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Visualizzazione post con etichetta Scuffi and Co.. Mostra tutti i post
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sabato 31 dicembre 2016

Una finestra aperta e subito richiusa

E' la storia che si ripete, non ci si può fare niente. Capita, con i suoi fatti e i suoi antefatti, e noi ci adattiamo sorridendo. 
Ci voleva ancora una volta Marcello Scuffi, con la sua pittura sognante e la sua spontaneità al limite della gaffe, per farmi aprire e richiudere immediatamente una finestrella su Trecose, giusto in Zona Cesarini di questo 2016 che ha segnato cambiamenti così importanti nella mia vita. E, come già avvenuto oltre quattro anni fa (che nella blogosfera sono un lasso di tempo mostruosamente lungo, pari a intere generazioni), c'è un Antefatto. 
A Febbraio di quest'anno il Tè da Ristori è stato dedicato a Marcello, prima e unica volta senza la presenza di Giovanni Faccenda, che non aveva potuto/voluto intervenire (gli artisti e i critici d'arte, è evidente a crescere verso i più bravi, sono tutti nel profondo un po' primedonne: meno si indaga sulle loro cose e meglio è). Marcello aveva proposto di sostituirlo con una studiosa che stava approntando una sua futura Mostra, in terra veneta tra l'altro, ma le occhiatacce di Franco Ristori non avevano lasciato spazio a dubbi: la presentazione doveva farla la sottoscritta, cascasse il mondo. Poco importava sia che la sottoscritta avesse lo stomaco ingarbugliato a farsi riprendere dai microfoni e dalle telecamere di Toscana TV, sia che Marcello (come già la prima volta nel 2012, il famoso sguardo scettico di fronte all'Emerita Sconosciuta che avrebbe dovuto scrivere di lui) tutto sommato temesse un buco nell'acqua. E a ragione, devo dire: essere bravini e fluidi nello scrivere mica equivale automaticamente ad esserlo nel parlare. Mai e poi mai ai livelli di Giovanni, che pur con tutti i suoi difetti è e resta un vero e proprio principe dell'eloquio critico, non conosce intoppi, fila liscio come un treno anche quando improvvisa, ed è sempre piacevolissimo da ascoltare. Ma come già nelle mie precedenti occasioni verbali (due!) su Claudio Cionini, sembra che sia filato più o meno tutto liscio anche alla sottoscritta, al punto che la sera stessa Marcello mi ha chiesto un contributo per il Catalogo della futura Mostra veneta. Eccome, a fine mese era già pronto.
Poi, si sa, son cose che accadono: la mia incapacità tecnologica in invio, unita ad altrettanta imbranataggine in ricezione da parte di Scuffi, ha fatto sì che glielo consegnassi solo in forma cartacea; nel frattempo la Mostra slittava di qualche mese, e insieme ai più cari auguri di buona fine e buon principio proprio oggi mi veniva in mente di chiedere a Marcello se dopo tutto non fosse meglio averlo anche sotto forma di file, il contributo. Giusto per sentirmi rispondere, con la sua usuale genuinità condita con acca, nell'ordine:
a) che il Catalogo era ormai alle stampe, 
b) che per questioni tipografiche (e per Ubi Maior, aggiungo io con effettiva deferenza, sentendo i nomi degli altri presenti in forma scritta) il mio testo non sarebbe stato pubblicato per intero bensì estrapolato in vari punti, e 
c) che comunque il mio nome sarebbe apparso insieme a quello dei Maior di cui al punto b). 
Marcello, adorabile testone. Hai anche fissato, per sbaglio, la data dell'inaugurazione in contemporanea a quella di una Mostra di Gianfranco Meggiato, costringendo gli appassionati di entrambi ad un'impossibile salomonica scelta. Testone, con quel talento cristallino che ti ritrovi per le mani, quando prendi su i pennelli.  
Ma accidenti.
Che dolore.
Ecco la finestrella che arriva.
Non scrivendo io per professione o a pagamento, il fatto che appaia o meno il mio nome passa in secondo piano. Traducendo: frega poco. In questo lungo, interminabile anno di passaggio dalla prima alla seconda parte della mia vita, ho continuato a scribacchiare cose più o meno riuscite, sempre per il semplice gusto di farlo. 
Un intervento per Paolo Orler, ad esempio, per il Catalogo di una Mostra di soli tappeti antichi, e anche lì da qualche riga di contributo chiesto a vari collezionisti è diventato un mezzo paginone di emozioni dopo aver passeggiato in solitaria e senza scarpe in una Galleria Orler che trasudava storia annodata e meraviglie da ogni angolo. 
Oppure un paio di articoli (tre, per la precisione) apparsi nelle pagine di cultura de La Nazione in occasione di altrettanti Tè da Ristori, anche quelli senza firma (credo in effetti che non sia nemmeno possibile, visto che non sono giornalista), ma chi se ne importa, lo so io e lo sa chi mi vuole bene. Articoli costruiti come interviste, per dare un taglio commerciale all'Evento, dal momento che non è sempre carino che Franco tiri fuori un tot di quattrini per farsi pubblicità e poi si ritrovi a leggere bellissimi sbrodolamenti sul pittore di turno, senza manco un accenno alla Bottega foraggiante, al fatto che chi viene a vedere le opere sarebbe bene che, a volte, le comprasse anche. Con un occhio alle cornici, la parte speciale dell'acquisto.
Ma il ricordo più bello di questo Duemilasedici da scrittrice senza firma è legato indubbiamente al Maestro Antonio Possenti, se ci penso mi viene il nodo in gola, e mi sa tanto che mi ci verrà ogni volta. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche prima di concludere questo viaggio ed iniziarne uno nuovo, ben più importante e più lungo; il Tè di Maggio. Dal momento che Franco Ristori non ha un'automobile ma un'astronave, per il Maestro già molto sofferente e provato risultava estremamente difficoltoso salire e scendere, e quindi avevo messo a disposizione la mia macchina, assai più terrena, per il tragitto Firenze-Lucca-Firenze. Solo perchè la possiedo, ovviamente, non certo perchè io la guidi, anzi, in tre anni non l'ho mai guidata una volta salvo una prova in stile neopatentata in un parcheggio deserto, giusto per ribadire che una roba così bassa e lunga dotata di quell'assurdo arnese denominato "cambio automatico" per me resterà sempre un mistero. Panda a pedali, forever.
Io quindi me ne stavo seduta dietro, buona buona, ad ascoltare gli aneddoti e i ricordi del Maestro, e già solo per questo mi sentivo una privilegiata. Poi lui ha cominciato a raccontare come era nata l'idea della Mostra sull'Orlando Furioso che si sarebbe inaugurata di lì a breve nella Fortezza di Mont'Alfonso, una Mostra tanto desiderata a cui lui avrebbe presenziato fino alla fine dalle sommità dei Cieli, ma quel giorno non lo sapeva ancora. Spiegava che era un progetto nato solo dalla sua passione per il disegno, ne spiegava il titolo, raccontava come l' "altrove" fosse per lui, a volte, un'esigenza impellente (al pari del mio "oltre"), e io - totalmente folle e senza un pelo di umiltà, in quell'occasione - avevo detto che lo capivo, perchè per me scrivere era uguale, quasi una necessità fisica, foss'anche solo per me stessa. Invece di ignorarmi come si fa con un essere palesemente inferiore (perchè tale ero, di fronte a lui, alla sua intelligenza, alla sua cultura, alla sua arguzia, al suo talento, alla sua storia, alla sua infinita passione per ogni cosa), si era interessato e mi aveva chiesto di che scrivessi. E, scoprendo che avevo scritto di lui due anni prima (http://trecose.blogspot.it/2014/04/bambini-e-maestri.html ), aveva voluto ascoltare. Detto/fatto, dallo smartphone. E' proprio vero che scrivo tanto, perchè poi a leggerlo bene, con le pause giuste, ci si mette un sacco di tempo, con la macchina ormai in vista della Bottega che girava e rigirava intorno alle viuzze circostanti pur di farmi finire con calma, e gli occhi del Maestro Possenti che sorridevano guizzanti, la sua testa piegata di lato in lievi cenni di approvazione, e infine la richiesta: "Potrei averne, per favore, una copia?" che mi ha fatto tremare le gambe. Taci che ero seduta. Una stampante, il mio regno per una stampante subito, quella sera!
Ecco. Non sapeva come mi chiamassi, non l'ha più saputo (ora sì, lo sa, ora sa tutto). Però sapeva leggerti dentro come nessuno, e l'abbiamo riportato a Lucca, dopo la serata in suo onore, con tre fogli fitti fitti dentro una tasca, scritti da una Sconosciuta non estrapolata.
Finestrella che si apre e subito si richiude. Solo per me. Non per coloro che amavano Trecose, e che mi mancano tanto, nè per alimentare le penne velenose che non l'amavano, e che alla fine mi hanno fatto gustare il puro piacere di ignorarle e lasciarle nel limbo dei Commenti-non-pubblicati (guizzi di sadismo, verso chi cerca notorietà aggredendo).
Giusto perchè mi piace l'idea di poterlo rileggere per intero se ne ho voglia. 
Giusto perchè, quando scrivo delle mie emozioni, è come se da un taglietto sul cuore uscisse fuori un fiume. Non puoi estrapolare un fiume, al limite posso farlo io che ne conosco ogni singola onda.
Giusto perchè quel titolo, "Alchimie di un'identità ricorrente", ci ho messo un po' a trovarlo, ed è un bel titolo pure per un post, non solo per un saggio da Catalogo. 
Giusto perchè all'inizio c'è una citazione di Kahlil Gibran, e davanti alla poesia di Gibran, cari signori, tanto di cappello.


Aggiornamento in data astrale 13/01/2017. Tutto in onore di PNV, uno dei miei ultimi lettori in ordine temporale (primo per sagacia), che mi ha chiesto di lasciare semichiusa la finestra. Del resto, oggi è un venerdì 13, quindi - se tanto mi dà tanto - un pochino la sua festa.
Non so se il tutto viene da Marcello in persona (improbabile), o dalla curatrice della Mostra (meno improbabile, ma più impossibile, visti gli strafalcioni), o dal grafico. Con tutto il rispetto per la categoria di professionisti, preferirei che si occupassero della forma e non dei contenuti (virgole e corsivi compresi).
Fatto sta che il mio saggio non è solo stato tagliato e sminuzzato come la pasta per il brodino, ma anche modificato, e questo non si fa. Non fa solo male all'anima, è decisamente deplorevole, soprattutto se ci si lascia la firma sotto. Andiamo da errorini di trascrizione anche banali, ma che cambiano senso alle frasi (esempio "edifici sabbiosi lambiti da darsene blu, intensi come pensieri tristi", quando invece erano le darsene ad essere "intense", ovvio, non gli edifici), ad altri piccoli particolari da categoria l'italiano-questo- sconosciuto, a cose più importanti tipo l'omissione di un semplice "non" che stravolge tutto. Perchè io vedo le barche di Marcello, così irreali ed appiattite, quasi fluttuanti sopra un mare di marmo, e quindi dire "barche che riuscivano a penetrare quelle (...) acque" non è esattamente come dire "non riuscivano"...
La dolce anima che mi aveva mandato via Whatsapp gli scatti in anteprima di quelle pagine sentiva i miei ululati a duecento-e-passa chilometri di distanza, e cercava di blandirmi dicendo che - in fondo - nessuno legge davvero gli scritti dei cataloghi. A parte il fatto che, se fosse realmente così, perchè cavolo ce li domandate, e pagandoli a volte fior di quattrini ai critici veri, mi chiedo, allora metteteci direttamente solo le figure; a parte questo, dicevo, li leggono di sicuro le persone a cui tengo, i miei amici collezionisti con i quali mi ritrovo in giro per l'Italia in occasione di Mostre di Scuffi & Co. E leggere il mio nome sotto una tiritera da scuola elementare come questa: "Fabbriche vuote barche treni e grandi tendoni di circhi immaginari eterno realismo scuffiano", così, senza punteggiatura nè altro, quando l'originale era "Fabbriche vuote e barche addormentate: eterno realismo scuffiano", mi fa agitare. Che poi nemmeno lo penso, che i circhi di Marcello siano immaginari: sono reali, realissimi! Al limite è solo la loro apertura - così scura, misteriosa ed evocativamente triangolare - che ti trasporta all'interno, in un mondo immaginario. E mai e poi mai userei un aggettivo così banale e piatto come "grandi", quando la nostra meravigliosa lingua ci permette l'uso di incredibili sinonimi quali  immensi, imponenti e così via.
Insomma, mi sono sentita incompresa. Mio marito mi ha detto di non esagerare, ma se la passione è tanta io mi ci alimento (come sa bene il carissimo Tra Cenere e Terra, che ha commentato un mio post a riguardo invitandomi a non cambiare http://trecose.blogspot.it/2012/10/six-weeks-ago-psicologia-sotto-un.html ).
Quindi farò così: porterò uno dei miei acquerelli di Scuffi (uno di quelli che ho da lui ricevuto in regalo, dal cuore, non quelli che ho pagato a Orler) da un corniciaio. Ma mica da Re Ristori, lo porto dall'ultimo degli scalzacani. E gli dirò di togliere tutta la parte alta, perchè dove lo devo appendere non ci sta. E poi se per cortesia mi ci aggiunge qualche alberello, che leghi bene mi raccomando con le barchette davanti, proprio sopra la firma.
Poi tornerò a casa con lo stomaco capovolto.   

Alchimie di un'identità ricorrente

"L'aspetto delle cose varia secondo le emozioni;
e così noi vediamo magia e bellezza in loro,
ma, in realtà, magia e bellezza sono in noi"

Kahlil Gibran


Ci sono cose, nella vita, che non stancano mai.
Cibi. Visi. Percorsi. Gesti quotidiani. Li hai fatti migliaia di volte, e già sai che per milioni di volte li rifarai, provando ogni volta quel sottile piacere, quel senso di appagamento così conosciuto, eppure ogni volta così nuovo e fresco.
La sigaretta dopo il caffè. Il profumo del caffè. La nutella sul pane.
Il mare, d'inverno. Le lenzuola, d'estate. Le montagne, sempre. Alcune di queste sono universali; poi, ciascuno conosce molto bene le proprie (quella della nutella sul pane, ad esempio). Per me, crema di nocciole a parte, tutto ciò ha da anni un nome e un cognome: Marcello Scuffi, pittore.

Di Marcello, di lui come persona, di parlare di lui, di scrivere di lui, dei suoi dipinti, di toccarli, sfiorarli, ammirarli, io non mi stancherò mai. L'ho già fatto e so già che continuerò a farlo, a volte ripetendo alcuni concetti, altre volte trovandone di nuovi, ma sempre e comunque felice e appagata.
Come collezionista sono un vero disastro, non ragiono, non rifletto, agisco sempre e solo d'istinto: quell'istinto che, quando mi trovo in mezzo ai quadri di Marcello, fa sì che me ne torni a casa con un nuovo chiodo da occupare. Ogni volta, alla faccia della diversificazione. O alla faccia della regola basilare non scritta: "Meglio un quadro da diecimila che dieci da mille". Però la colpa è sua, mica mia. Migliora negli anni, come il vino buono, toscanaccio. Ogni volta che ritengo abbia definitivamente raggiunto il suo culmine, lui sorprende e lo supera.

Sorprende per quella sorta di pervicace coraggio con cui da oltre quarant'anni si dedica esclusivamente alla pittura, e pittura di figurazione per di più. Non si lascia inquadrare, non si lascia travolgere, non ha mai imboccato nè mai imboccherà l'autostrada a cento corsie, tutte a pedaggio, degli innumerevoli "ismi" degli anni Settanta, Ottanta, Novanta e oltre. Niente pop, niente op, niente body, o land. Ma nemmeno concettuale, o gestuale, o informale: pervicace e fedele a un modello, a una tradizione. Mentre c'è chi accende neon o mortifica animali di ogni specie, lui ritrae case solitarie, ama immobili orizzonti, vive di mare.

Sorprende e supera tecnicamente, con quelle tele grezze, testimonianze di viaggi lontani, di sudore, di sole e lavoro, che ricopre di una nuova vita, fatta di colle e di gessi, una vita così bianca e così liscia da non crederci. Una vita da toccare, con i polpastrelli, delicatamente; io l'ho fatto, ho toccato ad occhi chiusi le sue tele ancora vuote, ferme in piedi, in gruppo, negli angoli più reconditi del suo studio, allineate in attesa della materia.
Va fatto, con certi pittori, con quelli bravi quanto meno, per i quali non vi è distinzione tra l'importanza del cosa dipingono e quella del come dipingono, perchè il supporto è parte fondamentale del soggetto. Quante gradazioni può avere il liscio? Quanto calore può sprigionare il puro bianco? Una sinestesia di emozioni, che culmina allorquando il colore, abbondante, pieno, viene poi spalmato via, strisciato, graffiato, quasi trascinato, un tutt'uno con la superficie sottostante, e prende forma, una forma ferma: barche immote, piani orizzontali a rincorrersi uno sull'altro fino al mare, oppure costruzioni geometriche, rigorosamente squadrate, cupe, con improvvise e profonde aperture scure. Teli pesanti, che celano mondi misteriosi, o reti impalpabili e trasparenti, leggere come ragnatele madide di rugiada. Vecchi vagoni, abbandonati nei depositi, con le ruote crocifisse ad un binario zoppo: le estremità bloccate per l'eternità, e il cuore libero di far volare con la fantasia chi, ancora, di nascosto li accarezza e sussurrando sogna. Pali ritti al cielo come lance aguzze, come una mano aperta, a incrociare una scia luminosa, una pennellata sola, decisa. Ed è tutto così fermo nel tempo, così immobile da trattenere il fiato, per non increspare la linea perfetta dell'acqua: che sia essa darsena chiusa o mare infinito, riflette ininterrottamente come specchio, purissima nella sua solidità.
Ovunque, si scoprono minuscoli anfratti come capocchie di spillo, crettature volute, piccolissimi graffi alla ricerca di un sapore antico. Una realtà parallela, una consistenza solo sua, di pittore che vuole sentirsi appellare come realista e mai come metafisico, lo ribadisce spesso, corrucciato: "Dipingo solo ciò che vedo".
Si nasconde, Scuffi, dalla pittura metafisica, che pure lo insegue, lentamente agli esordi, e poi via via prepotentemente, per farlo andare oltre, per trasportare - lui e chi lo guarda - in un'altra dimensione, e ci riesce solamente a metà. Lui le resiste. Non metafisico, allora: niente enigmi mitologici, niente statue e manichini, una prospettiva regolare e vera. Ma nemmeno realismo, nemmeno! C'è troppa magia per definirlo tale, troppo incanto, troppa eternità in quei soggetti reali ed evocativi di un mondo umile. Fabbriche vuote e barche addormentate: eterno realismo scuffiano.

Sorprende noi, e supera se stesso: c'è sempre più anima negli oli di Marcello Scuffi, un'anima che risale in superficie come una bolla carsica da tempi lontani, che richiama nomi importanti: Masaccio, Piero della Francesca, Carrà, Sironi, de Chirico. Richiama e risale, certamente, perchè c'è un'innegabile origine comune, un'unica visione di certi luoghi, di tempi, di forme, luci ed ombre; tuttavia Marcello Scuffi ha saputo farla propria, quella bolla d'anima, ed arricchirla.
Il matrimonio si è consumato da tempo, direi: Scuffi ormai non si rifà più ai grandi del passato. Scuffi ormai è. Piero in Scuffi, Carrà in Scuffi, Sironi in Scuffi: come una coppia rodata, che ha trascorso insieme più di quanto poteva immaginare e sperare nel lontano momento in cui è stato pronunciato il "sì".
"Così che non sono più due, ma una carne sola" (Mt. 19,6): una cosa sola, un'anima sola, quaranta estati e quaranta inverni, con il tramonto dal terrazzo, con la Gorgona che appare e scompare alla vista, con la sabbia e il vento, ed è bellissimo così. Il matrimonio tra Lia e Marcello è molto affollato, davvero! Forse dire "Lia Mantellassi in Scuffi" è più naturale che dire "Piero della Francesca in Scuffi"? Sono scelte per la vita, fatte e rispettate! Lia ha lo sguardo paziente di chi sa, e capisce; comprende che, sposando Marcello, ha accettato questa inusuale convivenza d'anime ispiratrici.

Come ogni artista dotato d'anima vera, anche Marcello Scuffi ha i suoi detrattori. E' giusto, guai ai tiepidi! Meglio amore e odio, sempre in coppia: entrambi nutrono, generano, stimolano al miglioramento. La critica più ricorrente che gli viene mossa è la monotonia dei soggetti, dimenticando tuttavia che il Novecento ci ha fatto toccare con mano l'immensità in un soggetto ricorrente, contemplando il rigore del vetro nelle nature morte di Giorgio Morandi.
Io guardo i dipinti di Marcello Scuffi, e non ci vedo monotonia, mai: ho visto quello stesso mare, quella sabbia, quel cemento, quei monti, mutare, negli ultimi dieci anni, come mai avrei potuto immaginare. Ho visto edifici sabbiosi lambiti da darsene blu, intense come pensieri tristi, a sorreggere barche che non riuscivano a penetrare quelle dense, drammatiche acque. Li ho rivisti, sempre loro, dissolversi in un vortice di grafite grigia, diventare lastre di ardesia, intere tele sfumate tutte su strati di un unico colore-non-colore, dove gli oggetti non hanno più forme: tutto è acqua, tutto è molo, tutto è barca, tutto è vela. Tutto, dolce malinconia.
Li ho visti, ancora e ancora, infuocarsi di rosso, di mattone e di ruggini, ardere pur rimanendo di ghiaccio, immersi in un'acqua che finalmente si liquefa, e subito sprofonda, luminosa. E, infine, proprio ieri li ho visti riapparire in mille sfumature di azzurri, lungo un bagnasciuga friabile; ho visto barche levitare su sabbie violacee, ho visto cieli indaco e ho sentito il calore emanare dalla tavolozza dei freddi. Ho voluto essere lì dentro, ho desiderato essere, anch'io, barca sotto la luna. Magari fosse per sempre, se il suo nome è monotonia!

"Meglio un quadro da diecimila che dieci da mille" è una delle tante, giuste regole dell'investimento per il futuro. Delle scelte oculate, da lasciare ai figli, ai nipoti. Quelle che ti permettono di essere ricordato, in famiglia, come uno che aveva saputo prevedere e capire, e magari ti fanno guadagnare un sommesso ringraziamento, dopo i fiori freschi di Novembre. Ma esiste anche un'altra regola, una regola folle, senza fiori, senza nipoti; una regola che è investimento per il presente, che è solo intuito, perchè il presente è solo tuo: "Anch'io, barca sotto la luna", adesso.

domenica 3 maggio 2015

Mistero buffo su Claudio Cionini

Il fatto che Trecose sia momentaneamente (ecco, "momentaneamente" è proprio la parola esatta) inattivo, non vuol dire assolutamente che lo sia anche io.
A parte il lavoro, che mi assorbe, lo ammetto, molto più di quanto vorrei e, soprattutto, molto più di quanto meriti la gente che mi circonda - intesa come la nuova veste tecnologica e subdolamente sprintosa della mia Mandante (che non ha ancora capito cosa vuol dire essere assicuratori - e del resto come potrebbero capirlo, visto che fanno questo mestiere da appena 52 anni e non da 136 come quelli di prima, senza contare che per i primi 30/40 si sono limitati ad essere l'emanazione di un partito politico più che realmente una Compagnia di Assicurazioni), e anche intesa come tutta quella cospicua fetta di Clienti, peraltro minacciosamente sempre più grossa, davvero convinti nel profondo che io sbavi e faccia chissà quali altre porcherie pur di acquisire e/o mantenere contratti con premi sempre più risicati e con il sinistro già garantito; a parte ciò, dicevo, un pochino di tempo riesco ancora a ritagliarmelo per attività piacevoli.
Onestamente, riguardano tutte l'arte (come potrebbe essere altrimenti?), e quindi in fondo anche gli uomini, visto che nel contemporaneo - arte sviluppata da artisti viventi con mercanti viventi - le due cose vanno a braccetto. Insomma, sempre sulle mie Tre Cose mi impantano, ma in fondo mi sta bene, sono felice così.
Assieme a questo post ne metto un altro, "Magia: Atto Sesto" (non so se sta sopra o sotto, il confezionamento del Blog riesce ancora a sorprendermi, ma in ogni caso andrebbero letti in coppia), che è un pezzo scritto da me e pubblicato nel Catalogo dell'ultima Mostra di Claudio Cionini, a Pietrasanta. 
Franco Ristori mi ha scosso dal torpore creativo in cui ero sprofondata chiedendomi di scrivere qualcosa per lui, e a una persona come Franco Ristori non si dice di no, mai. Perchè è generoso, perchè è di parola, perchè ha ancora dei valori, e perchè lo merita. Ho passato anni incredibili, da quando ho iniziato a collezionare arte, in cui credo di aver fatto il percorso tipico del collezionista "di pancia", molto romantico e poco milionario: credi a tutti - vuoi bene a tutti - compri da tutti - vai dappertutto - fai indigestione di parole - azzeri i risparmi - pensi da solo - non credi più a nessuno - ti stanno tutti sulle scatole. Più o meno. 
Ecco, io ho conosciuto Franco quando ero all'incirca tra il "azzeri i risparmi" e il "pensi da solo", e se a lui continuo a credere e sulle scatole non mi sta un motivo ci deve essere. E poi, quando vado a trovarlo e mi nascondo nell'angolo più piccolo della sua già minuscola Bottega, riesco a non pensare mai al lavoro, alla Mandante subdola e ai Clienti fastidiosi. Lui mi coccola, e mi lascia toccare e parlare con tutti i quadri che tiene appesi o infilati in qualche buco, come se fossero miei (aspetto fondamentale, visto che ho già chiarito come lui sia entrato nella mia vita artistica dopo il "azzeri i risparmi"). Anzi, a volte io lo gufo, sperando che certe meraviglie non riesca a venderle a breve, così da potermele ritrovare la volta successiva, per finire le nostre mute storie, invece che saperle traslocate in qualche casa, tristi tristi senza di me. Per una volta questa crisi che ancora non accenna a lasciarci stare, e che lascia senza voglia di comprare anche chi ci era abituato nel midollo, tutto sommato mi fa comodo, perchè io un Sironi degli anni buoni, o un Antonio Bueno a fondo nero 50 x 70, o un Ardengo Soffici da buttarsi per terra, mi sa tanto che non me li potrò mai permettere (mi sono permessa un gran bell'Emblema, nella fase "vuoi bene a tutti", che poi Ristori mi ha geneticamente modificato tutt'attorno per farlo rientrare nel "pensi da solo").
E' stato incredibilmente interessante affiancare Franco nella genesi di questa Mostra; io avevo già scritto per quella di Roma, e anche parlato all'inaugurazione (come ho raccontato qui: http://trecose.blogspot.it/2013/09/roma-esordio.html), ma era stato tutto più casuale e visto come da lontano. Qui invece ho vissuto tramite lui tutto il percorso dall'inizio, dall'impaginazione del Catalogo alle schermaglie pseudo-amorose per ottenere i patrocini delle Istituzioni (farei prima ad assicurare una multinazionale del petrolio!), dai nomi di chi ci doveva scrivere a quelli di chi ci doveva parlare. Per non parlare del titolo, che solitamente viene deciso dal Curatore in base al contenuto del proprio saggio inserito nel Catalogo, mentre a Franco quel "Le città visibili" di Riccardo Ferrucci andava di traverso ogni volta che pigliava in mano le bozze. 
Che "Le città invisibili" di Italo Calvino sia un romanzo straordinario per la nostra letteratura del Novecento è un dato di fatto che nessuno può permettersi di smentire, come altrettanto il fatto che lo abbiano letto tutto in ben pochi (io stessa, lo ammetto, nonostante la mia Laurea in Lettere, per giunta con il corposissimo indirizzo in Letteratura Italiana e non in Storia del Cinema, Arte Medievale o altre amenità simili, mi sono limitata a lunghi brani estrapolati), proprio per la sua particolarità. E' una sorta di romanzo d'élite, anche all'Università, figuriamoci alle scuole superiori dove è già tanto se arrivi agli esami di maturità facendoti di corsa la trafila Foscolo-Manzoni-Leopardi e Pascoli-D'Annunzio & Co. con la lingua di fuori.
Giusto perchè ogni tanto riemerge in me l'animo da insegnante di italiano mancata, spieghiamo che è un romanzo in cui Calvino gioca volutamente con i suoi lettori (in effetti ne ha scritto più di uno fatto così, si vede che si divertiva parecchio, probabilmente il più noto ai mortali di oggi è "Se una notte d'inverno un viaggiatore") creando capitoli "spacchettabili": è come un mazzo di carte che possono essere mischiate, creando ogni volta percorsi diversi e finali diversi. Nasce come una sorta di dialogo/monologo di Marco Polo alla corte di Kublai Khan (interrogato dal curioso orientale sul suo mondo di provenienza), e descrive città su città praticamente inventate di sana pianta. Città "invisibili", aggettivo sul quale Ferrucci gioca un po' per dire che Cionini invece, le sue, le rende evidenti, e ben identificabili, ai nostri occhi. Il che, per uno che conosce il libro e ne ha letto almeno qualche brano, è anche un doppio senso carino, suvvia, non mortifichiamo il Curatore. Ma per chi non sa neanche dell'esistenza di questo romanzo (e bisogna essere onesti ed ammettere che ce ne sono parecchi, in questo secondo gruppo), come titolo di una Mostra sembra piatto, sembra pasta in bianco, purè e stracchino, non ispira e non evoca un bel niente, con Ristori che scalpita. 
Per fortuna che da Internet, nella massa multiforme di dati nozionistici e da cruciverba che sciorina, gli è saltata fuori quella citazione spettacolare dal libro in questione che è: 

"Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone"

e che pareva cucinata apposta per il titolo di una Mostra. 
Occhei, è triste sapere che tutti ci riduciamo a Wikipedia, che nessuno legge più il Novecento italiano, che non ci sono più gli intellettuali di una volta, ma siamo pratici: dopo l'inaugurazione, quando tutti questi bei faccini intellettuali se ne saranno andati a casa felici e contenti con le loro copie del Catalogo non pagato sotto il braccio, dopo le strette di mano e le foto e i video, ci vuole qualcosa che colpisca e che attiri dentro gente che li compri, questi benedetti quadri. Su questo concetto io, personalmente, ci ho girato attorno parecchio; Claudio Cargiolli, che era presente, è venuto anche a stringermi la mano e a ringraziarmi per averlo detto, tenerissimo lui, perchè sembra che troppo poca gente se ne accorga. 
Senza considerare, comunque, che la frase sul deserto è metaforicamente perfetta non solo per le città in quanto tali, ma anche per la personificazione della città in ciascuno di noi: non dimentichiamo che Cionini dipinge città vuote, senza umanità presente, appena appena con qualche autovettura fugace al cui interno non si intravede mai nessuno, quindi possiamo tranquillamente dire che le personifica, che quelle città siamo NOI, ognuno con la nostra storia e il nostro vissuto, chi si sente Roma, chi Parigi, chi New York in base alle nostre sensazioni passate, presenti o desiderate per il futuro... Insomma, se avessi avuto tre ore a disposizione avrei potuto costruirci sopra un discorsetto mica da ridere, giusto per far vedere che anch'io sono capacissima di parlare di un bel niente ma che fa tanta scena. Inoltre, il nostro "essere" è così come lo crediamo, oppure è la vicinanza con ciò che ci circonda (il nostro "deserto" tutt'attorno) che plasma, dall'esterno, l'essenza che crediamo di avere? Io e l'Altro, l'eterno dilemma. Io città, l'Altro il deserto, oppure viceversa?



(Oggi io mi sento tanto questa N.Y.)


Da qualche parte su YouTube gira anche il video di quella sera, un paio d'ore di registrazione compresse in venti minuti, che rappresentano l'evoluzione delle mie figure di m/da iniziate col tristemente famoso "microfono sotto la faccia" alla Mostra di Vincenzo Balsamo al Chiostro del Bramante, secoli fa, anche se devo dire che questa volta è stato divertente (sostituivo a tutti gli effetti Roberto, braccio destro di Ristori, che aveva una validissima scusa per non essere presente data da moglie incinta con termine scaduto, poteva arrivare il fiocco azzurro da un momento all'altro). 
Questo cameraman di Toscana TV deve essere un pochino più bravo di Giuseppe De Luca, perchè mi fa sembrare infinitamente meno bassa e cicciottella (mi sono beccata da più di qualcuno un entusiasta "caspita, sembri davvero una figa, non si direbbe", complimento gaffoso che è sempre tutto un programma e al quale io sono abbonata da circa vent'anni, precisando che per assumere quell'aspetto ci metto più o meno un'ora e mezza, e mezz'ora a festa finita per rientrare nei miei usuali panni, manco fossi fagocitata da un alieno). 
Aggiungo altresì che sembro affetta da demenza senile, perchè praticamente ripeto parola per parola - o quasi - le stesse cose col cappotto addosso e senza cappotto addosso, ma a mia discolpa devo dire che mi ero preparata la scaletta per il primo intervento (quello senza cappotto, montato in video per la sua metà finale), mentre l'intervista tête-à-tête mi ha spiazzato, e si sente. Ho ripetuto le stesse cose cannando anche qualche verbo, convinta che uno dei due interventi venisse eliminato, mentre alla fine me li sono ritrovata in video uno dietro l'altro stile copia/incolla. I puristi del "public speaking" direbbero che è meglio la versione con tante pause e gli avverbi così sofisticamente nasali della versione "panico", ma io in realtà sono quella più alla mano senza il cappotto, quella che coinvolge il pubblico sgamando i commenti bisbigliati, quella che lascia in sospeso le frasi, quella che rimbrotta i Senatori perchè le fregano gli argomenti. 
Poco male, i complimenti a Franco Ristori li ripeterei all'infinito, se li merita tutti, sono straconvinta che se Claudio Cionini è arrivato a questi livelli il merito è anche dei consigli di Franco, da un lato, e della serenità economica che è riuscito a garantirgli, dall'altro. Averne, nel mercato dell'arte, di gente come lui che caccia puntualmente ciò che serve (TUTTO ciò che serve), senza contare cosa è venduto e cosa resta ammucchiato in garage, del resto i pittori per continuare a dipingere devono mangiare a fine mese anche loro, mica si cibano di "conto vendita", preferiscono le bistecche e la pastasciutta, come gli impiegati di banca, o i serramentisti, o gli infermieri.
Vissuta la Mostra, con le ultime creazioni di Cionini, a mio parere una più bella e più intensa dell'altra,  mi resta solo un dubbio, che è lì che gira da un pezzetto, e per sussurrare il quale ho anche chiesto il permesso a uno dei diretti interessati, perchè non mi sembrava galante raccontarlo. 
Io non capirò mai, e giuro mai, perchè gli Orler non abbiano dato una possibilità a Claudio Cionini. Ci siamo andati vicini, vicinissimi, c'erano venticinque tavole sue di diverse dimensioni e soggetti (città e fabbriche, queste ultime probabilmente più "difficili" ma profondamente più affascinanti) arrivate nei loro studi, e poi niente. Il buio totale. Nominare Cionini da Orler è diventato come evocare Belzebù in una chiesa. 
Magari un giorno, improvvisamente e con tanto di fasci luminosi e musica d'altare, mi verrà svelata la Verità, che sicuramente NON è che non piace al venditore di turno o al fratello Orler di turno, come mi è stato detto, ma mica siamo deficienti qui, eh. Da che mondo è mondo, il venditore vende quello che la proprietà gli dice di vendere, altrimenti non mi spiegherei certe schifezze sovrumane che passano, ogni tanto, quando capita, per gli studi di Favaro; certo, forse Dario, a volte, si può permettere dei no (e vanno accettati perchè lui è in assoluto il numero uno dei televenditori italiani), anche se non posso fare a meno di chiedermi se DAVVERO abbia in camera sua i collant di Ala appesi al muro. Probabilmente anche Carletto a volte si impunta (secondo il mio modestissimo parere senza gli stessi meriti) perchè fa tanto professor-style, ma di certo non credo lo faccia Giovanni Faccenda, che è diventato espertissimo di arrampicata sul liscio e riesce tuttora a vendere l'invendibile, a volte non so come ci riesca, e all'epoca delle venticinque tavole non lo faceva Franchino Raccioppo, il più improbabile dei teleimbonitori che però quando era in vena avrebbe venduto anche la giacca, sopra ai quadri. Giovanni, fra l'altro, nella sua vita precedente ha curato quattro Mostre di Cionini, trovo improbabile che possa non piacergli, che abbia scritto e parlato solo per compenso. Magari lo fai una volta, del resto è il tuo mestiere, ma non quattro, sarebbe diabolico. 
Immaginare discussioni fra i fratelli Orler se un pittore sia valido oppure no sul piano artistico, per non macchiare il buon nome dell'organizzazione, è pura fantascienza (vogliamo fare dei nomi e dare un voto al valore?! No, non vogliamo, diventerei cattiva): gli affari sono affari (te lo insegnano alle elementari, guadagno = ricavo - spesa, vale per le mele, per le magliette e per le opere d'arte!), se sono mercanti svegli, vendono ciò che si vende bene, bello o brutto che sia, basta che piaccia a chi compra. 
E Cionini piace, caspita se piace! Io in ufficio ne ho più di uno, e non c'è persona - di qualunque livello, provenienza, ceto sociale, preparazione scolastica, e chi più ne ha più ne metta - che non lo ammiri. Chiaramente ognuno ha i suoi motivi, mi sono sentita dire anche che ammiravano il suo uso del colore, gli accostamenti più dolci e soffusi, perchè ricordava quello di certe borse e di certe scarpe (sic), ma se la persona che dice questo ha comunque duemila Euro da spendere per un quadro, per quanto mi riguarda scarpe e borse restano motivazioni personali validissime. Nessuno di noi (parlo per prima perchè io ne ho cinque) è così ingenuo da pensare di farci i miliardi, un domani, ma siamo seri, non lo penso neanche di Marcello Scuffi, di cui adoro la pittura con tutta me stessa! Però quella di Claudio, come quella di Marcello, è pittura che mi fa STARE BENE quando mi ci piazzo davanti, per un momento che non va calcolato perchè il bello è esattamente questo: fermare il tempo. E' pittura VERA, con le sue colature, le sue sabbie, i suoi chiaroscuri, i suoi lampi di luce, e adesso che dipinge Firenze un po' più spesso di una volta, anche con i suoi riflessi d'acque, i suoi tramonti, le sue cupole lontane. 
Aspetto non trascurabile, anche se ben più terra-terra, costa relativamente poco. Visto che i veri danarosi ormai se li contendono tutte le Gallerie fino allo stremo (e poi i veri danarosi vogliono la certezza dell'investimento, altrimenti a cosa serve essere danarosi, quindi per loro uno come Cionini resta robetta, o sei De Chirico o niente), non vedo perchè non prendere in considerazione un pittore giovane con un listino accettabile da presentare ad una platea vastissima e sconosciuta come quella televisiva, che non se la fila nessuno ma che un bel quadro in casa magari se lo piglia volentieri. E poi, si sa, da cosa nasce cosa. 
Un pittore giovane ma non più esordiente, già molto bravo ma con margini di cambiamento se te lo tiri su bene, con soggetti che non siano già stati visti da Orler (un metropolitano non mi risulta l'abbiano mai presentato), con uno stile suo che non cozzi con nessun altro nome di scuderia, che dipinga abbastanza per una distribuzione decente (perchè Armodio è immenso davvero, e Cargiolli pure, ma restano la ciliegina sulla torta per pochi privilegiati, e chiedere loro di produrre di più, di "fare numeri", significa snaturarne l'anima e il lavoro). 
Un paio di Clienti Orler amici miei ce l'hanno, Claudio Cionini, in casa e in ufficio, perchè ce l'ho portato io assieme a Franco Ristori, in furgone, e fare agli Orler questo piccolissimo cornetto mi è dispiaciuto solo a metà. Perchè nella vita bisogna svegliarsi, quando serve, e riconoscere i treni buoni da quelli lenti, a volte, può fare la differenza. Da entrambe le parti.

Claudio Cargiolli

Io li capisco, gli ex-forumisti di Antonio Nunziante. Eccome se li capisco! 
Entusiasti, esagerati, forse un po' matti (in senso buono), si erano lasciati andare in quel Forum che era uno spazio tutto loro, nato e cresciuto presumo con grossi sforzi in quanto a tempo e impegno, per condividere un'emozione comune, confrontare i propri gusti, una sorta di Piazza d'Italia metafisica in cui, da tutta Italia, virtualmente si ritrovavano, chiacchieravano, si conoscevano. E poi gli incontri veri, reali, le vere cene, le Mostre!
Il problema è che, quando si parla e si scrive in uno spazio "pubblico", arrivano le ripicche. Se uno sente, o pensa, o crede, che gli abbiano pestato i piedi, reagisce. Poi ci sono i provocatori, veri o falsi che siano, e poi c'è quello che Il-Forum-è-onor-mio-quindi-fate-quello-che-dico-io. Insomma, un gran casino. Finisce che per fare quello che piace, e che in fondo è di una semplicità disarmante (parlare d'arte, di quadri, di gusti), bisogna quasi quasi nascondersi. E, da nascosti, per delicatezza certi argomenti trattarli solo tra gli iscritti, non pubblicamente, vale a dire l'esatto opposto del messaggio iniziale: l'arte è bellezza, parliamone! Condividiamola! 
Io ho un Blog, non un Forum, il che è lievemente diverso, perchè in un Forum tutti parlano con tutti, mentre nel mio Blog questi "tutti" parlano solo con me, non possono interagire fra loro (del resto, è il mio diario, non una Piazza d'Italia). Dovrebbe essere più semplice, la responsabilità di quello che scrivo è mia e ben identificata, posso a mio piacimento pubblicare i commenti di chi mi scrive oppure eliminarli senza alcuna pietà. Invece ammetto che anch'io, nell'ultimo anno, ho avvertito, ogni tanto, qualche difficoltà (a parte il tempo di mettermi a scrivere, che non ho più come prima, ma forse è bene che la fame bulimica di scrittura del biennio 2012-2013 sia conclusa, ora sono più ponderata). Granellini, sabbiolina, ma da prendere in considerazione. Gente tanto cara che ti chiede di parlare di un argomento sul quale non hai nel modo più assoluto voglia di soffermarti, e ti sembra poco carino rifiutare, oppure, peggio ancora, la sensazione opprimente da bavaglio, perchè più gente ti legge meno libera sei. Non puoi parlare di questa cosa perchè Tizio si secca. Non puoi criticare Caio, quand'anche costruttivamente, perchè poi si incazza, o ti pianta il muso. Non puoi dire di essere stata nel Tal Posto, perchè non si deve sapere. Eccheccavolo! Era meglio quando non mi filava nessuno, mannaggia. 
Quando una persona meravigliosa come Paolo Orler mi abbraccia e mi dice "cosa scriverai su questa serata?" riferendosi alla presentazione del Catalogo Generale di Marcello Scuffi, come cavolo faccio a dirgli che il Catalogo non mi piace? Mi si chiude lo stomaco, piuttosto. Intendiamoci, la serata è stata splendida come sempre, tutti gli Orler sono stati splendidi come sempre, è proprio il volumone da tre chili e mezzo che mi fa l'effetto così così. E l'ho anche detto a Marcello in persona, visto che un paio di settimane dopo la presentazione siamo andati a trovare lui e Lia, nel loro nido viareggino, e vederli lì mi ha fatto il solito dolcissimo effetto, come quando li vedo nella casa di Quarrata. Coccoli, tra di loro e con noi, mentre ti mostrano orgogliosi il "loro" mare, da quel terrazzino che è lui da solo un intero mondo, e dal quale si intravede, ma solo se è il tuo Giorno Speciale, la famosa Isola-che-non-c'è che spesso appare e scompare anche nelle tele di Marcello, un'isola, non le pendici degradanti dei suoi monti, un bacio fuggevole di roccia che si avvolge di foschia come di una sciarpa leggera. Al piano di sopra, visto che, come noi, non hanno bisogno di camerette aggiunte (quante cose accomunano noi e loro!), Marcello si è preparato uno studiolo, che non ha la sacralità della chiesetta di Quarrata ma che a suo modo attira, lassù, nel profumo del vento della pineta, e probabilmente è il principale responsabile dell'ultima serie di acquerelli, vertici ormai insuperabili, densi come dipinti, in cui l'acqua è quasi un ricordo eppure l'avverti, quando ti scivola nell'anima. 
Intendiamoci, il volumone è prestigioso, esteticamente molto bello e con un apparato critico notevole. Però c'è troppa quantità, e dà l'effetto di una confusione mista che prende un po' la gola (col senno di poi, io magari avrei fatto un cofanetto con tre volumi più piccini: oli, strappi d'affresco e acquerelli, tanto per dare più respiro fin da subito). All'inizio si parte con belle impaginazioni larghe, e alla fine si approda al micron, come una moto che arriva lunga ad una curva e si accorge tardi che la strada gira e più in là c'è solo il guard-rail. Ci sono quadri nella realtà minuscoli pubblicati a piena pagina (quadri assolutamente normali, a volte senza infamia e senza lode), e tele enormi, ricche di particolari, tra l'altro suggestive e bellissime, riprodotte come francobolli. Visto che, generosamente (ancora un plauso agli Orler!), non è stato chiesto manco un centesimo ai proprietari delle opere per la pubblicazione (e quindi nessuno poteva pretendere niente), magari era il caso di fare una piccola scrematura, operare una qualche scelta selettiva, ragionarci sopra un po' di più: per un pittore ancora in vita mostrare questa grande, infinita ammucchiata può essere controproducente (ed infatti tendenzialmente il Catalogo-Generale-di-tutto-di-più si fa ai morti, di cui pubblichi ogni cosa si trovi in giro, perchè si presume che altro non ci possa essere, oppure se lo fa da sè Nunziante, ma questo è un altro discorso, con dieci e passa volumi di roba a quel punto si perde per forza di vista l'obiettivo-qualità).
Dovevo dirlo? Potevo dirlo? Qualcuno si arrabbierà? Posso ancora conservare un minimo di libertà di opinione? Chi la pensa come me batta un colpo.
Già che oggi mi sto giocando alcune amicizie, togliamoci 'sto benedetto bavaglio di carinerie e delicatezze, e fatemi parlare di una persona magica che ho conosciuto da poco e che già adoro (non come Scuffi, ma ci siamo quasi): Claudio Cargiolli. Non che sia da top-secret Cargiolli in sè, ci mancherebbe, quanto il fatto che io sia stata a trovarlo di persona, nel suo studio-piccionaia, a Carrara. 
C'è, da qualche parte nel mondo, una persona che mi vuole molto bene (bene che io ricambio, perchè sarebbe impossibile non farlo) e che, molto semplicemente, era a conoscenza di quanto mi piaccia Armodio, di quanto io impazzisca letteralmente per CERTA bravura tecnica - diversa da quella degli iper-realisti, che tecnicamente ammiro perchè non sono rimbambita (e quando uno è bravo c'è poco da fare: è bravo) ma che mi lasciano un po' freddina, con buona pace di mio marito che alle Fiere si incolla con la bavetta ad ogni Pellanda che vede, pur sapendo che io, su questo, sono incorruttibile. Parlo di una bravura che vada oltre l'immagine, una bravura da CESELLO, da significato celato, da poesia e gioco. Questa persona un giorno mi dice: "Ti faccio conoscere uno che come pittura un po' ci somiglia, ad Armodio, vediamo se ti piace", e mi ci ha portato. E' stato un regalo che non scorderò mai, uno di quei momenti importanti, una di quelle emozioni a cui ripensi, chiudendo gli occhi e inspirando a fondo, quando sei sotto pressione e cerchi IL pensiero positivo che ti rassereni prima di ributtarti nella mischia. Giusto poco prima della Fiera di Bologna di quest'anno, quindi posso affermare di essere stata una delle prime persone, se non la prima (a parte i congiunti di Cargiolli), ad aver visto ultimato e ancora "fresco" il famoso trittico che poi è stato esposto nello Stand di Forni. Non che abbia fatto chissà quali cose turche, nel suo Studio, ma visto che in quei giorni si stavano concludendo gli accordi tra lui e gli Orler, mi è stato fatto capire che questa visitina non doveva essere troppo pubblicizzata, onde evitare pellegrinaggi di Clienti Orler fuori zona. 
Ma, accidenti, non facciamo sempre i materialisti, un pittore non si visita solo ed esclusivamente per comprare quadri a prezzi ribassati! Anzi! Io sono più che felice di comprare dagli Orler per le loro "forme di pagamento agevolate", e poi partecipo ai loro Eventi, mi fanno sentire speciale, ma non mi perderei per nulla al mondo l'emozione di stringere la mano a uno come Claudio Cargiolli, a casa sua. 
L'emozione di arrivare in una Carrara semideserta e addormentata, con l'aria di Gennaio che ti punge il naso mentre osservi l'ennesima mutazione del paesaggio toscano (la Toscana, regione incredibile, una sola terra ma con mille diversi volti, non solo le morbide colline dove svettano i pettini fitti dei cipressi, ma anche i suoi sguardi aspri, o le spiagge, i pini marittimi, i profumi di salmastro). Salire nel bianco le scale un po' sbilenche e incerte di un vecchio palazzo su, su, su, fino all'ultimo piano, dal quale vedi una distesa di tetti e, anche se il mare non è poi così vicino, ti sembra quasi di sentirlo, forse nell'aria, forse negli odori dei muri (l'odore tipico, a me ben noto, di Trieste e di alcune città portuali), forse nello stridio degli uccelli. 
Trovare questo folletto giocoso che ti apre la porta, e ti fa entrare, in penombra, così puoi solo intravedere poche cose (dipinti, teste marmoree, tappeti, seggiole) fino al cavalletto, esso sì, invece, completamente illuminato, coperto con un telo che lui solleva come una madre. Sì, proprio come una madre, ecco dove ho visto quella stessa luce negli occhi: una madre nel reparto maternità che solleva il lenzuolino per mostrarti il suo neonato. Uno sguardo che è un misto di gioia, di fremiti, di fierezza, e di orgoglio, per lo sforzo patito e la sofferenza del parto, e per la propria creatura, reale, viva, ora finalmente al mondo. 
L'emozione di poter scrutare dapprima l'opera in ogni sua minuscola parte, in ogni suo ricamo, davanti e dietro, con quella finestrella improvvisa da cui un occhio ti scruta, e il folletto che ti spiega quanto ci abbia lavorato, su quell'occhio così botticelliano da un paio di centimetri appena. Qualcuno ti spia dall'altra parte, e vuole vedere che succede di qui, mentre tu getti lo sguardo su un altro Universo, un'altra realtà, un mondo parallelo fatto di alberi che volano, di scale verso la Luna, di case senza tetto, di finestre senza porte, di animaletti veri oppure inventati, perchè tutto è al limite del surreale, ma, credo, senza un significato particolare. Sì, ne sono convinta, non ci sono doppi sensi nella pittura di Cargiolli, non c'è la volontà di svelare/rivelare chissà cosa, non c'è bisogno di interpretare niente: un gatto è un gatto, un pettirosso è un pettirosso, un cesto di uova è un cesto di uova, ma solo per il gusto di abitare una nuova dimensione, un levitare fiabesco, un gioco di bambini, come parlare con un amico immaginario, che nessuno vede tranne te, che conosce i tuoi segreti. E' come se lui si divertisse a farti scoprire un mondo OLTRE. Sicuramente si diverte a dipingere, questo è evidente, non c'è nulla di seriale, anche in soggetti apparentemente simili spunta una fila improvvisa di formichine per distrarti.
E, poi, l'emozione di guardarsi intorno, perchè non è solo per la pittura che sei lì, ma per lui, anche, per vederlo, per vedere come dipinge, se è vero che usa lenti speciali, come crea quei pizzi infiniti a rilievo, quasi come staccati ed applicati direttamente da un tombolo, in una Burano misteriosamente nascosta in Tirreno. Uno studio piccolo, piccolissimo, accatastato di libri, di ricordi, di ritagli, e quel tavolo con i colori già spremuti in verticale, tanti, tantissimi, come lunghe lingue, come dita indurite che spuntano a rilievo. Anzi, come un paesaggio onirico, un paesaggio quasi lunare, come roccia erosa, come i Camini delle fate della Cappadocia, questo colore ti colpisce e ti stordisce venendoti incontro e facendosi strada tra i pennelli. Pennelli ovunque, di ogni misura, dovunque l'occhio cada. 
Lui sorride, continuamente, perchè sa perfettamente cosa stai provando, legge lo stupore nei tuoi occhi, e anzi ti provoca, raccontandoti quanto tempo ci vuole per le realizzazioni più intime, per quelle minuzie studiate nei minimi particolari con addosso quella buffa montatura con le due lenti d'ingrandimento, pesante, ingombrante, che si sposa benissimo con la sua capigliatura ribelle e gli dà un'immagine da inventore, da scienziato, di quelli che viaggiano nel tempo e, spesso, da qualche parte nel fiume del tempo si perdono. Ti parla delle sue tavolette, e delle sue carte così amate e sottovalutate, elogia la lentezza nella creazione, scherza con i richiami ai Grandi che lui inserisce spesso, ora nascosti ora palesi, nei suoi quadri. 
E tanto traspare l'amore per quel luogo, per il suo lavoro, per i suoi soggetti, che ti balza evidente ciò che ha detto di lui Vittorio Sgarbi, confrontandolo, appunto, con Armodio: è vero, sono molto simili, rappresentano le due facce di una stessa pittura, di una pittura di perfezione, di una pittura certosina, di lavoro accuratissimo, di precisione ultraterrena. Solo che Armodio ne rappresenta, in un certo senso, l'aspetto maschile, più asciutto, volutamente enigmatico, mentre Cargiolli ne è il lato femminile, più dolce, più vezzoso, sia nei soggetti (colombe innamorate, animali sognanti, cieli aperti, perle, angeli) sia nei colori, i suoi rosa pastello stemperati nell'azzurro, ma anche i rossi e i viola così vivi, o i lampi dorati nel blu scuro. Armodio in effetti è più posato, ha una scala infinita di bianchi, lavora su gradini di latte, e poi ha i suoi grigi, i beige, i nocciola, preferisce elementi solidi come il ferro, il marmo. Armodio è più profondo, forse, più sagace, più ironico nel gioco degli oggetti e nella ricerca dei titoli. Ma Cargiolli ha tanta poesia dentro e fuori, la fa volare lentamente, la distribuisce come da una mongolfiera, e nei suoi titoli c'è una parola ricorrente, "amore", che avvolge tutto, dai camini aperti, alle zampette degli insetti, al mare. Poesia e amore, insieme, come una madre, ancora una volta. 
Non si chiede mai ai bambini se vogliono più bene alla mamma o al papà! Mamma e papà sono le due parti della famiglia, diversi ma ugualmente importanti, non c'è l'una senza l'altro. E così per me questi due straordinari artisti: capisci l'essenza della pittura quando li hai davanti entrambi, quando li hai osservati entrambi, li hai conosciuti entrambi, hai stretto la mano ad entrambi. Quando, eccezionalmente, ti hanno aperto la porta del loro mondo e ti hanno ammesso, per un attimo, a comprenderlo. Non mi si può chiedere di tacere.            

domenica 16 novembre 2014

Febbre (dall'alba al tramonto)

Domenica mattina, sono a casa da sola; sono un po' triste, un po' arrabbiata, un po' demoralizzata, un po' fusa, forse. E direi in parti uguali. Ho la febbre, ho la tosse e la voce mi ha salutato da almeno un paio di giorni, nonostante mi sia scolata un intero vasetto di miele che mi ha fatto sentire tanto Mamma Orsa.
Niente sta andando come pensavo andasse, a parte la settimana lavorativa, ovviamente, quella sì, eccome. Siamo stati bloccati per tre giorni, bloccati da questa fastidiosa migrazione di dati che si è comportata esattamente come sapevo avrebbe fatto: scartando nomi, numeri di telefono, anagrafiche, un bel minestrone (o spezzatino, per chi gradisce il proteico) di ciò che erano i nostri spettacolari archivi informatici. Lunedì ho aperto il computer e poi ho chiuso gli occhi, tanto già immaginavamo. Con i pacchettini delle Condizioni contrattuali delle nuove Polizze che devo/posso vendere ora (così, da un giorno all'altro, azzerato d'un colpo tutto lo scibile precedente) ancora chiusi nei loro scatoloni, tanto è inutile studiarli finchè non sai come far funzionare questi programmi del cavolo. Ci sarà tanto, tantissimo, da fare e da lavorare, ed è frustrante per chi fa il mio lavoro rispondere a chi ti chiede un preventivo "si accomodi, ma mi raccomando tenga conto che dovrà farci compagnia per i prossimi quaranta minuti" (variante pietosa, solo ed esclusivamente per la R.C. Auto) oppure "mi dispiace, non sarò in grado di darle una risposta per i prossimi sette-otto giorni" (variante onesta, per qualunque altra tipologia di Polizza). Figuriamoci, in questi tempi da tutto-e-subito. Uno ringrazia, esce, e si dirige subito dall'assicuratore della porta a fianco sbellicandosi dalle risate, alla faccia nostra, del nostro cazzutissimo Direttore Generale, e del suo mantra "vi abbiamo comprato noi e quindi fate quello che vogliamo noi". Insomma, ho cominciato a vedere una flebile luce in fondo al tunnel (un tunnel che si preannuncia molto, molto lungo, diciamo almeno quattro mesi per rientrare a regime completamente in quanto a professionalità, serietà e conoscenza della materia) più o meno verso giovedì pomeriggio, ma a quel punto la febbre aveva già ampiamente sforato i 38: capita, quando sei sotto pressione dodici ore filate con in pancia solo un panino, ogni giorno, per un'intera settimana. E non ti puoi lasciar andare neanche per mezzo minuto, perchè altrimenti le impiegate si demoralizzano più di te. Grosso rischio per l'impresa, l'impiegato demoralizzato.
Morale: aspettavo questo weekend da un pezzo, e sono bloccata qua a casa con un nervoso addosso da far paura. Da sola, per giunta, perchè non potevo pretendere che il mio ormai famoso "inseparabile scudiero" rimanesse a fissarmi nel mio mutismo. 
Nell'ordine: ieri, niente serata Orler, questo imponente omaggio a "The Responsive Eye" che rappresentava, per me (che non sono propriamente un'amante dell'arte programmata, nonostante la mia  cospicua serie di vestitini e camicette optical), al di là dell'esposizione, l'occasione di rivedere e salutare tanti amici da tutta Italia, e magari conoscere qualche nuovo volto, di quelli di cui conosci solo il nome o la penna, sparsi per i Forum o i Blog su e giù per lo Stivale. 
Questa mattina, niente ArtePadova, la "mia" Fiera, quella in cui gioco in casa perchè ci vado con tutta la comitiva di aficionados, che mi hanno riferito essere anche quest'anno giocosa, effervescente, nel suo piccolo sempre calamita per buongustai locali. Di certo il mega-collezionista che timbra il cartellino a Basilea ride di tenerezza davanti alle mie esternazioni, ma io faccio parte di un mondo diverso, preferisco ancora scambiare due occhiate d'intesa con chi si emoziona davanti alle fiabe innevate di Tino Stefanoni. E a giudicare dal numero di fiabe esposte, mi sa che qui siamo in molti, noi provincialotti emotivi. 
Se per domani non guarisco mi va per traverso lo sciroppo, giuro; spero che tutte queste rinunce servano a qualcosa. Anche non aver visto dal vivo lo Stand di Arte San Lorenzo, dove speravo di beccare Annamaria Brizzi, per poterla finalmente conoscere di persona, e invece niente.
Last but not least, niente stretta di mano a Dario Olivi, visto che una capatina pre-ArtePadova era irrinunciabile, e già avevo l'acquolina in bocca al solo pensiero di un'intera parete da nove metri con una sorta di antologica (per forme, colori e significati) di quel meraviglioso artista qual è Cesare Berlingeri.
Questa a dire il vero è stata solo una mezza rinuncia, perchè mi sono guardata tutto lo Speciale dal divano, anche se non è propriamente la stessa cosa. E poi, tutto sommato, son qua che scrivo, quando non più di due settimane fa avevo sbandierato che mi sarei dovuta prendere una pausa, prima cioè che l'influenza mi regalasse tutto questo bel tempo gratis, un intero weekend di dolce-far-niente inaspettato. Sta a vedere che se aspetto un altro pochino finisce che la devo pure ringraziare. 
Visto che in effetti la testa mi gira più del previsto, cercherò di essere breve e di fissarmi un concetto, uno solo, di tutto ciò che mi è passato per la mente durante le tre ore di Dario. 
E sì che ho pensato parecchio, a bocca chiusa. 
Pensato a Cesare Berlingeri, che avevo incontrato personalmente tre anni e mezzo fa, e a quanto mi aveva colpito come persona per la sua cultura e la sua profonda sensibilità - tipiche, queste, di molti artisti che nel tempo ho conosciuto - unite però ad una incredibile umiltà, cosa, invece, non molto comune tra coloro che vivono d'arte. Artisti e addetti ai lavori. La maggior parte degli artisti con cui, negli anni, sono venuta a contatto tende a sentirsi uno o più gradini sopra gli altri, siano questi "altri" i loro colleghi (tutti, indifferentemente! E' raro sentire un pittore dire di un suo contemporaneo vivente: "Quello si merita tutto il successo che ha, perchè è davvero un genio"), piuttosto che la gente comune. Si sentono diversi, si sentono "speciali", e per molti aspetti è vero e sacrosanto (il talento eleva dalla massa, è indubbio), ma se sei un talentuoso pittore con l'intelligenza di un tubero, e non vedi al di là del tuo naso, non puoi venire a fare il gradasso con me, che sono e resto più sveglia di te nonostante sia una frana con i colori e le tele. Anzi, manco ci provo, conosco i miei limiti, come tu dovresti conoscere i tuoi. 
Ho colloquiato con Cesare Berlingeri in tre diverse occasioni da allora, e tutte e tre le volte mi ha fatto la stessa impressione: un uomo piccino nell'aspetto, con dentro l'immensità. E poi ama raccontarsi, ama condividere, ama metterti a parte del suo percorso, che per un collezionista è una delle emozioni più belle, visto che quando ti appendi in casa un'opera non appendi solo un pezzo di pittura, ma anche un pezzo di pittore. La sua vita, le sue parole, i suoi gesti. Tanta gestualità nei lavori di Berlingeri, gestualità forte, difficile, una pittura che si fa quasi scultura in quel lavorare a tutto tondo, in tre dimensioni, quando la tela dipinta è solo un primo passo verso l'opera finita, perchè poi deve accartocciarsi, ripiegarsi su se stessa ancora e ancora, per celare al suo interno (e per far ciò a volte è necessario schiacciarla, montarle sopra, con fatica) un messaggio arcano, antico quanto il mondo, il segreto stesso dell'anima del pittore.
Per chi - mosso a pietà dal mio stato influenzale - volesse fare una piccola pausa rileggendo uno dei miei vecchi post su Cesare Berlingeri metto qui il link, perchè anche se sono passati un paio d'anni i miei ricordi sono talmente vividi che potrei riscrivere tutto parola per parola: 
Ma torniamo ad oggi, e alla parete di nove metri di Dario. O meglio, di Giuseppe Orler, perchè ho appreso in diretta averla voluta lui, fortemente. Il colpo d'occhio non era come mi aspettavo, perchè era TROPPA ROBA. Quando siamo ad un livello concettuale così alto, in cui ogni sfumatura di colore ha il suo significato, ogni minima forma (dalla piega al cartoccio) ha uno specifico perchè, riempire un enorme muro con quaranta lavori tutti uno diverso dall'altro può far l'effetto contrario: è come un'indigestione. Bum, un colpo allo stomaco. Stramazzi, sei stordito, annaspi. Vorresti soffermarti su tutto, e conseguentemente non ti godi bene niente. Sei come il bambino nella pasticceria, o la signora alle svendite delle griffe: hai solo due occhi e due mani, e non bastano. 
Allora (sarà stata la febbre) ho fatto due passi indietro, cercando ancora una volta l'aiuto in quel concetto di "condivisione", in quell'idea di "emozione comune" che per me sta alla base di tutto, e l'ho trovato; come sempre, l'arte non mi tradisce, mai. 
E' stato un lampo improvviso, guardando quel muro bianco con appesa la vita di Berlingeri, come un rotolo sacro srotolato da sinistra (la piegatura gialla e luminosa dell'alba) a destra (la blu, della notte più cupa e vellutata), vedendo il mini-catalogo nelle mani di Dario stampato in occasione di questa grande, unica installazione. Ascoltando i filmati, con le parole di un Cesare quanto mai semplice e diretto che racconta la sua ispirazione tratta direttamente dalla natura (quale filo conduttore quanto mai impensabile, da un'ape al un blu oltremare!), e ringrazia chi dà ancora queste possibilità agli artisti, perchè quando spariranno le "committenze" (mecenati, mercanti, menti illuminate) sparirà negli artisti la voglia di sperimentare e andare "oltre". Quaranta opere, racchiuse sotto il baffo di Giuseppe Orler, magari un giorno glielo domando, se ci aveva pensato davvero fino in fondo o se è stato un caso, se sono io che mi immagino tutto. 
Un muro intero, troppo per una persona sola; e allora smontiamolo, questo muro, pezzo per pezzo! Ecco la meravigliosa condivisione che ritorna, e un pochino mi turba, perchè anch'io ho tre meravigliosi lavori di Berlingeri a casa, ma me li sono scelti a suo tempo in Galleria, per mio conto, piluccando nei magazzini, senza che facessero parte di un unico progetto... e ora per qualche giorno li vedrò più tristi. Comprendetemi, non è la febbre! Ci sono trenta-quaranta persone (sarà per forza un numero esatto, alla fine, quando il muro sarà stato tutto smantellato) che possiederanno QUALCOSA che ha fatto parte di un TUTTO. Avranno inconsciamente condiviso un'idea comune, una storia, un pensiero. Potrebbero anche decidere di incontrarsi, tra qualche anno, come nelle foto delle famiglie numerose ai matrimoni. Come agli incontri di classe. Potrebbero posare tutti insieme con il mini-catalogo come guida, ognuno con la propria opera, e raccontarsi perchè a me ha colpito quella gialla e tonda come l'interno di una pesca matura, mentre tu hai fortemente voluto quella busta chiusa (e richiusa, e richiusa, e richiusa) in bianco e nero, piena di graffi scuri. Due antipodi, ma sempre e comunque parte di un'idea. 
Una persona che fa parte del MIO, di "tutto", e che ho disturbato per l'occasione mentre lavorava giusto per raccontargli di questa cosa del muro di Cesare che mi stava emozionando parecchio, ha commentato con dolcezza che ho un cuore grande, a pensarla così. E che invece è molto più probabile che chi stava staccando via via i pezzi di vita di Berlingeri dal muro pensasse solamente ad un bell'investimento, o a quanto bene poteva accostare il tal pezzo ad altri tesori in casa propria, piuttosto che a formare uno sgangherato album dei ricordi. Può essere, ma finchè sarò sotto Aspirina preferisco pensarla a modo mio, questa installazione sotto i baffi Orler: tanti piccoli pezzetti di anima di Cesare Berlingeri, nelle case di altrettanti sconosciuti solo sulla carta, a formare un'unica alba ed un unico tramonto senza fine. 
Essere collezionisti d'arte, in fondo, è avere sempre la febbre addosso.

sabato 18 ottobre 2014

Matthias Brandes














Sabato scorso io e mio marito abbiamo mangiato un boccone-al-volo con Paolo Orler. 
Il che è sempre un'esperienza interessante, perchè Paolino è - oltre che una carissima persona - un ragazzo estremamente curioso ed attento, di quelli che vanno via veloci, e mangiando con lui ti ritrovi sotto un fuoco di domande di fila, tutte che possono avviare discorsi di ore, mentre invece il tempo è sempre quel che è, e quindi bisogna concentrare gli argomenti. 
Argomenti, peraltro, che spaziano da quante volte sono stata a Medjugorje e come l'ho sentita e vissuta, ogni singola volta, al fatto che mi ricordo ancora bene a memoria la promessa di matrimonio (con la sua importante e difficile verità, che va ben oltre la basica fedeltà, principalmente quando parla di "onore"); da quanto buona è la carne da Olindo soprattutto quando segue le tagliatelle con il tartufo, a quali Polizze assicurative coprono i danni fatti dai muletti sulle macchine nel parcheggio aziendale. Praticamente alla fine sei felice e soddisfatto, hai sudato come una bestia e ti senti come quando passavi gli esami fondamentali all'Università. 
Perchè questo particolare cappello: perchè, tra le tante domande a bruciapelo di Paolo, una mi ha colpito dritta in fondo al cuore, ed è stata argomento di discussione a casa per vari giorni a venire, oltre che in quel momento a tavola. Dal prosciutto arrosto di Olindo (eravamo all'antipasto) Paolo ci ha chiesto: " Avete già avuto la crisi di rigetto per l'arte?". Così, come se fosse la cosa più naturale dell'Universo. Intendo, non ci ha chiesto se l'avevamo mai avuta, ma se l'avevamo GIA' avuta, facendo supporre che - prima o poi - in ogni collezionista il rigetto arrivi. Dà da pensare, soprattutto se detto da uno che in mezzo all'arte ci è nato, che gattonava in magazzini stracolmi di opere di ogni genere, che ha conosciuto personalmente artisti tra i più importanti (e probabilmente a molti di quelli locali è stato in braccio, agli inizi degli anni Settanta). 
In effetti noi ci siamo guardati ed abbiamo risposto di no, sul momento: niente crisi, niente rigetto, anzi. Ne avessimo di soldi per continuare a comprare un sacco di roba, oltre che per visitare Mostre e Musei! Lui ci incalzava, non convinto: "Ma davvero non c'è neanche un'opera che avete comprato e che adesso vi dà sui nervi?" Non c'è niente, tra le cose di cui ci siamo circondati, di cui ci siamo - sotto sotto ma anche sopra sopra - pentiti? A pelle direi di no, ma urge un distinguo: è evidente che, come chiunque approcci il mondo dell'arte inteso come acquisti di opere partendo da zero da parte di comuni mortali, all'inizio abbiamo fatto degli errori. Nel senso che in piena fase bulimica non ti rendi conto che i soldi non sono eterni, e quindi spendi senza razionalità. Vedi/compri. Vedi/compri. Quando arrivi a maturare un minimo di coscienza, e quindi saresti in grado di riconoscere un'opera per la quale varrebbe la pena di tirare fuori quell'Euro in più (per il nome, per il soggetto, per come è realizzata, per la storia...) rispetto a quella che è e sempre resterà pura e semplice decorazione, hai finito la riserva aurea. Quando cominci a pensare con la tua testa (in base a quello che hai letto, hai visto, hai affinato durante un percorso) e smetti di bere come acqua santa le parole di chi sta in televisione, hai già fatto ricorso al credito al consumo come minimo un paio di volte. Noi però abbiamo fatto scelte, credo, intelligenti sotto un aspetto specifico: abbiamo sempre comprato cose che ci piacciono. Anche Gastone Biggi - pace all'anima sua! - che poi alla fine ho venduto, dopo tutto il teatrino di Cagnola; nella produzione di Biggi, era comunque un'opera che trovavo interessante, con un suo perchè. Anche Salvatore Emblema, che indubbiamente ho pagato una follia e mezza rispetto al suo reale mercato, ma che tuttora mi affascina per la sua ricerca, per la sua essenzialità, per i suoi colori-non-colori; e poi da quando Franco Ristori me l'ha incorniciato tutto in ruggine con un'intelaiatura su misura che sembra un vecchio cancello con tanto di rivetti, non c'è persona che passi per il mio ufficio e non ne sia incantata. Magari perchè non sanno chi è, ma tutti sbavano. Fanno domande, toccano i catrami, le terre, si stupiscono (e a dire il vero quando spiego che la cornice è un'opera d'arte a parte, e che non c'entra con l'artista, un po' ci restano male).
Per concludere il secondo cappello: è indubbio che se potessi tornare indietro utilizzerei molti dei miei soldini onestamente guadagnati per acquistare altre cose che adesso conosco, rispetto a ciò che ho preso "a scatola chiusa", ma non detesterò mai nulla di ciò che ho appeso alle pareti, perchè sono comunque tutti pezzi che mi colpiscono, che mi hanno in qualche modo trasmesso qualcosa. Non ho mai scucito mezzo Euro per alcunchè che fosse solo puro investimento: l'investimento A BREVE in arte non esiste, e io non ho di certo davanti tutto il tempo che serve per far rivalutare gli artisti davvero vincenti di domani.
Detto ciò, l'argomento "rigetto" è stato molto gettonato nelle nostre chiacchierate familiari successive, non foss'altro perchè il giorno dopo, cioè la domenica, c'era Art Verona da visitare, biglietti già presi e appuntamenti fuori del cancello già fissati con più di un amico. Qui Paolo potrebbe averci preso: se non mi stancherò mai di vedere Chiese e Musei (anzi!), se le Mostre che progetto di visitare e mi perdo - siano esse grandi e istituzionali, oppure di qualche artista minore da riscoprire silenziosamente - sono ogni volta una sofferenza (compensata da quelle poche che mi ritaglio, pur di nutrirmi dentro, alla faccia dello stress-da-lavoro-correlato), se la Ricerca del Bello è per me l'undicesimo comandamento, ammetto che ultimamente le Fiere mi vedono meno entusiasta. Sono sempre piacevoli occasioni di svago in cui ci incontriamo e ci confrontiamo con amici provenienti dalle regioni vicine, ma le trovo un po'... stagnanti. Rappresentative di un mercato asfittico, infastidito e fastidioso, in cui i giochi - spesso - sono già fatti, alla faccia nostra. Con quel ripetersi sempre uguale dei soliti nomi, sembra l'appello in una classe di secchioni: Accardi, Adami, Aubertin, Biasi & (Kinetic) Company, Pistoletto, Scanavino, Simeti... (secchioni, si badi bene, di certo ottime presenze di livello, ma al limite dell'effetto-fotocopia tra uno Stand e l'altro, anche nei prezzi). E con tutto ciò che dovrebbe rappresentare il NUOVO, le proposte, i giovani/giovanissimi - tanti, tantissimi per fortuna - a cifre fuori dal mondo, a idee fuori dal mondo: sperimentazioni senza fine, qualche fotografia, pittura poca. Roba da sospirare di tristezza, e correre subito da Paolo Orler a comprare un paio di bei tappeti dei suoi per tirarsi su il morale.
Invece, girovagando per una Art Verona piacevolmente frizzantina rispetto a quella dello scorso anno (nella speranza che sia un bel segnale), una scoperta. Un amore a prima vista. Questa crisi di rigetto che non arriva, e che anzi mi scalda il cuore sempre di più. Lui si chiama Matthias Brandes, tedesco del 1950 (grande annata per i vini ed i corniciai) dotato di chioma bianca con folte sopracciglia. Assolutamente a me sconosciuto, altrettanto assolutamente per me delizioso. 
Atmosfere sospese come in un sogno, tra pennellate cariche di caldo e di vento: case colorate di terra, realistiche e semplici come in un disegno di bambino (il classico quadrato con la porta sotto, le due finestrelle sopra ed il tetto a spiovere), ma trasportate in una dimensione fuori del tempo, che le vede volare in aria come aquiloni senza peso, rincorrendosi in un cielo di perla, o appoggiarsi di lato, l'una all'altra, in un movimento un po' stanco che fa il verso al terremoto, ma senza danno. 
Alberi - cipressi, all'origine, probabilmente - divenuti più cicciottelli, densi densi, a bisbigliare qualcosa di misterioso alle finestre, a spirare un soffio di vita dietro ai mattoncini. Ombre nette, squadrate, ritagliate a scalpello, inquiete nel loro lambire la geometria circostante. Un paese intero che sorge da una tovaglia bianca, ancora con le pieghe addosso della stiratura, gettata sul tavolino della metafisica, in un unico, avvolgente, immenso silenzio. 
E che lavorazione! Sabbie, graffiature, ruvidità, superfici di pietre vive, di graniti, di calce che si solleva, di bianco nei rosa, di grigio nei verdi cupi. Non erano quadri, erano richiami di sirene per chi - come me - sente prepotentemente il fascino di CERTA pittura: era come se Armodio, De Chirico, Magritte, Campigli, Xavier Bueno, Scuffi, Carrà, Lazzaro mi stessero facendo il girotondo intorno (li ho messi tutti insieme, e avrei potuto metterci anche Giotto e Piero della Francesca, volutamente mescolati, senza alcun ordine storico, senza alcun ordine logico, senza alcun riferimento di bravura o di mercato, solo perchè ne sentivo insieme i sussurri in ogni pennellata). Un piccolo richiamo di ciascuno di loro, i grandi e i meno grandi, in un raro risultato di suggestioni, di colori, di ricordi. 
Anche i miei scatti col cellulare alle Fiere sono rari, rarissimi; l'ho già detto, preferisco Mostre e Musei, eppure su Brandes avrei scaricato un rullino, se ancora esistessero, i rullini. Uno intero da trentasei, tanto mi ha coinvolto, sotto gli occhi della bella signora svedese che stava allo Stand, e che già si era stupita tanto perchè la gente continuava a chiederle i prezzi dei quadri che pure erano scritti nei cartellini (ma non siamo abituati, noi, qui, a tanta trasparenza, in questo mercato dell'arte, in questa continua fiera con la f minuscola, fiera del fasullo che trascura i talenti e del denaro fa girandole senza una logica). Hanno dovuto trascinarmi via per finire il giro, perchè per me lui già valeva il biglietto: mi sarei fermata lì per ore, a sognare ad occhi semichiusi, annusando la fragranza della campagna toscana che veniva fuori dal silenzio di quelle tele e mi andava dritta dritta all'anima. 
Per poi scoprire, tornata a casa e fiondata in rete come un pesce per capire chi era e cos'aveva fatto questo Brandes finora, e come avevo potuto farmelo scappare così, che le sue ispirazioni principali - in un eterno gioco di onirici paesaggi - sono le terre toscane e la laguna veneta (ho trovato il MIO pittore, allora!), tant'è che vive da anni esattamente a venti chilometri da me, e spesso le sue casette in-animate spuntano da misteriose acque alte verdazzurre che hanno il sapore della laguna, o si affiancano ad enormi navi pietrose senza occhi, ricordi di un mare antico, del quale puoi solo indovinare se ti attende per una partenza, oppure se si allontana dopo l'agognato ritorno. 
Non varrà mai milioni di Euro, Matthias Brandes, ne sono certa come sono certa di quanto mi piace come dipinge. Del resto, non ha inventato niente di nuovo, e oggigiorno i grandi risultati premiano chi si è spinto oltre certi paletti, chi ha provato a parlare in linguaggi diversi. Probabilmente continuerà a rimanere uno sconosciuto ai più, anche se io, personalmente, mi sono già messa in moto per fargli spazio a casa mia. Presumibilmente farà pure sorridere - con tenerezza, o una certa commiserazione - i grandi esperti, coloro che tengono le fila dell'attuale mercatus. Ma una cosa è assolutamente indiscutibile: finchè dipingerà così, a me, che secondo l'insulto ricorrente sono "una-da-Cascella" (e comincio ad andarne fiera, a questo punto, alla faccia dei teschi e delle bestie morte!), che amo davvero ogni cosa sia appesa alle mie pareti, che mi macino chilometri in auto o in treno o in aereo solo per il profumo di un quadro, che non nascondo il nodo in gola quando, poi, mi ci emoziono davanti, il rigetto non verrà mai.


                                                         


domenica 31 agosto 2014

Meggiato (istinto e ragione)

E' arrivata. E' arrivata, infine. Proprio LEI.
E io... sono così felice!
A dirla tutta, ho dovuto riscattare un paio di Polizze Vita che avevo da qualche anno, e non è cosa che dovrei spifferare ai quattro venti, visto che il mio mestiere è continuare a venderne, non invogliare la gente a levarle via. Le Polizze Vita sono un investimento tranquillo e sicuro: sono impignorabili ed insequestrabili (aspetto sempre molto allettante per chi non vuole che altri possano mettere le mani sui suoi soldi), hanno nella quasi totalità dei casi una resa minima annua garantita in partenza, che salvaguarda l'investimento da fluttuazioni del mercato e/o altre sgradevoli sorprese, possono dare - a scelta - tutta una serie di interessanti garanzie accessorie a protezione della mia e della vostra serenità. Quindi, se potete (e con questo intendo se vi avanza qualche soldo all'anno - che non volete lasciare in Conto Corrente - dopo aver pagato il cibo, i detersivi, la bolletta del riscaldamento e tutte le altre spese minime per la sopravvivenza), un pensierino è sempre bene farlo. Magari come alternativa alla classica obbligazione, o al CCT, visto che ora come ora i Titoli di Stato non rendono un tubo.
Io l'ho fatto, più volte, a suo tempo. In fondo, io avrei anche qualche ragione in più rispetto a voi, perchè ogni anno ho degli obiettivi di vendita da raggiungere, e quindi stipulare ogni tanto Polizze Vita a me stessa è anche un modo per raggiungerli (con tutte le piacevoli conseguenze), oltre che un modo semplice e pulito per accantonare denaro in sicurezza.
Però l'ho già detto come in questo periodo io mi senta fuori dal mondo. Voglia di cambiare aria. Voglia di cambiare faccia, e facce intorno a me. Voglia di PRESENTE, oggi.
Dopo tutto, queste Polizze sono così... noiose. Sono solo dei pezzi di carta con una scadenza molto lunga. 
Non bisognerebbe mai chiuderle anticipatamente, lo so bene io per prima, soprattutto se stipulate in una formula che, alla fine del percorso, ti dà un bel po' di rendimento extra (ma veramente un bel po', in doppia cifra), ma devi arrivarci dritto come un treno e senza interruzioni, alla fine del percorso, perchè se cambi idea per strada ci smeni parecchio. Ed è giusto così, del resto: se vuoi la doppia cifra garantita devi garantire tu per primo di fare il bravo. Altrimenti, ciccia. 
Diciamo che sono formule per chi non cambia idea spesso. Sono formule per chi non è malato d'arte. Sono formule per chi non va a Madonna di Campiglio per festeggiare le dirette estive con gli Orler. Sono formule per chi non si trova davanti al naso la Sfera di Gianfranco Meggiato dei suoi sogni, proprio lei, proprio quella che ti è passata davanti agli occhi per anni e anni mentre tu potevi solo sospirare (e firmare Polizze). Eh, già. Quelli malati d'arte, che vanno a Campiglio per il weekend, che si trovano davanti al naso Meggiato e non solo Meggiato, va a finire che passano la notte immersi in complicati calcoli, e il lunedì successivo riscattano le Polizze perfettamente consci della percentuale di abbattimento del loro investimento finanziario.
Chissenefrega, però. Vi posso assicurare che, mentre dicono addio al cospicuo bonus finale della Polizza Vita, aprono la porta dello spirito ad una delizia che nessun pezzo di carta  potrà mai dare. Aprono un portone anche ad un tipo di investimento differente ma ugualmente interessante, se vogliamo essere precisi, perchè Gianfranco Meggiato è un nome ormai consolidato e molto desiderato, e sono certa che le sue opere sono sempre soldi ben spesi, a qualsiasi latitudine. Ma visto che ormai mi conoscete bene, sapete che questo aspetto della questione è per me decisamente secondario. 
Nemmeno mi ci metto, a discutere con chi non lo ritiene un Grande, oppure con chi non lo ritiene neanche un artista ma solamente un bravo designer, e mi fa la faccetta di compatimento come se avessi buttato il mio capitale - garantito e impignorabile - dalla finestra. Anzi, un bacio in fronte a chi non lo conosce per niente, non conosce i suoi lavori, e resta con la bocca aperta. Mi piace sentirmi dire: "Caspita, che bel Meggiato", dà il la ad un profondo dialogo tra appassionati. Mi piace anche: "Bel pezzo, chi è l'artista?"; è più raro, perchè Meggiato è abbastanza conosciuto da chi frequenta casa mia e colleziona arte, ma può capitare. In questo caso la discussione è più dotta e divulgativa. Tuttavia resta impareggiabile il silenzio, lo sguardo stupefatto, lo sbalordimento di chi non sa assolutamente nulla di arte contemporanea (e ce ne sono davvero molti, anche se a chi popola il mio mondo può sembrare strano) e se ne esce con un: "Bellissima, ma... che cos'è?". Io, questi qui, li adoro. Perchè adoro poche cose come poter parlare degli artisti che mi piacciono, e sono le domande così che me ne danno la possibilità. Non "chi è", tra l'altro, quanto "che cos'è". Il profano che si avvicina e, pur non capendo come e perchè, SENTE, AVVERTE qualcosa. Puoi raccontargli tutto. Puoi spalancargli una finestra con dietro un intero universo. Puoi dirgli "Sei tu, solo un poco nascosto", e vedere che faccia fa quando capisce che è esattamente così. Quella sfera centrale, così intima, così lucida, così perfetta, racchiude tutti i tuoi pensieri più nascosti, le tue paure, le tue gioie. La puoi intravedere appena attraverso questo reticolato scuro, che sei sempre tu, quando lasci che la vita ricopra il tuo soffio vitale, il tuo zelo, il tuo fuoco. Tocca. Mettici pure le mani sopra, dentro. Senti il vuoto, con le dita, dopo aver visto il pieno con gli occhi. 
Erano anni che ci pensavamo, a questa Sfera. Proprio a lei, perchè una cosa che non sempre capisce chi commercia arte per mestiere è che le opere non sono tutte uguali (certo, a meno che uno non compri per puro investimento, allora tramite il suo consulente va a caccia di un paio di Boetti due metri per due, li mette in una bella cassaforte senza neanche sapere come sono fatti, e la cosa finisce lì: io parlo per chi compra per il puro gusto, per la bellezza, per emozionarsi, principalmente). O meglio, è probabile che lo capiscano perfettamente (nessuno meglio di loro vede la differenza tra un quadro ben riuscito e una robaccia immonda, anche se della stessa mano e della stessa dimensione), ma quando si tratta di venderle ai collezionisti fanno finta che il concetto passi in secondo piano. Mi fa un certo che quando, in certe televendite, a chi vuole un quadro che invece è appena stato confermato da qualcun altro dicono: "Te ne tiriamo fuori un altro". Come se fosse la stessa roba! Come se fosse un chilo di pane! Mi dia due pacchi di fusilli! Non è possibile, non è solo il NOME. Non è solo il SOGGETTO. Non è solo la DIMENSIONE. E dirò di più, non è nemmeno solo il fatto che l'opera sia bella o brutta o così così. Anche all'interno di opere universalmente definibili "belle", c'è una musica che si sprigiona solo da quel pezzo, lui e lui solo, per me, e magari a qualcun altro non dice niente (per fortuna, così dev'essere). E' una vibrazione che ti attira. Mi sa che anche con l'arte vale il proverbio "Dio li fa e poi li accoppia", come con i fidanzati, o i cani. Compri cose che senti simili a te, ti circondi di opere che siano in sintonia con il tuo ritmo interiore, e se ci si avvicinano solamente non ti senti completo, è come sentire una stecca durante un concerto. E infatti spesso ci si perde il cuore, su certi pezzi, perchè non si può comprare sempre, perchè non è il momento, perchè c'è chi te li soffia sotto al naso, o semplicemente perchè non hai Polizze Vita oculatamente sottoscritte anni prima da riscattare.
C'è gente per cui le Sfere di Gianfranco Meggiato sono solo delle grosse palle di metallo, gradevoli ed ornamentali. Una vale l'altra. Tra l'altro, pur nei brividi sinistri che mi dà questa frase, ammetto che è una bella cosa che i suoi lavori PIACCIANO - in effetti - praticamente a tutti (anche a chi non le considera arte). Perchè trasmettono comunque qualcosa, anche a chi non considera il loro messaggio intrinseco (l'io nascosto, la ricerca del sè, l'alternanza di vuoti e di pieni come specchio della vita...). Magari perchè riescono a vederci l'enorme lavoro tecnico, la perizia certosina, o semplicemente l'opulenza. Ma nel mio caso, che oltre alla bellezza ornamentale, alla bravura, alle cesellature, conosco e fremo per ciò che rappresenta, figuriamoci se non ne cercavo una che mi rispecchiasse davvero interamente: non troppo grande, innanzitutto, perchè volevamo poterla tenere in camera. Esattamente di fronte al letto, così è la prima cosa che vedi quando ti alzi, l'ultima prima di addormentarti, e troppo grande soverchia (nemmeno microscopica però, perchè non siamo scemi, e se si colleziona bisogna comunque avere dei pezzi decenti e non solo le "voglie di"). 
Assolutamente con la sfera interna, perchè vuota mi inquieta, quella sfera interna è una certezza e un solido riferimento: c'è lei, ci sono io. Attorno alla sfera, tutto attorno, altra materia: io non sono una sfera divisa a metà, non mi sento incompleta. Ma non troppa, giusto qualche voluta elegante che sale, scende e si ripiega su se stessa come un gioco di nastri, perchè chiusa mi soffoca. Visto che ho già vissuto, salvo sorprese scientifiche, ben oltre la metà degli anni che si presume un essere umano normale possa vivere, mi sono meritata un po' di respiro attorno all'anima. Guardo fuori, insomma. E voglio poter riempire io i vuoti che trovo. E' incredibile come Meggiato riesca a creare oggetti PIENI (nel senso che occupano uno spazio fisico, tridimensionale per giunta) contemporaneamente ricchi di VUOTI, di una vaporosità, di una incredibile levità che sembra priva di peso, sembra azzerare la gravità stessa. 
Infine, le spennellature di quella sostanza nera, grumosa e opaca come catrame, che rabbuiano e falciano come notti improvvise il lucido bagliore del bronzo. L'ho già detto e ridetto come per me l'approccio all'arte sia una questione di fisicità (come con le persone, come con tutto ciò che mi prende da dentro, dalla base dello stomaco, da quel plesso solare che sobbalza e si strozza e ti fa mancare il fiato ai primi amori... ai primi GRANDI amori, a qualunque età). Mi piace TOCCARE anche i quadri - le perfette pareti in calce di Marcello Scuffi, i sentieri spatolati di materia di Sergio Scatizzi - figuriamoci ciò che è in tre dimensioni, e oserei dire che con Meggiato c'è anche la quarta dimensione, quella del tempo, perchè quando le sue Sfere si muovono non sono mai uguali a loro stesse, un attimo prima. La buonanotte alla nostra Sfera va data con le mani, con le dita, che scivolano giù per la liscia superficie bronzea ed arrivano alla pancia del vulcano, dove quel sostare di lava scura e rappresa ti attende, per imbrigliare i tuoi pensieri.
Su a Campiglio ce n'era una parete intera: dalle Sfere più piccole, seminascoste, alle grandi, a quelle Piramidi che trasformano il concetto delle Sfere in ricerca d'ascesi. A quell'enorme Disco in marmo bianco che io, tanto per cambiare, ho fotografato appiccicandoci il naso dentro, per non vedere i suoi bordi, ma per sentirlo fremere come un unico organismo vivente, una parete di coralli, una spugna marina fatta di luci e di ombre. Non l'avevo ancora vista, lei. E siccome niente succede mai per caso, ho visto che c'era proprio mentre salutavamo un amico che era appena rientrato dalle ferie e ci stava raccontando di questa sua ultima esperienza in una terra inusuale e primitiva. Un profondo conoscitore del concetto di "viaggio", che ama uscire fuori dagli schemi, ed evita come la peste le destinazioni caciarose e commerciali. Saper viaggiare, imparare ad accostarsi ad altre culture, ad altri Luoghi (intesi come luoghi fisici o luoghi dell'anima), è cosa che richiede tempo, è un percorso che presuppone una certa finezza interiore, un po' come arrivare a comprendere certe espressioni artistiche (quelle che, se prese da zero, suscitano ilarità, o fastidio, o ripugnanza). Quest'anno è stato in un posto della Madre Terra dove è forte e prepotente il concetto di "Madre": primigenio, basico, naturale nel senso più arcaico del termine. Un posto dove la Madre ti aggredisce, se non sei pronto. Ribolle e poi gela. Un posto che ti spacca in due l'anima, all'inizio ti spaventa e poi ti lega a sè, con una violenza ancestrale che azzera millenni di storie e culture, da Est ad Ovest. Io lo ascoltavo, e lo sguardo cadeva lì in mezzo, in mezzo a quella parete che rappresentava perfettamente tutto ciò. E poi ho visto LEI, e ho capito che era come l'Islanda: mi aveva aspettato, ed era arrivato nuovamente il momento di nutrire la parte più importante di me.