
Anche perchè, attenzione attenzione, non esiste alcuno al mondo - neanche il plurinominato "magnate arabo" - in grado di acquistare un'opera di Michelangelo (per indisponibilità economica sua e per indisponibilità di vendita di opere di Michelangelo), e quindi qualunque giudizio non sarà mai falsato dall'aspetto del MERCATO. Dove invece esiste mercato, stravolge tutto. Parliamo di SOLDI, ragazzi miei, soldi, che fanno potere, che fa altri soldi, che fanno altro potere. L'Arte non c'entra un tubo se tutto deve girare intorno ai soldi. Ci sono svariate Gallerie, dotate o meno di canali televisivi (e quindi con più o meno visibilità a livello basico), ci sono svariati venditori, come in qualunque organizzazione che venda merce. E c'è quella immane schifezza che è - da questo punto di vista - internet, dove chiunque sia dotato di un modem si sente una divinità perchè può dire la sua al pari di chiunque altro (anche se uno è, puta caso, un professore universitario con anni di ricerca alle spalle, e uno invece vende automobili, o fa il geometra, o l'assicuratore, mi ci metto in mezzo anch'io, come vedete). 
Se facciamo la somma di tutti questi fattori ci troviamo davanti a uno stadio urlante, curva nord contro curva sud, infiammate solo dal tifo e dagli istinti più bassi. Ben che vada, se non ci sono tifosi, ci sono polemiche fra donnicciole. Artisti che vengono osannati da mandrie di fruitori solo perchè il venditore preferito li osanna, altri invece bistrattati o addirittura insultati per colpire l'imbonitore. 
Sputo un rospo grosso: va bene,  il Giovanni Faccenda venditore può non risultare simpatico a tutti, lo ammetto. Anche io lo preferisco in altre vesti. E' esagerato, istrionico (soprattutto se paragonato alla calma piatta di tanti altri), mi ha anche fatto andare per traverso i tenorini de Il Volo per tutte le volte che li ha fatti ascoltare. Ma che per colpire lui si dica che Armodio non è un pittore straordinario, per favore! Trovatemi chi sa dipingere come Armodio! Parliamo di bravura, solo di quella, non di mercato, di investimenti, di quotazioni. 
Oppure Marcello Scuffi: lo si potrà trovare malinconico nei soggetti, oppure ad alcuni potrà far storcere il naso come persona (politicamente di sinistra e sportivamente interista...), ma come non apprezzare la sua tecnica? Secondo me è uno dei pittori più completi e preparati tra i viventi in Italia, ma visto che è targato Orler, se sei contro Orler sei contro di lui. Se gli eredi di Salvatore Emblema non avessero fatto la cazzata di entrare nell'universo corbelliano, da sempre oggetto di strali, probabilmente oggi si vedrebbero contendere le tele detessute a palate di dollari. E potrei continuare per giorni. Che schifo. Un circo, un circo pompato mediaticamente, dove si grida, ci si agita, ci si insulta, affannandosi alla ricerca del colpaccio e perdendo di vista l'obiettivo dell'arte: bellezza. BELLEZZA. Serenità, pace, estasi, contemplazione, riflessione, emozione. Certo, anche linguaggio, innovazione e comunicazione (diamo ragione anche a Carlo Vanoni!), ma mai curva nord, mai istinti beceri, mai. 
Ecco, io ho bisogno di questo: ho bisogno di recuperare silenzio, di uscire dalle Fiere e dalle televendite, di entrare nei Musei, di aprire di nuovo i miei libri di Storia dell'Arte che sono in garage, nello scatolone post-trasloco con la scritta "Libri università". Non posso fare zapping e scoprire che hanno creato una specie di TeleGaudio, un canale (che in realtà si chiama TV Art Live) dove a qualunque ora del giorno ti sintonizzi c'è sempre e solo lui, G.G., di certo invecchiato ma ancora molto fascinoso, che spazia dal quadro al tappeto al gioiello usando sempre le stesse frasi! Una di queste notti devo provare ad accendere la televisione all'improvviso, io, che fino a pochi mesi fa non mi svegliavo neanche col terremoto; ma sto attraversando quella fastidiosa fase della vita femminile nella quale, durante le notti, sperimento escursioni termiche che il deserto di Atacama se le sogna. Mi alzerò, già nervosa del mio, e troverò G.G. in pigiama che presenta un'opera fondamentale, di un genio che è in tutti i musei del mondo, che non possiamo perdere. Mi fa paura, paura tanta. Chissà come lo alimentano, se ci sono dei sondini endovena nel microfono, se dorme direttamente dietro le quinte, o se ha una serie di cloni numerati in gradazione di abbronzatura. Per questo rompo la seconda zampetta. Non possiamo usare le stesse parole per Paul Jenkins e per il diciottesimo estroflessore; e poi ci sarà chi ha comprato il diciottesimo estroflessore che dà dell'idiota incompetente a qualcun altro perchè solo lui ha in mano il lume della verità, quello che permette l'arricchimento sicuro, quello che non commette errori.
Io so solo questo: Franco Ristori ha iniziato per una nuova stagione la sua serie di Tè, di appuntamenti mensili. L'ultima volta ero lì con lui (era appena scoppiato il Bubbone Banche), e sono entrati due signori un po' attempati che volevano adocchiare qualcosa - per quanto ho capito io, che cercavo di stare discretamente in disparte visto che parlavano di cifre, ma nel frattempo friggevo perchè volevo intervenire e ricordare come a breve la mania cinetica sparirà (è scritto) e torneremo al figurativo, come una ruota che gira eccetera eccetera. Volevano una sorta di bene rifugio, che piacesse e che contestualmente non facesse buttare nel cesso il poco salvato dal disastro-Banca. Mi sono passati davanti i miei lunghi quattro anni di Blog, i venditori di Telemarket, i venditori di Orler, di Vecchiato, di Elite, tutte le Fiere, tutti i Forum più o meno mal/educati. Friggevo, ho taciuto e ho ascoltato.
Ristori non parla tanto, anzi, a volte bisogna tirargli fuori le parole con le pinze, ed è un difetto che gli sottolineo spesso, perchè è importante comunicare, non puoi dare per scontato (o, peggio ancora, sperare) che la gente ti capisca - telepaticamente? - se non lo fai a fondo. A quei signori, però, lui ha detto solamente questo: "Per non sbagliare, intanto scegliete un nome che sia nella storia, che ci sia già nei libri. E poi, qualcosa che vi piaccia da guardare."
Tutto qui.
Smetto di parlare, perchè so che prima o poi, da qualche parte, altre Trecose rispunteranno fuori. Io le troverò, e voi mi troverete.

Ritorno al silenzio - prima parte

All'inizio mi era balenata per la testa l'idea di cominciare con qualcosa tipo "Cari amici vicini e lontani"; insomma, suppergiù. Però è pur sempre la frase famosa di un morto, magari non mi porta bene, e io invece voglio tanto che questo ultimo post abbia una buona, bella stella sopra, una stella con la coda luminosa, che fa tanto natalizio. 
Ultimo, sì, almeno per questa prima parte della mia vita, anche perchè non aveva senso lasciare Trecose lì tutto solo a languire, in uno stagno d'inedia, dopo quell'estivo post fugace con le fotografie dei cartelli strani. Io sono una molto meticolosa, mi piacciono le cose fatte bene: dopo tutto, Trecose è nato il giorno di Natale di quattro anni fa, per permettere alla mia vena scrittoria di lacerarsi e fluire fuori impetuosamente, portando con sè, fuori, anche qualche chilo di malinconie, tristezze, delusioni & affini. Trovo particolarmente simbolico riuscire a pre-pensionarlo (di questi tempi, una vera fortuna!) esattamente un nuovo giorno di Natale.
Che poi, a dirla tutta, visto che sono partita a ruota libera e parlo col cuore in mano, è come un cerchio che si chiude, in tutti i sensi ed i segnali del caso: l'avevo aperto a causa di una persona a cui avevo dato molto e che mi aveva ferito molto (scusate se rido, ero IO un'altra persona all'epoca,  se mi ricapitasse adesso la stessa situazione farei spallucce e lustrerei la corazza... anche se non sono sicura che sia un bene, per quanto inevitabile, diventare così cinici con l'età), e che da quel momento lì non avevo più rivista nè sentita. Fino a poche settimane fa. 
C'è stato giusto un rapido scambio di messaggi via Whatsapp (nemmeno Whatsapp esisteva diffusamente qua da noi, quattro anni fa) perchè la sua vita è giunta ad una svolta, ed evidentemente ha ancora il mio numero, come del resto io ancora ho il suo, senza fare gli ipocriti. Quattro frasi di convenienza (usa ancora sempre le stesse parole, ho notato, "ti" abbraccio, "ti" bacio, così personali e probabilmente così copia/incolla), quattro in croce, sul tempo, su figli e nipoti, sul futuro, che mi hanno fatto passare davanti agli occhi quattro anni in un attimo, velocissimi: li ho proprio visti a fotogrammi, come una pellicola da film sfumata sui bordi, come raccontano quelli che sono stati dichiarati clinicamente morti per un momento e poi sono stati acciuffati per i capelli e ricondotti alla vita. Il male cane che provavo, la decisione di mettermi a scrivere in un diario on-line, io che il computer lo odio e a parte Word e poco altro neanche so come si usa, la mia anima che ne esce fuori, i primi lettori incuriositi, le prime condivisioni, e poi improvvisamente quel lieve rigagnolo è diventato un fiume in piena, dentro di me. 
Dal punto di vista professionale, pian pianino è iniziata una mezza catastrofe (mica solo mia, è la stessa che ha colpito tutti i professionisti dei servizi negli ultimissimi anni, dopo che nei precedenti erano stati colpiti produzione e commercio, ma del resto è una ruota e si sapeva che doveva arrivare anche a noi, mica siamo l'oasi felice). Una mezza catastrofe che ha portato ad uno sprofondamento drastico e a decisioni importanti, dolorose. 
Dal punto di vista della mia passione per l'arte, al contrario, un'impennata vorticosa: Giovanni Faccenda che scopre che so scrivere, che pubblica roba scritta da me, che mi fa conoscere Armodio (ad esempio, ma non solo), l'Annamaria Brizzi che in diretta TV dice che mi sente come un'amica pur non conoscendomi, e poi quel famigerato post sulla mia avventura con Cagnola, che ha fatto un gran  casino in giro per mezza Italia, e per chi continua a chiedersi se hanno sporto denuncia: no, non hanno sporto denuncia, almeno non fino ad ora, ma dubito che possano farlo visto che ho scritto verità inconfutabili e comprovate. L'importante è cercare di essere corretti e divertenti, e mai polemici o rancorosi, comunque. La polemica e il rancore attirano gli avvocati come topolini sul grana grattugiato. Di sicuro un po' mi dispiace, perchè hanno avuto cosette interessanti, nel tempo, da Cagnola, ma non me la sono più sentita di alzare il telefono per farmi portare a casa qualcosa, credo che il mio nome sia finito in cima alla loro Lista Nera, come quella che hanno ben in vista i ragazzi dei tappeti da Orler, per la gente che ti fa andare dal Veneto fino in Provincia di Agrigento per poi dirti che "il tappeto è troppo blu" oppure "no, grazie, ma in salotto non ci sta" (misurarlo sempre prima, il salotto, magari!). 
L'arte che diventa la tua vita, la tua vita che diventa arte. Conoscere gente che mai avresti pensato, uno fra tutti il Maestro Franco Ristori da Firenze, uno generoso, uno che è in grado di cambiartela, la vita, se glielo lasci fare, con un filino di follia. E poi tanti commenti, veramente tanti, sia da gente sensibile e preparata come da chi non sa dove abiti il rispetto (e i congiuntivi), ma se ci siamo incrociati in un determinato punto e in un determinato momento delle nostre vite, anche con gli sgrammaticati, un motivo c'era, ed è stato bello così. Conservo il libro sulla vita di Schifano che mi ha regalato, facendomelo arrivare a sorpresa in ufficio, il primo Natale, Michele (che ora immagino chissà dove all'estero, come quasi tutti quei bei cervelli italiani di trent'anni), così come i tre libri del fine pensatore Antimo Mascaretti, che un pochino invidio, perchè anche se con sofferenza lui può davvero (per età, possibilità, situazioni) scegliere di isolarsi dal mondo e vivere di pittura e di rose, mentre io no, almeno così dice la Busta Arancione.
Anche se io e la persona dei Quattro Anni e delle Quattro Frasi, con ogni probabilità, non ci risentiremo più (quanto meno per i prossimi quattro, questo è sicuro), a quel punto ho realizzato che era ora di chiudere una porta. Non è detto che non ne aprirò un'altra, un giorno, anzi, direi per certo che lo farò, sotto un'altra veste. Ma questa qui andava chiusa, principalmente per due motivi che voglio spiegare bene a chi mi legge e ha pazienza, per capire che non è una decisione presa con leggerezza, ma ci ho riflettuto sopra. 
Innanzitutto, premetto che non potrei mai lasciare Trecose in mano ad altri. Dico questo perchè qualche mese fa si è aggiunta tra i miei Lettori Fissi una signora incredibile che si chiama Nella Crosiglia, di cui io peraltro non sapevo manco l'esistenza (e ci mancherebbe, noi blogger siamo milioni, e presumo che abbiamo tutti vite molto impegnate); è tipica del mondo dei blogger 'sta cosa: tu mi incroci, mi commenti, ti iscrivi tra i miei lettori, mi inviti a leggere il tuo Blog, e io ricambio e mi iscrivo tra i tuoi. Di solito la cosa finisce più o meno qua. Ma siccome io sono curiosa e testarda come una scimmietta, il "di solito" mica mi basta. Sono andata a cercare per il web chi cavolo fosse Nella Crosiglia, lei e il suo smodato amore per i cani, soprattutto quelli soli e tristi nei canili, e per la musica di ogni tempo (un connubio pazzesco e intrigante, e parla una che scrive di assicurazioni e di arte!), lei che ha ben oltre millecinquecento - vederlo scritto per esteso fa un certo effetto, eh - Lettori Fissi, che non sono propriamente come gli amici virtuali di Facebook, sono gente-che-legge-e-scrive-e-pensa. E lo fa CON TE. Un numero impressionante, meritava accurate ricerche; ho così scoperto che il suo Blog in realtà non era suo fin dall'inizio. L'ha "ereditato" da un'altra signora che non lo poteva/voleva portare avanti, che lo stava insomma lasciando morire d'inedia, che lo trascurava, perchè sono cose che capitano, se non hai una minima quantità di ore al giorno da dedicarci. 
Nella l'ha preso con sè, come un cucciolo da un canile, l'ha fatto crescere in maniera spaventosa, e senza cambiargli nome; semplicemente, travasando se stessa dentro quel che già c'era. Se da un lato ammiro il suo risultato, dall'altro mi fa tremare: io non potrei mai, e sottolineo mai, lasciare la mia creatura in mani altrui. Chissà se sono io che sbaglio, magari anche sì. 
Però è giusto il ragionamento: se non lo coltivi, o lo lasci a qualcuno o lo chiudi. E qui veniamo al punto: come tenere aperto un Blog che si chiama TRE-Cose-che-so se sparisce la prima delle tre? Impossibile. 
Notizia bomba, ad ogni modo; pare che ci stia riuscendo, e lo dico incrociando le dita, perchè non abbiamo ancora firmato niente, però direi che siamo a buon punto. Lo sviluppo della cosa è stato strano e buffo: era ben oltre un anno che avevo ufficialmente chiesto alla mia Mandante se aveva bisogno di un Agente da qualche altra parte, perchè valutavo seriamente l'idea di andarmene da questo Veneto uggioso, arrabbiato, perennemente di corsa e insoddisfatto, ma il mio Ispettore Commerciale - che non è più Zelig, per chi si ricorda dei miei post con Zelig, ma un distinto, pacato signore dalle tempie bianche e dal cuore gentile - credo ritenendo di farmi complimento gradito, mi aveva risposto che preferiva non perdermi - io Agente così bravo e onesto - dalla sua zona operativa (alle tempie bianche e ai cuori gentili noi Agenti perdoniamo qualche pietosa bugia). 
A volte le Mandanti non riflettono bene sul fatto che, se ti chiedo di trasferirmi altrove e mi dici di no, finisce che vado via lo stesso e magari sotto un'altra Mandante. Io sono andata ben oltre: non voglio più sentir parlare di assicurazioni. Misura colma, strabordante. Direi che si capiva abbondantemente, dai miei ultimi post in materia: potrei tirare avanti un annetto o due, ma visto che la mia Busta Arancione pone l'asticella diciamo tra più o meno un ventennio, dovevo dire basta. 
Basta a un mondo di iper-burocrati che ti spalma dieci circolari in ostrogoto a settimana, e ti parla e ti aiuta solo ed esclusivamente via ticket informatici. Basta a un settore in cui l'Assicuratore è sempre il cattivo e il Cliente sempre il buono, che anche per una questione di statistica non è possibile, o suvvia! Basta alle Compagnie, da un lato, che straripano di soldi per eventi, sponsorizzazioni e pubblicità, e poi cavillano sui cento Euro di un sinistro che ti fa perdere il Cliente. E basta, dall'altro lato, al Cliente che pur non capendo un'emerita cippa di assicurazioni (me lo tatuerei col sangue e lo ripeto: il 90% delle persone con cui parlo di assicurazioni e che crede di sapere tutto di assicurazioni in realtà infila una boiata dietro l'altra, un luogo comune dietro l'altro) si erge a so-tutto-io e rifiuta di affidarsi a un professionista serio. Basta all'Esperto. Basta a quelli della tiritera "c'è la crisi" per lacrimare sui dieci Euro di sconto, che poi trovi nel resort di lusso. Basta a chi si lamenta che i figli non trovano lavoro, ma poi fa tutto on-line (allora i tuoi figli falli assumere da Amazon e stai zitta, bella mia). Basta ai cialtroni, che quando ti sei sbattuta tre giorni di telefonate e un richiamo formale dal tuo Ufficio Sinistri per incaricare il Perito la notte di Natale, neanche capiscono di cosa parli e ti dicono che il carrozziere si è appena trasferito dall'altra parte della città. Basta alla cultura del risparmio a tutti i costi, che uccide la cultura della previdenza e della prevenzione.
Se tutto va come deve, tra due-tre mesi la mia Agenzia verrà accorpata in un'unica, grande realtà, assieme ad altre due. Mi do un anno di tempo, dodici-mesi-dodici, l'ho promesso ad una persona che se lo merita, una persona che ha ancora dei valori come i miei: una faccia di cui non vergognarsi e da mettere sempre sul piatto, unitamente all'impegno, e alla serietà. Una persona che, pur non conoscendomi, mi ha detto: "Lo faccio perchè credo che se io ti aiuto a realizzare questo tuo sogno, forse un giorno incontrerò qualcuno che mi aiuterà a realizzare il mio", e a quel punto io gli avrei messo in mano le chiavi di casa, non solo dell'Agenzia.
Il prossimo, sarà un anno in cui cercherò di fare in modo che i miei Clienti più cari si affezionino a queste persone nuove, e possano - un domani - dimenticarmi, anche se in fondo solo a pensarlo mi fa venire da piangere. Un anno in cui cercherò di trasmettere tutto lo scibile che ho maturato in venticinque anni di gestione agenziale (uno scibile molto prezioso, di questi tempi, un sapere che va oltre la mera vendita) ad una decina di signorine volonterose ma disorganizzate, per vedere se magari, tra di loro, trovo un paio di "me" da far crescere. Che sfida. Mi stancherò come una bestia ma probabilmente mi divertirò anche. E poi si vedrà, se dovesse tornarmi la voglia potrei anche decidere di ripensarci e restare. Per ora la vedo dura, e se togliamo una zampetta delle tre al tavolino di Trecose quello viene giù. 
E adesso passiamo alla seconda zampetta.

sabato 29 agosto 2015

Fotografie di vita

Di solito, io in Agosto cazzeggio. Tecnologicamente parlando.
Per riprendere la coda del mio ultimo post, mi comporto davvero come quei surfisti destinatari di tutta la mia più viscerale antipatia: nel mio tempo libero, che improvvisamente ad Agosto si impenna (gli piace vincere facile, comunque, visto che di norma nei restanti undici mesi rasenta lo zero... a quel punto anche due misere orette giornaliere rappresentano una folle impennata), saltello da un sito all'altro senza una meta come una capretta al pascolo. 
Siti di libri, siti di autori di libri, l'immancabile Ebay per vedere cosa combinano i collezionisti delusi di arte contemporanea, siti di viaggi, di località che vorrei visitare, siti di alberghi a quattordici stelle nelle predette località (man mano che invecchio, divento sempre più sensibile all'albergo di lusso; campeggi e ostelli mi facevano un po' schifo anche in gioventù, ma ora è diventato proprio un piacere carnale soggiornare, anche una notte sola, in un hotel come si deve). Siti di curiosità, di assicurazioni, e di scarpe, che per un essere umano di sesso femminile sono come la droga. Blog di gente che conosco e frequento, o che ho conosciuto tempo fa e non frequento più, i blog e i siti di chi mi legge. Siti di Gallerie d'Arte in genere. Video di cuccioli di cane. Di cuccioli di tigre. Di cuccioli di orso. Video di donne imbranate a parcheggiare (mi sento lievemente condannabile per poca solidarietà, ma mi piacciono proprio, e di materiale ce n'è fino alla prossima glaciazione).
A volte digito cose a caso, anche senza senso se capita, per vedere che fa Google, cosa mi presenta. Lo faccio ogni estate, per vedere com'è cambiata la rete da un anno all'altro, e cambia sempre.
Tre anni fa era stato proprio durante una di queste surfate che avevo conosciuto il Blog di poesia del carissimo Tra Cenere e Terra; avevo digitato "Rilke", ci sono cascata dentro ed era bellissimo. Mi sono iscritta subito, e lui da me, gentilmente ricambiando. Avere un blog aiuta il saltellamento, perchè siamo tutti legati, io e i miei lettori fissi (quelli ufficiali e quelli nascosti), e i lettori fissi dei miei lettori fissi, in un unico abbraccio che gira intorno ad un'emozione.
Questo Agosto ho fatto un'altra scoperta, e dal momento che questo è un post da cazzeggio in un mese da cazzeggio ve ne parlo. E ve ne parlo bene, come di tutte le persone che, in vari modi, mi colpiscono. Avevo digitato "non voglio più fare questo lavoro" (d'istinto e senza pensare), che detto così rivolto a Google è un obbrobrio, di quelli che nelle Statistiche dei Blog fanno quanto meno ridere; intanto manca un minimo di punteggiatura (cos'è: un'affermazione o la ricerca di una domanda?), e poi cosa vuoi che ti mostri un motore di ricerca, a parte - se sapesse ragionare - un generico: "e allora??". Cos'è che vuoi sapere, esattamente?? "Questo lavoro" quale?? 
Google non sa che questa frase (così, secca, senza punti particolari) è un tormentone tra me e mio marito a casa, tra me e le mie Ragazze in ufficio, da molti mesi ormai. E' un tormentone velato di tristezza. E' una decisione che ho preso, che ha preso il mio corpo per me prima di farmi scoppiare, che ha preso la mia mente, il mio cuore, il mio spirito. Credo fosse abbastanza evidente, trapelasse da molti dei miei ultimi post ad argomento assicurativo. Dispiace, in effetti, che io voglia smettere, perchè sono ancora convinta di essere proprio brava, nel mio lavoro. Infatti sto facendo le cose con tutta la calma del mondo, non ho bisogno di chiudere baracca e burattini dopodomani. Ma sono convinta che sia diventato un lavoro a termine, con tempi medio-lunghi, ma a termine. 
Da una parte ci sono stati questi ultimi anni (odio dire "di crisi", perchè è dare un alibi a decisioni globali, a mutazioni che con la crisi non c'entrano un tubo, ma per lo meno identificano un periodo definito nel tempo), che hanno visto sgretolarsi l'idea stessa di prevenzione, hanno visto sparire una certa cultura assicurativa che si era formata con fatica in cinquant'anni, dal boom economico dei Sixties in qua. Ora come ora alla gente non importa un accidente di assicurarsi. Minimo del minimo del minimo. Clienti miei, benestanti, proprietari di SVARIATE CASE, che non le assicurano più, così, senza motivo, giusto per risparmiare quei duemila Euro che servono per un pieno di gasolio alla barca. Padri di famiglia, con bambini piccoli e mogli che non lavorano, che quando li implori di sottoscrivere una Puro Rischio del costo di EURO 118 ANNUI ti rispondono "ci devo pensare, sono bei soldi, ne parliamo quando torno dalle ferie". Società che, con il cambio generazionale, vedono arrivare nelle stanze dei bottoni i rampolli tecnologici, che non hanno quel senso etico, quella dirittura morale che deve possedere chi governa un'Azienda che fattura milioni: i dipendenti sono persone, e diventano numeri, l'assicuratore è il consulente di fiducia (come l'avvocato e il commercialista), e finisce che uno vale l'altro. Sei "al loro servizio", e pretendono di trattarti da SERVO. Perchè al servizio, in realtà, nessuno dà più valore, e questo lo vedo in generale: nessuno vuol pagare per qualcosa DI PIU' che non sia tangibile. Il pane lo mangio, va bene. Le sigarette le fumo, vanno bene. I pantaloni fighi li esibisco, vanno bene. Pagare per una persona di fiducia non ha più un senso compiuto (neanche pagare le spese condominiali, comunque, neanche quelle si toccano con mano). 
Dall'altra parte ci sono queste nuove Compagnie, nate da fusioni di fusioni di fusioni, che non mi rappresentano più, non sono la mia faccia. E io, di sicuro, non sono la loro. Buttano via palate di denaro in campagne pubblicitarie, sponsorizzazioni, giochini e gadgets di ogni tipo, e poi perdono Clienti da migliaia e migliaia di Euro perchè i liquidatori non hanno una flessibilità da duecento Euro su un sinistro "col dubbio". Sono sorridenti, gentili, disponibili, danno del tu a tutti - atteggiamento molto americano che a me, personalmente, dà un po' fastidio, ma in genere piace - ma di assicurazioni (clausole, tecnica, a mio modesto parere neanche un minimo di marketing assicurativo di base) non capiscono granchè. 
Vedete bene che non ho parlato per nulla della concorrenza, che sia di Colleghi in carne ed ossa piuttosto che di telefoni, computer o altri supporti: non c'entrano. 
Il mio è un disagio che nasce dalla pancia. Sono un assicuratore palombaro, non ce la faccio ad adeguarmi alla mutazione che svilisce ogni forma di professionalità (e anche di EDUCAZIONE: quest'anno una persona che si straprofessava mia amica ha cambiato Compagnia senza dirmi niente, l'ho saputo dal Database dell'ANIA. Nessun messaggio, neanche una mail, un sms. Ma costa davvero così tanto? Vogliamo permettere ad un Decreto Legge di annullare ogni tipologia di rapporto umano, anche la semplice gentilezza?). 
Secondo me, a naso, nel corso dei prossimi dieci anni e non di più, assisteremo allo stravolgimento delle Agenzie di Assicurazione, che sostanzialmente spariranno (uh, sai quanta gente a spasso, poi!): ne rimarranno poche, e molto grosse, che gestiranno principalmente poli aziendali (piccole e medie aziende artigianali e commerciali, qualche azienda produttiva grossa che non si fida dei Broker, grandi professionisti con cui fare accordi di scambi "commerciali"). La massa dei privati farà tutto direttamente on-line, perchè il loro "tutto" sarà principalmente la RCA obbligatoria nuda e cruda (e non perchè on-line costi meno, ma perchè è indubbiamente, per molti, più comodo), vuoi perchè non hanno soldi da destinare ad altre coperture, vuoi perchè li hanno ma non hanno la minima intenzione di destinarli a questo. E' più figo fare altro.
Ma non voglio tediare ulteriormente il lettore agostano con i miei patemi professionali. Succederà, prima o poi. Se non sarà l'anno prossimo sarà quello dopo, o quello dopo ancora. Farò altro, che sia vendere quadri di paesaggi ai turisti nel centro storico, o supportare mio marito nel sogno di aprire un Circolo Biliardi tutto suo. O magari prendo un franchising e imparo a fare i gelati. Nel frattempo, ecco che esce il tormentone, come un bip, ogni volta che lo spirito ne ha bisogno e vuole essere sicuro che non cambi idea, magari solo per questioni economiche, che hanno sempre il loro appeal. 
Digitando la mia frase-tormentone sono caduta in un Sito di un ingegnere di Pavia, Ingegnere Elettrico per la precisione, nel quale ho ritrovato tante delle mie sensazioni. Dopo qualche breve piluccamento qua e là, visto che mi stava simpatico ho fatto diligentemente quello che il carissimo Roberto da Bisceglie ha fatto con me e Trecose: ho cominciato dall'inizio e l'ho accompagnato fino ad oggi. Magari è per il fatto che ha più o meno la mia età (un pochino meno in verità, ma POCO meno!), e quindi il background è più o meno lo stesso (siamo stati adolescenti negli anni Ottanta, siamo cresciuti nei Novanta eccetera), ma l'ho trovato immediatamente intelligente, ironico, acuto. Non è che ci abbia tanto in comune, sotto sotto, visto che lui essendo Ingegnere Elettrico espertissimo di IT parla una lingua per me pressochè incomprensibile. Ha cambiato una valanga di posti di lavoro, scalando sempre in meglio, come tipico di un bravo Ingegnere esperto di IT in un mondo che ha fatto dell'IT uno dei suoi fondamentali pilastri. Altro che una Laurea in Lettere ancorchè ottimamente conseguita, che ti apre la mente, ti insegna a pensare, ti prepara a qualunque contatto umano, ma vale molto-ma-molto-meno di un diploma da pasticcere per trovare un lavoro OGGI. Ha anche due bei bambini, altra cosa che io non ho. 
Cosa ha combinato questo benedetto ragazzo: niente di stratosferico, tutto di stratosferico. 
Ad un certo punto della sua vita, ha sentito che dodici ore di lavoro, il panino al posto del pranzo, le riunioni alle ore più assurde, otto aerei da prendere nel giro di una settimana, salutare la famiglia solo via Skype lo stavano facendo morire dentro. Ha mollato tutto e si è messo a fare il fotografo professionista. C'è da dire che la fotografia era una sua passione anche prima, intendo dire che sapeva fotografare a livello professionale per hobby, perchè non è che uno si improvvisa fotografo dal nulla, altrimenti mi do la zappa sui piedi da sola, a predicare la professionalità. Un conto è provare un certo piacere a tenere una macchina fotografica in mano, come la sottoscritta (che comunque mantiene un buon livello di empatia con i fotografi, soprattutto i ritrattisti, probabilmente perchè sanno "leggere" anche loro l'anima delle persone dentro agli occhi, come i pittori bravi), avere un minimo di quel che si dice "l'occhio" (sì, mi piace immaginare di fermare l'attimo, QUELL'attimo, in un rettangolo), sapere che se inquadri il soggetto nel centro della foto invece che in uno dei terzi laterali molto probabilmente la foto farà schifo, e un conto è fare il fotografo per lavoro. La mia ultima reflex andava ancora a pellicola, tanto per capirsi. Lui per hobby parlava una lingua digitale.
Ha però trasformato l'hobby in un lavoro, aprendosi la Partita IVA, e facendo un percorso in cui, con somma tenerezza, io ho letto il mio, tal quale. I primi tentativi di farsi pubblicità col banchetto e la musichetta nei Centri Commerciali (pagando, anzi, cercando di pagare anche la SIAE, che nemmeno la SIAE sa come fare...), con risultati zero. La passione, quella vera, che ti fa lavorare quindici ore al giorno invece delle dodici di prima. I guadagni miserrimi all'inizio, poi sempre meglio (beh, su questo la mia parabola è stata inversa...). L'approccio al Cliente, uguale uguale spiaccicato al mio, che ho in ufficio il frigobar, e le caramelle, e la macchina del caffè Dolce Gusto, non le schifezze con la chiavetta da grande distribuzione. Il lasciarsi coinvolgere dai sorrisi dei Clienti, dalle loro vite, dalle loro storie. I matrimoni, i ritratti, i corsi. Le iniziative commerciali, i passaparola. La ricerca di collaboratori a cui piaccia lavorare, possibilmente dotati di macchina fotografica (sembra assurdo, ma come lo capisco, cielo, se lo capisco!). L'essere obiettivamente felice del fatto che la fotografia non sia più appannaggio di pochissimi eletti, e che molti giovani, tra smartphone e compatte, usino dilettarsi in scatti al gatto di casa o alla morosa nel parco, così saranno in grado di capire e di gustare la prestazione di un professionista appassionato. La mia stessa pia illusione, in questo: bene, dicevo, che la materia assicurativa sia ovunque in rete, così la gente non si farà più fregare, avrà un minimo di informazione di base in più, e apprezzerà al meglio il mio lavoro di consulenza. Col cavolo. La gente, la massa, non vuole questo. Vuole una prestazione basica, e che costi poco. Una sveltina, insomma! E' come sostengo io, nel mio settore: ci trattano come donnine allegre, a quello serviamo. Donnine in Social, tra l'altro, perchè solo lì c'è il passaparola, qualunque altra forma di pubblicità non serve. In ufficio a volte capita che non riusciamo a rintracciare un Cliente per qualche comunicazione urgente (arretrati, sinistri, scadenze, qualunque cosa), non risponde alle mail, ha cambiato cellulare: lo contatti su Facebook e risponde in tre secondi. Io non sono su Facebook, non lo sopporto. Sarò costretta a cambiare idea, a uniformarmi a questo enorme contenitore? Davvero un ragazzino americano brufoloso ha tracciato il futuro della comunicazione dell'intera umanità?
Tornando al mio eroe, ha tenuto botta quattro anni, meravigliosi per chi se li fa scorrere sotto al mouse tutti d'un fiato. Fa, peraltro, fotografie bellissime, a mio personalissimo gusto. Odia le schifezze finte tipo Photoshop. COGLIE, o quanto meno ti fa sembrare che abbia colto, con un gran lavoro sotto, che per me che guardo è lo stesso, anzi, anche meglio, così apprezzi l'inventiva. Cose, tante, che piacerebbe fare anche a me. Ha un po' le sue manie, come abbiamo tutti: fare foto alle scarpe delle spose, per esempio. E riprendere, nei ritratti, spesso dall'alto. Averlo scoperto prima, avrei pagato volentieri quel niente che chiedeva per una serie di scatti personalizzati, in qualche bel posto, con tanto di trucco e parrucco. Bravissimo, anche se non gli piace lavorare in seppia, chissà perchè (io lo trovo affascinante, sa tanto da deserti lontani e fumo in qualche angolo dell'anima).
Dopo quattro anni, ha mollato; l'anno scorso ha fatto nuovamente una firma su un contratto con mansioni del tipo che serve una traduzione da parte di un appassionato di informatica, quindi non guardate me. Forse i ricordi della tangenziale di Milano paralizzata dalle code erano ormai un ricordo troppo sbiadito, o non gli si strizzava più lo stomaco al pensiero di strisciare il badge. L'ansia si autoelimina, col tempo. Chi lo sa. E' la sua vita, e lui la vive, la condivide, perchè il Sito l'ha tenuto, anche se lo aggiorna di rado (e gli dispiace pure, un po' come a me per Trecose, vorrei essere ancora tutta qui, e invece il "poco e spesso" non sembra appartenermi). Secondo me tra un po' scoppia di nuovo, anche se ammetto che due bocche da sfamare possono, all'occorrenza, rendere improvvisamente pragmatici. 
Io mi ci sono rivista tutta in un colpo, con le mie insofferenze, i miei sogni così e così (intendo, non così assurdi da non poter essere realizzati, ma non così semplici da potersi realizzare subito e in breve tempo), il mio sentire dentro che c'è ancora una strada lunga davanti, e non posso solo "vivacchiarla" aspettando qualcosa di indefinito. La consapevolezza che non è facendo sempre le stesse cose che facciamo cambiare le cose. Certo, torniamo al fatto che lui è un Ingegnere Elettrico in gamba, e in certi casi basta mettere il naso fuori della porta, adattandosi un po', trovi subito chi ti piglia. Nel mio caso, se mollo l'Agenzia, indietro non si torna; e figuriamoci se un domani torno a fare la dipendente per chi, adesso, è mio Collega, e magari anche deficiente. Sempre posto che non salti tutto il sistema, come dicevo prima. Però 'sta voglia di cambiamento è devastante, accidenti.
Insomma, se vi va, andate a salutare Massimo su www.ciccio.it; sì, lo so che il Sito ha un nome un po' che non diresti (tanto valeva che scegliesse Goldrake o roba simile), ma ne vale la pena, soprattutto se amate la fotografia fatta bene. Lui è simpatico, è perso per sua moglie e i suoi bambini, scrive che ogni tanto strappa la risata, ed è pure carino (questo lo dico solo perchè sono più vecchia, quel POCO che basta perchè non sembri un interesse personale). Ditegli che lo saluto, perchè a modo suo ha reso migliore il mio cazzeggio del Duemilaquindici.

domenica 16 agosto 2015

Se lo dice l'Esperto

Esperienza:
Conoscenza diretta, personalmente acquisita con l'osservazione,
l'uso o la pratica, di una determinata sfera della realtà
(def. Vocabolario Treccani)


In fondo, sono convinta sia del tutto normale. Come ci sono parole che mi piacciono, che amo, che cerco (per la loro sonorità, per come la voce scorre via quando le pronunci, per la forma che prendono le labbra, e ovviamente per il loro significato, per ciò che rappresentano in se stesse e nella mia personale esperienza di vita), ce ne sono altre che non sopporto, in modo viscerale. Roba da innervosirmi di brutto quando sento che qualcuno le sta pronunciando.
Ultimamente, una di queste ultime è "esperto". Già a vederla scritta, da me, ringhio un pochino. 
Parte tutto dalle mie fissazioni per la pubblicità, che sia su carta stampata, in radio o in video. Devo averne fatto accenno in più di un post dei primi, quando indugiavo nel raccontarmi, un po' alla volta: se non avessi fatto l'assicuratore credo mi sarei buttata nel mondo della pubblicità. Che poi sarebbe stato un mestiere assolutamente fattibile per una con la mente sveglia ed una laurea in Lettere agli albori degli anni Novanta, intendo, non si limitava ad essere il solito sogno stile "farò l'arredatrice di interni" - diciamo che io non sono mai stata tipo nè da astronauta nè da ballerina, chè sul primo soffro di vertigini e sul secondo non ci ho il fisico. Prima dell'Università confabulavo di giornalismo o affini, ad esempio. Più prosaicamente ho anch'io tentato (in modo del tutto furtivo, quasi in incognito) la strada dell'insegnamento, in coda dietro a centinaia di nomi con la stessa Laurea, fin quando la momentanea futura suocera, che lavorava appunto in un'Agenzia di Assicurazioni, non ebbe bisogno di me per riordinare qualche archivio. Il più classico degli "in attesa di..." che diventa la vita reale. Niente arredamento d'interni su settimanali patinati, dunque, anche se sospettavo che arrivarci sarebbe stato un po' complicato, ma niente anche al mondo della pubblicità, che continua a popolare e a pungolare la mia mente, sia per un interesse personale sia perchè, avendo io sposato un sociologo dilettante, grazie a lei il dialogo non langue. Anzi, ci sorprende sempre. Che siano pubblicità orribili o ben fatte, storie assurde o ben congegnate, con un testimonial che valga il suo ruolo oppure pagato per niente, è indubbio che dalla pubblicità si ricava un profondo spaccato mica da ridere della realtà quotidiana. Dei giovani, degli anziani. Di dove la gente mette i soldi. Di cosa cerca, di cosa detesta. E' pazzesco quanto bravi siano, certi pubblicitari, ad interpretare "la massa", addirittura, in alcuni casi, ad anticiparla, a muoverla, a condurla dove vogliono loro.
Torniamo alla mea con l'"esperto". L'Esperto è dappertutto, indipendentemente dalla categoria merceologica. Per quanto riguarda il mio settore, l'Esperto se ne sta tutto incellofanato nel portabollo, pronto all'uso in caso di incidente. L'avrete pur vista, no, la pubblicità di una nota (e tra l'altro ottima, intendiamoci, non denigro il suo Esperto per concorrenza!) Compagnia diretta (per i profani vuol dire che non ha Agenzie, cioè di quelle contattabili solo via telefono o via computer), la quale tra i suoi servizi sottolinea come compreso nel prezzo ci sia l'Esperto Incidenti da svegliare dal coma della sua bustina ventiquattr'ore su ventiquattro. Tu hai cannato uno Stop alle due di notte, sei entrato nella portiera di quel povero disgraziato che ha avuto la sfiga di passare di là a quell'ora, e dal buio si materializza l'Esperto. Davvero, puoi telefonare, anche a quell'ora, per sentirti dire che hai torto marcio. Oppure, se sei tu il povero disgraziato della portiera sfondata, sentirti dire che hai ragione, ma muoviti a compilare la Constatazione (o in extremis ad annotarti la targa del colpevole), perchè altrimenti se questo se ne va non si combina un tubo. Grande Esperto. In fondo la Constatazione Amichevole è un foglio con delle caselle da riempire, basta rispondere, può farlo anche un bambino delle elementari; il problema viene dopo, cioè sull'interpretazione di quei dati, ma nella pubblicità si vede solo la prima parte della faccenda, con l'Esperto alla luce fioca dei lampioni che sorride indicando i punti d'urto e dicendo "tu hai ragione, tu no, mi dispiace, hai torto". Godrei nel sapere cosa ti rispondono alle due di notte se chi ti ha sfondato la portiera è un'auto con targa straniera che magari non risulta nemmeno assicurata. 
Ma mica solo di assicurazioni si occupa l'onnisciente Esperto, figuriamoci. Ci sono valanghe di Esperti di roba di Banca, in pubblicità di tutte le sponde, e sorridono tutti come dei matti. C'è l'Esperto per lavarsi i denti (secondo me va in stocca con l'Esperto di Banca, visto il suo sorriso smagliante). C'è una marea di Esperti di automobili, o meglio di motori in genere. Sono sicura che, da qualche parte, c'è un Esperto anche per scegliere il melone al supermercato, così la smettiamo di portarci a casa robaccia che quando la apri è dura, ancora verde, e non sa di niente. Esperti di animali, esperti di profumi per l'ambiente. 
Quello che mi punge, e mi punge, e mi punge, è PERCHE'. Posto che io ho una venerazione per i pubblicitari, visto che l'imbroccano sempre, do per scontato che questa cosa dell'Esperto sia effettivamente quello che "la massa" vuole, e non posso che chiedermi perchè. Perchè c'è bisogno del cartellino "esperto", innanzitutto.
Anche io, personalmente, ricorro a PERSONE CHE ABBIANO ESPERIENZA (detto così suona un po' diverso) in un determinato settore se devo fare una scelta, è ovvio. Ma la citata esperienza la giudico a occhio, in base alla MIA, di esperienza, sul genere umano: se uno è realmente o no esperto di qualcosa lo vedo da come ne parla, da come approfondisce l'argomento, dalla varietà di esempi con i quali lo correda, magari - mica sempre, non voglio sembrare prevenuta - se ha o meno le tempie grigie (salvo su argomenti di tecnologia informatica, lì degli sbarbini mi fido ciecamente). Insomma, non ho bisogno di un cartellino! Non me ne frega niente della qualifica, perchè l'esperienza è, in fondo, esattamente l'opposto... o no? 
Si può essere "esperti per definizione"? 
Comprare l'esperienza? 
Faccio un mero esempio: quand'ero ragazza ho assistito al nascere e al proliferare dei primi Centri Commerciali, quelli enormi, luminosi, dove andare a passeggiare col moroso quando non si sapeva dove altro andare per passare il tempo. Per quanto anonimi e devastanti per il piccolo commercio locale, hanno dato lavoro a un sacco di gente. Una volta, all'interno di uno store che poteva essere l'antenato degli attuali Castorama, Leroy Merlin, Brico Center e così via (il moroso dell'epoca era un patito del bricolage, motivo per cui io ora lo detesto con tutta me stessa - il bricolage, non lui), ho fermato un giovanotto per chiedergli informazioni sulle tende alla veneziana. Era una carognata, in verità, perchè io non avevo assolutamente idea di comprare tende, nè veneziane nè di altra provenienza, e quindi alla fin fine sapevo che gli avrei fatto solo perdere tempo, ma ero estasiata dalla corsia delle tende, di tantissime forme, materiali e colori, quando fino ad allora (sfido chiunque tra i miei coetanei a dimostrare il contrario) le lamelle delle veneziane di tutte le case del mondo erano solo verdi pisello, e larghe quel tot che bastava per stare tra la persiana e l'infisso. Il cuore dell'arredatrice di interni batteva all'impazzata. Il baldo giovanotto (cioè l'Esperto di Tende) ha iniziato un discorsetto mandato platealmente a memoria, e quando l'ho interrotto con una domanda chiusa (facile, basta rispondere o sì o no) l'ha ripreso esattamente dal punto in cui si era fermato (tra l'altro senza il verbo, che stava nel tronco di frase pre-domanda, quindi senza un po' di memoria da parte mia rischiavo comunque di non capire niente). L'allegro siparietto si era poi ripetuto più di una volta (ho già ammesso che era una carognata, tanto valeva farla completa). Questo perchè il giovanotto non era per niente un Esperto, ma semplicemente un Addetto al reparto tende. Mica c'è di che crocifiggerlo, è solo che le parole hanno un loro peso. E vanno rispettate. Il fatto di prendere un ragazzino appena uscito dalle Scuole Superiori, volonteroso quanto basta, inculcargli a memoria un pistolotto sulle nuove tende, non lo rendeva automaticamente esperto. 
Mi si può obiettare che era moooolto tempo fa, sono passati tanti anni (tanti, sì, veleggiamo quasi verso i trenta), adesso è tutto diverso, c'è più concorrenza, c'è più attenzione. Col cavolo. Ditelo a mia sorella, che qualche mese fa è andata da Mediaworld perchè le serviva una macchina fotografica con un teleobiettivo degno di questo nome, e si è trovata ad interloquire con una bella ragazza (addetta e/o esperta di macchine fotografiche, visto che stava al reparto) che alla sua richiesta della Tal Apparecchiatura con il Tal Tele le ha detto, testualmente: "E perchè invece non si compra questa, che è pure in offerta, e ha un bel grandangolo?". Mia sorella ha imparato negli anni ad incenerire con lo sguardo, generalmente lo fa un attimo dopo aver puntualizzato che, in fotografia, il grandangolo è esattamente il contrario del teleobiettivo.
Non massacriamo i poveri Addetti, tutti abbiamo cominciato e abbiamo avuto bisogno di tempo per arricchire il nostro bagaglio di conoscenze, professionali ed extra. Torniamo invece agli Esperti, al perchè "la massa" li cerca, li vuole, si affida a loro come a novelli Angeli Custodi versione 2.0.
Ragionando, io mi sono data due possibili spiegazioni. La prima è che, appunto, quando si PARLA, si interagisce con le persone, tendenzialmente si finisce per capire se uno è davvero esperto di quello di cui dice di essere esperto, oppure se è un fanfarone. Posso ben immaginare di non essere l'unica ad avere il dono di sgamarli ad occhio.
Il problema è che, oggigiorno, la percentuale di acquisti non solo di beni ma anche di servizi su Internet sta raggiungendo numeri impressionanti, e acquistare su Internet è sempre un terno al lotto. Con i beni è solo questione di attendere il Corriere con il pacchettino, lo apri e vedi subito se hai beccato la fregatura o se hai fatto un affare. Con i servizi (assicurativi, bancari, ma anche oltre... parliamo di Arte?? Eh??) è in effetti un po' più problematico, e allora ecco il bisogno dell'etichetta. Hai un Esperto, ci mancherebbe, non hai buttato i tuoi soldi nel cesso, dai! E' evidente che se/quando chiamerai (nel nostro caso, ad esempio, non è sempre detto che serva, anzi, in teoria l'ideale sarebbe che non succedesse mai) non avrai modo di vedere se ti stai davvero confrontando con uno che fa quel mestiere da vent'anni e sa di cosa parla, piuttosto che un ragazzino che ha appena finito le Superiori, piuttosto che uno che è il quinto call-center che gira, e su quello di prima vendeva le pentole. L'importante è crederci, o meglio ancora poter dire agli amici (rigorosamente su Facebook o Twitter, MAI di persona mi raccomando) "il mio assistente bancario è un vero Esperto", così l'amico di Facebook manda giù fiele pensando "Ehi che invidia, invece il mio è un completo deficiente". Forse lo scopo è quello: fare invidia. Mostrarsi fighi, perchè si sa scegliere. Il meglio di tutto a pochi soldi, come avviene di norma su Marte, no? Sulla Terra invece come si fa lo sa solo lui, il Furbo.
Io, a naso, direi che considerando gli enormi problemi che attanagliano il mondo del lavoro in Italia, considerando tutto quello che si sente in giro, considerando il fiume n. 1 di ragazzi che si arrangiano a fare qualunque lavoro pur di fare qualcosa (e hanno la mia massima stima e il mio totale rispetto), considerando il fiume n. 2 di ragazzi che non fanno assolutamente niente perchè tanto il-lavoro-non-si-trova e vengono mantenuti da genitori ottusi (una volta a me una mamma ha detto che suo figlio cercava un lavoro "mentre attendeva di sfondare come bassista"!!!), ripeto direi che gli Esperti, quelli veri, devono essere merce rarissima. Di recente, un signore che lavora presso un'Azienda che io assicuro, mi ha chiesto un consiglio assicurativo nonostante, in effetti, lui non sia mio Cliente; però, ha detto, "so che tu sei Superesperta". Meglio dell'omino sotto cellophane, quindi. Ho sorriso, all'idea di questa nuova definizione. Ma del resto, se l'Esperto alla lunga si rivelasse un idiota totale, dovremmo pur catalogare una nuova razza geneticamente modificata per identificare i Veri Esperti che, essendo tali, sappiano.   
La seconda spiegazione invece è meno elucubrata, e, forse, proprio per questo finisce che la azzecco. Ho già parlato di una cosa che ho sentito in un corso di formazione sull'apprendimento, cioè di come tendenzialmente la popolazione venga suddivisa tra i PALOMBARI (quelli che si informano a fondo di ogni argomento, e quindi tendenzialmente conoscono poche cose, visto il tempo che ci vuole appunto per "andare a fondo": poche ma molto bene) e i SURFISTI. Questi ultimi, nei quali sta la quasi totalità degli under 40, sono quelli che passano nei discorsi da un argomento all'altro, nelle ricerche da un Sito all'altro, e così via. Infarinatura generale di un po' di tutto, conoscenza vera di niente di niente. Mi aveva depresso parecchio ascoltare il docente, che avrà avuto più o meno la mia età e che io immaginavo, come me, una sorta di Re dei Palombari, mentre raccontava la sua punta di invidia per la giovane figlia surfista, "una che non perde tempo nella vita". Capirai, poi finisce che si fida dell'Esperto di Banca su Internet che le garantisce la sicurezza del Trading-On-Line (anzi, in quattro lezioni fa diventare direttamente lei la Esperta di Trading!), così mangia fuori al papà invidioso la casa, le mutande e anche lo scafandro per le immersioni. Che tristezza, io no, per carità, mi tengo stretto e con orgoglio il mio gagliardetto da Palombaro. 
Comunque, il punto potrebbe essere che tutti questi surfisti abbiano in realtà un bisogno estremo di qualcosa di certo a cui aggrapparsi. Bisogno di punti di riferimento, bisogno di certezze, magari poche, ma forti, bisogno di qualcuno che SAPPIA. Bisogno di risposte. Bisogno di credere che l'Italia non sarà svenduta a pezzi all'estero, bisogno di sapere che non ci saranno (di qui a breve) decine e decine di Botteghe Artigiane costrette a chiudere perchè nessuno raccoglie il testimone di mestieri antichi, da tramandare con sofferenza, orgoglio e impegno. Un bisogno inconscio, ma insopprimibile, di qualcosa che riempia il vuoto della non-conoscenza. E la pubblicità un po' ci marcia, e glielo soddisfa in modo deviante, e deviato. Serve direttamente l'Esperto su un piatto d'argento: basta crederci. Io voto contro.

domenica 3 maggio 2015

Etica e morale

Sono settimane che mi dibatto tra dubbi etici. 
Il lavoro va male, è ora di ammetterlo con franchezza; praticamente in tre anni il portafoglio dell'Agenzia si è ridotto di un terzo, spanna più, spanna meno. L'Infame ha dato il suo apporto, non c'è dubbio, ma non è assolutamente solo causa sua, anzi, non voglio dargli un'importanza che non ha. Tra l'altro, sono più che certa che in tempi meno duri non avrebbe fatto che danni minimi, da lieve venticello, nonostante il palese furto di contratti, nomi e dati vari; purtroppo, in annate magre come queste andare da un Cliente sventolandogli sotto il naso la fotocopia della sua Polizza e affermando che gliela rifarai uguale-uguale-identica al venti-per-cento-in-meno ha indubbiamente un certo appeal. Anche tra i Clienti più attenti e svegli, intendo, che in tempi non sospetti gli avrebbero sbattuto la porta in faccia. Figuriamoci tra la gente più semplice, tanto per usare un eufemismo, che non andrà mai a controllare che sulla Polizza dell'officina in effetti sì, gli stai facendo spendere il venti per cento in meno, ma semplicemente perchè stai assicurando il venti per cento in meno sui capitali (è molto insidioso, confrontare il premio pagato l'anno scorso mentre i capitali che assicuri sono quelli di dieci anni fa...). Oppure su determinate garanzie che prevedono una franchigia di 250 Euro, gliene schiaffi una da mille. Sento la bile che secerne in abbondanza, quando parlo di lui, quando anche solo PENSO a lui, io che credevo che - dopo più di due anni - non dico mi fosse passata, ma almeno si fosse un po' sopita. E' che in questi giorni si è rifatto vivo, da alcuni Clienti molto affezionati a me, e questa idea che dopo due anni ancora non se ne vada a cercarsi Clienti propri, nella zona ben distante da qui dove lavora adesso, ma sia di nuovo lì, a pescare nel mio acquario tanto è gratis, mi fa meditare propositi omicidi.  
Comunque, dicevo, non è causa sua. E' che - dai e dai e dai - è proprio cambiata la mentalità della gente, in generale. Prendiamo ad esempio le Compagnie on-line: io non le ho mai considerate delle vere concorrenti, perchè si rivolgono ad una clientela completamente diversa da quella che entra in un'Agenzia. Attenzione, non è nella maniera più assoluta una questione di prezzo, anzi, devo dire che più le Compagnie dirette (almeno, le tre-quattro maggiori tipo Genertel, Genialloyd, Linear, che sono realmente degli ottimi marchi) si organizzano con servizi e assistenze complete, e propongono Polizze senza strane rivalse e limitazioni, più i loro premi assomigliano ai nostri, è proprio la scoperta dell'acqua calda. E poi, ultimamente la Compagnia per cui lavoro io ha tariffe RCA talmente basse che spesso riesco anche a starci sotto, ai premi delle On-line più serie, sempre che io lo voglia, ovvio (già spiegato un milione di volte che lo sconto generalizzato a pioggia a tutti i Clienti, anche a quelli che vogliono solo il "minimodelminimodelminimo", è nefasto: lo sconto, anche di entità importante se serve, va conservato per quei Clienti che, nei limiti delle loro possibilità, scelgono di diventare "globali" per l'Agenzia, vale a dire si fidano dei nostri consigli e tutelano anche altri aspetti della propria vita oltre ad ottemperare ad un fastidioso obbligo di legge per le proprie autovetture). 
La differenza tra il Cliente-tipo delle Compagnie dirette e il Cliente-tipo delle Agenzie è puramente comportamentale: il primo trova che arrangiarsi, inserire tutti i suoi dati nel computer, dialogare tramite un software sia figo, l'altro invece no, lo vive con ansia, non sa come cavarsela. Non c'è altro. E va benissimo così, per carità! 
Sicuramente il primo dei due ricade spesso in una fascia di popolazione più giovane, ma mica sempre. Il primo è quello che ama potersi collegare a Internet alle due di notte di domenica, per farsi un preventivo su e via, giusto perchè ha la comodità nelle mani: ha ragione da vendere, io di certo non apro l'Agenzia alle due di notte perchè gira la fregola a lui. Il primo AMA l'autonomia, l'indipendenza, la comodità data da Internet, a costo molte volte di mettersi a studiare argomenti non suoi per informarsi più a fondo e in modo responsabile (qui ovviamente faccio riferimento solo a quelli bravi, che si aggiornano sulle pieghe delle condizioni contrattuali nei singoli siti delle varie Compagnie, che leggono tutto prima di flaggare le caselle, non certo ai molti deficienti che si limitano a usare - e male! - qualche pseudo comparatore che alla fine ti vende qualcosa che non sai cos'è ma che al comparatore fa guadagnare bei soldi, visto che il comparatore altro non è che un Broker come un altro). Il secondo invece o non ama proprio per niente Internet, o non sa usarlo bene, o non lo trova comodo, o lo trova troppo impersonale, chi lo sa, magari tutte queste cose insieme. Magari ama semplicemente chiacchierare un po', o ha più tempo libero nei nostri orari di apertura. In ogni caso, il secondo sceglie di FIDARSI, perchè assicurarsi presso un'Agenzia (di qualunque marchio, in qualunque posto del mondo) significa sotto sotto esattamente questo: scegliere un professionista nelle cui mani mettere i propri rischi, i propri risparmi, le proprie tutele. Scegliere di delegare una specifica persona (che sai che non ti prende in giro e non lo farà mai) affinchè sia lei a leggersi tutte le condizioni contrattuali, a valutare i vari tipi di coperture, e in base a quanti soldini puoi effettivamente destinare alla prevenzione ed alla protezione della tua famiglia - mica sempre tanti, mica sempre tutti, devi pur mangiare e vivere - ti proponga qualcosa che davvero ti serva. Certo, se poi riponi male la tua fiducia e/o credi alle parole di professionisti non degni di questo nome che ti tirano il bidone diventa un problema, ma nè più nè meno di quando succede nelle amicizie, o negli altri aspetti della vita. E' un rischio che si corre quando si dà fiducia a qualcuno, l'alternativa è non fidarsi di nessuno e diventare da autodidatti veri esperti di assicurazioni, impresa, credetemi, che può rivelarsi ardua. 
Quindi: sono tantissimi anni che esistono le Compagnie dirette, e più di tanto non ci siamo mai pestati i piedi a vicenda, perchè i nostri rispettivi Clienti-tipo sono sostanzialmente e profondamente diversi, equamente e amabilmente suddivisi, un po' di qua e un po' di là. Fin qua, tutto chiaro.
Invece, il perdurare di questo strano e melmoso stato di difficoltà che ci circonda, il restringersi sempre di più dell'imbuto in cui ci troviamo tutti, ha sparigliato le carte. La gente si è incattivita, si è fatta aggressiva, si guarda le spalle e morde, morde, morde sempre. Faccio un esempio, racconto un episodio reale che per me è stato il cosiddetto "fattore scatenante" per i dubbi etici e per tutto ciò che ne consegue e ne conseguirà: l'altro giorno è passato in Agenzia un nostro Cliente. Cliente-tipo nostro, persona di cui sappiamo tante cose, uomo molto dolce e buono che qualche anno fa è rimasto vedovo ed ha pianto la moglie a lungo, dopo una dolorosa malattia. E' stato male, è uscito dalle spire della depressione grazie ad un amico che l'ha letteralmente trascinato fuori casa, a zonzo nelle sale da ballo, facendogli prendere lezioni, finchè in una di queste sale ha incontrato una brava signora (sola anche lei) che è diventata la sua nuova compagna. E' evidente che mica l'ho fatto spiare di nascosto quest'uomo, tutte queste cose ce le ha raccontate lui, volontariamente, nel tempo, assieme alle difficoltà dei due figli per il lavoro, la figlia femmina, bellissima da concorso (le tiene nel portafoglio, le foto delle selezioni per Miss Italia), e il maschio, che lavorava in un'Azienda che assicuravo io e adesso vive all'estero perchè si è innamorato. Questo per mettere in evidenza il tipo di rapporto di confidenza che c'è tra lui e il suo assicuratore, cioè io. 
Occhei, l'altro giorno è venuto da me con un preventivo della concorrenza (ovviamente non Internet, perchè non è QUEL Cliente-tipo), pari a meno di metà di quanto stava pagando lui, e me l'ha dato da guardare: un preventivo normalissimo, con la RCA, l'Assistenza Stradale, e basta. Mentre lui aveva anche, nell'ordine: Incendio, Furto, Grandinate, Vandalismi, Rottura Cristalli, Infortuni del Conducente e Tutela Legale. Praticamente tutto, gli mancava solo la Kasko, ma quella costa, non l'aveva mai voluta considerare. Tra l'altro, nel preventivo che aveva in mano il massimale RCA era il minimo di legge, nella sua Polizza invece tutt'altro, ci girava una quarantina di Euro solo per quello. Facendo i conti con la sola RCA minima e l'Assistenza,  da me avrebbe speso meno rispetto al preventivo che aveva in mano, direi abbastanza meno. Ma lui si è incazzato, ha alzato la voce, si è agitato parecchio e ha pronunciato queste magiche paroline: "E' colpa mia, dovevo svegliarmi prima. Dovevo capirlo che potevate fregarmi". Credo che una pugnalata in piena schiena mi avrebbe fatto meno male. E' su questo che gioca sporco, ancora, l'Infame (anche se il preventivo non era suo)! E' per questo che non c'è più spazio per un assicuratore che sappia e voglia fare il suo lavoro come si deve! Abbiamo cercato di spiegarci reciprocamente, ma eravamo chiaramente su posizioni opposte: lui è convinto che io, consulente in cui aveva riposto la sua totale fiducia, debba fargli spendere A PRESCINDERE meno possibile (me l'ha proprio detto: "Paola, dovevi capirlo da sola, con questa crisi", certo, ma ammetto che non sono telepatica, non ancora, almeno). Io invece sono convinta che, proprio a causa di "questa crisi", se ti fai male o ti ciullano la macchina potresti avere dei problemi ben più grossi di duecento Euro all'anno (o "poco più di di sedici Euro al mese", trasponendolo in questo orrendo linguaggio rateale che ora come ora va tanto di moda). Senza contare che ogni anno ne parlavamo, ne ragionavamo, e lui era sempre stato d'accordo con me (e al limite, se avesse voluto ridurre le coperture al minimo, bastava che me lo chiedesse, mica c'era bisogno di agitarsi!), quindi questa esplosione di sfiducia è emersa, come una bolla velenosa, nell'arco degli ultimi dodici mesi. La "crisi" è andata ben oltre, oltre la manfrina del risparmio, oltre il pensare che risparmiando trenta Euro all'anno sull'assicurazione, o sulla bolletta del gas, si risolva un intero ménage familiare (famiglia composta da quattro persone spesso dotate tutte e quattro di smartphone di ultima generazione): ha intaccato la fiducia nelle persone. Siamo tutti contro tutti. Tu mi freghi, io ti mordo. O ti mordo direttamente, tanto presumo che tu mi possa fregare. 
Vengo al punto, e questa volta definitivamente, promesso. Con queste premesse, se viene a mancare la fiducia di base, viene giù tutto il palco. Fai due conti, e l'Agenzia si riduce di un terzo in tre anni. Di mirabolanti nuove entrate non vedo ombre amiche all'orizzonte, anche perchè ormai siamo tutti presi in questa guerra tra morti di fame, e anche se arriva roba nuova è sempre e solo robetta. Perdi robetta vecchia e arriva robetta nuova. Cosa fa un'Agenzia che ha in organico tre impiegate quando il suo portafoglio si è ridotto di un terzo? Suvvia, il passo è breve e il conto è facile: una deve stare a casa. Subito, presto, perchè se continuiamo di questo passo, se il trend è questo, tra qualche mese non sarò neanche in grado di pagare gli stipendi. E io sto male, malissimo. Sto male perchè vedo disperazione tutt'attorno, e so che ne aggiungerò altra. Sto male perchè continuo a vedere e sentire quelle oscene pubblicità in cui le allegre famigliole sono contente perchè i Famosi Supermercati tengono i prezzi bassi per "aiutare gli italiani", c'è anche il nonnetto sempliciotto che tanto per cambiare ha la calata veneta (chissà perchè, quando c'è il tonto di turno parla sempre senza le doppie), e poi qui da me si stupiscono perchè ottanta-dico-ottanta persone sono state lasciate a casa, da un supermercato. Parla una che non fa l'economista, ma se continuiamo a grattare i prezzi senza fare altro arriveremo ad un punto di non ritorno (a naso direi che dovrebbe essere più logico alzare i salari per aumentare i consumi, possibilmente agendo sull'enorme peso delle tasse sui salari stessi, ma ripeto: mai capita una cippa di economia). Mi sta bene un po' di sana concorrenza, non amo di certo il monopolio (su tutto, dalle assicurazioni al formaggio, dai mobili al salame, dai vestiti alle automobili alle utenze telefoniche alle sigarette), ma fino ad un certo punto: se oltrepasso quel punto, quel margine che permette un guadagno, allora diventa sterminio. Guerra tra i poveri. Abbasso i prezzi ma licenzio, ed inizia una spirale senza fine. La concorrenza va bene finchè crea posti di lavoro, non quando ti attacca alla canna del gas. 
Una deve stare a casa.
Una deve stare a casa.
Una deve stare a casa.
Sto male. 
Non solo perchè, egoisticamente, a me sono sempre servite tutte e tre, così diverse: c'è quella intelligente e precisa, che difficilmente sbaglia quello che fa, ma ai Clienti sembra distaccata e fredda (probabilmente è l'effetto di un'eccessiva timidezza) e quindi ha ruoli da amministrativa pura, che in Agenzia ormai sono poco sostenibili, devono mettersi a vendere anche le sedie, tra un po'. Poi c'è quella che non si capisce un tubo quando parla, però è sempre pronta e disponibile ad ogni nuova iniziativa (salvo sbagliare un po' troppo spesso cose di estrema semplicità spiegate trecentomila volte), e poi è davvero una gran gnocca fisicamente, i Clienti ci fanno la coda, soprattutto d'estate. Infine c'è quella cicciottosa che sa sorridere, che è la più commerciale di tutte e ha sempre saputo usare la parola giusta al posto giusto al momento giusto, che piace un sacco per empatia, però è stanca, parecchio stanca, non ha più tanta voglia di impegnarsi, non sempre fa le cose che le chiedi. Non più; in compenso fa molti più errori. 
Sto male perchè conosco le situazioni di tutte e tre, e so perfettamente quanto ad ognuna serva, questo lavoro, per le motivazioni più disparate, non sempre economiche, a volte anche di impegno personale e mentale, per avere la coscienza di una realtà diversa (spesso più importante, questo, dello stipendio in sè). 
Sto male perchè mi chiedo se serve davvero, arrivare a questo punto. Magari è ora che smetta io, invece. Magari non sono più fatta per questa professione, per questa professione come è diventata ORA. Forse sopravvivono solo i più aggressivi di noi, o i più ballisti, chi lo sa, di certo io sono una che non stressa, non sono aggressiva proprio per niente: non chiamo la gente a casa di sera mentre mangia, non mi piazzo fuori della porta, non forzo la mano a nessuno, mai. In un mondo in cui c'era chi si fidava io avevo un mio perchè, e anche bello grosso direi, ma in un mondo di cane-mangia-cane che ci sto a fare, con le mie mille attenzioni, con i miei scrupoli, con la mia consulenza a volte fine a se stessa ma solo per il gusto di averla fatta, anche se il Cliente non ha firmato niente, ma è informato e soddisfatto.
Certi mestieri finiscono, con naturalezza. Mi sento tanto un maniscalco, con tutto questo amore per le zampe dei cavalli mentre sta arrivando, prepotentemente, l'automobile.
Mi chiedo se serve che io sacrifichi una dipendente, che è una persona, una vita, e che con ogni probabilità (per età, attitudini e capacità) non troverà mai più un altro lavoro, se poi magari tra qualche mese sono io stessa a mollare, e allora tenendo duro potevo lasciare un organico da tre a chi subentrerà a me, al probabile cazzutissimo aggressivo ballista. Certo, nell'immediato risparmierei parecchio, tanto da tener duro per un altro anno o due, ma poi? Poichè nessuno ha certezze, è giusto sacrificare una pedina del gioco solo perchè ho il potere di farlo? Ma del resto, mi ripeto, ho bisogno anche io di una boccata d'aria, visto che i costi sono sempre quelli mentre i guadagni sono un terzo di meno, e checchè ne dicano quei grandissimi fenomeni dei Sindacati (un grosso bubbone, un enorme handicap di questo Paese! Avevano un senso a inizio Novecento, quando gli operai morivano nelle fabbriche sprangate senza alcuna tutela, non certo adesso per alimentare solo ed esclusivamente i loro nomi e i loro privilegi, ingessando il mercato del lavoro!) non posso farmi carico di un dipendente che non mi serve più, che non riesco a pagare, solo perchè lui "ha bisogno di uno stipendio". Mica mi cascano dal cielo, i soldi! Ecco, se penso ai Sindacati le lascerei a casa tutte e tre di corsa, subito, senza tante manfrine. Come tanti Colleghi professionisti (assicuratori e non) con cui mi sono confrontata, che da tempo ormai non pagano più le tredicesime e le quattordicesime (cosa per me inconcepibile, illegale, piuttosto si deve trovare una soluzione alternativa ma non puoi snaturare il contratto di chi lavora per te, è un furto).
Invece penso a loro, accidenti, al bene che voglio a tutte e tre, e sto un male cane. 

domenica 1 marzo 2015

Limbo

A volte, scrivere è un po' come partorire. E' una gravidanza. Che poi, detto da una che figli non ne ha avuti, suona strano. Cosa ne sa, questa, di nausee, di mal di testa, cosa ne sa della pancia che cresce, dell'attesa che cala, di quel dolore, del sudore, di... 
Quindi rettifico, con un piccolo punto a ricciolo: scrivere è un po' come partorire?
So che dentro di me c'è qualcosa. Me ne accorgo dalle risposte che lascio a chi mi scrive, a chi mi commenta. Lo sento, ogni volta che apro il computer e il ticchettio della tastiera è fluido. Non fa paura, proprio per niente. So che c'è ancora un mare di emozioni da vivere. Lo sento dall'esterno.
Però non esce fuori, come se non fosse pronto.
Mi sento io come imprigionata in una pancia, a testa in giù. Attorno, tutto buio.
Riesco solo a pensare al lavoro, non faccio altro, da mesi, quasi quattro, ormai. Di giorno e di notte. Penso a questi pazzi che hanno letteralmente giocato con le nostre vite, con il nostro futuro, con la nostra sopravvivenza. Che ci hanno spinto a testa in giù nell'imbuto senza darci la minima indicazione, sapendo perfettamente che sarebbe diventato un mors-tua-vita-mea. Che assistono senza muovere un muscolo al lento sgretolarsi di piccole realtà imprenditoriali con lunghe storie alle spalle, anni e anni di impegno, di generazioni intere. Penso ai miei colleghi che ho visto di recente in riunione, alcuni dimagriti di un numero sinistro di chili, altri ingrassati, dello stesso numero. Visi pallidi, visi calvi. Penso a certi sguardi di chi non dorme da troppe notti, a chi mi ha confidato di aver già avuto bisogno di un paio di ricoveri. A chi ha cominciato a non pagare uno stipendio a fine mese, a turno, finchè regge. A chi non capisce più quale mestiere fa. A chi non ha più il coraggio di guardare in faccia i propri Clienti perchè non sa cosa dire.
A me, anche e soprattutto a me, penso, che tutto sommato continuo a cavarmela meglio di tanti, ma imprigionata in una pancia, come una pentola che bolle. 
Monotematica. Non piango, non rido. 
Lavoro e basta, e non mi importa di niente altro, e poichè anche del lavoro, quando sei saturo a questi livelli, non t'importa, in fondo non mi importa di niente di niente. E mi stupisco anche, del fatto che nessuno dei miei Clienti, finora, si sia accorto di quanto siano finti, tutti questi sorrisi.   
IO MI RIVOGLIO.
Quasi quattro mesi. Arriviamo a nove. C'è qualcosa che vuole uscire. Qualcosa di colorato, qualcosa che profumerà di nuovo. E di pane.  
Ho uno spaventoso bisogno di qualcuno che mi aiuti a tirarla fuori.

domenica 2 novembre 2014

Coma informatico

Mi sa tanto che dovrò assentarmi per un po'. Motivi professionali. Motivi di quelli che tengono parecchio occupata la mente, oltre che monopolizzare la quasi totalità delle giornate, e delle settimane. Un vero peccato, per me di sicuro, visto che sarà alquanto improbabile rimettermi a scrivere in tempi brevi, e Dio solo sa quanto mi rilassi e mi faccia stare bene scrivere.
Vari amici, che lavorano in Banca (Banche diverse, che nel tempo hanno subito fusioni, acquisizioni, accorpamenti, tutte quelle simpatiche manovre che sulla carta sono semplici operazioni finanziarie e nella realtà invece sono capaci di provocare ben altro, dall'esaurimento nervoso al divorzio), mi guardano con aria tra il complice ed il compassionevole, come se pensassero: "Era ora che toccasse anche a voi". A dirla tutta a noi era già toccata, quando la mia gloriosa Mandante fiorentina fu comprata dalla spregiudicata famiglia di affaristi già proprietari di una nota Compagnia di Assicurazione torinese (giusto per finire di spolparla del tutto in un decennio), ma quella fusione era stata una passeggiata, una bazzeccola rispetto a questa. 
Posso dire che tutto sommato ne eravamo usciti indenni, forse il modo di approcciare le cose, il sistema-lavoro, la filosofia di base erano le stesse, chi lo sa. O forse io ero più giovane, e mi spaventavo meno (anche se ne dubito). Più probabile che fosse il mercato ad essere diverso, anzi per certo lo era, dieci anni fa: giravano molti più soldi, e quindi la gente era molto più tranquilla, meno incazzata ed aggressiva. E poi (io mi scuso se torno sempre lì, ma devo pur incolpare i miei demoni personali di questo stato di cose) non c'era ancora niente di "social", la posta elettronica si usava ma con moderazione, se la tecnologia degli uffici si impallava per qualche giorno si proseguiva con calma e tanti sorrisi scrivendo a mano o usando il telefono. Dieci anni, cioè NIENTE, eppure tutto, da questo punto di vista.
Ora provate ad entrare in un'Agenzia d'Italia a caso degli ultimi nati del Gruppo Unipol (non dovrei far nomi, ma chi conosce un pochino il mondo assicurativo l'ha già capito da un bel pezzo per chi lavoro io) e pronunciare le paroline magiche "Migrazione-a-Essig": poi, preparatevi a scrivere un intero trattato, tutto vostro, sulle manifestazioni principali dell'isteria di massa.
Succede che questi sono tecnologicissimi, e ci tengono ai loro sistemi informatici più che alle loro stesse mamme: non saremo un'unica Azienda fin quando non adotteremo lo stesso sistema informatico, disse apponendo la firma il nostro Direttore Generale. Che poi, detto tra noi, è davvero cazzutissimo (uno dei pochi Direttori Generali di Qualcosa in Italia a non avere il titolo accademico davanti al nome, e già questo la dice lunga: la sua è tutta esperienza, esperienza vera), ha un'aura di idee chiare e spicce che si vede lontano un chilometro, cioè la distanza media da cui lo guardo io alla Mega Riunione Annuale, quella in cui mi appiccico alle pareti sperando che nessuno mi noti (la prima volta le pareti e buona parte delle uscite erano occupate da una sfilza di hostess strafighe giovanissime, di quelle che ti sporgono i pasticcini guardandoti dall'alto del loro tacco dodici, noleggiate in stock per l'occasione; forse poi qualcuno ha fatto notare che, tutto sommato, noi Agenti saremmo stati più felici con meno hostess sulle porte e con qualche soldino in più nelle tasche, perchè la seconda volta non c'erano e io ho potuto piazzarmi in posizione strategica). 
E poi ha quel mantra tutto suo, lo ripete continuamente: "Noi vi abbiamo comprato, noi vi abbiamo salvato dal fallimento, quindi adesso fate tutto quello che vogliamo noi", assunto che fa sorridere, considerando che non è propriamente una frase democratica o "di sinistra", estrazione lontana della quale tutti loro sono così fieri. Sostanzialmente però è la pura verità: loro ci hanno comprato, loro ci hanno salvato dal fallimento. Sarebbe carino - e quanto meno logico - che ci imponessero solo le loro cose migliori, e prendessero da noi le migliori nostre, ma sembra sia più semplice e rapido cacciarci tutti di sana pianta all'interno del loro sistema, anche se per certi aspetti ci riporta indietro di decenni. Semplice, rapido, certamente non indolore. Perchè si dà il caso che le Agenzie che devono "fare tutto quello che vogliamo noi" siano un numero impressionante, e non è cosa da nulla rivoltarle TUTTE come calzini dal punto di vista informatico in pochi MESI. 
Dev'essere andata come nei telefilm americani polizieschi, dove c'è sempre il Capitano di turno, o comunque il Capo del distretto (solitamente donna e di colore, che fa tanto politically correct, quella ormai vintage di Law & Order era anche cicciottella giusto per completare il quadro), che dice ai due detective, quelli che son giorni che si sbattono per trovare i cattivi: "Voglio il colpevole, e lo voglio entro questa sera". Della serie: finora non avete fatto una cippa, ma visto che adesso ve lo ordina il Capo vedete di muovervi alla svelta e risolvere il caso. Nei telefilm è sempre perchè il Procuratore minaccia di far saltare qualche testa, o perche il Sindaco di N.Y. è molto agitato e ha la stampa che lo assedia, ma non credo che i vertici della mia nuova Mandante abbiano questo tipo di pressioni. E' solo che hanno fatto dei piccoli errori di valutazione, ma non voglio spingermi oltre nelle mie considerazioni personali perchè poi finirei per dare a tutta questa storia una connotazione politica, uscendo dal seminato. Però, accidenti, certe similitudini sono davvero inquietanti.
Torniamo a noi. Per ora siamo solo all'inizio. La prima fetta d'Italia che parte con questo travaso massivo è il Triveneto (eccheccavolo, tutte le fortune ci toccano), probabilmente perchè lavoriamo tanto, e se dovremo lavorare ancora di più non ci spaventa. Mi piace pensare che sia perchè siamo i più bravini, e quindi ci fanno fare da apripista per tutti gli altri (oppure è perchè siamo i più bischeri, e non ci lamentiamo). Per installare il sistema che vogliono loro e lavorare con i computer che vogliono loro (che - va ammesso - quanto meno ti passano in comodato gratuito) devi stravolgere quasi totalmente l'impianto di cablaggio dell'Agenzia, a spese tue. Il mio taci che l'avevo pagato nuovo e pronto, visto che ho traslocato qua l'anno scorso (giusto un anno! Certo che Novembre è proprio un mese movimentato, ultimamente). 
Arrivano gli scatoloni con i macchinari nuovi, e non sai quando verrà il Tecnico a montarli, oppure lo sai, ma te lo dicono oggi per domani (alla faccia della paralisi totale del lavoro quotidiano che ne consegue). A me è toccato un Tecnico sveglio: giovane, preparato, e pure un filo carino. Il mio solito c/lo, visto che a tanti Colleghi sono toccate coppie di emeriti rimbambiti assunti per l'occasione dal subappaltatore del subappaltatore del subappaltatore, che non sapevano nemmeno come si accendeva un computer, e in alcuni casi hanno tagliato anche i fili del telefono per sbaglio, lasciando il Collega, oltre che paralizzato, anche isolato dal mondo esterno. Questo bel ragazzotto friulano varca la porta del mio ufficio e come prima cosa mi fa: "Quel portatile lì non fa girare il programma, vai a comprartene uno nuovo subito". Certi addii destabilizzano, soprattutto se il "portatile lì" mi accompagna ormai da anni e al suo interno custodisce gelosamente centinaia di files (testi Word di ogni cosa, dalle clausole delle Polizze Rischi Industriali ai Pdf autorizzati Isvap delle campagne di vendita, alle bozze dei miei post che non hanno ancora visto la luce - e forse alcuni mai la vedranno, dalle scansioni delle autentiche della mia collezione, dei disegni di prigionia del mio nonno Tano, alle tante foto del mio mondo degli ultimi anni) che opportunamente travasati nel nuovo fiammante portatile nemmeno si aprono, perchè di preinstallato non c'è niente, manco uno straccio di Office di prova. Del resto sono cose che capitano, se ti fiondi nel primo Store disponibile (e per fortuna che il nuovo ufficio è in pieno Parco Commerciale), agguanti un commesso a caso e chiedi - indicando altrettanto a caso una catasta di oggetti a forma di PC portatile - qualcosa che sia nuovo, semplice, adatto per una persona che odia la tecnologia e non sa niente di informatica, nemmeno esattamente quali programmi dovrà usare, e possibilmente con dentro Windows 7, perchè l'otto me l'hanno sconsigliato solo guardandomi, pare sia una questione di avversione. 
Il Giovane Commesso Agguantato A Caso dice con sorrisetto di compatimento nei confronti della Povera Vecchia che i computer con dentro Windows 7 non li fanno più da due anni, ti cucchi l'otto e corri in ufficio, visto che nel frattempo il baldo Tecnico ha scoperto che - di tutti gli scatoloni presenti - nessuno contiene il SERVER, il cuore del nuovo sistema, e quindi bisogna correre a prenderne uno in un'altra Agenzia dove ne erano arrivati due, guarda caso (doppio c/lo, in quell'Agenzia c'era stato il medesimo Tecnico, e quindi lo sapeva). Torni indietro di corsa sudando come un animale, così impari a mettere in ferie tutte le impiegate (a cosa serve tenere lì le impiegate, se l'ufficio non è operativo?) quando il pubblico entra comunque. O telefona. O aspetta fuori con faccia torva e minacciosa, dicendoti che non è un bel servizio trovare la porta chiusa con il biglietto "Torno subito. Firmato: Il Tecnico". Cose che dieci anni fa non sarebbero successe neanche in un film comico. Ci avremmo riso su con un buon caffè, visto che la macchinetta funziona ancora, riso del server finito per errore a Palermo, e della mia carta di credito alleggerita del costo di un portatile-al-volo in più, che magari con un po' di preavviso e studiando meglio le macchine presenti nemmeno serviva. 
Ma non potevo prendermela con il Tecnico, in primis perchè lui non c'entra niente, e in secundis perchè si trova anche lui in una spiacevole situazione: è appena stato licenziato, in diretta via telefono. Sono, questi, ragazzi che lavorano dodici ore al giorno da mesi, spesso senza pausa pranzo, lui avanza settecento ore di straordinario, gli dicono alle otto e mezza di sera dove dovrà essere alle otto e mezza di mattina del giorno dopo (sotto casa o a 200 chilometri indifferentemente), il tutto per 900 Euro al mese. Ha osato lamentarsi e al telefono gli hanno dato i dieci giorni, tanto fuori della porta c'è la coda. A parte il fatto che, secondo il mio modesto parere, anche se la storia della coda è vera un imprenditore lungimirante quelli bravi dovrebbe coccolarseli un pochino, la mia mente è andata a chi in questi giorni si indigna e fa casino perchè si vuole negare ai dipendenti pubblici il diritto di sciopero, mentre dell'esistenza di queste giovani bestie da macello nessuno parla. Chiusa parentesi. 
Comprendo che la gentile e preparata bestia da macello a quel punto avesse solo voglia di tornarsene a casa, perchè ha finito il montaggio in fretta e furia senza soffermarsi troppo sulle istruzioni da lasciare a me, per far funzionare i nuovi apparecchi. Soprattutto il portatile nuovo, che non va: ho chiamato la Telecom ma dicono che la loro linea ADSL è a posto, ho chiamato i nostri esperti informatici e dicono che la loro roba funziona perfettamente, e che non possono soffermarsi troppo su questi problemi di secondo piano visto che ci sono già le prime Agenzie totalmente paralizzate (io maligno che non gliel'aveva ordinato il cardiologo, al Direttore Generale, di travasarci tutti entro sei mesi, a blocchi di cinquanta, perchè così facendo il Servizio Assistenza si trasforma in un enorme imbuto di chiamate disperate, e vorrò proprio vedere che succederà a Dicembre, quando arriveranno i numeri grossi). Tuttavia ribadisco che con lo speed test risulta che il fiammante portatore di Windows 8 lavora a 156K, praticamente ho comprato un piccolo bradipo da compagnia. Qualche anno fa andavano di moda i furetti. Carino da morire, ergonomico e leggero, che non mi serve assolutamente a niente. E che, non potendo scaricare Office a 156K perchè ci vuole un mese e mezzo, custodisce i miei sacri file senza permettermi di aprirli, vuoi mai che debba fare una modifica ad una Polizza con clausolario e mi serva un testo specifico: mi tocca mandar via il Cliente.
Io, personalmente, già da un paio di settimane a chi mi chiede un preventivo per una Polizza Casa, o Infortuni, o Condominio, o per un negozio o un'attività, o chi più ne ha più ne metta al di fuori della R.C. Auto più stupida, sono costretta a dire: "Guardi, se ha intenzione di farla subito, e con subito intendo OGGI o domani al massimo, ok ne parliamo; ma se in realtà deve pensarci un po' su oppure ha una scadenza da disdire altrove tra qualche mese, non posso farci niente". Avrò altri prodotti, avrò altri listini. Di cui peraltro ora come ora non so quasi nulla. Alcuni (pochi, pochissimi) li ho già visti, e non grido al miracolo. Dell'enorme mole di tutti gli altri, il nulla. Nessun libretto disponibile, nessun tariffario. 
Sono più che convinta che viviamo in un periodo in cui il mercato (inteso come gli Assicurati e i papabili Assicurati) chiede solo due cose, solo due ma irrinunciabili: prodotti comprensibili, e rapidità di risposte. Solo dopo viene il prezzo basso, e in realtà è richiesta che riguarda più che altro la R.C. obbligatoria. Per il resto (una Polizza Infortuni, ad esempio), quando uno vuole un preventivo, il più delle volte senza neanche avere le idee chiare, si aspetta di sentire tre-quattro garanzie, le relative franchigie, i capitali, e il premio. Basta. E in fretta, in tempo reale, come se fosse lui, davanti al computer, non tu. Imbevuti di tecnologia, si lavora a compartimenti stagni, a schemini e foglietti da comparare. Uno schifo, per me che vorrei far due chiacchiere più che volentieri e illustrare qualcosa di più personale possibile, ma tant'è. Figuriamoci se, oltre a tutto, per rilasciare un preventivo ci metto due ore, con prodotti incomprensibili. O comprensibili, ma che non conosco, e ho diciamo una settimana per studiare di tutto punto (e non sono esattamente due o tre). Finisci per pensare prima ai tuoi problemi, ai tuoi casini, alle tue esigenze, che a quelle del Cliente, ed è un errore tanto madornale quando imperdonabile. 
Mi soffermo su questi pensieri in una domenica sera tipica delle nostre, da Veneto apripista, imbevuta com'è di umidità e di buio, mentre la mia Agenzia è in una sorta di limbo (nuovo hardware, vecchio software), in attesa della Grande Migrazione. La prossima settimana, tre giorni di corso che mi renderanno espertissima, e poi arriverà lui, il Nuovo Sistema Operativo con un nome talmente assurdo (chissà se lo sanno, che vuol dire Aceto in tedesco) che - già sappiamo - nelle Agenzie che hanno fatto da test nazionale ha scartato casualmente Polizze senza preavviso, eliminato tutti i Contatti dalla posta elettronica, mischiato svariate anagrafiche della Banca Dati Clienti, impallato i programmi di contabilità ed altre amenità simili. Credo sarà la mia rivincita, visto il mio livello di informatizzazione pari a sotto zero; i miei brogliacci fatti a mano saranno indispensabili. I rapporti umani prevarranno, lo spero, su macchine inutilizzabili se non inutili. Il sorriso abbatterà la paralisi. Ma ciò comporterà l'ennesima full immersion... 
L'anno scorso sono uscita dal "trauma del trasloco" a Firenze, grazie ad una Mostra a Palazzo Strozzi: dopo mesi in apnea ancora una volta l'arte era stata aria, era stata vento, era stata sole. Non so assolutamente quando e come, ma già pregusto quale sarà la scintilla, quale Mostra porterà in superficie questa nuova bolla che sta solo aspettando di formarsi. Non lo so, ma uscirne sarà di sicuro bellissimo.