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martedì 25 giugno 2013

Imprevedibili contraccolpi

A volte mi chiedo se è il caldo. Probabilmente anch’io, nelle giornate più torride, finisco per dire cose strane, sarà il caso che stia attenta, e mi morda la lingua prima, o che chieda conferma ai miei Clienti.
L’altro giorno ho sentito dire da Carlo Vanoni che l’arte non è emozione. Ma non l’ha detto a me, gomito a gomito durante uno degli Eventi Orler in cui ci si incontra un po’ tutti, in mezzo all’allegra caciara più o meno alcolica, tanto da lasciarmi il dubbio di aver capito male. L’ha detto in diretta, con la sua faccina seria e compunta tanto fascinosa, mentre presentava una notevole serie di Pinelli.
Ha detto testualmente che l’arte non è emozione, bensì linguaggio. E che non dobbiamo stupirci se quando tentiamo di rivendere quadri che avevamo comprato per un’emozione scopriamo che non valgono niente, perché l’emozione è personale e non si quantifica, quindi non è detto che il compratore “veda” e “senta” in quel quadro le stesse cose che ci abbiamo visto e sentito noi. Se invece ragioniamo secondo l’importanza dei linguaggi allora andiamo sul sicuro, è come la classica  metafora dell’assegno circolare che andava di moda tra i venditori Volkswagen.
Che poi, in linea di massima, potrei anche essere d’accordo con lui. In linea molto di massima. Perché Carlo non è mica uno scemo, assolutamente. Secondo il mio parere del tutto personale, trovo che tenda a celebrarsi un pochino troppo, o forse è solo bisogno di autostima, quando sciorina tutte le Fiere ed i Musei che frequenta manco fosse l’unico sul pianeta che viaggia negli States o che legge libri d’arte direttamente in lingua originale. Anzi, potrebbe anche essere facile preda di qualche stalker aeroportuale, visto che informa puntualmente i telespettatori Orler di ogni suo movimento in giro per l’Europa. Ma scemo non lo è, di sicuro. Le sue trasmissioni sono sempre estremamente gradevoli perché le imposta come fossero delle lezioni d’arte più che delle televendite, come lui stesso tende a sottolineare con enfasi “non sono qui per vendere quadri, ma per parlare d’arte con voi”, che detto così è bellissimo, se trascuriamo il particolare irrilevante che gli Orler campano vendendo quadri, e se io fossi uno di loro mi sentirei prurito sulle mani ogni volta che glielo sento dire. A volte faccio veloce zapping-on-line sulla sua pagina Facebook, quel tanto che io posso sbirciare non essendo registrata, e vedo che lancia sempre spunti, idee e provocazioni interessanti, con un suo seguito di affezionati che lo riempiono, giustamente, di complimenti, ed interagiscono con lui in modo intelligente. Poi, secondo me, giusto a naso, è tutta gente che non scucirà mai mezzo Euro per comprare un’opera d’arte (o perché sono tutti puliti come calzini o perché fa figo fare gli intellettuali), ma non è un mio problema, io vendo assicurazioni, non quadri.
Questa cosa dei linguaggi è vera, sacrosanta e giusta. Tra l’altro, soprattutto se parliamo del contemporaneo di mercato, cioè il cosiddetto “Post-War” con le sue sperimentazioni, che Carlo conosce bene e studia con passione e rigore (mi dicono, invece, che andando a ritroso nel tempo qualche strafalcione qua e là possa manifestarsi). E’ vera, sacrosanta e giusta, se ti rivolgi all’emiro in tunica bianca con in testa la tovaglietta a quadretti bianchi e rossi. Oppure al megamiliardario americano. O ancora al Pinault di turno, anzi al “Monsieur Pinault” come viene sempre chiamato quando lo citano a riferimento del collezionismo europeo con nome (Monsieur) e cognome (Pinault), un po’ come succedeva a Paolo-Beltramo-Dai-Box, che alla fine ha dovuto modificare anche il codice fiscale altrimenti non gli accreditavano più i contributi.
Cioè a quella gente che caccia in mano al proprio consulente qualche milioncino di dollari da spendere IN ARTE, ma vuole la certezza che l’investimento triplicherà; non vuole neanche sapere COSA il consulente comprerà, tutto va bene purchè sia qualitativamente eccellente ed abbia un valore intrinseco nel tempo. Esattamente come costruire grattacieli o gestire – che so io - scuderie di purosangue.
Il fatto è che a me qualcosa dice che questa gente non stia propriamente attaccata alla televisione per seguire le trasmissioni Orler. Davanti a Orler Channel ci sto io, l’uomo della strada. Magari ci sta anche l’imprenditore infinitamente più benestante di me, come quel signore simpaticone con cui ho chiacchierato durante una diretta e che era interessato (e intendo, che potenzialmente poteva davvero interessarsene!) ad un De Chirico da sei cifre, e la prima non era “uno”. Almeno cento volte più benestante di me. Eppure anche lui diceva mi piace, mi trasmette qualcosa, mi lascia a bocca aperta, mi parla, mi fa venire la pelle d’oca, mi emoziona insomma, benedetto il cielo!
Sentirmi dire “l’arte NON E’ emozione”, così, senza lasciare speranza a voi che entrate, drasticamente, in una afosa giornata di Giugno, a me che sopravvivo solo perché certe emozioni ancora esistono, tangibili come un abbraccio, a me che rappresento idealmente tutti coloro che fanno fatica a tirare avanti ma lo fanno perché c’è un “oltre”, a me che rifiuto di guardare il portafoglio quando c’è il cuore di mezzo, a me che so ancora innamorarmi perdutamente davanti ad un quadro, a me che fa stare bene sapere che c’è gente come me, a me che se un quadro è bello è bello e accidenti al resto, ha dato un fastidio da formicaio.
E, per la prima volta dopo anni, ho cambiato canale.

Do ut des

C’è qualcosa che mi sfugge. Sul serio.
Ho già riflettuto in post precedenti di questioni economiche (micro e macro), sempre sottolineando che con tutta probabilità non ne capisco niente: la mia testa lavora per le assicurazioni (mediamente bene), al limite il mio cuore straparla d’arte (quando è in vena), e lì mi fermo. Tuttavia, resta latente quella parte di empirismo data da oltre quarant’anni di osservazione del mondo, dei ragionamenti della gente, degli atteggiamenti verso le questioni pratiche della vita che mi ha sempre affascinato e fatto riflettere. Da oltre quarant’anni, perché in effetti anche da bambina osservavo e ragionavo parecchio. Quando i miei genitori, che facevano parte del Cammino Neocatecumenale, ospitavano a casa i “fratelli di Comunità” per la preparazione delle loro riunioni, dovevano cacciarmi a letto con la forza (e sì che io sono sempre stata una che va a letto prima delle galline) perché tendevo ad accovacciarmi dietro la porta, o dietro qualche mobile, pur di ascoltare i discorsi dei grandi. Alcuni si interrogavano su quanti figli avessero i miei genitori, visto che ne saltavano fuori da tutte le parti.
Comunque sia, l’altro giorno stavo inseguendo dei pensieri con in sottofondo il canale delle news di Sky, e mi ha incuriosito un’inchiesta sul tasso di disoccupazione giovanile (e non, aggiungerei io), che pare abbia raggiunto livelli inimmaginabili, da piena recessione anni Settanta. E la curiosità era stimolata dal fatto che, nel servizio/inchiesta immediatamente precedente, un altro giornalista Sky aveva appena finito di dare tutta una serie di utili consigli alle famiglie italiane per come risparmiare al massimo in questi grami tempi di crisi. Roba semplice, del tipo da farsi l’orto sul terrazzino di casa, al frequentare un corso di bricolage per imparare a aggiustare le tapparelle o il sifone del lavandino. Oltre, ovviamente, al cercare di spendere meno possibile per cose assolutamente inutili, secondo il giornalista, come le assicurazioni, a partire dalla RCA obbligatoria, assurdo e odiato balzello da evitare come la peste.
Buffo.
Io, nella mia ingenuità, avevo sempre creduto che la ricchezza si producesse facendo girare l’economia, non ingessandola in una morsa soffocante. Quando sono diventata imprenditrice di me stessa, mi è balzato subito all’occhio che la riduzione dei costi è indubbiamente una voce importante, ma sterile, che apporta miglioramenti solo per un periodo limitato: per guardare con serenità al lungo periodo l’unica cosa che serve è un modo per incrementare le vendite, e quindi le entrate, o quanto meno per cercare di mantenerle costanti. O il fallimento è già scritto.
Per carità, mi farò l’orto in terrazzino, così poi le fila dei disoccupati si ingrosseranno con qualche fruttivendolo in più, ed innumerevoli suoi dipendenti. Oppure diventerò abilissima a tinteggiarmi le pareti, con buona pace degli imbianchini che dovranno imparare a saltare almeno un pasto: signori, è la crisi, lo dicono anche in televisione.
Poi, e qui vengo al punto, verrà da me in ufficio una bella signora bionda, dicendo che le dispiace tanto ma – anche se con un po’ di timore – ha deciso dopo tanti anni di provare le assicurazioni on-line perché risparmia ben quaranta Euro l’anno (e sottolineo “ben”). E mentre chiacchieriamo del più e del meno, perché io mica mi arrabbio per discorsi del genere (mi limito solo a sottolineare le differenze tra due mondi diversi, ma sotto sotto mi stanno anche simpatiche le Compagnie dirette, perché ci tolgono dai piedi una massa notevole di rompiballe atomici), la bella signora bionda mi chiederà se per caso ho bisogno di un’impiegata, perché la figlia è rimasta senza lavoro ed è veramente un grosso, grossissimo problema, poveri giovani che nessuno li aiuta, se vogliono sposarsi prendere una casa con il mutuo fare tanti bambini non possono più pensare al futuro e chi li aiuta adesso dovrebbero farlo quelli del governo invece di pensare solo alle loro poltrone.
A parte l’accenno alle poltrone del governo, che tutto sommato non è poi una bestialità completa, mi sono morsicata le labbra per non dare alla bella signora bionda una risposta a scelta tra:
a) Oh, mi dispiace, dove lavorava sua figlia, magari in una Agenzia di assicurazioni in difficoltà?
b) Perché non prova a far domanda al Call Center della Compagnia on-line a cui sta dando i suoi soldi?
Invece ho fatto una faccia molto triste ed ho snocciolato le solite frasi fatte, non so se la signora abbia capito l’ironia. Chi assume, chi dà lavoro, chi garantisce il futuro se le imprese – piccole o grandi – saltano? Come si riprende un’economia in cui il denaro non circola? Voglio dire, che la gente abbia paura del futuro, si veda sull’orlo del baratro e cerchi di spendere il meno possibile lo capisco anche; quello che non capisco è quanto manca alla Fine del Mondo quando l’imbeccata a “non spendere” viene incessantemente dai media di ogni colore, quando non dalle istituzioni stesse (governo o chi per esso). Un governo - non intendo questo qui in particolare, intendo in generale tutti quelli che io ricordi - che negli anni ha dimostrato di non saper razionalizzare, risparmiare, economizzare, ottimizzare assolutamente niente (ma solo spendere a sprecare a pioggia), e che viene a dire a me come fare per non arrivare, virtuosamente, pulita pulita a fine mese.
Eccome se mi sfugge.

domenica 2 giugno 2013

Tris di coppie

Sabato 01 Giugno, alle ore 11.08 di mattina, ho ricevuto questo sms (che trascrivo testualmente) dalla mia ipertecnologica mamma: "Immagino che tu sappia che qst sera alle 18 da Orler c'è roba x te". Ovviamente, Il Colonnello immaginava bene. Però che piacere, sentire le premure della gente che ti ama.
Non ho la più pallida idea di come la mia mamma, che è addentro al mondo dell'arte contemporanea esattamente come un fagiano di monte è a suo agio nella pesca del branzino, abbia reperito questa informazione; certo è che sapeva perfettamente che essere lì per me equivaleva all'usuale iniezione di buonumore-Orler, e voleva sincerarsi che prendessi la medicina tutta d'un fiato. ROBA X ME, insomma. Per me, e per qualche centinaio di altri malati.
Gli Orler sono tutti un po' matti, forse è per questo che mi sento tanto in sintonia con loro, io e la mia vena nascosta di follia. Ogni inaugurazione, ogni nuova Mostra, sembra studiata per superare la precedente. Ma non solo in quanto a quadri, ad opere esposte (per numero, e soprattutto per qualità), quanto per il progetto che sta dietro ad ogni scelta. Qui si trattava della definitiva riscoperta e riconsacrazione di Vinicio Berti e Gualtiero Nativi, e della loro collocazione nell'ambito di quell'Astrattismo Classico che agitò le acque toscane dalla fine degli anni Quaranta in poi.
Niente didattica, niente storia dell'arte pura su Trecose, non è mio compito e finirei per fare qualcosa che non mi appartiene: c'è già il catalogo, che è venuto fuori una meraviglia, con un saggio di Giovanni Faccenda che mette in parole semplici - come la saga di una grande famiglia raccontata ai nipotini, con i suoi matrimoni, i suoi divorzi, i suoi colpi di scena - la vita ed il pensiero dei due artisti, così arrabbiati con il loro passato e, un po', anche con il loro presente. E, se proprio proprio uno vuole, anche senza spostarsi dalla sedia per aprire un testo di storia dell'arte vero, fatto di pagine di carta (cosa che sarebbe sempre bene fare, di tanto in tanto, per non dimenticare), può trovare in rete una moltitudine di notizie su questa strana coppia, due uomini così diversi e contemporaneamente così simili, come Roger Moore e Tony Curtis in "Attenti a quei due".
Però, il pigro navigatore in rete non ci trova il testo di Dario Olivi, che completa alla perfezione quello di Giovanni Faccenda, infilandoci l'emozione di ricordi passati ma non troppo, di incontri, e di scoperte importanti. Per sognare su quello ci vuole il catalogo, per forza.
Storia a parte, quindi, questa volta io mi sono divertita a guardarmi attorno, ad osservare, ad interpretare gli sguardi che incrociavano i miei. Collezionisti, amici, curiosi, artisti, studiosi. Berti & Nativi sono un invito inusuale, non è la solita esposizione per rinforzare l'artista di scuderia, o per suggellarne un nuovo trionfo, o per segnare il traguardo di un'importante antologica. Berti & Nativi rappresentano una scelta, rappresentano un progetto, rappresentano la volontà di far capire al collezionista di oggi come e perchè è stato possibile arrivare all'astrattismo. A quell'astrattismo. E non è semplice, non è immediato; infatti, negli occhi di molti (e non solo, con i più intimi ce lo siamo domandati direttamente) scalpitava l'interrogativo: tu, quale preferisci? Ti senti arrabbiato, sferzante, urlante come Berti; sei ipnotizzato dai suoi tratti rapidi e neri come unghiate feline, balenanti di colore sempre acceso e quasi cattivo; ti stordisce quel guardare in alto, sempre più in alto oltre le umane possibilità, fino a ricadere giù domandandoti se l'alto infinito ed il basso infinito - in fondo - coincidono? Oppure preferisci le lisce superfici di Nativi, perfette come fustelle senza una sbavatura, le sue geometrie regolari come dolci prati inglesi che attendono solo di solleticarti i piedi, laghi di pastello che si fanno darsena riparata per i velieri della mente? E poi, piano piano, arrivare a realizzare insieme che il messaggio era il medesimo, il fine era lo stesso, anche se è possibile raggiungerlo per strade differenti.
Provate a rileggere cosa ho scritto e... comprendete!
Era una Mostra di una Galleria, un'attività commerciale che vende quadri per lavoro, per mantenersi, per mangiare a fine mese, non un Museo, non una Fondazione. Eppure nessuno mi ha chiesto, in prima battuta: tu, quale hai comprato? Oppure, quale compreresti? Che poi è la domanda di rito tra di noi malati in certe occasioni (per curiosità, per vedere se "ce l'ha più bello del mio", per sondare i gusti altrui). Berti & Nativi hanno elevato per una sera il concetto stesso di condivisione: per quanto i bollini rossi fioccassero, eravamo tutti come bambini timorosi che cercano di prendersi per mano per darsi forza a vicenda prima di accostarsi alla cattedra. Quale preferisci? Questo non è Nunziante (mica perchè ce l'abbia con lui, per carità, l'ho detto e ridetto che ho anch'io a casa due sue opere straordinarie; è solo che è stato l'evento immediatamente precedente a questo, ed è più immediato il ricordo): vivente, innanzitutto, e poi poliedrico, multimediale, organizzatissimo, esperto in comunicazione tanto quanto lo è di pittura. Gli commissioni un quadro del ciclo che più ti piace e lui te lo fa (o te lo fa fare). E' bravo, facile, immediato. Quale compri? Quale hai comprato?
Loro no. Prima li devi capire, prima li devi ascoltare, immergendoti nella realtà che LORO vivevano e che li divorava dentro; perchè per noi, uomini e donne del terzo millennio, con il grande web che ti toglie ogni fame, è tutto normale, è tutto facile. Dai paesaggi sfumati e sognanti di Scuffi, alle misteriose forme delle radiche di Cheri. Per loro invece era lotta, battaglia, urlo continuo. Niente più casette, niente più alberelli, niente prati o omini seduti: via tutto, bruciamo tutto. Ci metto i miei dolori sulla carta, i miei urli sulla tela, le mie indecisioni, la mia impossibilità di vivere in una società che non mi vuole, che non capisce che le mie idee sono le sue, anche se le esprimo in un modo nuovo. Che potenza comprendi, allora. Io, per prima, come molti, più vicina alla suggestiva calma di Nativi, in punta di piedi ad ascoltare la voce gridata di Berti (a me i quadri parlano sempre, anche se preferisco i delicati sussurri delle Piazze d'Acqua di Scuffi): calmati, fiera ferita, non sono qui per farti del male, io voglio COMPRENDERTI.
Serata irreale, tutta giocata (mi chiedo se volutamente o casualmente) sul dualismo, sulla coppia, sul diverso-ma-uguale: Vinicio & Gualtiero (così succede, che dopo un paio d'ore te li sei fatti amici e puoi dar loro del tu); Dario & Giovanni, sarà che sono entrambi toscani ma si intendono a meraviglia, basta uno sguardo e via (anzi, suvvia). Uno completa l'altro, si passano tra di loro cuore e sogni come due esperti di dribbling, anche se Dario, che conosce l'impianto elettrico della Galleria di Mestre, ha carognamente lasciato a Faccenda il posto sotto ai faretti da stadio invertendo la posizione originale dei segnaposto, così il Professore alla fine dell'intervento a momenti mi collassa dal caldo, avrà perso per lo meno un paio di chili.
E poi, ancora, Antonio & Laura, perchè la contrapposizione doveva essere perfetta: nella serata dedicata a due artisti arrabbiati, delusi, a lungo incompresi, il divertimento, la gioia, lo stupore di fronte al talento dovevano divenire trionfo assoluto. Antonio Orler, giusto per dovere di cronaca, e Laura Galigani (fidanzata canora e fonte di continua ispirazione per lo smagliante rampollo di casa). Questo post ha già abbattuto più di un argine, quindi rimando al mio precedente "Talento e merito" (Marzo) il riassunto di ciò che penso di Antonio Orler, che peraltro ogni volta che lo vedo mi lascia il dubbio se col tempo diventi sempre più bravo o sempre più bello. Anche questo è dualismo, del resto.

lunedì 27 maggio 2013

Io speriamo che me la cavo

In ufficio da me siamo tutti cabarettisti.
Sarà per quello che, tutto sommato, non ci annoiamo mai, tendiamo a vedere il lato divertente di ogni frase, e ridiamo spesso, a costo di passare per dementi. Io poi, considerando che passo lì dentro circa dodici ore al giorno, a volte filate senza alcuna interruzione, se non prendessi un po' tutto in ridere finirei per tagliarmi le vene per lungo una sera sì e una no. Ultimamente ho ripreso a ridere parecchio, e la cosa è alquanto strana visto che potenzialmente siamo a rischio chiusura; mio marito ironizza sul fatto che è come il classico miglioramento prima della morte, come si dice ai malati. Chi lo sa, forse ha ragione lui. Io so solo che qualcosa nella mia vita ha ripreso a girare nel modo giusto, e mi dà una serenità di fondo, un ottimismo anche un po' fuori luogo visti i tempi lugubri, ma fondamentale: insomma, sono felice. E questo alimenta il cabaret.
Nell'ultimo mese una fonte inesauribile di comicità ci viene dai Clienti che stiamo perdendo perchè il mio ex-Subagente (nonché ex-amico ed ex-fratello) se li porta alla sua attuale Mandante. E sono molti, nel senso che lui non si sta limitando ai nomi ovvi: i suoi parenti, i suoi amici, i Clienti che aveva - nel tempo - procacciato lui. Su questi io non avrei nulla da ridire, anzi, a tutti questi io neanche mando gli avvisi di scadenza, perchè è normale che lo seguano. Mica sono come i miei, di parenti, che ritengono quasi un affronto assicurarsi da me, piuttosto vanno in cerca col lumicino della più minuscola Compagnia lussemburghese - non ho ancora capito perchè, dopo oltre vent'anni che faccio questo mestiere, e non è mancanza di fiducia, visto che i consigli e le dritte me li chiedono, e li ascoltano pure. E' proprio un qualcosa di inconscio, forse legato al guadagno (non sia mai che mi arrivi un Euro da un parente!), a parte mio padre, ovviamente, che è un uomo spiccio; con lui, illo tempore, sono arrivata alle minacce fisiche e mi sono sentita rispondere che non gradiva cambiare assicuratore perchè al Lloyd Adriatico le impiegate erano tutte strafighe in minigonna (vero!).
Tornando a noi, il mio ex-Subagente/amico/fratello non si limita ad allettare il proprio padre, o zio, o cugino, con impiegate con o senza minigonna. Sta visitando praticamente tutti i Clienti dell'Agenzia, e può farlo perchè io mi fidavo di lui e gli ho permesso, nel tempo, di conoscerli, di contattarli, e di fotocopiarsi tutti i fascicoli (quest’ultimo aspetto, in effetti, se l'avessi saputo non gliel'avrei permesso, ma siamo sempre lì: fa parte del concetto di "fiducia" il dare per scontato che qualcuno FACCIA o NON FACCIA qualcosa). E dal momento che di questi tempi non c'è un granchè da fare "a nuovo", come si dice nel gergo nostro, visto che la gente non ha più un centesimo e sono più le attività che chiudono di quelle che aprono, io e il nuovo collaboratore/fotografo abbiamo un sacco di tempo per chiacchierare con questi Clienti, per cercare di capire il perchè hanno deciso di lasciarci, dopo molti, moltissimi anni di reciproche soddisfazioni (questo perchè io, i sinistri, li pago).
Cominciamo a ridere la mattina presto, e alla sera siamo distesi per terra con le mani sulla pancia, stiamo valutando l'idea di scrivere un libro, e soprattutto abbiamo capito la vera e profonda motivazione che ha spinto i nostri Legislatori ad abolire il cosiddetto "tacito rinnovo del contratto" per la RC Auto (tradotto in parole povere: non c'è più bisogno di mandare la disdetta, nè trenta, nè quindici, nè un giorno prima). Non è per favorire la movimentazione del mercato, macchè, e nemmeno per dare nuove possibilità di risparmio alle famiglie strozzate dalla crisi; del resto, quello che penso io in merito a questa norma idiota l'ho già scritto in Gennaio nel post "Vero/falso", che sarebbe carino rileggere ogni tanto (mi era anche venuto particolarmente bene).
La verità è che hanno cercato - e a questo punto li capisco - di evitare che padri di famiglia cinquantenni dalle tempie imbiancate, o stimati professionisti, o titolari di rinomate aziende, si arrampicassero sugli specchi per cercare le scuse più strampalate, perdendo ogni briciolo di dignità, il che è uno spettacolo davvero penoso a cui assistere. E io, che sono donna (ebbene sì, in fondo in fondo lo sono) e quindi per DNA un po' stronza, ci godo pure a dare l'imbeccata per vedere cosa mi tirano fuori pur di non ammettere la pura verità: che non lo sanno.
L'hanno fatto per voi, insomma. E quindi, quando anche voi che mi leggete deciderete, per le motivazioni più disparate, di cambiare assicuratore, e vi verrà chiesto come mai, cercate di NON usare una delle frasi sottostanti perchè potreste ritrovarvi in uno dei capitoli del mio futuro libro sulle scuse più ridicole (con tanti ringraziamenti però, perchè ridere fa bene alla vita).
- Mi fa meno
Questa a prima vista sembra buona. E' evidente che la motivazione del risparmio è forte. Ma, attenzione! Io non mi accontento di queste tre paroline e tendo a scavare un po' più a fondo; mi fermo solo se mi rendo conto che le tre paroline rappresentano il riassunto di questa specifica frase: "Ho analizzato attentamente ogni garanzia che mi ha proposto, ho controllato tutte le condizioni, le franchigie, le rivalse, ho riscontrato un congruo decremento di premio a parità di condizioni, ed ho quindi deciso con cognizione di causa di cambiare". Cioè non mi fermo mai. Anche perchè solitamente la risposta alla mia domanda "Ti fa meno CON COSA?" spazia da "In che senso?", a "Non lo so", al completo silenzio corredato da caduta del labbro inferiore, neanche avessi preteso di sapere i nomi di tutti i satelliti di Giove (in ordine di grandezza). Dimmi che ti sta simpatico e sono più contenta, del resto anche a me stava simpatico prima che mi piantasse un coltello in piena schiena. Direi che gli ho voluto anche un gran bene, fino a quel momento lì. Ma cerca di capire che se tu hai la Polizza dell'auto con dentro la kasko, che notoriamente costa una follia, e vai a firmare un contratto con la RCA nuda e cruda, non è che spendi meno perchè io ti frego: ti freghi da solo. Idem per la casa: Incendio è una cosa, All Risks è un'altra. Per non parlare poi se la mia domanda è "Quanto meno" e tu mi rispondi "Dodici Euro" (su ottocento, magari, non su trenta). Allora non sei degno delle mie premure, soprattutto se parliamo di Polizze che necessitano di un paio di Raccomandate di disdetta, per un totale di otto Euro e sessanta. Alla faccia del congruo.
- E' tanto simpatico
Va bene, l'ho detto io prima "dimmi che ti sta simpatico", ma era tanto per dire. Ti prego, dimmi che avete parlato anche di assicurazioni prima di firmare. Ti prego, dimmi che ti sei quanto meno sincerato che avesse in mano roba con un marchio sopra. Perchè, sai, quando dovrà pagarti i sinistri scoprirai che non è che ti danno più soldi perchè sa raccontare bene le barzellette.
- Me l'ha detto lui che voi siete più cari
E' l'opzione numero due del "mi fa meno", anche se qui siamo un pochino oltre, diamo almeno per scontato che le condizioni contrattuali siano le stesse. Noto tuttavia con piacere che non c'è solo la mia mamma che chiede al fruttivendolo del mercato se le sue pere sono buone. A due-tre Clienti abbiamo risposto spudoratamente "e cosa pensavi che ti dicesse, scusa" ma senza particolari risultati, quindi ora mi aspetto che - come la mia mamma al mercato - prima o poi notino che le pere non sono tutte buone, e vadano lì incazzatissimi a pretendere di tornare indietro. 
La Variante di Valico a questa cosa del "siete più cari" è ha detto che mi fa LO SCONTO, ma dal momento che non viene da tutti presumo sia riservata esclusivamente ad una sorta di casta di eletti, probabilmente ai Clienti telespettatori di Telemarket. Non voglio ripetermi più di tanto sull'argomento "sconto" (in generale e assicurativo in particolare), lemma che gode di un mio cordiale astio non foss'altro perchè totalmente privo di significato pratico, per cui rimando chi ha voglia di un saltello nel passato prossimo ai miei precedenti post "Polizze in saldo" e "Venghino signori venghino" (rispettivamente Febbraio e Marzo 2012).
- Abitava vicino a casa mia, è più comodo
E' un'ottima motivazione, e tra l'altro denota che sei quanto meno in grado di coniugare correttamente i verbi. "Abitava" è indicativo imperfetto ed appartiene al mondo del passato, infatti qualche anno fa il giovanotto si è sposato ed è andato ad abitare a settanta chilometri da casa tua, tant'è che hai sempre pagato con bonifico.
- Ha tre bambini, diamogli una mano
Qui entriamo nel sociale. E' come quando si deve giustificare chi non paga più il mutuo o l'affitto e va in Comune a frignare con l’I-Phone nuovo di stecca in tasca. In Italia parli dei bambini ed è permessa qualsiasi nefandezza. Diritti e difesa ad oltranza di bambini, donne ed anziani: se sei un maschio adulto ti conviene guardarti le spalle, perché se ti accoltellano nel parcheggio va a finire che è colpa tua, la prossima volta vedi di non sbagliare strada. I bambini sono solo dei piccoli adulti, perchè dovrebbe fare differenza? E poi mica gliel'ha ordinato il dottore di farne tre, è una sua scelta, spiegami perchè devo mantenerglieli io. Tra l'altro, anche le mie impiegate hanno bambini, perchè non vuoi dare una mano a loro prima che io sia costretta a metterle in strada? Insomma, mai tirare fuori la solfa dei bambini davanti a chi non ha potuto averne: rischiate il linciaggio.
- E' uno sportivo
Basta metterla sul personale! Prima i bambini, adesso lo sport. Io non pratico sport, anzi, ho sempre odiato fare esercizio fisico. Odio sudare. Il Colonnello lo sapeva, infatti alle elementari mi ha fregato: mi ha cacciato in piscina, con un maestro cattivissimo, per confondere il sudore. Non solo quello in realtà: le ore di “ginnastica dolce” in palestra insieme a tutti i bambini del viale sono ancora un mio incubo ricorrente, una volta ho anche fatto a botte con un maschietto negli spogliatoi (chissà se l’ho mai raccontato al Colonnello). Lui diceva che gli avevo fregato le scarpe, povero idiota, solo perché all’epoca erano tutte identiche: le Superga blu scuro con la punta tonda di gomma bianca, e i lacci bianchi lunghi quattro metri che se non facevi una dozzina di doppi nodi uno sull’altro ci inciampavi. La verità è che quel bambino non sapeva fare i nodi, e andava in cerca di scarpe già annodate, prendeva sberle da tutti.
Comunque io amo lo sport, se lo praticano gli altri. Adoro il tennis, per non parlare della Vecchia Signora, e un che di motori che non guasta. E’ solo che non mi vedrete mai correre nel campo sportivo alle due di pomeriggio del ventuno di Luglio. Perchè non parliamo di assicurazioni? 
- Si chiama come mio nipote
Ve lo giuro su quello che volete, è vera. L'hanno detta a me personalmente. E devo anche aver fatto un'espressione strana, nonostante la ben nota abitudine degli assicuratori a non muovere un muscolo facciale finchè abbiamo il Cliente davanti (solitamente iniziamo a sghignazzare quando siete usciti), perchè il gentile signore in questione mi ha sciorinato mezzo albero genealogico per confermarmi che non mi stava prendendo in giro. Mi è venuto in mente che c'è una pasticceria a Menaggio, un posto sul Lago di Como vicino a dove passavo le estati da bambina (la famosa zia con il laboratorio fotografico, per chi ha letto tutti i miei post fin dal 2011...), i cui proprietari fanno di cognome Manzoni, e hanno chiamato uno dei figli Alessandro. Adesso capisco perchè, sai l'incremento delle vendite. Non avevo mai valutato l'importanza del "si chiama come", devo assolutamente mettere un annuncio per cercare una "Manuela Arcuri", a meno che il mio Cliente non fosse intenerito dal lato affettivo della cosa. In tal caso dovrei pensare seriamente di aprire uno sportello a Chioggia, visto che è la città dell'omonimia per eccellenza.
- Piace tanto a mia moglie
Che devo dirti? Ti do una pacca sulla spalla, faccio prima. Ti abbraccerei anche, poverino. Ma sono tentata di chiederti di mettermelo per iscritto, voglio vedere se ti rendi conto della profondità della frase, visto che a voce ti esce che è una meraviglia. Tu stai qui a spaccarti la schiena a martellate nella tua officina fabbrile, e tua moglie fa la tua firma falsa su tutte le disdette. E dai segni delle leccate sulla busta, direi che quel giorno aveva su un gran bel rossetto.

domenica 26 maggio 2013

Parentesi

Con la scusa dei problemi di lavoro mi sto perdendo un sacco di cose interessanti.
Lavoro tanto, troppo, spesso per niente (nel senso che corro, parlo, corro, parlo e non concludo un tubo), e dal momento che sono schifosamente tedesca nel midollo - per carattere, per educazione, e perchè Il Colonnello ha davvero fatto nel tempo un ottimo lavoro - finisce sempre che tolgo tempo ai miei hobbies e alle mie passioni. Del resto le ore della giornata sono e restano ventiquattro.
Ed è sbagliatissimo, perchè a lungo si rischia l'arsura profonda, come la terra che si indurisce e si spacca e - a quel punto - perde la capacità di assorbire l'acqua e di rifiorire. Anche se piove, l'acqua scivola via.
Ieri ho detto no, perchè mi sono già persa un paio di Mostre con la mania del rimandare (questo fine settimana no, vediamo il prossimo come butta, e poi va a finire che chiudono) e oggi era l'ultimo giorno per De Nittis a Padova. Non voglio parlare di De Nittis o della Mostra in sè, poteva essere qualsiasi nome: l'importante è fermarsi a bere, ogni tanto. Non importa se c'è la lavatrice da metter su: qualcosa di pulito si trova. Non importa se sabato è ora di passare il parquet: a parte il fatto che quando io lo vedo "da passare", la maggior parte della gente a casa mia mangerebbe direttamente dal pavimento (io ho un concetto di pulizia fastidiosamente maniacale), non voglio avere la casa splendente e un'anima spenta. Idem con la roba da stirare.
Io e il fido palafreniere siamo entrati a Palazzo Zabarella a ridarci un po' di smalto, e ne siamo usciti con tre considerazioni, che ora condivido qui:
- Come accennavo prima, mai permettere alla vita di rubarci l'anima. Poi ognuno la viva a modo suo, magari c'è gente che ritrova se stessa inforcando la bici e pedalando per sei ore. Io combatto l'arsura con l'arte, l'ho capito da un bel pezzo: davanti ad un'opera d'arte io raggiungo un ossimoro indispensabile, perchè mi perdo e mi ritrovo allo stesso tempo. Palazzo Zabarella è una sede espositiva con i controfiocchi, sono davvero in gambissima a giocare con le luci e la penombra, la pittura ti viene incontro già sulla porta. Io l'ho capito col tempo, ci sono arrivata negli anni: mi toglie il fiato l'immensità della montagna, il profumo della campagna, l'orizzonte del mare. Mi fa piangere la musica (certa musica, ovvio). A livelli più basici, mi rallegra da morire fare shopping. Ma fermarsi davanti ad un quadro, fermarsi davvero, lasciandoselo scivolare dentro, con la sua luce, la sua storia, la sua unicità, e passare poi ad un altro, e ad un altro ancora, in una spirale infinita che unisce tutti i presenti, è l'unica cosa che mi fa dimenticare cosa c'è fuori della porta. Dopo una gita in montagna sogno di tornare a casa, a letto. Ascolto la musica e mi accorgo che ho fame. Invece dentro Palazzo Zabarella avrei piantato una branda. Non mi interessa più dormire, mangiare, parlare, camminare. Non mi ricordo neanche per quale Compagnia lavoro. Non c'è arsura, solo sorgente.
- Sono limitata, limitatissima. Mi piace interessarmi di ogni aspetto dell'arte contemporanea, dei nuovi linguaggi, tutto quello che volete, ma poi torno sempre là: alla pittura, alla pittura vera. Per questo adoro Scuffi, per questo venero Armodio, e mica solo loro comunque, ci sono tanti altri pittori-sorgente per me. Ma per carità, niente tubi al neon, niente sugo di pomodoro, niente stoffa, niente plastica. Posso trovarli gradevoli (a volte). Posso sforzarmi di capire, o anche - di alcuni - riuscire a comprendere, il messaggio che contengono. Ma nulla di tutto ciò sarà mai "sorgente" come la pittura. Rugiada per l'anima. E, nel mio essere coscientemente limitata, direi che questo Ottocento mi stordisce e mi appaga.
Capisco perfettamente che la storia continua, che si srotola come un tappeto lungo il suo infinito corridoio, che ad un certo punto ha cominciato a correre lungo nuovi binari. Io non ho alcuna intenzione - o men che meno pretesa - di farla fermare: sono io che mi fermo. Mi fermo e, nella mia ignoranza, mi ci immergo. Forse perchè (in senso letterario e "oltre") sono romantica, sono impressionista, sono malinconica. Forse perchè dovevo nascere cent'anni prima. Forse perchè è ovvio che ringrazio Dio per le scoperte scientifiche, il progresso, la medicina, le novità tecnologiche che azzerano qualunque distanza, e tutto ciò che può fare il mondo migliore, ma sotto sotto - potendo, per un giorno o un mese - vorrei provare un salto all'indietro: vestiti lunghi come lo scorrere del tempo, niente fretta, corteggiamenti galanti come si deve, viaggi verso Paesi ancora sconosciuti con in mano un libro di poesie, città immense non annerite dall'aria malata (e, possibilmente, essendo realisticamente ricca, altrimenti che gusto c'è).
- Chissà come mai (domanda retorica), da qualche anno quando vado per Mostre sono curiosamente attratta dai cartellini. Mi piace scoprire la proprietà delle opere. Mi piace immaginare tutte quelle immense e meravigliose "collezioni private". E finisco sempre per constatare che - salvo qualche raro, rarissimo caso - i capolavori sono dei Musei. La collezione privata ha l'opera piccola, carina, anche interessante per carità (lungi da me criticare, magari fosse mia!). Ma mai il capolavoro che toglie il fiato, quello con quel quid in più, quello della giornata giusta, quello diverso, enorme, meraviglioso, unico unico unico. Quello sta nel Museo, e gira il mondo come è giusto che sia, per raggiungere e ripulire più anime possibili. E' rinfrancante, perchè conferma quello che penso da collezionista: compro cose che mi piacciono, ma MAI pensando alla loro rivalutazione, al loro futuro economico. Le opere realmente fuori categoria restano destinate all'umanità intera.

mercoledì 22 maggio 2013

Oggi parla.../10

... Ralph Waldo Emerson:

"L'amico è la persona davanti alla quale posso pensare ad alta voce"













Lido di Jesolo (VE), Gennaio 1991

sabato 11 maggio 2013

Contrapposizioni

Questo post è dedicato a Michele, che lavora a dieci minuti dalla Fondazione Matalon (ma io non lo sapevo, mannaggia). A Michele, che con una mail ha salvato Trecose dall'autodistruzione.

Armodio.
Armodio.
Ancora e ancora e ancora Armodio.
Sono andata fino a Palermo, otto mesi fa, toccata-e-fuga in un giorno e mezzo, solo per avvicinarmi alle sue opere, cosa sarà mai Mestre/Milano/Mestre in un pomeriggio?
Armodio alla Fondazione Matalon, uno spazio espositivo di raffinata eleganza: luminoso, curato, piccola oasi di calma incastonata nel viavai di quella Milano centro che frastorna e scuote chi non è abituato al suo essere "troppo" di tutto. E si sposa molto bene con le sue pareti, Armodio: ti fa tirare il fiato, ti fa fermare il tempo, ti fa capire che sei arrivato, finalmente, nel posto giusto. Non correre: rallenta. Non soffocare: respira. Non vedere: osserva, gusta, assapora!
C'era qualcosa di vecchio (opere provenienti dall'ultima Biennale, grandi, solenni e taciturne nella loro eternità), qualcosa di nuovo (piccole magie nate quest'anno, intense, profonde, quasi intoccabili per la raggiunta perfezione), qualcosa di azzurro (uno sfondo terso, uno solo, ma riempiva dentro come un immenso cielo equatoriale); mancava qualcosa di prestato ed era davvero la celebrazione del matrimonio perfetto.
Per la terza volta in questo blog esce dal mio cuore l'emozione di aver rallentato, respirato, osservato, gustato, assaporato l'anima di Armodio. La prima dopo la Mostra di Palermo, con lo stupore della scoperta dell'eccellenza assoluta. La seconda dopo la visita al suo mondo, con il gioco della sua magia quotidiana. Ed ora una terza, mentre il suo cammino diventa rarefatto: sempre meno opere, mai bulimico, una tortura per chi vorrebbe cibarsene in abbondanza, ma proprio per questo unico in ogni suo velo di polvere, introvabile come una perla rara, saggio come le pagine dei suoi libri macchiati dal tempo.
Armodio che supera Armodio.
Armodio che tocca, ora, vette di pittura ieri impossibili anche solo da immaginare, elevando l'asticella verso l'estremo "oltre", come un velocista che abbatte puntualmente il suo stesso record, rasentando le leggi della fisica, in un susseguirsi di applausi e boati che nascono e già sono dimenticati, superati, oltrepassati.
Armodio che mette tutti d'accordo: ti abbandoni alla sua perfezione, e non sei più un collezionista, o un gallerista, o uno studioso, o un imprenditore, o un professore, o un impiegato, o un artigiano, o un uomo, o una donna, o un giovane, o un vecchio: sei parte di un qualcosa di più grande, sei parte di un unico organismo in contemplazione, sei parte di un tutto che tace, perchè non ci sono parole per descriverla che non siano già state usate, oppure suonino così banali, così incolori.
Armodio con le sue tavolette come piccole finestre che danno sull'infinito: ti ci affacci e dimentichi che hai lasciato l'ufficio nel caos. Che un incidente ha appena formato dieci chilometri di coda in autostrada. Che sei uscita dall'autostrada come si fa di norma in Veneto, dimenticandoti che adesso sei in Lombardia, e uscire dall'autostrada significa guidare imbottigliati a passo d'uomo fino a Milano, godendoti tutte le bellezze di Vimercate e dintorni, cantieri stradali compresi. Che alla fine ci hai messo quattro ore e un quarto per percorrere duecentoquaranta chilometri. Che tra poche ore dovrai rifare il percorso, a rovescio.
Armodio con le sue carte dai bordi irregolari e scuri come mappe di un tesoro misterioso, porose, avvolgenti, pervase da un fascino mai sfacciato: ti ci perdi dentro, alla ricerca di un particolare nascosto che sia solo tuo e di nessun altro, e dimentichi che ti sei messa per l'ennesima volta i tacchi troppo alti e prima o poi, inevitabilmente, sarai preda dei crampi. Che ti sentirai inadeguata e un po' impacciata rispetto a tutte le sventole milanesi, anche se mai abbandonerai il vessillo della sobrietà e dell'eleganza solo per mostrare qualche curva. Che ogni tuo briciolo di coscienza ti sussurrerà che quello non è il tuo mondo, e non lo sarà mai, perchè i sorrisi finti sono ogni volta per te come un pugno in pieno stomaco. Tu sei innamorata dell'arte, non del suo circo mediatico. Quello lo detesti, gossip compreso, perchè nelle nuvole il gossip non esiste. Le altezze di Armodio sono così vertiginose da poter ottenere le attenzioni solitamente riservate ai pittori dei secoli passati, astri luminosi della storia dell'arte italiana, visibili solo in Musei o Cattedrali (ormai patrimonio dell'intera umanità, o al limite di una nazione, mai solo di amici degli amici degli amici). Niente sorrisi a specchio, niente raccomandazioni, niente graduatorie di mondanità per i pittori defunti, solo il sudore degli studiosi ed i bisbigli di stupore degli spettatori nell'ombra. Lui, vivente umorista, attira stuoli di ammiratori d'elite, desiderosi ed in grado di ammassare agevolmente la sua perfezione a chili, a quintali, ignari nella loro voluttà di possesso che la perfezione va centellinata in grammi. E condivisa, perchè è in grado di migliorare il mondo, di sanare gli spiriti inquieti, di diffondere il profumo del bello.
Armodio che stringe mani importanti e arrossisce, perchè la perfezione è anche questa: saper restare semplici nella fama.
Armodio che stringe mani sconosciute e arrossisce, perchè la perfezione è anche questa: saper restare umili nella grandezza.
Armodio che, ancora una volta, mi apre gli occhi su una verità nuova, forse una favola antica da riscoprire.

martedì 7 maggio 2013

Sinonimi e contrari

Sostanzialmente, i collezionisti d’arte si dividono in due categorie: quelli intelligenti e quelli tonti. Quelli sagaci e quelli ottusi. Quelli furbi e quelli stupidi. Comunque la vogliamo girare con il vocabolario, io ricado decisamente nella seconda.
Il collezionista intelligente si informa da più galleristi di come tira il mercato, segue i risultati delle aste, mette in concorrenza più fornitori per reperire l’opera giusta del nome giusto, il che significa di grandi dimensioni e possibilmente pubblicata su due o tre importanti cataloghi istituzionali. Poi il più delle volte la chiude in qualche cassaforte ed intelligentemente attende, mentre i suoi nipoti si sfregano le mani, a loro volta in attesa che lui tiri le cuoia per poterla rivendere, dopo trent’anni, guadagnandoci un sacco.
Io sono una collezionista stupida: il mercato mi schifa, non seguo le aste (che, a parte rari casi di artisti morti da molti, moltissimi decenni, sospetto quasi tutte pilotate dal medesimo mercato che mi schifa), e compro solo quello che mi piace, innanzitutto. Ma proprio proprio come mi butta l’istinto, il che significa una cosa sola: non guarirò mai. Non imparerò mai. Non cambierò mai. A un quadro grande e pubblicato che NON mi piace preferirò sempre e comunque un quadro piccolo e mai visto in un libro, che mi trasmetta qualcosa.
A me i quadri parlano: alcuni sussurrano, altri cantano, i più smaliziati mi fanno l’occhiolino, e il mio metro di giudizio è quello, perché so che continueranno a farlo anche una volta portati a casa e appesi al muro (magari al muro del bagno, visto che non avendo più posto ho iniziato a forare anche le piastrelle vicino alla doccia).
Mi succede tutte le volte in cui assisto in diretta ad uno Speciale su Scuffi, ad esempio: entro negli Studi di Orler, e zac! C’è sempre un’opera che spicca su tutte, perché sa di vetro anziché di marmo, o perché racconta una fiaba con fate più buone delle altre, o perché profuma di vento (e solitamente è la prima che Dario Olivi consiglia, del resto la lunghezza d’onda dei patiti della pittura quella è, e quella resta).
Mi intristisce anche solo l’idea di prendere un’opera che ha saputo dirmi “Ehi, sono tua, portami via, insieme faremo follie”, e poi chiuderla in un caveau, per quanto dotato di impianto per la regolazione termica e il controllo dell’umidità. Non ho avuto figli, e quindi non avrò nipoti (nel senso di “nonna”); ho nipotini come “zia”, e li adoro tutti quanti (soprattutto quello mezzo toscano in arrivo, Leonardo con la mamma da Vinci), ma sono pragmatica come pochi: col cavolo che mi metto a fare investimenti per il loro futuro. Che ci pensino i loro genitori, oppure che si forgino autonomamente, come ho fatto io, cioè TUTTO da sola.
Da collezionista stupida, inoltre, io sono innamorata persa dei miei galleristi, vale a dire la famiglia Orler. E quindi compro quasi esclusivamente da loro, anche se sono tendenzialmente cari come la peste, ma non me ne frega niente.
E’ un po’ quello che dico io ai miei Assicurati quando non riesco a calare troppo il prezzo: guarda al servizio che ti do, guarda ai guanti bianchi con cui tratto ogni tua pratica, e pensa che quei cinquanta Euro in più me li dai per le mie premure. Con loro è lo stesso: forse pago un po’ di più qualche pezzo, ma mi godo un sacco di coccole, perché Orler vuol dire “famiglia”, e quando ci sei entrato ti fanno davvero sentire come tale.
Qualche corno gliel’ho fatto, lo ammetto, ma per acquistare nomi di cui loro fanno finta di ignorare l’esistenza, oppure per giocare alla Piccola Strozzina Veneta su Internet. Già, Internet, dove noi collezionisti stupidi facciamo un sacco di affaroni con piccole inutili opere che non varranno mai niente, perché chi ha per le mani Il Quadro Del Millennio figurati se lo mette su Ebay. Ma a me certi nomi meno pomposi dei Bonalumi anni Sessanta (piccole magie di Antonio Possenti, per esempio, o di Tonino Caputo, o qualche paesaggio terso e solitario di Lido Bettarini) fischiettano anche dalla rete.
Come tipico del collezionista stupido, io tenderei ogni tanto a voler cambiare i quadri. Che diamine, ho cambiato quattro case, sette automobili, un’infinità di vestiti firmati, giusto un paio di fidanzati ufficiali, ed altrettanti non ufficiali. Se mi stufo mi stufo. Tuttavia, a differenza del collezionista stupido stupido, io sono stupida una volta sola, e cioè mi rendo conto perfettamente che così facendo ci smeno una valanga di soldi: esattamente come succede con le automobili, in effetti, solo che lì nessuno trova mai da ridire.
Nel 2010 ho acquistato la mia Deltina per 32.000 Euro, e adesso ne vale 15.000: normale. Avessi avuto per le mani un quadro con la stessa forbice negativa in tre anni mi sarei presa della pazza da tutti. Il mio obiettivo è sempre una sorta di pareggio, o per lo meno il tentativo di non perderci troppo. Non ho mai preteso né mai pretenderò di guadagnarci: l’investimento VERO per me resta la piacevolezza, la bellezza, l’atmosfera sospesa senza tempo  che respiro nelle mie stanze quando chiudo fuori il mondo esterno. Perché è lì che vivo, non in una cassaforte, non in un caveau, non in una cassetta di sicurezza.
In questa cosa - faccio ammenda pubblicamente - ebbene sì ho peccato: mi sono rivolta a Cagnola (a Gnudi insomma, a Porcelli, a Orlando, insomma a LORO che hanno sostituito l’etichetta verde con le grandi orecchie e la proboscide con un’altra etichetta verde senza orecchie e proboscide ma che sostanzialmente è uguale a prima). Non potevo di certo tentare cambi con Giuseppe Orler: con lui anche solo sussurrare tra i denti la parola “rientro” equivale a nominare Satana, piuttosto mi tira dietro i quadri con sconti folli, oppure me li lascia portare a casa sapendo che glieli pagherò prima o poi, quando si riprenderà tutta l’Eurozona.
Eppure spezzo una lancia in favore di questa “nuova” realtà cagnolesca: tutti ne parlano come dei Terroristi del Male, ma qualcuno che facesse girare un po’ il mercato dedicato a noi collezionisti stupidi serviva. Restando nel paragone con il mondo dell’auto, ci sono i Concessionari Ferrari, i Concessionari Porsche, e tutte quelle marche stratosferiche che tu uomo della strada puoi solo sognarti di notte. Anche io mi sogno spesso seduta al volante di una Maserati Quattroporte, con deferenza. Insieme a questi ci sono i solidi per quanto anonimi Volkswagen & Co., o gli sfigati dei Concessionari tipo Gruppo Fiat (che di questi tempi chiudono un mese sì e uno no), o quelli con gli occhi a mandorla. E infine ci sono quegli strani depositi multimarca, figli di nessuno, dove trovi di tutto, dal catorcio con i sedili con i buchi all’occasionissima dell’utilitaria appartenuta alla nonna veneziana, che ha fatto 6.000 chilometri in quindici anni perché non sapeva come ingranare la terza e arrivata alla Zona Pili tornava indietro al Garage Tronchetto in lacrime. Qui ti rientrano qualunque cosa, ovviamente ti puoi scordare le quotazioni patinate del Quattroruote, ma è giusto così, del resto se hai fretta di vendere e non sai come, oppure non vuoi romperti le scatole più di tanto - tra annunci, gente estranea che ti viene in casa, sedicenti meccanici con la faccia da impiegati d’anagrafe e le mani immacolate che pretendono di “dare un’occhiata sotto al cofano” - è solo un problema tuo. Loro te lo risolvono, e tu li paghi per questo. Anche abbastanza, li paghi, del resto l’alternativa è la succitata fastidiosissima trafila.  
Sono carucci e tanto gentili, da Cagnola. Intanto rispondono subito, che è già una bella cosa (io NON SOPPORTO quei Siti Internet dove ti supplicano di rivolgerti a loro per valutazioni, stime, permute e quant’altro, anche e soprattutto di artisti da loro rappresentati, che poi quando li contatti via mail non si degnano nemmeno di risponderti, foss’anche per un no-grazie). In prima battuta la buttano giù dura – sono pur sempre a contatto con i collezionisti del tipo stupido, vuoi mai che vada – ma se uno fa intendere di conoscere un po’ lo stradario del mondo si ritorna immediatamente a stime più miti. E una provvigione di un terzo non mi pare sia da gridare allo scandalo, anzi, visto che tutto il lavoro sporco lo devono fare loro. Il contratto è limpido, la forma ed i tempi di pagamento anche.
Al di là della naturale antipatia che pagano per il retaggio della scritta verde, qualche ora di televisione dove piluccare notizie di nomi nuovi, o di opere nuove di nomi risaputi ci voleva. Fungono un po’ da mercatino delle pulci, e Dio solo sa quanto i galleristi veri li sfottano per questo, ma io resto della convinzione che non sono i tre Clientoni che spendono centomila Euro l’anno a tenere in piedi le Gallerie, quanto piuttosto quel fitto sottobosco di collezionisti costanti da due-tre-quattromila Euro, e avercene tanti, di quelli.
Insomma: stupida, sognatrice, innamorata della bellezza, e anche – soprattutto - senza alcuna presunzione di guadagnare qualcosa tramite l’arte (che del resto, a parte gli addetti ai lavori, come noto non ha MAI arricchito i propri contemporanei, parole evangeliche di un caro e saggio amico).
Cosa mi differenzia dal collezionista intelligente? Beh, intanto il fatto che io sono FELICE. Vado a vedere Musei e Mostre per riempirmi il cuore, non il portafoglio, e quindi non fa differenza se parliamo di Picasso o di Scuffi, di Dalì o di Antonio Pedretti. Ci vado con lo stesso spirito. Per non parlare di Armodio, che tra quelli ancora vivi è e resta una spanna sopra chiunque altro.
Inoltre, sono più che certa di dormire tranquilla: non ho nessuno che mi gufa sperando che muoia presto per ereditare chissà quale patrimonio.
E poi, io AMO i miei quadri. Amo le loro storie, le mani che li hanno creati, il loro profumo. Anche se sono “schifezzine”, come qualcuno (che compra i quadri e li lascia a deposito in giro) si è permesso di definire le mie quattro meravigliose carte di Licata tratte dai Quaderni di Viaggio, solo perché sono piccole e il Maestro ne ha dipinto una montagna e mezza. Non mi interessa. Io guardo l’opera e vedo solo l’opera: ora è ampio colore, pennellata dolce, poesia segreta, ora è solo tratto deciso, spezzato, dolore forse. In ogni caso non denaro. Non prospettive di rivalutazione per nipoti. Non cassette di sicurezza. Io ho sangue caldo, e mi piace sentirlo scorrere a fiumi.

lunedì 6 maggio 2013

Oggi parla.../9

... Confucio:

"L'amore eterno dura tre mesi"



Non so voi, ma io sono letteralmente impazzita quando ho scoperto questo aforisma. Non era solo un profondo conoscitore delle tradizioni, dell’etica, dei principii della giustizia, il buon vecchio Maestro Kong; a quanto pare era dotato anche di un sarcasmo niente male, in grado di dare svariati punti ad Oscar Wilde, nonostante il paio di millenni che li separano.
Io sono un pochino più magnanima di lui: posso concepirne anche sette, o otto, di mesi. Poi, inevitabilmente, l’eternità ammuffisce, se non si trasforma in quotidianità. Sa da rancido, e fa solo male. I grandi gesti plateali devono diventare piccoli, ma costanti. Le farfalle devono uscire dallo stomaco, e possibilmente restare a svolazzare in una casa vera, in cui si entri con un sorriso, e non con una chiave numerata. E’ la quotidianità che rende complici, noi fatti di carne e sangue, di cuore e mente; l’eternità la lascio volentieri ai sassi, alle rocce, alle acque del mare, alle nubi del cielo. Così belli da guardare, ma che non ti puoi portare dentro tanto quanto uno sguardo o un abbraccio. Oppure puoi, ma non con lo stesso calore.
Lo so io, e lo sapete anche voi, che come me sapete ancora soffrire per amore; intendo, noi quattro-cinque rimasti ancora VIVI.  

sabato 4 maggio 2013

Analisi

E' stato un Aprile strano, molto strano, un Aprile unico. Probabilmente irripetibile.
Erano ormai mesi che non passavo così tanto tempo senza scrivere, non necessariamente senza cose da dire: più semplicemente senza il desiderio di fermarle lì, di rileggerle, di condividerle. Cose mie, emozioni mie, io egoista nel trattenere tutto dentro, nello sperimentare quella non-condivisione che ti forgia l'ennesimo strato di corazza.
Poi, scivolando sull'onda della lettura di altri blog, sussurri quotidiani, in quel grande mare calmo che unisce gli spiriti sconosciuti sulla terra ma amici d'anima nel grande cielo delle emozioni, scopro che non sono la sola che si è fermata, anche se le motivazioni altrui sono diverse. E cerco di capire, di capirmi, di leggermi dentro fino in fondo per trovare un perchè a questo strano ed anomalo tirare il fiato, dopo un anno e mezzo di corsa folle in cui sono stata un treno lanciato sui binari che ha volato, fischiato, segnato, sperimentato, travolto e sconvolto. Sono sempre io eppure sono cambiata totalmente. E non è solo la vita in stand-by che ti congela, come dicevo a me stessa un paio di mesi fa; è ben oltre a ciò.
Sono giunta a questa conclusione: non riesco a scrivere quando l'emozione è esagerata. Poichè la scrittura è reale, è parte del mondo vero, è un mezzo per comunicare tra menti e tra cuori. Scrivo per emozioni e scrivo di emozioni, ma quando l'emozione trascende, io mi blocco. Come lo specchio elettromagnetico, che l'occhio umano non percepisce interamente, limitandosi alla sua porzione che, lasciandosi alle spalle la fredda scia dei termini scientifici (frequenze e nanometri), prende il nome fiabesco ed unico di "luce"; e solo la pelle resta a cogliere, scaldandosi ed arrossandosi, l'esistenza degli infrarossi e degli ultravioletti (la pelle, ancora lei, testimone in un fremito di tutto ciò che gli occhi non colgono).
Come l'altezza degli infrasuoni e degli ultrasuoni, che l'orecchio umano in natura non può percepire.
Il mio Aprile è stato un mese di soli picchi. Di profondità impensabili. Di vette insuperabili, raggiunte in un colpo.
Ho guardato negli occhi chi da anni consideravo più di un fratello, e ho udito la mia voce dire come in un fuori campo "Tu per me sei morto", svuotandomi d'un colpo di tutto il dolore, di tutta la tensione, di tutte le paure e gli strazi a cui, negli ultimi due mesi, avevo dato il permesso di imprigionarmi, e mentre il suo viso impallidiva io non provavo assolutamente niente. A parte, forse, un sottile e sadico sollievo. E questo è infrarosso, è infrasuono, esce dalle sensazioni permesse alla nostra carne, ai nostri sensi, al fluire del nostro sangue. Scende direttamente nella profondità degli oceani, forse distrugge, forse rigenera.
E nell'arco del medesimo Aprile, prima che potessi metabolizzare queste oscure sensazioni, tornare a vivere, a sorridere, a credere, a respirare, a urlare. Dalla profondità degli oceani all'aria rarefatta delle cime. Io come un sonar avvolto nella danza sfrenata degli ultrasuoni. Io consapevole di qualcosa di nuovo, di vero, tutto mio, perchè sono solo io contro al mondo, nella lotta per afferrare quello spicchio di felicità che nessuno regala, anche se in teoria ci spetta. Non comprendi se è piovuta dal cielo o se è il risultato di una battaglia, ma la avverti, senti la sua potenza e sai che non hai nessuna intenzione di lasciarla andare.
Ecco, dunque, perchè non ho scritto, per un po'. Perchè nelle ultime settimane gli hertz delle mie emozioni sono andati decisamente fuori scala, oltre la mia comprensione, togliendomi - quasi - la capacità di razionalizzare e raccontare, e per certo togliendomi il fiato. Ho capito che ci sono zone troppo scure o - al contrario - troppo luminose, fino alle lacrime, che devono restare mie perchè al di fuori di qualunque capacità di condivisione. O forse perchè, semplicemente, dentro una nuvola si sta meglio.