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domenica 29 luglio 2012

Chi è causa del suo mal...

Ieri l'altro ero incerta se seguire in televisione la cerimonia di apertura delle Olimpiadi londinesi, oppure il venerdì sera targato Orler con un coraggiosissimo e stoico Carlo Vanoni (considerando la concorrenza, qualche decina di milioni di telespettatori per la sola Italia). Poi ho optato per la classica terza soluzione, visto che la giornata era stata tosta e terribilmente afosa: sono andata a dormire, ringraziando per l'esistenza dell'aria condizionata e delle repliche estive.
Sabato mattina quindi vai di Carletto, e mi sono messa a scrivere perchè gli ho sentito dire una cosa molto interessante (peraltro non era la prima volta, ma sentirla di sabato mattina stimola di più): Carlo era incazzato come una bestia perchè la gente vuole sempre e solo la certezza del capolavoro che varrà una barca di soldi, prima di comprare (aggiungo io, a volte anche solo prima di "guardare"). Cosa che ovviamente nè lui nè nessun altro potranno mai garantire! Ed ha fatto un paragone molto acuto con le automobili: chiunque è conscio (e lo trova normale) del fatto che un'auto comprata oggi per centomila Euro, tra cinque anni ne varrà se va bene ventimila o giù di lì. Corredo personalmente la cosa con un esempio tratto da Quattroruote, che a casa mia non manca mai: la Porsche Panamera S nuova costa Euro 100.417,00 esclusa l’IPT. La stessa Panamera del 2009 (più indietro non si va, perché ancora non esisteva, ma gli anni sono solo tre!) ne vale 54.000,00. Vi aggiornerò fra due anni e vedremo quanto ci si discosta dai ventimila di Carlo.   
Se ci si pensa, queste considerazioni non disturbano l’opinione pubblica anche se riferite all’arredamento - ad esempio - altrimenti perchè spendere oltre diecimila Euro per un angolo-cucina di marca studiato su misura, che necessariamente non potrai portarti dietro quando verrai via da quella casa? Normale anche quello: la cucina viene usata, se oltre che funzionale è anche bella meglio ancora, e poi finisci per venderla assieme all'appartamento senza che ciò influisca più di tanto sul prezzo finale.
Con un'opera d'arte questo è inammissibile; ma non parlo solo di quelli che spendono i centomila Euro che invocava Vanoni (io non li ho mai visti tutti insieme, ma in effetti se ne avessi prima di spenderli ci penserei... anche se credo che chi spende centomila Euro d'un colpo per una macchina - o un Bonalumi, o un Hartung - si presume ne abbia da parte almeno dieci-venti-cento volte tanto). Fa così anche chi ne spende cinquemila, di Euro, o mille: o gli firmi con il sangue che tra tre anni potrà rivendere l'opera al triplo, o niente. Praticamente il piacere di avere un bel quadro alle pareti, e di goderselo - per tre, cinque, venti anni - vale zero. Ecco, anche io mi incavolo se ci penso. Perchè è esattamente in questo modo che si appiattisce la qualità, la bellezza, l'emozione; riducendo tutto all'aspetto "Euro", dando un valore solamente economico a cose che - intrinsecamente - non dovrebbero averlo.
Per inciso, è altrettanto esattamente per questo che adoro Marcello Scuffi e gli altri tre nel mondo che sono come lui: gente che non chiede ogni sei mesi il ritocco al coefficiente, anzi, gli dispiace un pochino se le quotazioni si alzano perchè in questo modo una fetta di piccoli collezionisti, amanti delle loro opere ma con poco denaro da destinare all'arte, rischia di essere tagliata fuori, e di perdersi qualcosa di importante.
E mi sono interrogata un po' a riguardo, giungendo alla conclusione che una parte di colpa ce l'hanno anche loro, i venditori d'arte, i galleristi, i mercanti, perchè la stragrande maggioranza (con poche, rarissime, adorabili eccezioni che però confermano la regola) è proprio lì che batte. Comprensibilmente, ci mancherebbe! Mangiano vendendo quadri, è evidente che battono il tasto che il pubblico vuol sentire. Ma a volte si esagera, ormai in molti parlano solo ed esclusivamente dell'investimento.
Mi rendo conto che la cosa è strettamente legata al momento in cui l'avvicinamento all'arte è diventato "popolare", meno elitario, anche grazie ad una diffusione massiccia del messaggio: unitamente all'allargamento del bacino d'utenza (che per me è cosa buona, perchè anche tra noi comuni mortali c'è chi vuole circondarsi di cose belle) è arrivato inevitabilmente un appiattimento della professionalità, della competenza, della capacità stessa di scindere i vari aspetti. Forse sarebbe il caso di istituire un Albo anche per i Venditori d'Arte, come per ogni professionista che si rispetti; anche io come assicuratore - del resto - sono iscritta al famigerato Registro Unico degli Intermediari istituito nel 2007 (ma già c'era l'Albo, prima), affinchè chiunque, tramite il sito dell'Isvap, sappia che esisto davvero, dove e quando sono nata, dove lavoro e per chi. Io e le mie ore obbligatorie di aggiornamento annuali.
Se si fa un po' di zapping in televisione (o si parla - alle Fiere - con la presenza umana dello stand, che a volte disturba il piacere dell’accostarsi a quanto è appeso al muro) capita di trovare gente che di pittura non sa assolutamente niente, non ha mai visto un Museo, probabilmente non ha nemmeno mai aperto un testo di storia dell'arte; segue un copione già scritto e che finisce sempre là: compralo perchè varrà una valanga di soldi.
Lo vedo - a volte - anche negli occhi di chi passa per casa nostra: tutti ci fanno i complimenti perchè la trovano bella ed armoniosa, ma qualcuno fa il sorrisetto di compatimento, per alcune "scelte" poco azzeccate, soldi buttati al vento, peccato... Questo avviene quando chi guarda, invece di vedere l'opera, vede solo il corrispondente cartellino; aberrante. Il buffo è che nessuno si sognerebbe mai di fare il sorrisetto per il mio letto matrimoniale, che costa come due Scuffi di medie dimensioni, ma è giapponese, come sospeso in aria su tavole curvate a caldo senza una vite o un chiodo, di quelli che volendo puoi piazzare in mezzo ad una stanza e girarci attorno, perchè privi di testata. Anzi, quello piace. Oppure il living, che è costato quanto un’utilitaria ed è stata una follia del momento, visto che è composto solo da quattro cubi color panna, una panca ed una boiserie in wengè dietro. Ma quello è design (stratosferico, tra l'altro, con cinque pezzi in tutto arredi sei metri lineari, una pulizia di linee e di colori mai vista prima), quindi è ammesso, anche se di certo non ne rivedrò un centesimo quando venderò l'appartamento per volare sulle campagne senesi. Tuttavia, se spendi gli stessi soldi per un quadro solo bello ma senza prospettive di alta rivalutazione sei un'idiota.
Eppure quando nelle trasmissioni d'arte interviene l'artista di turno, o lo studioso, o il gallerista talent-scout, e quindi si parla di OPERE e non di SOLDI presenti e/o futuri, tutti comprano comunque decine e decine di quadri. Vorrà pur dire qualcosa! Ma via, l'hanno scoperto anche a Telemarket, dove per antonomasia tutto varrà milioni di Euro, anche le croste, anche la maniglia della porta, se uno la stacca e gliela mette su un piedistallo (mi sa che li assumono proprio così, i loro venditori: mostrano agli aspiranti un'opera assolutamente ridicola e chiedono quanto varrà tra ventidue giorni: chi spara più alto viene preso, perché a Telemarket dicono quello che la gente vuole sentirsi dire). E la storia dell'arte? E l'artista? E la bellezza dell'opera in se stessa? Deve venire lo studioso a farceli notare, non ci riusciamo da soli?
Il nostro primo "incontro" con l'acquisto di pittura reale (intendo, un quadro fatto da mani umane, non un poster o altra riproduzione) da questo punto di vista allora è stato abbastanza traumatico. Tra i miei Assicurati c'è una piccola Galleria d'arte locale, e qualche anno fa aveva scovato in Francia tale Marc Dahan, pittore sconosciuto ma bravissimo (sempre in base al principio che per me "bravissimo" vuol dire "che sa dipingere sul serio"), molto fauve, alla Matisse per intenderci. Visto da più di una voce "esperta" del settore, elogiato, piaciuto. E pareva pure che fosse in odore di Biennale (non l'ultima, quella di prima). Gli hanno organizzato una piccola esposizione con tanto di catalogo (sono le occasioni in cui io sponsorizzo, tanto per vedere il mio nome con il logo a fianco di quello della cantina locale), e tutte le opere sono andate via bruciate; io stessa ne avevo comprate due, anche se devo dire che con lo sponsor si ha sempre un occhio di riguardo. Bene, questo signore ha smesso di dipingere! Adesso fa il ballerino di tango, estroso come ogni artista che si rispetti. Fra qualche anno probabilmente si metterà a fare il sarto, o chissà cos'altro. I suoi due quadri che ho non valgono nè varranno mai un accidente, neanche il chiodo su cui sono appesi. E allora? Mi piacciono lo stesso, con le loro pennellate gonfie, i loro colori forti ma dolci, e quello strano soggetto: scarpe buttate lì, abbandonate in mezzo a dei foulard su uno, e a delle mele sull'altro. Scarpe maschili e femminili insieme, che mi raccontano la storia di un amore, forse, iniziato e finito nel tempo di un'estate. Quando ho cambiato casa ho lasciato lì la cucina, il divano, la cabina armadio... ma i quadri di Dahan me li sono portati con me. Devo per forza pensare al loro valore economico? E - se vogliamo malignare - sono pure pubblicati!
Anche la storia delle pubblicazioni mi sta un po' qui, ed anche su quella i venditori ci marciano: vendono un quadro che non è pubblicato e ti dicono: "Ma tu devi comprare l'opera, non il pezzo di carta!"; vendono quello pubblicato e allora: "Questo vale più degli altri". Cataloghi generali a parte, ovviamente, lì non si discute. Oppure di Mostre importanti, in luoghi prestigiosi, non certo nel corner-bigiotteria dell'alimentari sotto casa.
E poi, cari venditori, siate onesti con me che faccio bene o male il vostro stesso mestiere (e vi garantisco che, volendo, essere onesti si può): se anche azzecchiamo la firma, quella che abbiamo noi è sempre l'opera che non va bene. Quelle dei primi anni possono essere  "le autentiche, le sperimentazioni, il vagito del genio" ma anche "solo le prime ricerche, in attesa di trovare la vera strada"; quelle degli ultimi anni sono "le opere della maturità artistica, il culmine di una carriera" così come "cose ormai già viste cento volte", il tutto a seconda di ciò che ci state proponendo. Oppure a seconda se dobbiamo comprare o se chiediamo un rientro.
Anche io ho fatto, in passato, un paio di peccatucci: ho acquistato un paio di volte quadri per i quali non sbavo, ma ho voluto credere alla promessa di una forte rivalutazione nel tempo (uno non è nemmeno gran bello... cosa che mi dà un po' fastidio). In effetti uno di questi due adesso viene venduto ad oltre il doppio di quello che l'avevo pagato io tra immani sacrifici, e pare che continui a salire, ma sono solo ipotesi: di certo se volessi venderlo ora non me lo rientrerebbe nessuno. Li tengo lì, e in futuro si vedrà, quando il pittore non ci sarà più, quando passeranno anni ed anni e tanti bla bla bla.
E allora molto meglio altre emozioni, subito, vere, non virtuali. Molto meglio comprare opere che ti allargano più il cuore, che il portafoglio. Viste e guardate (attenzione alla differenza fra questi due verbi), attraverso gli occhi dell'anima, e non dell'Estratto Conto. Teniamo ben divisi questi due mondi, o rischiamo di privare l'arte dell'eternità che le spetta di diritto.
Ultimamente seguo con curiosità le trasmissioni della Galleria Vecchiato perchè, visto che hanno perso Riccardino (uno dei pochi rimasti ancora incontaminati), stanno "provinando" facce nuove, e non deve essere facile, nè per loro nè per chi si propone. Il periodo è durissimo, si sa. Finora ne abbiamo visti girare almeno cinque-sei, tutti con impostazioni diverse, e mi resta sempre il dubbio circa quanto siano davvero così loro, o piuttosto abbiano il famoso copione (sia per le parole che per i gesti, il tono di voce, la postura). Mi ha colpito molto una bella signorina bionda (anche perchè le televenditrici sono poche) con un accento molto marcato di una regione del Sud Italia meravigliosa e con una forte memoria storica di arte e letteratura. Forse lo marcava apposta, per stabilire un legame con i conterranei, che sono certamente persone estremamente sensibili ed amanti dell'arte, ma sono anche per la maggior parte dipendenti pubblici di altissimo livello (sono tutti là!), quindi Clienti da tener da conto per qualunque Galleria. Ebbene, in una trasmissione lei aveva la fortuna di stare sotto ad una parete mozzafiato piena di tele piegate - di ogni forma, dimensione e colore - di Cesare Berlingeri, artista per me incredibile, sia per il messaggio che contengono le sue piegature, sia per la bravura pratica. Berlingeri mi piace tanto, l'abbiamo anche conosciuto ed è uomo umile, di poche parole e gran sensibilità. La biondina ha portato avanti la trasmissione solo ed esclusivamente parlando di soldi, di arte vista come bene-rifugio, di tassazione separata, di plusvalenze, di aliquote, credo abbia anche nominato lo spread! Ho avuto il dubbio che fosse una sorta di Candid Camera organizzatami da mio marito: il video di Vecchiato, l'audio di Sky TG 24. No bella biondina, così non va bene. Lo spread! L'altro giorno mi sono beccata dell'irresponsabile da una Cliente - che è esperta in economia e ci lavora - perchè le avevo confidato che non me ne fregava niente, almeno in vacanza non volevo più sentirlo nominare. Tanto non dipende da me, sono giochi di potere economico, speculazioni di chi con una frase o una firma muove milioni di Euro e di vite. Almeno in estate, lasciatemi la gioia di rientrare a casa, distendermi sul divano e godermi un qualcosa che mi faccia respirare. Come l'altro giorno, ero a Campiglio con mio marito (per un salutino-e-via a Paolo Orler), già arrivava sera e l'atmosfera era bigia e piovosa; del resto, è bastato decidere zitti zitti di andarci perchè tutte le nuvole del Triveneto si siano date appuntamento lì. E si vedevano da fuori gli ultimi quadri della produzione 2012 di Tino Stefanoni, meravigliosi, che brillavano da soli, come se avessero all'interno una lampadina accesa. Ho tirato un respirone che ha buttato fuori tutta la tensione accumulata negli ultimi due mesi, e ho inspirato gioia pura. Ma anche senza arrivare a Stefanoni, che bene o male le sue quotazioni le ha (non sia mai!), io inspiro anche con un quadretto con le nevicate di Lido Bettarini che costa meno di un cellulare, con una serie di ceramiche di tutte le contrade di Siena, con i miei legni etnici. Ne ho proprio bisogno, questa estate, ogni volta che sento la parola "spread". 

giovedì 26 luglio 2012

Poche idee (ben confuse)

Tra i miei Assicurati più folcloristici c'è un anziano signore da noi soprannominato Mister Saltello. Ogni anno infatti - puntualmente - ci dà disdetta alla Polizza dell'auto per passare a Genertel, e - sempre puntualmente - l'anno successivo ritorna. I cento Euro in tasca non gli mancano, ne sono felice per lui, ma evidentemente in compenso difetta di memoria, perchè il siparietto è sempre lo stesso.
Torna da noi dicendo che è impossibile parlare con un'entità astratta, che non si trova bene perchè gli operatori telefonici sono sempre diversi e quando ha bisogno di un'informazione deve ogni volta fare tutto il discorso daccapo, perchè lui vuole un ufficio di riferimento dove recarsi se ha bisogno, perchè mi conosce da anni (tanti, tanti, tanti anni aggiungo io) e di me si fida, e non ultimo perchè ha l'abitudine di pagare il premio all'ultimo giorno utile e quindi è più comodo avere un ufficio dal quale uscire con i documenti in mano, invece di attendere una busta via posta, sempre che arrivi in tempo.
Personalmente calco un po' la mano sull'aspetto "fare il discorso daccapo", perchè è una di quelle persone che a volte ti vengono a trovare non esattamente perchè abbiano un'esigenza assicurativa impellente, quanto per scambiare quattro chiacchiere sull'andamento economico del Paese, o sul tempo, o su quello che volete voi, partendo sempre da un dubbio relativo alle proprie coperture che io potrei tranquillamente chiarire in venti secondi, ma con le quattro chiacchiere si sentono più coccolati. O meno soli, probabilmente.
Sono convinta che gli operatori telefonici di Genertel (anche quelli più bravi, esperti di assicurazioni e fini psicologi, non dico quelli che fino a ieri erano istruttori di fitness piuttosto che addetti alla toelettatura dei cani, senza nulla togliere alla professionalità di queste ed altre categorie), i quali probabilmente sono sottopagati un tot a chiamata come in ogni Call Center che si rispetti, queste sfumature non le colgono e dopo la quinta telefonata per esporre un quesito del tipo "se per caso succedesse che...." si spazientiscono. Li capisco anche, a dire il vero. A me succede ad esempio con i miei Assicurati che quando sono in ferie non hanno niente da fare, e non vogliono stare a casa (magari è il momento in cui le mogli colgono l'occasione per far lavare a loro i piatti, o potare le siepi...); vengono evangelicamente a me ed attaccano: "Se al posto della mia attuale Fiesta mi comprassi una Golf, quanto spenderei di differenza?" Oppure: "E se volessi anche il Furto, la Grandine"... (e TUTTE le coperture possibili ed immaginabili di una Polizza Auto, vale a dire un discorsetto di minimo quaranta minuti, conteggi compresi). Alcuni li accontentiamo, soprattutto se conosciamo bene le mogli.
Con altri ho anche la confidenza di chiedere "Senti, ma te la vuoi comprare DAVVERO 'sta Golf o no?", e di sentirmi rispondere: "Mah, potrebbe essere un'idea, tra qualche anno, forse...". Quelli che sgami subito sono i Clienti che ti chiedono, al posto della loro "attuale Fiesta" (o Punto, o Opel Corsa) preventivi per vetture tipo BMW serie 5, o Audi A6, e sai bene che al Superenalotto non giocano, ed hanno ancora tutti i parenti vivi. Ma forse, a parte evitare la potatura della siepe, lo fanno per fare i conti in tasca al vicino, che la BMW ce l'ha davvero.
Ma torniamo a Mister Saltello. Lui sa bene che da me pagherà la Polizza una cinquantina di Euro di più rispetto a Genertel (spesso motivati anche da questioni tecniche, come ho già scritto in "RCA Telefono & Internet"), ma dice sempre che va bene lo stesso, cinquanta Euro non sono niente rispetto al resto, che gli interessa di più. Benissimo.
Passa un anno, e arriva la disdetta, certa come la morte. Potrei crearci un giro di scommesse. Allora io lo chiamo e gli chiedo come mai, del resto lo facciamo sempre, con tutti: dal mio portafoglio Clienti non esce un nome che sia uno senza che sia stato chiamato per capire perchè (ed è per questo che ne perdiamo così pochi, perchè il più delle volte i "perchè" sono cretinate sovrumane, o fraintendimenti, o bugie clamorose dette da Colleghi che non meriterebbero di essere chiamati tali, e quindi la cosa si risolve ed il Cliente rimane). E lui mi dice: "Mi sono fatto un preventivo con Genertel, e spendo 50 Euro in meno!". E io di rimando: "Certo che sì, caro Saltello, come ogni anno dispari!", e cerco ogni volta di fargli memoria che sono discorsi già fatti, ma niente da fare. Lui resetta tutto ogni anno, mi ricorda che i soldi sono importanti (e a me lo vieni a dire? Ho perso per strada un terzo delle Aziende che assicuravo, chiuse causa crisi, ed ho sempre quattro stipendi da pagare!), mi ringrazia e se ne va. Del resto, come molti di coloro che non hanno reali problemi di soldi, lui guarda ai 50 Euro, e probabilmente anche ai 5 Euro: altrimenti, come li avrebbe messi via, tutti i soldi che ha? Mica come me che ogni volta che arrivo a mille mi compro un altro tappeto!
Tanto lo so che l'anno successivo riapparirà come per magia alla mia porta, dicendomi che con Genertel non si trova bene, e sarà di nuovo dei nostri.
Ebbene, Mister Saltello ha una figlia. Una figlia carinissima, avuta alla soglia dei cinquanta, molto dopo il primo figlio. Potete vagamente immaginare quanto sia stata coccolata e viziata, ma lo dico in senso buono, non è per niente la stronzetta cafona che sarebbe potuta diventare, anzi è tanto dolce. Solo che vive - tipico! - in un universo parallelo, dove la norma è una famiglia benestante, vacanze intorno al mondo ogni anno, la macchinetta nuova e trendy appena fatti i diciott'anni, un lavoro caduto dal cielo a Milano senza nemmeno doverlo cercare, e già che c'era anche l'appartamentino... Il fidanzato non l'ho mai visto, ma me lo immagino alto e fighissimo.
Mi arriva la disdetta anche della macchinetta trendy, e io chiamo per capire come mai, anche se nel suo caso lo troverei più logico, visto che vive a Milano (magari ha l'ufficio dell'assicuratore proprio al piano terra del condominio). Ci sarebbe tutta la questione dei rapporti personali e dei favori, come quando ti dimentichi di pagare il premio nonostante due avvisi e tre telefonate (è tipico delle dolci carinissime essere spesso anche smemorate) e io te lo anticipo alla Compagnia, e Papà Saltello corre da me a prenderti il contrassegno prima che tu vada fuori copertura, ma posso comunque capire, visto che nella maggior parte dei casi con lei gestiamo il tutto tra telefono e posta.
Lei infatti gentilmente mi spiega che adesso è "grande", vuole occuparsi delle sue cose, accentrare tutti i vari interessi a Milano (giusto!), e poi è un po' scomodo fare sempre tutto per telefono e posta (vero!). Quindi ha pensato di dare disdetta e....  attenzione!!! .... di assicurarsi con una Compagnia on-line. Che - notoriamente - NON FA tutto per telefono e posta, macchè. Magari neanche Genertel, che delle on-line è la numero uno indiscussa (su questo ha le idee più chiare il padre), magari una delle Ultime Nate, con il Call Center che passa dal Bangladesh o dall'India per abbattere i costi telefonici, o con la Sede all'estero, ed un solo Centro Peritale per tutta l’Italia. Vediamo quanto ci mette la busta con il contrassegno ad arrivarti quando fai il pagamento al quattordicesimo giorno di mora in pieno Agosto. Sempre se ti ricordi di farlo, perchè quelli mica chiamano il paparino per rimediare.
Gliel'ho fatto notare sorridendo ed il telefono è rimasto muto. Chissà se il prossimo anno, che è dispari, ripiglierà fiato e mi risponderà.

lunedì 23 luglio 2012

Post Scriptum: Lisbona

Va bene, nell'ultimo post ho citato Lisbona quale capitale europea con musei al pari di Londra, Parigi, Vienna eccetera, e forse qualche naso si è storto (obiezione, Vostro Onore).
Il mio weekend lungo a Lisbona, che risale ormai a qualche annetto fa, è stato uno dei più magici: Lisbona è a dir poco meravigliosa, è grande città ma non è “metropoli”, è ricca di storia passata e te la fa sfilare sotto al naso con quel giusto mix di decadenza, di polveri, di odori ma anche di orgoglio e di forza. Se proprio la decadenza non ti attrae hai tutta la parte nuova da vedere, quella più liberty e quella dell’Expo, ma in tal caso io e te non saremmo in sintonia. Io ho preferito di gran lunga “perdermi” in altri quartieri, salire e scendere alla ricerca dello squarcio mozzafiato che non ti aspetti, che ti porta su il profumo dell’oceano, poco distante. E non stiamo parlando di mare, non dico il nostro brodino alle verdure, ma neanche un bel mare come in Sardegna: stiamo parlando di Oceano, che è altra cosa, è imponenza, è infinito, e si sente anche dall’odore.
Io subisco molto, in tutte le cose, il fascino dell’infinito, dell’immenso, di quel trascendente che la mia mente – per quanto mi sforzi – non contiene e non conterrà mai. Mi piace, quasi quasi, provarci un pochino e poi abbandonarmi subito e dire a me stessa: no, è troppo per me; e farmelo passare sopra, addosso, sulla pelle, nella testa, nell’anima. Cose che ti tolgono il respiro per una frazione di secondo, perché capisci che sei solo un insieme di ossa, muscoli ed altre sostanze organiche che si compongono fra loro, destinate a finire prima o poi, ma ti è stato dato il privilegio di “sentire” qualcosa di diverso, di eterno, di incommensurabile.
Non parlo mica solo dell’oceano, c’è la montagna (possente, granitica, avvolgente), ci sono certe cascate naturali, c’è tutto il cielo. Tutti spettacoli che ci sono stati dati in dono: non dobbiamo far nulla, solo goderceli. E poi c’è lo spettacolo ed il mistero dell’intelletto umano, della maestria, del genio, della capacità di alcuni di quei piccoli insiemi di sostanze organiche, come me e te, ma ai quali – a differenza di me e te - è stato dato in dono anche qualcos’altro: la capacità di creare altra bellezza infinita. Loro finiscono in polvere, come tutti, ma le loro creature no, diventano eterne ed immense come l’oceano ed il cielo: parlo di chiese, palazzi, monumenti, dighe, ponti, affreschi, quadri, statue, testimonianze di un qualcosa fatto dall’uomo ma solo nel momento in cui all’uomo è permesso di avvicinarsi – per un attimo – al divino.
Provate ad entrare, a Lisbona, nel Monastero dei Geronimiti e ditemi se non vi si chiude la gola in un’estasi; aggiungo che  quando ci siamo andati noi il chiostro era stato ripulito da poco, cosa da non sottovalutare per un edificio totalmente in pietra bianca. Sono luoghi dove anche una come me che ama il colore in tutte le sue molteplici e multiformi sfumature capisce il significato profondo di “monocromo”, e la sua pulita perfezione. E’ come chiudere gli occhi su un lago di latte, tutto finemente lavorato.   
Ho ancora nette sensazioni di quel weekend, e questa era stata un’altra cosa bella; perché per vedere Lisbona non c’è bisogno di prendersi una settimana intera, e quindi – nel nostro caso – sorbirsela solo in Agosto, ma basta meno. Era stata una delle nostre mete di Ottobre, perché dal momento che io compio gli anni in Ottobre tra me e mio marito si era negli anni sottoscritto il tacito patto del lungo weekend-regalo tutto per noi. L’inizio di Ottobre tra l’altro è un periodo bellissimo, per molta parte d’Europa, ti regala colori meravigliosi. Chiaramente poi sono arrivati i quadri, e abbiamo dovuto cominciare a fare qualche rinuncia, e a dirci: “Quest’anno niente weekend lungo, facciamo che il regalo è la Marina di Scuffi” (tanto per fare un nome a caso); oppure “Nemmeno l’anno prossimo ci faremo il weekend, facciamo che il regalo dell’anno prossimo è questo stratosferico Luogo dell’Anima di Pedretti” (beh, con quello ce ne facevo almeno tre, di weekends…). Con questo sistema mi sono ipotecata il weekend-regalo come minimo fino al 2038!
Per fortuna che avevamo girato abbastanza prima di ammalarci d’arte in modo cronico.
Lisbona è un posto dove mi piacerebbe vivere, pur rifuggendo io le grandi città. Il solo pensiero di stabilirmi ad esempio a New York, pur non avendola mai vista dal vivo (ma se ne vede molto ovunque) mi terrorizza. Mi va bene il viaggio, la meta culturale o commerciale, ma non la vita. Londra uguale (e l’ho vista bene, lei). Il nostro sogno infatti, visto che non avendo figli siamo abbastanza soli soletti, è una volta in pensione – sperando di essere in salute (e di essere in pensione, soprattutto!) – poterci stabilire nella nostra amata Toscana, in qualche paesetto disperso, magari dalle parti di Siena.
Lisbona invece, nonostante capitale, non mi aveva spaventato, anzi: mi ero sentita coccolata dalle sue tradizioni, dalle sue piazzette, dai suoi vicoli, e dai suoi abitanti, che anche se un po’ cialtroni sono squisiti (basta una parola nella loro lingua, una sola, anche solo “obrigado/a” e basta, perché ti diano il cuore; si vede che sono stufi marci che la gente vada là a parlar loro in spagnolo, idioma da noi sicuramente più conosciuto ma che li offende).  
Ci siamo portati a casa le loro piastrelle in ceramica, un pannello intero da dodici fatto a mano (con tanto di dischetto con la sequenza fotografica, dalla base in cotto al Signor Carlos Ramiro che lo dipinge!) di quelli che in teoria andrebbero messi all’esterno delle case, con l’indicazione della via. E chi me l’ha venduto si stupiva, perché non me ne fregava niente di avere una piastrella con su scritto Via Roma piuttosto che Via Einaudi, volevo qualcosa di “loro” e mi ci sono fatta scrivere “Rua Fernando Pessoa”, incastonata in una parete di casa (dentro, non fuori) come un quadro.
Già, il buon Pessoa, vanto portoghese per antonomasia. C’è lui in “Requiem” di Antonio Tabucchi, e per quanto mi faccia male adesso ammetterlo io Lisbona l’ho visitata con Requiem come guida, al posto delle guide classiche, perché me l’aveva consigliato la Persona-Che-Ho-Cancellato (magari, esistesse davvero il tasto “DELETE” anche per la mente…), in uno dei nostri dialoghi letterari: “Non puoi visitare Lisbona se prima non hai letto Requiem!”. La vedi davvero con altri occhi. Non vedi l’ora di farti tutto il percorso (andata e ritorno) con il Tram n. 28.
Ed è da Requiem che ho cominciato a scalpitare perché volevo vedere il trittico delle “Tentazioni di Sant’Antonio” di Hieronymus Bosch, che occupa praticamente un intero capitolo del libro. Quindi a chi ha storto il naso dicendo che Lisbona non ha musei degni di entrare nella Top Ten Europea, rispondo che il viaggio vale anche solo per sedersi davanti alle Tentazioni per una buona oretta, osservando centimetro quadrato per centimetro quadrato (ammetto, non solo con Requiem in mano: un paio di guide vere le avevo). E tra l’altro, il nostro Hotel era vicino alla Fondazione Gulbenkian, una tra le più belle collezioni di arte figurativa, artigianato, tappeti, gioielli, che spesso non viene nemmeno consigliata (ci siamo entrati per caso), e che invece è sbalorditiva.
Bosch sta nel Museo Nazionale di Arte Antica, che ovviamente – suvvia, ero pur sempre con il mio Paperino! – il giorno in cui ci siamo andati era quasi totalmente inagibile per lavori, ti facevano vedere sì e no un terzo delle opere. Mi sarei messa a piangere. Ma le Tentazioni erano visibili, e quindi me le sono fatte bastare. Bosch è un mistero per me, se penso che potrebbe stare benissimo a fianco a Dalì ed alle sue folli visioni, ma è vissuto quattrocentocinquant’anni prima, quando la norma era il ritratto del mecenate di turno, o il classico tema religioso ma senza fantasie visionarie. Lui sì, che aveva dentro un’immensità che non capiva. Quell’infinito “di più” che può travasarsi in forme limpide e pure, oppure in grovigli di pazzia, dipende da come il pittore lo fa entrare in sé.
Quando penso a Bosch mi viene sempre in mente quello che usa dire un giovane uomo, grande studioso, grande storico dell’arte e soprattutto (ormai ne sono quasi convinta) mio gemello nell’anima e vero amico: “Tutta l’arte è contemporanea”. E’ vero, tentare di schematizzarla in ere è sciocco. Bisogna farlo ai fini dei libri di scuola, presumo, ma dire “questo è antico, questo invece è moderno” è ridicolo. L’arte è arte, punto. E’ eterna (dalle pitture rupestri in poi). Per Piero della Francesca, che dipingeva il Sogno di Costantino nella seconda metà del ‘400, in quel momento era contemporanea; e rivedere quella tenda aperta in un Circo di Scuffi non la rende contemporanea ancora? Forse che i maggiori artisti “contemporanei” (quelli che valgono milioni di dollari) non hanno attinto, per arrivare lì nel loro personale percorso, magari in una superficie monocromatica, dai secoli passati? Oserei dire – con una frase che suona un po’ come un’assurdità scientifica -  che nell’arte il tempo scorre, ma da fermo.
Un inciso sul trittico di Bosch, che farà inorridire qualche puro (ma passatemelo, io di mestiere vendo assicurazioni, l'ultimo testo di Storia dell'Arte l'ho chiuso ventidue anni fa!): mi fa pensare a tante cose che ho visto in Antonio Possenti. Certo, Possenti ci scherza sopra, non ha quell’ansia da rappresentazione comunque a sfondo religioso, tormentata, cupa. Ma quel misto di realtà e di fantasia, di uomo e di animaletto, di giocare con quello che ti passa per la mente quando non sei costretto a fare l’adulto a tutti i costi, chi lo sa… Bosch mica ha lasciato detto a nessuno il perché vedeva le cose in quel modo, magari anche lui dipingeva con la mente ventiquattr’ore al giorno, quando camminava, mangiava o andava in bagno. E poi anche nel Trittico c’è l’Ometto con la Barba! Anzi, più di qualche Ometto, oltre al Santo (che poi, secondo me – passatemi anche questa, l’Ometto con la Barba dipinto da Possenti, per quanto gli assomigli, è tutto tranne Possenti stesso, è l’ennesimo gioco, vuol solo farcelo credere, ma invece siamo noi tutti austeri uomini barbuti nella vita, mentre lui è il coniglietto, il pesciolino, l’insetto, tutto ciò che non penseresti, come in uno scherzo musicale alla Mozart).
Ecco: un lunghissimo post scaturito da una città senza musei degni di paragoni con il Louvre o il Prado, ma basta solo metterci un po’ di cuore!

giovedì 19 luglio 2012

Questione di punti di vista

Lo scorso mese, nel post Lunghissimo Per La Verità, avevo bacchettato una paginetta tratta da L'Espresso; oggi, per par condicio, dissento da qualcosa trovato in Panorama, non esattamente nella Rubrica della Posta, ma che comunque mi fa dire la mia.
E' una sorta di Elogio dell'Ansia, che "non va sentita come una spina nel fianco, ma messa a profitto: (...) ignorarla sarebbe un errore, combatterla altrettanto, rilassarsi controproducente". L'articoletto loda - in un certo qual modo - ansia e stress quali "reazioni fisiologiche", che ci permetterebbero di concentrarci meglio sui nostri obiettivi quotidiani, e di affrontare le sfide di ogni giorno ("Quale atleta si rilassa prima della gara?"). L'agitazione - insomma - sarebbe un vero toccasana: "durante un attacco d'ansia l'organismo reagisce modificando i suoi parametri: aumentano i battiti cardiaci, la pressione sale, il cervello produce cortisolo, l'ormone dello stress. Tutte risposte che, in fase acuta, aiutano ad affrontare un pericolo". Ancora una volta io mi sento molto vecchia, e poco atletica.
La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo e sgranando gli occhi è il paragone con la cioccolata: è noto che nessun studioso al mondo ha ancora sancito definitivamente se faccia bene o male. Assistiamo a giorni alterni a pubblicazioni autorevoli che si smentiscono a vicenda, ora affermando che la cioccolata fa benissimo perchè riduce il rischio di malattie cardiovascolari, regola l'insulina e ci fa addirittura produrre endorfine (dette anche nientepopodimeno che Ormoni della Felicità, e questo potrei sottoscriverlo col sangue visto lo stato di godimento palatale che provo centellinando un cucchiaio colmo di Nutella), ora invece che no, fa malissimo, quanto meno a chi ha problemi al fegato, o di acne, o di chili. Come in tutte le cose, è il buonsenso a doverci regolare le scelte: sarei pronta a scommettere che mangiare d'un fiato sei chili di cioccolata non sarebbe poi così utile al mio organismo. E poi un conto è parlare di cioccolato fondente quasi puro, un conto di preparati industriali con l'aggiunta di burri, oli vegetali e chissà quali altre schifezze.
Quindi le mie conclusioni sull'articolo potrebbero essere duplici:
a) Constatato che lo stress e l'ansia sono diventati parte integrante delle giornate di chiunque, ormai, non avendo la bacchetta magica o la ricetta segreta per debellarli siamo arrivati al punto che dobbiamo per forza considerarli amici? Gettiamo la spugna così?
b) Come per la cioccolata, c'è il buono e c'è il cattivo, vale a dire: un conto è l'adrenalina, un conto è l'ansia. L'adrenalina posso anche classificarla tra le sensazioni positive, e credo fosse proprio a quella che si riferiva la frasetta sull'atleta non rilassato. Parlo ovviamente di quella scarica di fastidiosa agitazione che ci prende nell'attimo in cui stiamo per affrontare LA PROVA, ciascuno di noi ci metta pure dentro quello che vuole. Per me, prendo a caso un esempio professionale, l'attimo prima di incontrare finalmente il Cliente importante che ho rincorso per mesi e che mi ha concesso i fatidici dieci minuti. Ma può essere, per altri, l'attimo in cui ti siedi davanti alla commissione d'esame. L'attimo in cui prendi in mano il microfono acceso, e tutti tacciono perchè tocca a te (e c’è anche chi ti sta registrando, magari). L'attimo in cui devi far partire il tiro da tre decisivo, o il rigore, o stai servendo sul match-point. O altri attimi, in cui non si attende niente da te nessuno se non te stesso: l'attimo in cui apri La Lettera che stavi aspettando da giorni. L'attimo in cui sta per aprirsi la porta, e lo/la vedrai dopo settimane. O l'attimo in cui il cellulare suona e vedi, finalmente, Quel Numero. Sì, la scarica di adrenalina è anche simpatica, purchè rimanga tale, cioè una scarica appunto, della durata più o meno di quaranta secondi, onde permettere al cuore di battere forte ma con la speranza che continui per molti anni a fare il suo dovere con ritmi normali!
Confondere questo stato d'animo con l'ansia, l'ansia vera, è irrispettoso.
E' irrispettoso verso chi ha perso il lavoro, e deve fare i conti a fine mese, se pagare il mutuo o il riscaldamento. E’ irrispettoso verso chi a fine mese deve pagare stipendi e fornitori, ma le ricevute bancarie dei clienti tornano tutte indietro insolute, e le banche gli negano il credito. O verso chi ha a casa un parente gravemente malato, e deve scegliere se andare a lavorare o assistere il parente (non avendo il dono dell'ubiquità). Verso chi si è preso impegni importanti, che coinvolgono vite altrui, e vuole portarli a termine con onestà.
Mi fa credere che chi scrive queste cose viva un po' troppo nella bambagia, e non sappia minimamente cosa sia l'ansia vera, lo stress vero. Mi ricorda quelle frasi un po' ipocrite - che leggo spesso da varie riviste - pronunciate dai super-ricchi, del tipo "mi manca tempo per me stesso e per i miei cari, è il tempo la vera ricchezza". Ma per piacere! E' vero che vorresti avere più tempo, ma IN AGGIUNTA a tutto ciò che hai. Di certo non rinunceresti, in cambio di tempo, al tuo infinito benessere. Vorrei proprio vederti, con un'infinità di tempo libero, in una baracca di lamiera a decidere se mangiare oggi o domani l'unico panino che hai nella dispensa.
L'ansia è e resta una situazione di emergenza, che per sua stessa natura logora, soffoca, fa male e porta a prendere decisioni affrettate e spesso sbagliate.
Ma la frase più spiacevole della pagina, una staffilata a tutto ciò in cui credo, è stata questa: "Il voler veder rosa a tutti i costi rischia di essere una strategia fallimentare nella vita quotidiana: non fornisce mai la spinta sufficiente per rimuovere un problema". Insomma, mettiamo al muro l'ottimismo. Proprio a me, che continuo a cercare altre cose per portare positività ogni giorno a chi mi incontra, oltre alle famose dieci del post di Maggio. Che vado a dormire più serena quando so di aver migliorato l'umore, portato un sorriso ad una - anche una sola - persona al giorno. Insomma, sarei una deficiente (un'illusa, quanto meno). E come me sarebbero dei deficienti tutti quei Capi delle più grandi ed innovative Multinazionali mondiali (da Google alla Microsoft alla Pixar), che per stimolare i loro dipendenti sia a "rimuovere i problemi" sia a creare positività ed idee attrezzano intere stanze all'insegna del relax: zone yoga, musica, giochi, sale lettura, cromoterapia eccetera. Non credo che il CEO della Pixar, per stimolare i propri creativi, li chiuda a chiave in uno stanzino buio pieno di nidi di vespe! Stress e via, arrangiarsi.
Io sono ansiosa, lo ammetto, e anche abbastanza direi. Del resto, essere imprenditori - per quanto piccoli - in questo momento storico ed economico non è facile. Anzi, non è facile essere chiunque in questo momento. Ogni giorno è una lotta, e c'è sempre qualcuno che si aspetta qualcosa di più da te; io, poi, soffro da sempre di una sindrome da “prima della classe” da primato, perchè vorrei che fosse sempre tutto perfetto. Per tutti. E mica posso farmi fuori una fornitura di Nutella alla settimana (o un flacone di Lexotan, a scelta... non fa venire i brufoli ma non va bene lo stesso, il mio medico diventerebbe sospettoso). La mia valvola di sfogo è l'arte, in questo momento della mia vita ancor più della letteratura e della poesia rispetto a una volta, perchè adesso ho molto meno tempo. Mi guardo i "miei" quadri, li accarezzo, li saluto, e mi rilasso. Oppure chiudo gli occhi, e penso a quelli che mi piacerebbe avere, e che ancora non ho: una bella Sintesi di Balsamo sui toni caldi, ad esempio, o una carta di Licata (non un olio, le sue carte mi piacciono di più). Cose abbordabili magari in un prossimo futuro, sempre se l'economia si decide a girare. Mica cose impossibili (niente Sfera di Meggiato, quindi), del resto sarebbe un "eccesso ostinato di ottimismo", che fa malissimo come recita Panorama, per carità non sia mai!
Chissà se è un eccesso di ottimismo anche sognare ad occhi aperti di visitare un museo mai visto... Anche questo mi capita in effetti, dal momento che ho visitato i maggiori musei europei (Londra, Parigi, Vienna, Lisbona, Madrid, Amsterdam) e, da italiana che si vergogna, NON HO ancora mai messo piede agli Uffizi! O nei Musei Vaticani; ma del resto, le mie ferie sono obbligatoriamente a Ferragosto, quando la coda per entrare esce addirittura dallo Stato... Ci abbiamo provato più volte senza successo, ma almeno ci siamo visti bene Roma e quasi tutte le sue chiese, e vale la pena ugualmente. Con Firenze lo stesso, sarebbe come fare sei al Superenalotto.
Una volta un "signore" della Compagnia per cui lavoro, che è legata a filo doppio con Firenze (ma ancora per poco, mi sa), conoscendo la mia passione per l'arte mi ha detto che poteva farmi fare una visitina privata al Corridoio Vasariano; ma come Benigni con la manina pazzerella in "Johnny Stecchino", lui mi faceva passeggiare nel suo Corridoio se io lo facevo passeggiare nel mio. No, grazie. Siamo nell'era del multimediale-interattivo, ho un dischetto che mi fa fare il percorso completo stando a casa. Senz'ansia.

lunedì 16 luglio 2012

Profumi d'estate

Siamo in pieno Luglio, ma io non vado in spiaggia, nonostante l'afa ed il caldo. E credetemi, qua dalle mie parti fa un caldo insopportabile, non è assolutamente vero tutto quello che si vede in televisione, nei canali delle previsioni del tempo, dove Venezia sembra un'isola felice che lussureggia tra i 26 ed i 28 gradi; il fatto è che i rilevatori meteo sono stati piazzati sulla Punta della Dogana, probabilmente l'unico punto fresco e ventilato di tutta la Provincia. Siediti pure lì a respirare, mentre nelle calli (ed in tutto l'entroterra) boccheggiamo come pesci.
In spiaggia non ci vado perchè detesto la spiaggia in estate (soprattutto quando potrei permettermela solo Sabato o Domenica): code inenarrabili, lotte fratricide per trovare parcheggio, e quando va bene ed arrivi alla riva solo corpi accatastati su sabbia rovente, palloni che ti cadono addosso, bambini che urlano, sabbia che entra dappertutto. Ed il nostro povero mare che sembra più che altro un brodo caldo (un bel brodo di verdura, viste le alghe). Ma a dire il vero non associo questo orrendo quadretto estivo solo alle spiagge dell’alto Adriatico; ho il ricordo di una delle primissime vacanze con mio marito con visita alle Cinque Terre, in Agosto perché sempre quello è il periodo in cui posso staccare dall’ufficio per più di due giorni consecutivi. Anche lì cumuli di carne esposta come merce (non sempre gradevole) sugli asciugamani, perfino sui moli di cemento dove dovevano attraccare i traghetti, con il marinaio di turno che si sbracciava – dalla prua in avvicinamento – urlando che si togliessero da lì perché già stavano per calare le passerelle. Gente furba, magari farsi venire un dubbio su come mai c’era quel buco libero in una striscia di terra (terra?) con la più alta concentrazione di corpi nel raggio di 200 chilometri, se si esclude il Principato di Monaco in cui ci sono virtualmente 18.200 abitanti per chilometro quadrato (fonte Wikipedia), ma non tutti per la bellezza del Mar Ligure. Se chiudo gli occhi ancora lo rivedo il marinaio, alto, imponente sulla prua, minaccioso sui corpi nudi ed inermi che si allontanano, che se gli aggiungi una frusta ed un bel paio di cornetti ti sembra una scena dantesca.
Come ho già scritto mesi fa in "Foto ai Presepi", il mare me lo vado a gustare davvero in inverno, che tra l'altro mi fa tanto Scuffi. Una delle fotografie che conservo più gelosamente è uno scatto in bianco e nero del  Gennaio 1991: quattro amiche infagottate in giacche a vento, meno di novant'anni in quattro, sorrisi aperti alla vita che all'epoca era ancora da scoprire, e dietro la distesa tutta cielomare. Adoravo il mio piumino bianco con i bottoni neri.
Perchè questa premessa; perchè avendo io la pelle effetto madreperla - probabilmente nell'Ottocento avrei fatto sfracelli di cuori infranti, aggiungendoci anche la mia vena poetica sensibile, ma niente da fare, sono stata giovane in anni in cui per far colpo bisognava essere magrissime, abbronzate e un po' vacche - è necessario che prenda un po' di colore in estate per scongiurare che i miei Clienti pensino che io sia malaticcia ed evitino di entrare in ufficio. Allora ogni settimana vado in un Centro Sole vicino casa e mi caccio per dieci minuti dentro ad una Lampada, nome evocativo per definire un bussolotto metallico che sembra una bara e mi incute ogni volta un certo timore; ne ho visto anche uno aperto in manutenzione - di recente - e con tutti quei grovigli di cavi, piastre, circuiti elettrici sembrava un alieno affamato. Comunque praticità vuole che per pochi euro mi eviti tutti i fastidi del mare estivo, con lo stesso risultato. Ma vengo al punto: non sempre arrivo e l'alieno è disponibile e vorace, a volte devo attendere un po', e allora sfoglio i giornali a disposizione del pubblico. Sono prevalentemente giornali di gossip, del resto non posso pretendere la scelta che mettiamo noi a disposizione dei Clienti nei nostri due uffici; i miei assicurati possono contare su attualità (Panorama e L'Espresso), arredamento (Casaviva), viaggi (Dove e Touring), sport (Tennis Italiano e svariate riviste di Motocross), automobili (Quattroruote ed affini), riviste umanitarie di varie sigle, per non parlare di Arte, Effetto Arte, Arte In e simili, ma non tutte perchè di queste i numeri più belli me li tengo, e non li metto sempre a disposizione. Anche perchè ho alcuni Clienti che mi scambiano - a volte - per un'edicolante, e pensano che portarsi a casa le riviste per leggerle meglio sia più comodo.
Ma si sa, noi assicuratori siamo troppo musoni e seri, il Centro Sole invece si sposa bene col gossip, e visto che non è esattamente cosa che non mi fa dormire di notte il dubbio sulla paternità del bambino di Raffaella Fico, il più delle volte sfoglio i giornali per curiosare sulle pubblicità (che è un po' una mia deformazione, come ho già scritto su "Generazione di fenomeni"). E ne ho trovata una mai vista, che voglio condividere con voi, sull'ultimo ritrovato dell'industria olfattiva: è in commercio un profumo che si chiama VULVA ORIGINAL (sottotitolo "Vaginal Scent"). Vi giuro che è vero, esiste, ho controllato su Internet! Profumo destinato ad un pubblico maschile, aggiungo, perchè - come recita il trafiletto - "grazie ad un comodo dosatore roll-on, potete applicare piccole quantità di fluido sul dorso della vostra mano; dopo un breve tempo, l'odore irresistibile stimolerà la vostra immaginazione". Preciso che ho iniziato a ridere dalla poltroncina, ho continuato a ridere quando mi hanno chiamato per il mio turno, e probabilmente avranno pensato che ero impazzita, perchè da fuori si sarà pur sentito che continuavo a sghignazzare dentro alla bara!
Ho cercato di visualizzare il destinatario di questa cosa, lo squallore fatto persona, ma quanto poco ti devi rispettare ragazzo mio se sei costretto ad un cotal acquisto. Senza contare il fatto che, scusate se vado sul crudo, ho sempre immaginato che quando si nomina il cosiddetto "profumo di donna" ci si riferisse ad un insieme di cose dato più da sensazioni (occhi, sguardi, mani, pelle) o al limite da feromoni veri e propri (totalmente inodori), e non certo un odore ben definito che - astraendolo dal contesto in cui di solito si sente - potrebbe ricordare al limite una malga di montagna, di quelle in cui si caglia il formaggio! Andiamo avanti. A garanzia di qualità, la pubblicità precisa che trattasi di "un'essenza ricavata dagli umori delle parti intime delle donne più belle", e vorrei vedere! Chi spenderebbe soldi per farsi spalmare sulle braccia i fluidi corporali della vicina di casa sessantenne, magari grassona e notoriamente poco pulita? Per carità, dentro alla magica boccetta solo cerbiattone certificate alla Belen, puoi giurarci. E mi piacerebbe conoscere il procedimento di estrazione e distillazione di siffatta ambrosia...
Premetto che io di chimica non so niente, perchè era una delle pochissime materie che al Liceo non amavo particolarmente (l'ho avuta solo in quarta, con lo stesso Professore fastidioso che faceva Biologia al biennio, Scienze Naturali in terza e Geografia Astronomica in quinta, ed era quello dei dinosauri... vedi "Quando ho tempo non ho voglia"); probabilmente qualche chimico esperto potrebbe smentirmi e provarmi con appositi test che poche gocce del prodotto reclamizzato garantiscono un sicuro arrapamento. Ma a questo punto la storia diventa ancora più triste, perchè se il Vulva Original se lo compra un maschietto, o è solo come una bestia e lo usa come alternativa al giornaletto (ma vai a piuttosto farti una corsetta, così ti cala anche la pancia), o si prepara ad un incontro galante... stimolato olfattivamente da una donna che NON E' la sua! E se l'acquirente invece è donna - questo non c'era scritto sulla pagina pubblicitaria, ma lo dice il sito Internet ("usato anche dalle donne per rendersi ancora più attraenti, usando la fragranza vaginale perfetta") - avrà la certezza che il suo uomo è eccitato da un'altra. Bella roba. Sa tanto da barzelletta: tesoro, questa sera mi ricordi tanto la mia professoressa di inglese, chissà perchè, sarà l'aria delle Olimpiadi...
Rispetto alla pubblicità cartacea il sito è ricco di nuove e più particolareggiate informazioni, compresa la Sezione FAQ che tranquillizza gli utenti circa il fatto che il prodotto è privo di rischi per la salute "se viene maneggiato in modo adeguato" (della serie NON LO BERE, maialone!), oppure “come togliere la fragranza dal dorso della mano” (risposta: “lava le mani con acqua corrente ed una giusta quantità di sapone”; sul “giusta” io personalmente sono passata ai singhiozzi, non mi tenevo più), oppure tutta la trafila sulla spedizione della merce, che essendo sostanza aromatica è definita come "fragranza" e soggetta a controlli doganali come prodotto alimentare. Probabilmente viene anche lei mischiata ai pacchetti del caffè, onde evitare che i cani antidroga vadano fuori di testa e si attacchino alle gambe dei finanzieri.
Mentre ancora rido - perchè ci sono due cose che al mondo per me sono sacre ed irrinunciabili, e sono la coerenza ed il rispetto, e questa invenzione butta nel cesso il rispetto verso chiunque (verso il tuo corpo e verso il mio, verso le mie sensazioni e verso le tue) - mi sono tolta lo sfizio di controllare QUANTO COSTA "l'elegante fiala di vetro, presentata in un'esclusiva confezione". Che diamine, con i risultati che promette come minimo mi dovrò ipotecare un paio di bronzi di Rabarama, ma pur di far crollare ai miei piedi l'intero universo maschile potrei anche farci un pensierino (a questo punto non mi accontento più di Hugh Jackman, lasciamolo pure lì solo soletto a bussare!). Ebbene, la confezione base costa la bellezza di Euro 24,90, vale a dire quanto un’offerta da quattro detersivi per lavatrice Omino Bianco - del resto, del detersivo puoi scegliere se vuoi la fragranza Marsiglia o Aloe, mentre quelli del Vulva stanno "lavorando duramente per il lancio delle versioni Exotic ed Eighteen" (SIC!) - o se vogliamo restare in argomento olfattivo meno di due punte di Grana Padano. Per carità, si tratta di una confezione da 3 ml, quindi il prezzo al litro sale di parecchio, ma alla fin fine costa solo sei volte il Candy Prada da 30 ml che mi sono comprata il mese scorso, e se togliamo le spese di spedizione, di confezionamento, pubblicitarie, i costi per l’estrazione e la raffinazione del prodotto (che – precisano – non è ricavato sinteticamente in laboratorio ma trattasi di “fragranza vaginale reale”), credo che alla fornitrice che sta in cima alla filiera di produzione resti ben poco. Povera cerbiattona, ma lo fa per una buona causa, tra una farfallina e l'altra.
Dulcis in fundo, con 40 Euro in più di porti a casa la confezione doppia con dentro anche la maglietta, nera e con la scritta "Vulva" davanti e "Smell me" dietro, giusto per far sapere a tutti quelli dell'ufficio che non hai uno straccio di vita, ed il tuo principale passatempo consiste nell'annusare le bave di qualche casalinga annoiata. Tanto bella, però, garantito.

giovedì 12 luglio 2012

Bugie potenziali

“Una persona che conoscevo divideva gli esseri umani in tre categorie:
quelli che preferiscono non avere niente da nascondere
 piuttosto che essere obbligati a mentire,
quelli che preferiscono mentire che non avere niente da nascondere,
e gli ultimi quelli che amano sia mentire che nascondere.”
Albert Camus

Qualche giorno fa ho scoperto che una persona a me abbastanza vicina mi ha mentito. Una bugia normale, per inciso, non certo di quelle che ti cambiano la vita. E, sempre per inciso, si tratta di una persona vicina ma non poi così amica e/o importante, più che altro un semplice conoscente sul piano professionale, quindi la bugia in se stessa non mi ha fatto poi così male, perché il male è sempre direttamente proporzionale al bene che vuoi a chi scopri bugiardo.
Però è una cosa che mi ha fatto pensare, in primis perché mi sono scoperta ancora troppo fragile rispetto ai miei gusti (ed ai miei obiettivi, perché in teoria per l’estate avevo stilato una tabella di marcia diversa), ed in secondo luogo perché sono arrivata alla soglia dei quarantacinque anni per rendermi conto che – allora, probabilmente – è impossibile che esistano persone totalmente incapaci di mentire DAVVERO. Mi sono anche interrogata dentro, per capire se inconsciamente per caso non lo faccia anche io, che pure detesto cordialmente la menzogna, proprio perché le mie sofferenze di vita più grandi sono sempre venute da lì (subite e/o causate).
Escludo in partenza le persone che mentono per il gusto di mentire, per il gusto di ingannare, per il gusto di sapere che tu hai creduto a qualcosa che non era vero e solo loro lo sapevano (e per un po’, quindi, ti hanno avuto in loro mano). Io rifuggo la gente così, ma ne esiste, ne ho incontrata purtroppo, e sinceramente non ho mai capito che gusto avrà mai, che sapore avrà mai vivere essendo consci che ciò che ti gira attorno NON E’ REALE, e che prima o poi si scoprirà, e la persona che ora ti crede, ingannata, probabilmente ti detesterà per il resto dei tuoi giorni. Gente deviata, che si compiace di un minuto (un’ora, un giorno, un mese, un anno) di dolore altrui. Magari per poi deriderti per esserti mostrato debole. Uomini o donne, senza differenze.
Ma il fatto è che ci sono un sacco di casi in cui si mente con leggerezza senza in realtà considerare la cosa una vera e propria bugia, perché non c’è un vero e proprio danno a qualcuno, o perché lo si fa per compassione (per evitare danni peggiori), o perché si vuole evitare una discussione fastidiosa. Un esempio classico, visto che siamo in estate: tu vuoi venire a trovarmi perché – mettiamo - sei in ferie e di passaggio, ma io non me la sento, intanto non sono in ferie io, e poi so che intavoleremmo i soliti discorsi inutili (politica, sport, tecnologia che io non uso), fa caldo, ho voglia di starmene per conto mio, voglia di facce nuove. Però è brutto che io te lo dica così perché equivarrebbe a dire in modo spudorato “non ho nessuna voglia di vederti”, che in fondo non è poi così vero, o forse sì? Comunque, per una serie di motivi – non ultimo quello di evitare di interrogarmi se davvero HO O NO voglia di vederti – io ti dico che caspita! Mi dispiace, ma quel giorno lì non sarò a casa, sarò in Tanta Malora per lavoro (il più lontano possibile, giusto che non ti venga in mente di allungare di qualche chilometro), ci si vedrà un’altra volta. E’ pur sempre una bugia, però. E se sono capace di mentire su questa innocentissima cosa, allora potrei farlo con quante altre? Ognuno di noi ha o no una scala di priorità per le proprie cose, i propri valori veri, su cui non mentirebbe MAI, e altre cose su cui – al limite – tutto sommato anche sì? E’ cosi!
E da qui al fare confusione tra i “valori veri” di ciascuno il passo quanto breve è? Perché una cosa che per me è fondamentale non è detto che lo sia per un altro. Prendiamo le dimostrazioni di affetto, per esempio; io sono una persona aperta e solare, ma non con tutti. Abbracci e baci, così come i pensieri più importanti, li riservo a pochi intimi (solo con pochi intimi mi apro veramente). E soprattutto il classico “ti voglio bene”, non è che proprio proprio lo vada a dire a centocinquanta persone per volta (anzi!). C’è la persona a cui lo dico da anni perché è un’amicizia ormai cementata, e c’è la persona a cui lo dico da poco perché la vita - dopo avermi tirato due sberle – ha deciso di farmi un regalo inaspettato e mi ha fatto incontrare un’anima che mi incanta, ma sempre e comunque sulle dita di una mano le conto, e forse neanche tutte, le dita.
Perché per me dire “ti voglio bene” è una cosa che ha il suo bel peso, vuol dire davvero “voglio il bene per te”, il tuo bene prima del mio, sapere felice TE prima di ME, fare in modo – per quanto sia nelle mie possibilità – di renderti tale. Credere nei tuoi sogni, condividerli, ed impedire che tu smetta di sognare.
Siamo dei privilegiati noi italiani, perché abbiamo questa meravigliosa espressione che in altre lingue non esiste (almeno non che io sappia, casomai qualcuno mi smentisca), all’estero si finisce per usare sempre il verbo “amare” che comprende sì questo ma... anche altro. Il “voler bene” invece è così limpido!
Per carità, poi in Italia trovi gente che usa l’espressione “ti voglio bene” anche per ordinare un gelato alla stracciatella, senza considerare cosa invece dovrebbe esserci racchiuso dentro. Scale di priorità dei valori… E con la stessa tranquillità con cui ti dicono un giorno che ti vogliono bene, il giorno dopo ti dicono che d’ora in poi non ti vedranno più; che a dire il vero non è cosa che mi dia fastidio in sè (a parte il male), quando c’è da tagliare anche io sono per i tagli netti. Ho sempre preferito un onesto “finiamo qui perché è evidente che le cose non vanno come devono” piuttosto che tutta quella serie di espressioni subdole che vanno dal “prendiamoci una pausa” (una pausa di che? Solo per sentirti la coscienza a posto mentre ti vai a divertire, posto che sai che io invece starò in stand-by perché è questo che vuoi, tant’è vero che se scopri che anche io sono andata a divertirmi ti secca) a “tu meriti di meglio” (questa poi mi fa travasare la bile, manco io non sapessi cosa voglio o cosa è bene per me! Vuoi anche fare la figura del martire che si immola…). Negli anni infatti ho imparato a prevenirle, certe frasi; una volta – una sola – è successo anche con mio marito, perché in quindici anni è impensabile che la strada sia sempre stata tutta in discesa. Me lo sono trovato sulla porta del bagno (perché ero in bagno, che tempismo!) con un borsone in mano e lo sguardo da “prendersi una pausa” che attaccava con la tiritera di quello che è bene per me. Io gli ho detto semplicemente e senza giri di parole che, se era il mio permesso quello che voleva per prendere coraggio, allora mettiamo in chiaro da subito: prima dovrai passare sul mio cadavere. Detto da seduta deve fare un certo effetto minaccioso, visto che stiamo ancora insieme, bene più che mai.
Quelli dei tagli netti invece non ti chiedono il permesso: una pugnalata e via. Salvo poi chiosare con tono raddolcito: “Ma cerca di starmi bene, mi raccomando”, melliflua richiesta che puntualmente ricorre per un po’, tra sms ed e-mail da dimenticare, perché in realtà non cambierà un attimo della loro vita il fatto che tu stia bene o male, ma raccomandarsi che tu non soffra – come se si potesse schiacciare un pulsante! – fa sentire meno consapevoli di averti appena soffocato con il cuscino.
Che cavolo dici? Come faccio a stare bene? Se è sentire te che fa star bene me (il famoso discorso del “tuo bene”, del “mio bene”), è evidente che per un periodo starò da cani! Un periodo che sarà tanto lungo quanto è il “bene” che so di volerti! Proprio io poi, con l’importanza che do alle voci (ci ho scritto anche un post, il penultimo della mia iniziale Quaresima), come pioggia nel deserto a volte. O musica infinita. Quello “stammi bene” mi suona da infinita ipocrisia, invece. Da pantano di bugie. 
Mi seccherebbe parecchio ammettere che nessuno sia veramente immune da questo morbo.
Vorrebbe dire non poter avere più fiducia di nessuno.
E Dio solo sa quanto bisogno ho di potermi fidare ancora.

lunedì 9 luglio 2012

Epilogo - Paperino è interista

Non vorrei calcare la mano, ma ieri mi sono dimenticata di sottolineare per quale squadra di calcio tifa la mia dolce metà sfigata, sebbene l’avessi già dichiarato pubblicamente nel post “Normalità è quando la Juve batte l’Inter” (riscrivo tutto il titolo solo perché mi piace vederlo scritto!). Ovviamente Paperino è interista. Un interista lo riconosci da lontano, perché quando la squadra del cuore vince è contento ma solo per pochi istanti: appena la cosa oltrepassa il subconscio comincia a chiedersi cos’è successo, magari un maremoto ha devastato il Cile; sicuramente c’è qualcosa per cui sentirsi in colpa.
Lo so che noi juventini stiamo antipatici ai più, ma per favore, parliamo di “giuoco del calcio”! Non possiamo travasarci la bile anche col gioco, già c’è la vita vera da affrontare. Siamo i migliori e basta, e questo ci fa stare bene, alla faccia vostra.   
Però lui non segue solo il calcio, è appassionato di un sacco di altri sport, e gli sportivi per cui tifa lui puntualmente perdono, anche se talentuosissimi. Prendiamo il tennis, per esempio: gli abitanti di questo pianeta sono visceralmente divisi tra chi tifa Federer e chi tifa Nadal. Come fai a eleggere come tuo beniamino Feliciano Lopez? Io lo eleggerei volentieri, ma per motivi non così tennistici: quello lì è un fotomodello, non uno sportivo… Feli è comunque bellissimo anche da veder giocare, talento puro e manina santa, peccato che – dicono - non abbia tutta questa gran testa per allenarsi, ha preferito per molto tempo farsi corteggiare dalle sue numerosissime fan scegliendone una diversa ad ogni torneo (da un certo punto di vista, chiamalo scemo tu). E’ inutile seccarsi se perde: lo sai che perde! Altro prediletto di Paperino è stato, ai suoi tempi, Marat Safin, che almeno qualcosa di più di Feliciano ha portato a casa. Ma sempre alternando colpi spettacolari a casini mai visti, con il suo codazzo di fanciulle al seguito.
Tuttavia, il SUO sport è da sempre il motocross, profondamente amato fin da bambino, praticato per un po’ e seguito per la vita. Uno sport – a mio vedere – dove lo scopo principale non è solo arrivare primi come in tutti gli sport di motori, ma arrivarci più sporchi possibile. Lasciando stare i suoi trascorsi personali, riusciva a portare sfiga anche alla squadra per cui tifava (amici suoi), che nonostante un signor marchio come l’Honda alle spalle per anni non ha mai piazzato un pilota tra i primi dieci. Poi, quando improvvisamente lui ha smesso di seguirli fisicamente sulle piste, i risultati sono arrivati. E quelli – carinissimi! – hanno continuato a cercarlo e ad invitarlo in varie trasferte mondiali, fin quando gliel’abbiamo fatto notare (Ma no! Ma dai! Però… eh…ripensandoci…), e da allora il telefono è muto.
L’ultima volta che è stato loro ospite è stato in occasione della gara di Agueda del 2010, perché non è che li seguisse ovunque, da Uddevalla a Lommel, però la Spagna sì, quella ogni anno, e Portogallo pure, ogni tanto. Infatti gli organizzatori del Mondiale di Motocross si sono chiesti per molto tempo come mai pioveva sempre per la gara di Bellpuig, puntualmente ogni volta, con il resto della Spagna in preda alla siccità. Hanno anche spostato la data più volte, ma niente da fare. E poi è arrivata la gara del 2010, quando ha eruttato il famoso vulcano islandese dal nome impronunciabile che finisce per Kull, e sono rimasti bloccati lì per giorni, considerato che gli aeroporti erano chiusi.
Ma agli aeroporti birichini ci aveva già fatto l’abitudine anni addietro; nel periodo in cui aveva lavorato in trasferta in Francia, in quattro mesi aveva potuto tornare a casa una sola volta, a metà percorso. Biglietto fatto e grande ansia di partire, ed ecco che l’Air France proclama uno sciopero, con i francesi che sgranavano gli occhi: primo sciopero di Air France – pare – dopo vent’anni.   
Adesso (sarà l’età) ha lasciato le due ruote e si sta dedicando al biliardo, che tra l’altro gli sta modellando gli addominali neanche avesse vent’anni di meno: ha buttato su una mezza tartaruga mica da ridere. Per una volta l’essere piccolino di statura ha portato un beneficio, quando si china sul tavolo lavora di pancia anziché di schiena (ma questo probabilmente perché fa piacere a me…). Non so come sia messo con i big del biliardo mondiale  in quanto a tifo, perché io lo trovo cosa particolarmente soporifera, e non solo mi addormento puntualmente ogni volta che lo guarda in televisione, ma mi spengo anche solo se me ne parla. Certo è che per lui, in quanto a pratica, non è l’ideale, perché è un gioco in cui un minimo di fortuna ci vuole SEMPRE, anche se sei tecnicamente il migliore di tutti. Precisione, braccio, visione del gioco, calcolo matematico delle sponde… ma bastano un paio di millimetri dopo che la palla ha girato per sei metri perché il birillo vada giù o resti su, per fare punti o per pagare. L’altra sera il suo avversario (che era un uomo normale, né troppo fortunato né troppo sfigato) dopo aver sperimentato i suoi poteri gli ha chiesto – papale papale – se ha mai fatto caso ai gatti neri mentre cammina, perché secondo lui una toccatina dove sta bene se la danno. 
Comunque è facile fare in modo che, in giochi o sport, qualcuno vinca: basta che Paperino gli tifi contro. Basta solo che accenni a sperare che perda. Ricordo bene i Mondiali di calcio del 2006: era già nell’aria quello che succede sempre da un po’, vale a dire che ci riempiono dall’alto di cazzate e tifo per non farci realizzare che il Paese va a rotoli, per blandirci nel momento in cui l’italiano medio ha realizzato che vuole uccidere il politicante medio, mentre quest’ultimo vuole andare in ferie due mesi. Vogliono fare in modo che il popolo non pensi. Come con il Grande Fratello, aggiungerei con una punta di cattiveria; milioni e milioni di persone incollate al divano a sbavare per undici ragazzotti (per quanto gradevoli), e poi magari ad una Mostra d’arte ci andiamo in cinque (e questi qui li riceve anche il Presidente della Repubblica! Farei io un paio di nomi sconosciuti ai più, vanto italiano che dovrebbe passare avanti a tutti, altro che chiacchiere). Ma questo è un altro discorso, non ho niente contro il calcio, è che ultimamente mi dà più fastidio del solito quello che ci gira intorno. Comunque, nel 2006 gli ho sentito dire più di una volta: “Spero che l’Italia esca subito, così stavolta non tiriamo la tiritera del calcio per quattro anni”. Sappiamo tutti com’è finita. Bravo Capitan Cannavaro, bravo Grosso, bravi tutti, ma io lo so di chi è il merito vero. Per la cronaca e la rabbia, non ha più pensato alla Nazionale fino a questi ultimi Europei, quando ha ricominciato il refrain “Spero che escano al primo turno”… Forse a quel punto non dovevano permettergli di guardare la finale. Muchas gracias a El Pato Donald. 

domenica 8 luglio 2012

Ho sposato Paperino

Mio marito non ha ricevuto un'educazione cattolica, ovviamente ha faticato un po' ad entrare nell'ottica del mio rapporto con il cielo, Maria, gli Angeli e di tutto il resto anticipato nel precedente Prologo; con il tempo si è incuriosito, e si sente tanto vicino a Gesù, ma per me è solo solidarietà maschile.
Una cosa è certa: c'è tanto da lavorare. Io ancora oggi non posso credere che in una sola persona ci sia un concentrato di sfiga così alto, è indubbio che se io sono fortunella lui è l'esatto opposto. Il tono del post è volutamente leggero, per cui mi auguro di non offendere la sensibilità di coloro che hanno gravi malattie, o prematuri lutti importanti; parlo della quotidianità. Già nascere in una famiglia modesta, quarto di sei figli di un muratore e di una casalinga, non è il massimo. Bene che ti vada a tredici anni e dieci mesi sei in un cantiere edile, anche se sei bravino a scuola, segnato per la vita. Ti tocca trasportare in spalla bombole di acetilene che ti schiacceranno la spina dorsale, cosicchè resterai alto esattamente com'eri a tredici anni. E non è gran bello con le ragazzine, che notoriamente vogliono il ragazzo alto (provare per credere, magari bruttino o con due soli neuroni funzionanti, giusto per articolare i monosillabi, ma alto). Aggiungici l’essere miope, ed il fatto di partire un giorno per lavoro in trasferta all'estero con tutti i capelli in testa e ritornare dopo quattro mesi completamente calvo. Lo stress? Un esaurimento mal diagnosticato? E chi lo sa, una sera sono rimasti tutti nella doccia, come un bel tappetino-natura di Gilardi.
A lui il mitico Murphy fa gli onori di casa, la fetta con la marmellata che cade verso il basso o l'elettrodomestico che smette di funzionare il giorno successivo alla scadenza della garanzia sono solo bazzeccole, tutti esempi testati già alle elementari. Erano in nove amici maschi in compagnia da ragazzi, tutti partiti per il servizio militare verso la laguna o al massimo a Udine: lui giù a Bari. Lui, se una vespa gli entra nell'abitacolo di un'auto con dentro quattro persone, è quello che viene punto, allora la colpisce con una manata sul vetro, e il vetro va in frantumi perchè ne ha beccato l'unico punto debole (in una partita di mille). Lui compra una Toyota perchè è l'unica macchina che ogni studio segnala con motore a cinque stelle, indistruttibile e solido come una roccia, e dopo un anno deve essere sostituito completamente perchè è l'unico tra milioni difettoso e mangia olio come una Ferrari da corsa (fortunatamente sostituito in garanzia, ma solo perchè l'auto era intestata al PRA a me!). Lui parte un anonimo giorno feriale per andare a fare shopping in un famoso store di abbigliamento da motocross di Brescia (famoso in tutto il Nord Italia, sempre aperto anche di domenica e punto di riferimento per i crossisti), ed è l'unico giorno degli ultimi dieci anni in cui è chiuso per inventario senza preavviso. O per lutto.
Sul motocross avrei una sfilza di aneddoti, tante volte in cui programmava un giorno per andare a correre perchè ogni canale di previsioni TV dava sole, e puntualmente arrivava la pioggia - ma per far piovere, secco come una cinquina, basta che porti lui la macchina a lavare (potremmo far diventare il Sahara una distesa di verde, solo con la storia dei lavaggi della macchina!), oppure che tiri fuori i cuscini della terrazza. Abbiamo una terrazza bellissima, con la pompeiana di legno e il tendone che scorre sopra, le poltroncine in rattan, le piante... Non c'è verso di sedersi sui cuscini, se lui mette fuori i cuscini piove nel giro di un'ora. Li teniamo dentro una delle docce, tutta l'estate. Faccio sempre la doccia nel bagno piccolo, perchè quello grande mi serve da ripostiglio per cuscini.
Col motocross si è anche rotto più di un osso, ma questo è abbastanza normale. Ciò che non è normale è che se li sia rotti tutti puntualmente il giorno prima di partire per qualche weekend, come la volta del malleolo tibiale sinistro: avevo programmato un San Valentino romantico a Granada, già tutto prenotato, volo e hotel pagati, anche l'ingresso all’Alhambra! Lui torna dalla pista in macchina urlando dai dolori, perché il piede sinistro è quello della frizione e va usato spesso, e mi chiama dicendo "Credo di essermi fatto un po' male ad un piede...". Non so se mi inquietava di più il "credo" o il "po'". Un po' male vuol dire trentacinque giorni di gesso ed un chiodo ancora nel malleolo, con la radiografia da portarsi dietro ad ogni check-in per evitare storie negli aeroporti. A proposito di aeroporti, è normale che prima o poi in un viaggio a cui partecipano centoventi persone l'unica valigia persa sia la sua. Che poi è precisa identica alla mia (regalo di nozze), ma con le sue iniziali sopra. Inconfondibili per la sfiga.
Ricordatevi che se qualcuno trova dei soldi per terra (che fortuna!) è solo perchè qualcuno li ha persi, quei soldi. Se gli cadono le chiavi della macchina (grosse, con un bel portachiavi ingombrante), cadono esattamente in verticale nell'unica fessura della grata sottostante e finiscono in un punto imprecisato delle fogne, neanche se ci provi cento volte riesci a infilarle lì volontariamente. Taci che non è malato per il gioco… ci mancherebbe! Una volta al Casinò ha giocato con la roulette, non certo per pieno, cavallo o quadrato (troppo difficile), solo col rosso e nero, cinquanta e cinquanta: ha perso undici volte di fila, sfidando le leggi delle probabilità. E’ venuto via dal tavolo solo perché aveva finito le fiches, con la gente che lo pregava di restare perché bastava puntare l’altro colore rispetto a lui e lo centravi secco, un bel gruzzoletto senza rischiare.
Ma è nella normalità delle giornate anonime che il confronto è impietoso: prendiamo come esempio stupido la saponetta scivolosa. A me è successo la settimana scorsa: mi è sfuggita dalle mani (perché mi piace fare tanta schiuma ed il rischio c’è) ma per sotto, ha cozzato con il bordo del lavabo, l’ha seguito docilmente neanche ci fosse una corsia preferenziale, si è fatta tutto il mezzo giro e poi ha parcheggiato dolcemente a fianco al rubinetto. Alla faccia delle palline da golf che girano pianino attorno alla buca e poi – hop – ne stanno fuori. Anche a mio marito capita di far schizzare via il sapone, solo che a lui (sempre che cada per sotto e non per sopra) puntualmente cade fuori dal lavabo, urta il portaspazzolini in ceramica che cade a sua volta, si tuffa giù dal mobile e finisce dietro al water lasciandosi dietro una bella riga di bava schiumosa e biancastra sulle piastrelle.  
Volendo spostarsi un attimo dal tracciato della leggerezza, con queste premesse era scritto che prima o poi il Male Oscuro l’avrebbe cercato alla nostra porta, ed è cosa che devasta (sia chi lo prova, e mentre vive in realtà muore dentro, sia chi ci sta vicino e prova una sensazione di impotenza allucinante) se non altro la prima volta, perché poi comunque non lo saprai affrontare subito come si deve – ogni volta arriva in modo diverso, il bastardo! – ma quanto meno sei conscio che prima o poi se ne andrà; quelle volte sì, quanti straordinari ho fatto fare al mio Angelo. Tanto a me, col carattere che ho, il Male Oscuro mi fa un baffo.
Paperino ha lavorato per decine di Ditte, che puntualmente fallivano o sparivano misteriosamente, con un numero imprecisato di stipendi persi (poi si è messo per conto suo, ma sulla sua libera professione di idraulico ho già scritto un post). Fallimento o chiusura assicurata anche per tutti i circoli di tennis che ha frequentato, siamo arrivati già a tre, più un paio di cambi di gestione. "Mai successo prima", quante volte gli hanno ripetuto questa frase! Roba nuova che si rompe, o che non funziona mai come dovrebbe. Lui non porta sfiga, lui E’ la sfiga.
E il bello è che non si arrabbia mai: è letteralmente adorabile! Le prime volte io mi agitavo, perchè va bene una, va bene due, ma non può andarti sempre tutto storto, e poi io non ero abituata. Lui invece faceva spallucce - fatalismo fatto persona - e diceva "ma guarda che è normale, a te non capita mai?". No, a me no, accidenti! Con lui ho anche cozzato contro le Autorità, la volta in cui è rimasto coinvolto in un incidente come trasportato del suo stesso furgone, guidato dall’ex-Socio: una ragazzina aveva mancato in pieno uno stop e gli era entrata nella fiancata destra, ovviamente l’unica volta in cui non era lui a guidare (e stava anche parlando al telefono con me!). E’ l’assicurazione del furgone che deve risarcire le lesioni al trasportato, quei sessantaquattro giorni di infortunio; certo, posto che il trasportato ci sia! Perché – unica volta nella mia carriera – quel giorno il poliziotto o era stanco o svogliato o chissà cosa, ma ha verbalizzato solo la presenza del conducente. E rischiavamo anche una denuncia per truffa… La sua parola contro i verbali delle Autorità: o te la metti via o fai causa al poliziotto.
Ad un certo punto mi sono impuntata: fai lavorare quello sfaticato del tuo Angelo Custode, anche se non ti sembra possibile ne hai uno pure tu, tiralo giù dalla branda. L'evento che gli ha definitivamente aperto gli occhi è stato quando ho firmato la promessa d'acquisto della casa nuova, quella dove abitiamo adesso, senza avere ancora messo in vendita quella di prima; ho solo chiesto sei mesi di tempo al torvo e sospettoso costruttore. Crisi che già arrivava, appartamento difficile da vendere per la prelazione comunale e per il fatto che lo vendevo arredato, ed arredato bene, quindi non chiedevo proprio un niente per essere un appartamento piccolo piccolo. Mutuo per differenza da trovare, e già le banche avevano chiuso i rubinetti. Ma io sono andata avanti tranquilla, ed è arrivata puntualmente la persona che cercava proprio un appartamento fatto così, in quella zona lì, già arredato e da liberare subito, perchè aveva fretta. Fratello di un pittore, per giunta, che ancora ci manda gli inviti alle Mostre. Concesso il mutuo, coincidenze perfette con tutti quelli che dovevano fare i lavoretti di sistemazione nell'appartamento nuovo, compreso l'arrivo ed il montaggio di tutti i mobili. Solo gli armadi grandi hanno subito un po' di ritardo, ma in fondo stare con tutta la roba a vista appesa agli stender faceva tanto camerino di teatro e ci siamo anche divertiti, per un po'. Avevo chiesto sei mesi, e il mio Angelo ha fatto tutto in quattro. C'era di che riflettere, una bella iniezione anti-sfiga. Infatti Paperino ha cambiato idea ed ogni tanto lo sento che lo sgrida, il suo. Non è mai troppo tardi.

Ho sposato Paperino - Prologo

Io non ho mai creduto veramente alla sfortuna, sia perchè sono sempre stata tendenzialmente fortunella e convinta che quella fosse la norma per tutti, sia perchè - come ho già sottolineato più volte ma soprattutto nel post su Marrakech - sono stata educata cattolica. Vivo fin da bambina la fede cattolica come un dono, una fortuna, una cosa invidiabile, piuttosto che un insieme di pesanti norme da seguire: un cattolico vive bene perchè per prima cosa sa che non morirà mai - per lo meno definitivamente, ci sarà solo ad un certo punto una trasformazione, ma si spera in meglio; in secondo luogo sa che c'è sempre Qualcuno pronto ad aiutarlo nel bisogno, aspetto da non sottovalutare.
Sento questa cosa come l’aspetto gioioso, direi addirittura giocoso, della vita: quando le cose vanno bene ringrazio e me le godo, quando vanno male ringrazio lo stesso, perchè in ogni prova c'è un insegnamento utile - e prego che passi, o che per lo meno mi sia data la forza per affrontarla e superarla. Ammetto che scritto così su tre righe può sembrare semplicistico, ma in fondo così è, una cosa da bambini: mi piace sentire dalla mia parte i buoni, mi fa sentire protetta. Tra l'altro, non è che io scomodi continuamente il pezzo grosso del gruppo, il boss in persona, Dio Padre Onnipotente; e in verità ho anche un certo timore reverenziale di Gesù, perchè non sono proprio una santa e mi sento abbastanza inadeguata per rivolgermi a Lui direttamente (però Lui lo sa che gli voglio bene).
Fin da piccola il mio forte sono sempre stati Maria e gli Angeli; sento particolarmente vicina la mia mamma del cielo, sarà per il fatto che ho avuto ed ho tuttora anche qui in terra una figura materna importante, presente e molto forte. Mia mamma ha sempre avuto una fede incrollabile, e me l'ha trasmessa come mi ha trasmesso il gruppo sanguigno, il pollice a cuore, una miopia devastante e denti sanissimi (mai avuto una carie in vita mia). Anche nelle cose stupide, tipo fare il bucato quando pioveva che Dio la mandava (Dio, appunto). Lei metteva su la lavatrice, perchè con cinque persone in casa ne hai da fare praticamente tutti i giorni, e quando il bucato finiva puntualmente la pioggia smetteva, giusto il tempo di stendere fuori, far asciugare tutto, e tirare dentro la roba asciutta. Poi ricominciava il diluvio. Sono cresciuta con queste cose davanti agli occhi, con mia mamma che ci parlava di Maria come di una di noi, solo estremamente meravigliosa e per questo prescelta, non l'ho mai sentita come un'entità vaga e lontana da incontrare, forse, un giorno. Mai avuto "forse" in proposito.
E poi, ho sempre visto come un gran regalo per l’umanità l'esistenza degli Angeli Custodi, il fatto che ognuno di noi ne abbia uno, uno specifico a testa, per essere aiutati, confortati, spronati, protetti e così via. Uno a testa, mica uno per venticinque come gli animatori, che poi finisce sempre con quello che ha il carattere più forte che li monopolizza, mentre lo sfigato resta indietro e nessuno lo bada. Io il mio lo faccio correre: è solo per me, da quando sono nata, e non deve fare altro che stare vicino a me sola finchè morirò, e solo allora verrà passato a qualcun altro. Gli ho chiesto e gli chiedo ancora di proteggermi e guidarmi nelle prove importanti della vita, ma spesso lo mando avanti per delle cose semplici, del resto sono umana: per favore ho bisogno di un parcheggio, ad esempio. Immagino già che la mia mamma mi bacchetterà per queste parole, mi dice sempre che rischio di far sembrare il cielo una macchinetta dei desideri, ma so bene che non è così. Intanto con le cose venali (soldi & simili) non vale, non puoi chiedere il grattino giusto; puoi però pregare per la salute tua e dei i tuoi cari, e anche per un po’ di serena felicità, giusto per farsi un'idea e pregustare quella futura (la frase sulla Valle di Lacrime non mi è mai andata giù tanto bene).
Comunque chiedere non basta, bisogna ammettere i propri limiti, essere consci di avere bisogno, e metterci il massimo impegno. L'aiuto in tal caso arriva puntuale, come mi capitava ad esempio all'Università: io studiavo come una matta, ma c'è sempre qualcosa che sai meglio, allora per favore fa' che mi chieda quella cosa là. Succedeva quasi sempre, ed in un paio casi è capitato che Professori notoriamente bastardi mi chiedessero "mi parli di quello che vuole". Anche la volta che mi sono scontrata con l'uomo più odiato di tutta Ca' Foscari, ora morto non foss'altro per le maledizioni che si tirava dietro, vale a dire il Conte Scola, aspetto da bonaccione alla Babbo Natale (pancia grossa e  lunga barba bianca) ma anima perfida, con la cattedra di Geografia, una materia obbligatoria nel piano di studi di Lettere per via dell’insegnamento, una materia che mi piaceva anche (soprattutto le parti di geografia umana e astronomia) ma amarla non serviva a niente. Lui odiava chi proveniva dal Liceo Scientifico, non c'era verso, potevi sapere anche le virgole ma non passavi; durante il suo anno sabbatico hanno dato geografia in trecento persone, parcheggiate lì da tempo – sfinite e con la barba lunga anche loro -  in attesa di laurearsi. L'ho dovuto dare due volte, la prima mi ha mandato via (e sapevo tutto), la seconda mi ha detto testualmente "o accetta un diciotto o il mio esame non lo passerà mai" (e sapevo tutto ancora meglio), giusto per sporcarmi il libretto che era tutto rigorosamente di trenta o trenta e lode. Ci ho sofferto come una bestia, a vederlo lì quello stramaledetto numero, eppure il mio Angelo mi ha fatto vedere subito come da cosa brutta possa nascere cosa bella: poichè i suoi Colleghi Professori conoscevano la sua pazzia, i tre-quattro esami successivi li ho passati con trenta senza dire o fare assolutamente niente; leggevano il mio libretto, ridevano e mi davano trenta. Anche quello di Storia Contemporanea noto bizzoso, e mi è dispiaciuto tanto perchè dovevamo parlare di quel libro eccezionale che è "La nazionalizzazione delle masse" di George Mosse, non mi ha neanche fatto finire la prima frase. Trenta e via, vada fuori ennesima vittima del Conte. E il mio Angelo Custode piegato in due dalle risate.
Ovviamente il mio Angelo non si è fermato all'Università, ha continuato e continua ad aiutarmi anche adesso, e visto che so quanto bravo è spesso lo mando in giro, se qualche persona a cui voglio bene ha bisogno di un aiutino extra, mi basta che poi me lo rimandino. Ogni mattina lo prego di incontrarsi con gli Angeli Custodi di tutte le persone che vedrò nella giornata, una sorta di meeting anticipatorio, affinchè quando ci incroceremo noi umani fili tutto per il meglio. Per me questa è la norma, se volete chiamarla fortuna fate pure, io continuo a sgobbare ed a mettercela tutta, e a credere agli Angeli, se non vi dispiace.
E ora giriamo pagina, e veniamo al mio Paperino.

mercoledì 4 luglio 2012

Praticità spiccia

Ieri mi sono divertita, tutto sommato nonostante la crisi vado spesso a casa con il sorriso sulle labbra, prima o poi i miei post vireranno decisamente verso il comico, nonostante io abbia scoperto l'esistenza di Ringhia.
E' venuto da me un carissimo Cliente veneziano, anzi per l'esattezza della Giudecca; praticamente per venire da me alle quattro di pomeriggio è partito alla mattina presto con il sacchetto dei panini imbottiti e il bottiglione di prosecco. E' sempre un'esperienza nuova parlare con i veneziani veri, dal momento che per noi terraioli già è difficile capire bene tutto quello che dicono, non parliamo poi di me che a dialetto sono messa malissimo, e un po’ mi dispiace. I miei genitori mi hanno sempre parlato in italiano, mentre tra di loro - o con le zie, o i nonni - parlavano dialetto; in questo modo io ed i miei fratelli siamo cresciuti capendo bene o male il dialetto ma senza parlarlo, ed è una perdita di un pezzo di storia (però ho vissuto per alcuni anni in Friuli, e nonostante non fosse poi così distante gli amici friulani comunque ridacchiavano del mio modo di parlare un italiano perfetto, ma altrettanto perfettamente cantilenante). Preciso che ho sempre ritenuto abbastanza ridicola la proposta che la Lega aveva fatto anni fa di reinserire lo studio dei dialetti nelle scuole, visto che le classi dei bambini sono composte praticamente da venti etnie diverse, e già deve essere complicato gestire il tutto in un italiano corretto (al limite posso capire qualche ora extra per dialetti che dialetti non sono, tipo il ladino che è una vera e propria lingua). Ma è certo che a livello di tradizione, di senso di appartenenza ad un passato, molte cose vanno perse, ed è un peccato, quindi quando me ne arriva uno in ufficio cerco di sfruttare l'occasione. E poi la mia mamma è giudecchina anche lei, quindi da me i giudecchini hanno una corsia preferenziale.
Questo signore ha preso in affitto un "magasen par roba", un magazzino, vale a dire uno spazio che mi immagino angusto, senza finestre, con tutta probabilità con i fili della corrente a vista e qualche bestiaccia pelosa in giro, in cui in teoria dovrebbe mettere gli scatoloni con i ricordi di famiglia, mentre in pratica ci si ammucchieranno merci "da banchetto" tra le più disparate: magliette, felpe, ombrellini, bottigliette piene, bottigliette vuote, scarti di vetrini di Murano, maschere, cartoline e guide turistiche, palle di vetro con la neve finta sul campanile o sul leone, macchinette fotografiche usa-e-getta, gondole in plastica con l’omino e le lucine, gondole in vetro senza omini e senza lucine, sciarpe delle squadre di calcio europee (perchè tutti sanno che un tedesco viene a Venezia solo per comprarsi una sciarpa dell'Arsenal...), eccetera eccetera. Ovviamente era preoccupato per eventuali incendi (non tanto per il suo cumulo di ciarpame da turisti, quanto per le svariate centinaia di migliaia di Euro rappresentate dagli appartamenti di sopra), e voleva assicurarsi. Attenzione encomiabile, tra l’altro, che non è da tutti (tre punti ai giudecchini).
Ora, quando si redige una Polizza Incendio per un deposito commerciale la prima cosa da fare è identificare la categoria merceologica della merce, perchè da quella deriva tutto il resto: è evidente che tenere a deposito del marmo in lastre non ha lo stesso rischio che tenerci risme di carta. Le Polizze cosiddette "standard" (quelle con un codicino che vale per tutto, onde poter stampare la Polizza con un clic senza doverla dattiloscrivere in ogni parte, visto che per un contratto da 100 Euro non posso perdere una giornata) hanno una lista dalla A alla Z che dovrebbe rendere l’operazione più semplice. Ma qui non ne venivamo fuori, ed il mio povero Assicurato cominciava ad agitarsi, credendo che fossi io a non volergli rilasciare la copertura, per chissà quale atto di sfiducia nei suoi confronti. In realtà una parola per definire tutta la "roba" del suo magazzino esiste, una parola veneziana che va oltre il significato di "cianfrusaglie", una parola che racchiude esattamente tutto il sapore di un "vecio magasen" di 15 metri quadri, pieno di umidità, di ragni e chissà quale altra fauna, ed è STRIGOSSI. Quando l'ho detta lui si è illuminato, ha tirato un respiro di sollievo e ha detto: "Ecco, méta pur quéo". Poi mi ha buttato lì 200 Euro ed è uscito tutto soddisfatto, alla faccia del Questionario di Adeguatezza.