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venerdì 14 febbraio 2014

Oggi parla.../16

... Franz Kafka:

"Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta.
Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. 
Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine.
Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, 
estasiato si torcerà davanti a te"


In memoriam: M.P. (13/01/1970 - 14/02/2004)
Italiano, campione.
Io, oggi, contro l'ipocrisia.
Io, oggi, contro l'oblio.

domenica 9 febbraio 2014

Ammenda: Nino Tirinnanzi

Devo fare una sorta di ammenda intellettuale.
E devo pregare chi legge questo post di fermarsi se prima non ha letto il post precedente, che di questo è il prologo, altrimenti finisce che non ne capite il senso e sotto sotto mi dispiacerebbe. 
Fare ammende intellettuali (poche, ogni tanto) è segno di onestà, secondo me. Tutti sbagliano, per carità, basta accorgersi per tempo. Così il tempo ci lascia lo spazio per rimediare. E' come un'evoluzione, e la mia evoluzione di Febbraio si chiama Nino Tirinnanzi, la serata Numero Quattro.  
In verità toccava a Franz Borghese, non a lui, ma poi Franco Ristori si è trovato senza Borghese a sufficienza tra le mani da imbastire un paio di pareti. A me è dispiaciuto un sacco perchè Borghese mi piace davvero molto, ci tenevo a sentire Giovanni raccontare qualcosa su di lui come uomo e come artista, e magari adocchiare il prossimo acquisto, visto che da Ristori i quadri costano meno che nelle Gallerie vere e proprie. Certo, non ha la scelta e la varietà di una Galleria, e spesso si limita a produzioni toscane, ma se ti innamori dentro di qualcosa che vedi da lui l'affare è sicuro.
Io non sapevo chi fosse questo Tirinnanzi, praticamente non l'avevo mai sentito nominare, ma non è questa l'ammenda. Io non lavoro nel mondo dell'arte e vivo in Veneto, per cui è normale che non conosca tutti gli artisti nati e morti in Toscana. Prendete un assicuratore fiorentino, anche bravo del suo, e chiedetegli se conosce tutti i pittori veneti del primo Novecento; poi ne riparliamo. Anche di Lamberto De Vincenzo (il Numero Sette) so poco o nulla, del resto. Queste serate da Franco Ristori finiscono per essere anche un arricchimento culturale, oltre che una spremuta emotiva.
Il fatto è che, dopo aver cercato qualcosa di lui su internet  - ormai su internet si trova di tutto, bastano anche solo le Immagini di Google -  l'avevo accantonato bollandolo come il "Rosai dei poareti" (il Rosai dei poveri). Un po' come quando si sogna la BMW e poi si va sospirando ad ordinare una Golf. E questo avveniva all'inizio, settimane fa, prima della festa per Armodio con tanto di televisione e senatori, lui sì unico, inimitabile, grandissimo. Per fortuna che certi post hanno tempo di maturare, come i pomodori. Me la sono guardata ben bene, questa Golf; l'ho solo guardata, per ora, e non c'è ancora stata alcuna voce autorevole che me l'abbia spiegata, come accadrà presto, e sono già curiosa ed ingolosita. Ed ho cambiato idea. Faccio ammenda.
Non ho cambiato idea sul fatto che Tirinnanzi sia un po' il Rosai dei poveri: le influenze rosaiane sono evidenti, del resto del grande Ottone era stato allievo. Bravo nel disegno, e bravo nel colore, come lui. Disegni che colgono, direi quasi CA(R)PISCONO, l'anima di chi viene ritratto, vite semplici, fatte di dolori quotidiani, fatte di felicità brevi. E quel colore, quei colori, tavolozze di pastello, con le tipiche vie che se ne fuggono in prospettiva, le case senza finestre, le finestre senza case... I paesaggi, dolcissimi, sai di essere in Toscana anche se hai perso un po' l'orientamento: tutte quelle terre sfumate nell'ocra, nel mattone, nel rosso, con gli alberi bassi come zucchero filato, ciuffi di nuvole chiare, cespugli di ovatta che contrastano con i contorni definiti delle colline e dei cipressi. E poi, bisogna essere realisti: le sue quotazioni, il suo mercato, quell'aspetto orribile/terribile della pittura venduta che tuttavia non può essere negato, sono lontani anni luce dal suo Maestro. 
Quindi Rosai dei poveri, sì. Onesta Golf, per chi alla BMW non ci arriva. Cos'è cambiato, quindi? 
E' cambiata l'accezione, perchè si può dire "Rosai dei poveri" senza che vi sia negatività, senza che vi sia derisione, senza che si debba per forza sminuire una memoria, un ricordo. Anzi, affinchè sia base per una nuova scoperta.
Io, che ho sempre in un cassettino del cuore i miei amati studi di letteratura italiana (velati, ma mai sopiti, sotto ventitrè anni di intenso lavoro assicurativo), guardo sulle tele i suoi omini, rosaiani anch'essi nelle forme, sempre in gruppo, accosciati ai crocicchi, quasi per proteggersi l'un l'altro da qualcosa che potrebbe spuntare dal fondo dello sterrato, ma che ai nostri occhi è ancora celato, e la mente mi vola ai poeti crepuscolari, i poeti delle "piccole cose" di inizio Novecento. Tanti piccoli Guido Gozzano ozianti, curiosamente tutti bicolori nel vestire, e mi piace questa forte differenza rispetto a quello che è Rosai nel mio immaginario (i giocatori di toppa, gli omini del Lungarno, vestono quasi sempre di grigio o di marrone, colori uniformi come i loro visi senza volto): accostamenti di camicie gialle e panciotti viola a pantaloni verdi o rossi, quasi che attraverso l'uso del colore passi il riscatto dalla povertà.

Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state...
(da "Cocotte")

Rosai dei poveri nel senso, quindi, forse, di Rosai dei piccoli, dei dimenticati, di tutti coloro che vivono nell'ombra eppure esistono, e contribuiscono a far vivere. Cade bene questa serata in un momento di crisi economica devastante, perchè i poveri ed i piccoli siamo noi, ognuno di noi ha in famiglia, o tra gli amici, tra i conoscenti, situazioni precarie, aziende fallite, crediti inesigibili, la minaccia della disoccupazione, della disperazione. E' il nostro Rosai, questo Nino Tirinnanzi a me ancora sconosciuto, ma per poco. 
Bellissimo, e come mi piace!, che il suo tè ci giunga, tutto da ri-scoprire, dopo quello dedicato allo sfarzo, all'importanza, alla sfacciata risonanza dei grandi nomi del Novecento. Perchè il sentiero dell'arte è anche questo: ammirare i già grandi, ma senza dimenticare la grandezza dei piccoli.                      

Febbre del Sabato sera

Devo fare una sorta di ammenda intellettuale.
Ma, prima, è evidente che devo spiegare alcune cose, e che l'ammenda intellettuale vera e propria sarà il post che segue. 
I miei post possono avere due genesi opposte: o scaturiscono da un'emozione vissuta profondamente, come lava che spinge ribollendo nella pancia del vulcano, finchè non esplode e si riversa all'esterno. E a dire il vero neanche mi piace più di tanto questa immagine della lava bollente - anche se ammetto che è esattamente così che mi sento in certi momenti, un ribollire violento, un calore ancestrale  - perchè quando la lava esce travolge tutto in un mare di morte e distruzione; meglio allora immaginarmi tutta in un'emozione come polla limpida, come fresca risorgiva, come falda acquifera benefica finalmente liberata che risale dalle profondità più cupe della terra, e si fonde con l'aria e la luce. Molto meglio.
Oppure, possono essere più ragionati, ripensati, giusto perchè c'è un incipit che mi frulla per la testa, che mi ronzzzza attorno come una zzzzanzzzzara molesta, e ad un certo punto la vince lui. Sono tra questi i casi in cui, raramente, io ed il mio primo ed unico correttore di bozze, il fido scudiero che ha l'onere/onore di ascoltare i miei flussi di coscienza prima che vengano condivisi (l'onere di smorzarli, approvarli, negarli, o rovesciarli affinchè una parte forse nascosta appaia alla vista) siamo in disaccordo. Casi in cui - secondo lui - indulgo troppo nel parlare delle stesse cose. O delle stesse persone. Come in un eterno spot pubblicitario. Chi lo sa, magari ha ragione lui. Ma sono settimane ormai che voglio raccontare di questa cosa, e visto che in questo preciso momento lo scudiero si è appisolato io ho deciso che ne approfitto; ora o mai più.
Da qualche mese le mie tratte andata/ritorno a Firenze sono costanti, quindi è già evidente che voglio parlare o di Giovanni Faccenda o di Franco Ristori, due imbevuti di fiorentinità che da un po' popolano la mia vita extra-professionale, ed anche professionale, in un certo senso. In realtà, la cosa riguarda entrambi, anche se Franco si becca la fetta più grande. 
Franco Ristori - lo sanno anche i sassi - fa cornici. Le più belle del mondo, per dirla puerilmente. Cornici fatte a mano, nel senso intagliate dal legno pieno con la sgorbia; oppure assemblate a mano dalle stecche prese in fabbrica, ma con qualcosa di tutto suo sopra che le renda uniche, perchè anche io che sono negata posso spennellarci sopra una qualche vernice comprata pronta in barattolo, e se ci provo una decina di volte magari riesco anche ad incollare gli angoli senza far troppi danni. E finirebbe lì. Lui invece sperimenta ogni anno nuovi effetti tattili e visivi (la ruggine, la pietra, le grinze, i graffi, le impronte), giusto per far capire la differenza tra "fare cornici" (nel senso di "attaccare quattro pezzi di legno tagliati a 45 gradi"), e "creare opere d'arte".
Uno così non si ferma, non si può fermare, infatti tra le cose che fa c'è anche la compravendita di quadri, come recita il suo certificato camerale che ogni bravo assicuratore dovrebbe controllare, di tanto in quanto, per vedere se per caso le Polizze in corso vanno ancora bene oppure no (perchè assicurare il furto del contenuto di una bottega artigianale con dentro quattro Bueno, due De Pisis e tre Sironi non è esattamente come assicurare il furto del contenuto di una rivendita di cornici in kit di montaggio). Ma anche questo, forse, qualche corniciaio lo fa. Magari con le grafiche d'autore invece dei Bueno, i De Pisis e i Sironi, e magari non in Veneto, dove quel tipo di sensibilità artistica neanche ce la sogniamo, sia di qua che di là del banco dei corniciai. 
E quindi lui si distingue anche lì, e fa una cosa che non ho visto nè sentito fare da altri. Perchè lui non è "altri", è Ristori. Un artigiano, certo - e lo ribadisce spesso con un certo orgoglio - ma con una sensibilità umana ed artistica eccezionale (di qua e di là del banco). Ho anche mandato mail a tutti i miei amici e conoscenti, che probabilmente avranno sorriso dandomi della pazza (non necessariamente una pazza criminale, diciamo una pazza buona, a cui perdoni qualche stramberia in più), perchè ammetto che poche persone sane di mente si sobbarcherebbero diverse centinaia di chilometri per passare un Sabato sera in un minuscolo negozio di cornici a bere un tè. Me l'ha detto anche Isabella Bueno, che ho conosciuto di persona proprio durante una di queste serate; mi ha chiesto di dove fossi perchè da come parlavo non sembravo toscana (ragazza deduttiva, la Isabella); sei qui per lavoro? No. Stai visitando Firenze? No. Ci sono venuta apposta, e domani torno su. Accidenti, roba da non crederci. Però alla fine ha convenuto con me: ci sono cose nella vita che fanno stare bene, e perderle quando ti passano davanti al naso è da stupidi. O da pazzi criminali, quindi non è il mio caso. 
Io non so esattamente a chi sia venuta quest'idea del Tè da Ristori, se a lui che ospita le serate nella sua Bottega, con il laboratorio che per l'occasione diventa bancone di leccornie da pasticceria con tanto di macchina professionale per tè e caffè (ed è veramente un'emozione, bere il tè la sera sopra a QUEL banco, sapendo a cosa serve di giorno), oppure a Giovanni, che delle serate rappresenta la versione "parlata", ma una cosa è certa: è ogni volta un'esperienza, e io su certe esperienze mi ci butto a pesce.
Sette serate, una al mese, in cui la Bottega si trasforma in una piccola Galleria con annesso angolo bar; una versione revival dei Caffè Letterari, ma meno intellettualoide e più.... umana, oserei dire. In tutti i sensi concepibili della parola "umanità". Con i quadri appesi alle pareti, perchè il fine è comunque venderli, e con il critico che li spiega, ma con l'informalità data dalle maniche di camicia (ovviamente no, Giovanni Faccenda non si smanica, ma l'atmosfera lo permetterebbe). Con la cena tutti insieme, per gli amici. Con il tè e i pasticcini, per gli amici. E anche per chi legge su La Nazione che c'è un evento chiamato "Un Tè da Ristori" ed entra solo ed esclusivamente per quello (successo davvero: simpatico signore che entra e chiede un caffè, e all'alzata di sopracciglio di Ristori - niente è più fulminante dell'alzata di sopracciglio di Ristori - capisce di aver fatto una gaffe, allora estrae La Nazione, e dice: "C'è scritto qui! Ah no, avete ragione, dice tè non caffè. Allora un tè, grazie", e poi se ne va; li hanno anche in Toscana, a quanto pare...).
In fondo, può sembrare qualcosa di già visto, perchè sono molte le Gallerie d'Arte che intrattengono i loro Clienti e simpatizzanti (effettivi e/o papabili) con eventi particolari, è un meccanismo piacevole e rodato. Può essere fatto in grande oppure in piccolo, esibito o intimo come in famiglia, ma di certo non è una novità; il fatto è però che qui non te lo aspetti. Non te lo immagini. Non hai termini di paragone. E come tutte le cose inaspettate, ha un sapore diverso, tutto da scoprire, gustare, indovinare. E' il PIACERE di scoprirsi, per una volta, stupiti; noi moderni, eternamente connessi, costantemente in movimento, che siamo ormai abituati ad ogni cosa, assuefatti a tutto.
Al di là dell'esperienza di essere presente in un luogo a me caro, circondata da arte e arte e arte, mi solleticava l'idea di osservare, la curiosità da sociologa, l'istinto da marketing: che tipo di persona interviene ad un evento simile (a parte tutti gli annessi e connessi al clan Ristori, tutte persone splendide che ci hanno accolto come una famiglia)? Io se voglio comprare un quadro entro in una Galleria d'Arte, o al limite seguo le principali aste, e poi ci sono sempre i canali televisivi...; chi pensa che in una Bottega artigiana puoi aprire lo scrigno delle meraviglie? A Firenze sì, evidentemente. Perchè a Firenze l'arte si respira. 
Claudio Cionini, l'apripista, e devo dire non troppo pubblicizzato (magari alla fine chiederemo un "Cionini bis" estivo come Numero Otto), poi l'immenso Armodio, e poi una serata tutta sui Maestri del Novecento, e per la prima volta Franco si è preoccupato di chiudere bene la porta prima di andare a fare colazione (tanto la Polizza non te li paga, finchè resti assicurato come rivendita di cornici e basta) perchè era davvero un'esposizione museale mozzafiato. Mozzafiato per amici. 
Un pienone mai visto, quello per il Novecento, che io ho interpretato come un segnale di quanto - ancora, purtroppo - il contemporaneo (inteso come "vivente") soffra il peso di coloro che sono già nei libri di scuola, e non va bene: c'è tanta bellezza, tanta novità, tanta bravura, tanto passato (inteso come grandezza, tradizione, trait d'union con il futuro) anche in chi è PRESENTE. Mi sono anche permessa di bacchettare Franco per la perdita di tanto ben di Dio, e devo essergli sembrata fastidiosamente supponente, ma per me gestire tutto ciò che è vendita (dal pre al post) è un bisogno quasi fisico. Non ha senso avere in negozio centinaia di persone se poi non sai chi sono, che interessi hanno, come poterle contattare, e soprattutto PERCHE' sono lì (e questa era la mia curiosità primigenia): c'è una sorta di passaparola tra gli amanti dell'arte? In Toscana si usa entrare a prescindere nelle Botteghe aperte di Sabato sera, o di Domenica? Erano stati tutti attratti dalla segnalazione sull'inserto di cultura de La Nazione, o piuttosto dalla pura pubblicità a piè di pagina? E' fondamentale capirlo, perchè quando hai trovato il canale di comunicazione giusto sei già a metà dell'opera, che tu venda quadri, pizza, mobili o assicurazioni: il Cliente deve ENTRARE da te per primo (ormai possiamo dimenticarci la prassi di andare noi da lui, quanto meno con il Cliente-famiglia se non ancora con il Cliente-azienda: è roba finita, vecchia, impraticabile). Nove su dieci hanno visto la pubblicità? Bene, investiamo in quella pubblicità (al decimo mal che vada offriamo il suo tè e che sia finita lì). Hanno letto l'inserto di cultura? Vai con nuovi articoli. Entrano a caso perchè è bello alla sera bighellonare per negozi che offrano esperienze d'arte? Non ci credo, ma se fosse chiedo il trasferimento domani perchè ho trovato la mia terra ideale. In ogni caso una persona che sceglie, volontariamente, di entrare nel tuo esercizio commerciale e manifesta un interesse è un bene prezioso che non può essere trascurato. 
Penso al mio lavoro, dove tutto è sempre più proiettato all'auto-informazione, all'utilizzo di internet (e non credo tanto per i prezzi, che sono bassi ma non sempre e non per tutti, quanto per la libertà di collegarsi quando cavolo si vuole e si può, anche alle due di notte, e sentirsi AUTONOMI nelle scelte, anche se sbagliate). Tu entri e fai la RCA con me, magari solo perchè da me adesso costa davvero poco, o per la pubblicità sulle rate con la Brunetta dei Ricchi e Poveri che ti fa tanta nostalgia. Solo la RCA, non ti assalgo sciorinandoti duemila altre possibilità assicurative come vorrebbero i miei Capi-Area (la pensione, la casa, le malattie, così finisce che ti soffoco subito e ti spavento anche). Un po' alla volta, ti coccolerò. Un po' alla volta, ti fiderai di me. Con un sorriso, e non perchè è obbligatorio, capirai che alla casa è meglio pensarci. E se non avrai possibilità di pensarci, per me sarai comunque sempre importante (e forse dopodomani mi porterai tuo cugino o tuo zio). Ma resta fondamentale che io possa CONOSCERTI. Farti capire la bontà del mio prodotto. Perchè le mie cornici sono opere d'arte, non cornici normali. Fatta una, una sola, non potrai più farne a meno e pian piano me le farai cambiare tutte, quelle di casa tua. E dopo un po', mi manderai anche i tuoi parenti. Sto divagando, lo so.
Sabato prossimo la serata sarà un Omaggio a Nino Tirinnanzi, e lui è l'oggetto della mia ammenda intellettuale che segue.
Poi Luciano Pasquini, e già tremo perchè mio marito lo adora, si è anche fatto dedicare un catalogo quando si sono conosciuti, in occasione della prima serata. Poi Antonio Possenti, e questa la aspetto io con ansia perchè il mio percorso personale su Possenti è stato incredibile, nel senso che sono passata dal "non mi piace" più tassativo ed assoluto all'averne più di uno (e se potessi continuerei a prenderne). Non lo so, ci sono artisti con cui hai una folgorazione immediata, tipo un colpo di fulmine, ed altri con cui il sentimento si sviluppa col tempo, come quando scopri di esserti innamorata di un amico che conosci da anni, ci hai mangiato la pizza insieme decine di volte senza che succedesse niente, e poi un po' alla volta ti accorgi che è... speciale. Trovavo Possenti troppo lezioso, troppo strano, troppo fiabesco, troppo onirico, troppo sopra le righe, finchè non sono salita io stessa, sopra a quelle righe, e tutti i "troppo" sono scivolati di sotto lasciandomi immersa in una delizia di colori gocciolati, spalmati, di farfalle, di animaletti, di poesie disegnate anzichè scritte. Osservarlo di persona sarà incredibile.
Poi Lamberto De Vincenzo, su cui mi devo ancora documentare, ma ora di Maggio c'è tutto il tempo. 
Chissà se Giovanni mi farà di nuovo lo scherzetto dell'intervista a sorpresa, come ha fatto durante la serata di Armodio, che è anche andata in televisione, per quanto locale, ma ormai sono fiera di me, perchè ho capito come far sì che la cosa mi diverta anzichè mi spaventi. Basso profilo, comunque, il segreto è quello, anche se ho saputo che c'è stato chi, in altra occasione, non ha gradito la mia improvvisata performance.
Come se non sapessi anch'io usare certi termini! Certe locuzioni, certe frasi fatte, quei discorsi in politichese preconfezionati che vanno bene per tutti (basta cambiare opportunamente il nome proprio dell'artista e quello della città dove si svolge la Mostra, tanto nessuno li ascolta fino alla fine). Ma io sono ALTRO, voglio parlare alla pancia delle persone, e delle persone normali, non degli addetti ai lavori (tanto loro non li comprano, i quadri, li vendono; o al massimo se li fanno regalare). Voglio raggiungere tutte le vostre pance, le vostre anime, i vostri occhi. Trovate il tempo di andare a Firenze quando Franco Ristori offre il tè coi pasticcini a chi entra (suvvia, è gratis, l'ha detto anche La Nazione); magari fatevi un bel weekend a Musei, mica dico di andarci apposta: capitateci casualmente. Ma ascoltare Giovanni Faccenda che fa l'improvvisatore sociale è sempre un piacere (bisogna ammetterlo, è davvero bravo, racconta i pittori come vecchie storie di famiglia davanti al caminetto, e tu ti trovi ad ascoltare come un bambino con la bocca aperta e la punta delle dita che scotta). Ma tanti quadri in pochi (metri) quadri sono una gioia. Ma la condivisione di tanta gente che fa festa apre il cuore. E se vi scappa un acquisto con vestito Ristori, vi assicuro - nel vero senso del termine! - che non ve ne pentirete.


mercoledì 29 gennaio 2014

Tic-tac

Sono in ufficio, rifletto su questo Gennaio che sembra non finire mai. 
E in senso buono, stavolta! 
Ho passato gli ultimi mesi sopra un treno in corsa, senza freni, con il timore sempre fermo in gola che prima o poi un ostacolo improvviso, una curva stretta, una stazione imprevista – abbandonata, magari -  l’avrebbe visto sbandare, colpire, accartocciarsi su se stesso - groviglio di metalli in  burrasca di scintille – con dentro tutte le mie emozioni. E invece niente: ad un certo punto ha rallentato, così, come niente fosse, senza un motivo, e quando l’andatura si è fatta passeggiata morbida io sono saltata giù.
Com’è strano il tempo. Una volta, da ragazzina, pensavo che dipendesse dall’età: non mi passava mai. Le estati erano eterne, solo perché della montagna non te ne fregava niente e sotto sotto non vedevi l’ora di ritornare a casa per rivedere certi occhi e certi sorrisi. Gli inverni erano eterni: cinque anni di Liceo e quattro di Università stampati nella memoria come una vita intera… Forse perché c’era TANTO da vivere, TUTTO da imparare, da assorbire, come piccole spugne inzuppate, piccole menti impregnate. Quando ho iniziato a lavorare il tempo si è messo a correre, sempre di più, tanto da farmi capire quanto mi piacciano, in realtà, le montagne; il passaggio da lavoratore dipendente a lavoratore in proprio, poi, è stato la spinta finale sul pedale, e io ingenuamente ho continuato per un po’ a dare la colpa all’anagrafe.
Sto invecchiando. Ai vecchi, si diceva al Liceo (quando per “vecchi” ovviamente intendi tutti quelli appena sopra i trantacinque), la vita corre perché sentono che gliene manca poca. Infatti parlano spesso del loro passato, attaccati come mitili allo scoglio dei ricordi, e poco del loro futuro, mentre invece tu al Liceo un passato non ce l’hai, hai solamente futuro, un’autostrada di futuro, un firmamento intero di futuro e basta.
Invece non è proprio così. Sto sperimentando quanto il tempo – sempre lui, sempre uguale, tic tac tic tac – possa essere frenetico ed allo stesso tempo dilatarsi all’infinito, a seconda dello stato d’animo. Oggi mi ha quasi preso un colpo perché ero convinta di non aver pagato gli affitti: mi sono svegliata di soprassalto proprio pensando a questo “Oddio, mi sono dimenticata di bonificare gli affitti!”. Gran figuraccia, tra l’altro, nel caso dell’ufficio nuovo, appena arrivata e già gli caccio un insoluto dopo pochi mesi, all’Architetto. E questo perché mi sembrava passato un secolo dall’ultimo bonifico. Tanta vita. Un fiume larghissimo.
Un lavoro come il mio è fatto di scadenze, già solo i quietanzamenti dei titoli ti scandiscono il calendario: penso ai visi dei Clienti dei mesi freddi, quelli che vedi ogni volta con il giaccone pesante e le guance arrossate, e ti viene da domandarti come potranno mai essere con addosso solo il costume da bagno. Idem per i Clienti dell’estate, di sicuro non passano tutto l’anno abbronzatissimi e sudaticci, ma nel mio immaginario vivono così, dodici mesi in braghe corte a fiori e cocktail con l’ombrellino colorato nella sinistra (la destra serve libera per firmare i miei assegni). Mesi di grosse scadenze che ti sembra di impazzire solo a vedere il mucchio alto una trentina di centimetri, mesi di Convenzioni che già ti immagini la coda allo sportello (i visi, ogni anno un anno in più, per tutti). Mesi caldi quasi vuoti. E poi la trafila Ferragosto-Compleanno-Natale, che ogni anno mi stupisce per come corre sempre forte, mai un anno che si stanchi; io e le Ragazze ci guardiamo negli occhi e sentiamo che potremmo già farci gli auguri, ancora con l’aria condizionata accesa: 8-10-12, due larghi passi e vola quasi un semestre.
E poi ci sono le scadenze legate al mondo del lavoro di tutti, non solo del nostro: affitti il cinque, contributi il quindici, stipendi il trenta, come una filastrocca da bisbigliare cadenzando, dodici mesi dodici. Ho passato gli ultimi mesi in cui pagavo gli affitti e DOMANI era già un altro mese, ripagavo gli affitti e mi chiedevo: “Ma dov’è finito, ad esempio, Settembre? Cosa ho fatto esattamente? Cosa mi sono persa?”. Sapevo, certo, di aver fatto molto, ma non avevo conservato pensieri importanti, non avevo vissuto al punto da far DILATARE il tempo. E’ l’aspetto peggiore dello stress: non la gastrite o l’ulcera, non il mal di testa, non la sensazione di nervi a fior di pelle sempre addosso. L’aspetto peggiore è il tempo che scappa, scappa e ti dice “prova a prendermi” mentre tu sei con i piedi immersi in due blocchi di cemento. Separati, per carità, mica devi saltellare. Ma che pesano come due dannati.
Questo Gennaio invece, improvvisamente, passeggia sornione. Fa la differenza, è la differenza. Ho pagato l’affitto all’Architetto il cinque, e c’è ancora una settimana fino al prossimo cinque. Sette giorni, lunghissimi. Miriadi di cose sono successe, cose piccole e cose grandi. E me le ricordo tutte, le ho vissute tutte, le ho gustate, assaporate, centellinate, come quand’ero una piccola spugna al Liceo e non avevo ancora capito quanto mi piacciono le montagne. E’ incredibile quanto la frenesia e l'ansia riescano a comprimere il tempo (e non il contrario, non è il tempo compresso a procurare ansia, come si tende a credere quando si vuole calare la colpa a lui) e la serenità interiore sia in grado di dilatarlo. Amo alla follia questo tempo dilatato. Amo la serenità che me lo fa vedere così. Amo chi, questa serenità, me la insegna un pochino alla volta.

domenica 12 gennaio 2014

Ai blocchi


Blocco dello scrittore una cippa. Non foss'altro perchè io non sono uno scrittore: un paio di centinaia di post nati per scommessa non possono definirmi tale, oppure tutti gli scrittori veri di questo mondo (quelli che scrivono per mantenersi, che hanno la parola "scrittore" e non "assicuratore" sull'apposita riga della carta di identità) avrebbero tutte le più sante ragioni per offendersi a morte. Ho solo atteso per un po', meditando e facendo altro, conscia del fatto che il non essere effettivamente uno scrittore mi manlevava dalla sgradevole sensazione che mi prendeva lo stomaco ogni qualvolta, in questi mesi, mi sono seduta alla tastiera e non avevo la VOGLIA di scrivere. Una sorta di giustificazione emotiva.
All'inizio è stato solo ed esclusivamente il trasloco, che io con tutta probabilità avevo sottovalutato: va bene, avevo frignato un po' tra me e me per tutta la parte psicologica dell'abbandonare QUEL luogo, mi ero pure incavolata non poco per le trafile burocratiche degli allacciamenti delle varie utenze, dimenticandomi completamente, per esempio, della linea ADSL - a mia scusante, il Solerte Tecnico di turno mi aveva assicurato che era robetta da pochi giorni, senza sapere che la politica commerciale del Provider è "chiudi il contratto molto vecchio/apri un contratto nuovo uguale al vecchio come prestazioni ma che costa il triplo", e l'equazione dà come risultato "il cliente si arrabbia e cambia Provider" - così siamo rimasti senza collegamento internet per un mese intero (sembra impossibile quanto la rete sia ormai diventata parte di noi e delle nostre vite: eppure lavoravamo, grazie alla intranet aziendale, ma non avere l'accesso al web ti rende come l'assetato nel deserto). Tuttavia, l'ufficio nuovo stava venendo fuori un vero gioiellino e quindi mi sentivo felicissima. Solo DOPO aver finito il trasloco - e quando ho riavuto la ADSL - ho scoperto un mare di siti, forum e blog della serie "Il trauma da trasloco", "Sopravvivere al trasloco", "Come affrontare un trasloco senza traumi", "Come gestire il trauma da trasloco" e via discorrendo. Allora mi è saltato addosso, il trauma. A me, che ho cambiato un'infinità di case, da non avere più spazio per le etichette sulla patente, senza manco dire bai. Nemmeno una delle volte. A me, che Stakanov non è degno di sciogliermi i legacci dei sandali (giusto per capire la distanza, non perchè voglia fare paragoni azzardati...). 
Sarà che abbiamo fatto tutto in due da soli, a ore perse, cominciando da infiniti scatoloni pieni di ante e viti (e nuovi debiti, ma niente mi elettrizza come un ambiente nuovo con mobili nuovi), e finendo con infiniti giri di furgoncino a noleggio stracarico di cartelline, espositori, piante, libri. E quadri. E vita. Ci abbiamo messo due mesi, di ore perse, ma sarà che ce l'ho fatta, contro ogni previsione, a non interrompere nemmeno per un giorno l'apertura al pubblico. Sarà che alla fine, mentre stavo cominciando a tirare il fiato, mi è piovuto addosso Dicembre con il suo normale carico di lavoro abnorme, e ho realizzato che Novembre era rimasto al palo. L'avevo lasciato lì, indietro, solo soletto. Sarà che il mio nuovo collaboratore, sotto Natale, ha a sua volta realizzato che questo non è proprio il lavoro per lui - ma francamente, chi se lo piglierebbe volontariamente un lavoro come questo, in un periodo come questo, a parte chi crede che fare l'assicuratore voglia dire stare seduto dietro ad un tavolo telefonando e/o mandando qualche mail, ed ecco che improvvisamente tutti decidono di correre ad assicurarsi da te, e di colpo il conto in Banca, per qualche incredibile alchimia, si ingrossa da solo, cioè probabilmente quello che credeva lui, dopo tutto? Sarà che alla fine qualcuno dalla Direzione mi ha detto che quest'anno avevo avuto "un decremento" (ma va! Un collaboratore che se ne va portandosi via tutto un archivio fotocopiato, se non ti porta a fine anno un qualche decremento o è un completo idiota o sei un completo idiota tu che te lo sei tenuto vicino per quattordici anni!), e se "mi ero accorta". Insomma, qualcosina ho mollato, lo ammetto. Giusto per crogiolarmi sulla frase che mi ha detto l'Architetto mio vicino "ma questo ufficio non sembra neanche un ufficio, sembra una casa", che non so bene se intendeva essere una critica o un elogio, ma in realtà non me ne fregava niente perchè era esattamente così che volevo venisse fuori: come una casa, per me, per le Ragazze, per i Clienti che entrano e fanno ooohhh come i bambini di poviana memoria. Tutti, nessuno escluso (anche il ragazzo di colore cicciottello che fa il padroncino e ci porta la roba della Direzione, e mi frega sempre le Galatine dalla ciotola, se le sceglie, e lascia lì le altre caramelle) - ma è solo merito della Parigi di Claudio Cionini, proprio lei che sta in cima al mio recente post "Roma, esordio", perchè stava in effetti a Roma, un tempo "fa" che sembra due vite e che adesso qui da me ti sprofonda in un mare di grigi, azzurri, bianchi lavoratissimi appena entri (enorme, bellissima, una nave da crociera tutta crettata che avanza in un placido mare di asfalto e di storia), e lo sapevo che sarebbe finita così, come i grandi amori, così immensi, e in fondo in fondo così prevedibili, soprattutto quando hai qualche anno sulle spalle. 
Ho tirato il fiato, anche perchè nessuno mi punta una pistola alla tempia per scrivere, e non sono nemmeno pagata per farlo. Volevo aspettare una goccia, un'emozione improvvisa. Poi è successo l'imprevedibile: il mondo è saltato dentro a Trecose, proprio mentre Trecose rallentava (o magari è proprio per questo, che è riuscito a prenderlo al volo e a saltarci dentro). Sono stata linkata tre volte, in una girandola di appassionati d'arte di vario genere, e il contatore delle visite è schizzato verso l'alto, con tutta una serie di commenti (qui da me, o nei forum da dove arrivavano) che mi ha fatto un pochino tremare le gambe. Tanti, belli. Da gente sconosciuta e da gente che conosco (per nome o di persona). Commoventi, spiritosi. Diversi, interessanti (per inciso, cari ragazzi, lo so che scrivo tanto, ma a ME il dottore non ha mai ordinato di iscrivermi a Twitter, fino a prova contraria: mi dilungo e mi piace stiracchiarmi digitando come un gatto che si lecca la coda finchè diventa lucida lucida. Come una perla rara, quale so di essere, per lo meno per qualcuno). Quando vedi che c'è un sacco di gente che ti legge e ti segue ti prende lo stomaco, finisce che senti un po' la responsabilità, magari solo la responsabilità di non dire stupidaggini. Oppure non ti senti più libero di dire tutte le cose che ti passano per la testa, perchè non è più esattamente la briscola mia e di Michele. Devo dire che ho riflettuto molto, in questi mesi, anche per una serie di avvenimenti e circostanze, sulla "libertà del blogger". Su cosa può essere scritto e quindi letto e diffuso e cosa no. Su quanto il tutto resti effettivamente "privato", o forse invece esattamente il suo contrario (posso esprimere giudizi drastici? è meglio che taccia? si rovinano rapporti umani per una parola scritta o non scritta?). E su quanto in Italia siamo carenti di Leggi degne di tale nome che regolamentino la stampa, figuriamoci il web, ma questo è tutt'altro film e uscirei dal mio già vasto seminato.
Il punto è: perchè oggi mi è straripata nuovamente la voglia. Come un bisogno fisico, un prurito alle mani. L'onda che arriva, magari non enorme, anzi per niente enorme, per niente tumultuosa, così fa anche meno paura. E' un'onda morbida, calda, spumosa, giusto la coda di un'onda - trasparente, cristallina - che s'allunga sul bagnasciuga spegnendone l'oro, scurendolo, impregnandolo di umori bruni per un attimo, perchè poi, ritraendosi subito quasi con timidezza, lascia che il sole faccia riaffiorare la sabbia asciutta, sulla punta dei crinali, in un accartocciarsi di polvere.
Oggi sono tornata da uno dei miei ultimi, più che abituali weekends a Firenze - un altro film ancora, di cui dovrò assolutamente parlare. Cose da farci il pieno, di emozioni da scrivere, e paradossalmente non me ne lasciano il tempo, proprio perchè per me il tempo della scrittura era associato alla domenica, magari nel pomeriggio, quando tutto è finito e tutto deve ancora cominciare. 
A Firenze abbiamo visitato - io e lo scudiero, indissolubili nonostante la febbre - la Mostra sulle Avanguardie Russe a Palazzo Strozzi. Bella Mostra, ma in sè lasciamola un attimo in disparte, non siamo ancora arrivati, anche se manca poco. Per la seconda volta (e la prima era stata da Giorgio Celiberti a Villa Manin) ho vissuto il percorso a "misura di bimbo". E' una cosa nuova per me, evidentemente per il fatto che non ho figli sono fuori da tutto ciò che riguarda i nuovi modi di fare didattica come il famoso fagiano di monte. Ho ricordi di visite scolastiche (alle scuole medie e al Liceo, non certo prima) alle nostre ville venete, a chiese e cattedrali, a collezioni permanenti dei Musei, a città d'arte in generale, come di spensierate giornate fuori dall'edificio, risate e chiacchiere con negli occhi qualcosa di indubbiamente bello, ma senza doverci riflettere sopra più di tanto. Roba che studiavi e poi la andavi a vedere. Mostre temporanee manco a parlarne. Gran Cinquecento, Seicento, Settecento (figuriamoci, a Venezia...), giusto un salutino veloce all'Ottocento, ma più in là buio pesto, notte fonda. 
E poi, un bel pezzetto dopo i quaranta, mi trovo il percorso della Mostra di Celiberti spiegato dal gatto di Celiberti in tanti piccoli pannelli a cinquanta centimetri da terra. Per i bambini delle elementari, quindi. E adesso, a Firenze, ancora una volta piccoli pannelli per esseri umani molto bassi (non più un caso isolato, allora, dato dalla ben nota caparbietà e lungimiranza dei friulani). Ogni sala un suo perchè, spiegato in modo semplice ma nemmeno più di tanto, perchè hai voglia a chiedere ad un bambino di otto anni di riflettere e decrivere l'importanza di un suo "viaggio sentimentale". Presume ci sia un livello altissimo di interazione, di approfondimento, di aiuto al ragionamento. Credo sia fondamentale ABITUARE i bambini all'arte, anzi, più che all'arte in sè (che fortunatamente nel nostro Paese abbonda, ne siamo praticamente circondati, al punto - a volte - di dimenticarcene e darla un po' troppo per scontata) al contatto con l'arte, allo scambio, al DIALOGO con essa. Va bene visitare la centrale del latte, vedere come si forgiano gli animaletti in vetro, tenere in mano un pulcino vivo prima che anche l'ultima fattoria sparisca, oppure avvicinarti con tremore ad un trattore vero, sporco di terra, con le ruote posteriori alte il doppio di te; sono tutte esperienze formative, per un bambino. Ma ti renderanno poi, in fondo, un avvocato migliore? Un bravo commercialista (o assicuratore, o medico, o elettricista, o panettiere)? Alla fine, ti prepareranno ad essere una PERSONA migliore? Dialogare fin dai sei anni con un'opera d'arte sì, ne sono certa come sono certa di esistere. 
In un paio di sale mio marito (ma era colpa della febbre, di sicuro) ha detto che non avrebbe saputo cosa rispondere, cosa pensare, lui, adulto, di fronte a certi inviti alla riflessione. E' stato bellissimo: ho cominciato come sempre a testa alta, leggendo - come sempre - ogni più piccolo centimetro di spiegazione per essere umano di statura media, e poi passo dopo passo l'ho abbassata, perchè anche io volevo il mio "viaggio sentimentale", e volevo che la maestra mi chiedesse cosa ho provato quando ho lasciato la mia città per trasferirmi altrove, e anche cosa sogno di notte e cosa mi fa paura e cosa no. Piccoli passi per grandi uomini di domani. Scoprire l'arte destinata ai bambini è stata la mia onda del Duemilaquattordici, spero solo la prima. Mi ha tolto un po' di incertezze, mi ha messo in mano nuovamente la chiave della porta di Trecose, direttamente nella toppa. Voglio che sia così! Voglio vedere le cose dal basso, magari meno cose, ma QUELLE POCHE poterle capire tutte, fino in fondo, affinchè siano mie e con me diventino di molti. Voglio tanta arte a piccoli sorsi. Voglio poche persone, ma alle quali abbandonarmi totalmente. Voglio ripartire con i Clienti che hanno deciso di rimanere con me, nonostante l'effetto-fotocopia, perchè il "viaggio sentimentale" sia comune. Voglio essere semplice dentro, perchè questo aiuta ad essere profonda fuori.

sabato 26 ottobre 2013

Clic

Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo. 
Ma andiamo con calma con le spiegazioni; intanto, non ho più tempo di fare niente di tutto quello che solitamente mi piace fare. Ottobre è un mese molto denso del suo, e visto il momento non è il caso di trascurare nessun Cliente, proprio nessuno, neanche quelli più piccoli e apparentemente meno interessanti - quindi se bisogna fare qualche chilometro in più per incassare la RCA di una Panda da una nonna di campagna ci si va, vuoi mai che ti si apra tutto un mondo intorno di nipoti pieni di soldi, nella speranza ovviamente che siano anche desiderosi di darli a te (assicurativamente parlando, certo), altrimenti il fatto che ne abbiano non è assolutamente rilevante. 
Aggiungiamoci il famoso trasloco, che ormai quasi mezza Italia attende affinchè io smetta di parlarne; siamo praticamente in vista dell'arrivo. Passo dopo passo, nell'ufficetto nuovo sono arrivati i mobili (in tante scatole con kit di montaggio, ma il mio angelo della manualità vede e provvede), le tende, la corrente elettrica, l'insegna esterna, le vetrofanie. Bisogna svuotare centoquaranta metri quadri e ridurli a settantacinque, del resto i traslochi servono esattamente a questo: a ripulire le case, a ripulire gli uffici, a ripulire i cuori, a ripulire le vite di ciascuno. Io vorrei tenere tutto, ogni foglio, ogni cartellina mi ricorda un volto, una voce, una storia. Impaccare tutto nella campana della carta, o direttamente nel container del macero, è doloroso, sento quasi lo strappo dell'abbandono. 
Il mio angelo della manualità non ha mai lavorato in un ufficio, e mi deride un pochino, ma è così. Un sinistro particolarmente difficile gestito bene, con il Cliente che ti dice grazie e ti porta i cioccolatini. Una famiglia che ha subito un lutto e si è divisa, alcune Polizze sono rimaste ed altre no. Quella grossa flotta aziendale, un parto allucinante sia la trattativa che la stampa. La mia procura per il vecchio Agente. Gli attestati dei corsi di formazione, quelli fatti negli anni Novanta che dicevano quasi il contrario di quelli degli anni Duemila, ma uno di questi l'avevo fatto a Milano da un docente universitario, e lui durante la simulazione di vendita in aula mi aveva riempito la scheda di valutazione con tanti "più", dicendomi che forse era il caso che pensassi a qualcosa di "oltre" (ero capoufficio, all'epoca; tutto doveva ancora cominciare). 
Via, via tutto, in pacchi ben confezionati, perchè l'angelo della manualità è una scheggia con lo scotch. Sto buttando nel container del macero tre quarti dei miei ricordi, del resto anche il Modello Unico lo puoi buttare dopo cinque anni (con l'Agenzia delle Entrate che scandisce la legalità del tempo che passa). Va bene, è così che sto vivendo questo trasferimento: voglio un ufficio vergine. Lo riempirò di nuovi volti, di nuove storie, di nuovi ricordi. Sarà un punto a capo umano. 
La prossima settimana staccheranno le linee telefoniche qui e le riattaccheranno tre chilometri più in là. Staremo quattro giorni come nel Limbo tra color che son sospesi, con i computer attivi qui ed i telefoni attivi di là, ma viste le evoluzioni necessarie per ottenere appuntamenti certi con i tecnici non era il caso di lamentarsi più di tanto. Però si corre un sacco, in questo mese. Affari da concludere, scatoloni da spostare. Penso solo al lavoro, a chiudere bene i conti, non ai visi e ai ricordi; e non scrivo più, non leggo più, non ho tempo, il mio cuore non si apre. 
Faccio foto. 
Eccomi arrivata a bomba, dopo uno dei miei soliti voli per spiegare il battito. Quand'ero ragazzina mi piaceva fotografare, devo averlo anche raccontato in un post di un secolo fa, più o meno. Avevo smesso per due motivi: uno, l'avvento del digitale, perchè per me fotografare non poteva prescindere dal rullino e dalla carta. Estrarre il rullino dal cilindretto di plastica, assaporare appena quel tipico odore sgradevole ma ogni volta eccitante, perchè avevi davanti trentasei opportunità di VEDERE solo tue, infilarlo, alla fine riavvolgerlo. Portarlo a sviluppare. Attendere qualche giorno prima di poter verificare se quello che avevi visto tu attraverso l'obiettivo si era davvero fissato sulla carta in QUEL modo, il modo in cui lo ricordavi. Quelle ombre, quelle luci. Ci ho messo un po' a farmi coinvolgere dall'aspetto positivo del "se-è-venuta-male-la-cancelli-subito-e-via", oppure "puoi-scattarne-centocinquanta-tanto-non-costa-niente". Indubbiamente positivo, ma che all'inizio rendeva tutto così piatto, troppo semplice. Sembrava non servisse più applicarsi per studiare la luce, il tempo, l'inquadratura. Ero entrata nell'era del tutto e subito, soprattutto del tutto-e-subito facile, e non mi piaceva per niente; non perchè a me piaccia far fatica, mica sono masochista. Ma ho sempre sentito molto più "mie" le cose che ho ottenuto con un minimo di sforzo, di impegno (dalle foto a molto altro, nella vita, anche perchè in effetti di roba facile facile non me ne ha riservata poi tanta).
Secondo motivo, l'angelo della manualità odia le foto e tutto ciò che ci gira intorno. Odia l'idea di tornare in un posto visto la mattina perchè al pomeriggio la luce sarà diversa e più "giusta". Odia fermarsi per respirare attraverso un rettangolo. Quindi la mia reflex era finita, all'epoca, dentro l'armadio dov'è tuttora (perchè il trasloco di casa l'ha protetta, dentro l'armadio, perchè certe cose non si possono buttare via anche se non si usano più, sarebbe come tagliarsi via un piede).
Un paio di settimane fa ho compiuto di nuovo gli anni. Capita, tra un post e l'altro, lo sapete. E ci ho riprovato con l'idea dello Smartphone, perchè qualcuno di molto importante me ne ha regalato uno di molto importante, praticamente è una macchina fotografica che, tra le altre cose, ti permette di telefonare. Così puoi scambiarti infiniti mms di scatti di mostre, di quadri, di arte, e sentirti più vicino. Ed è per questo che mi sembra di essere tornata indietro nel tempo. Non mi si apre il cuore per scrivere, leggere, comunicare, ma faccio un sacco di foto, e rivedo in queste (nuove, immediate, incredibilmente definite) com'ero, cos'ero da ragazzina. Cosa cercavo, cosa vedevo attraverso il rettangolo. Mi piaceva l'idea di entrare nelle cose, non ho mai amato scattare ai paesaggi, ai tramonti, alle immensità. Io ero una da piccoli particolari, cercavo la simbiosi con il primissimo piano, quando non addirittura col dettaglio: le venature del legno, il colore di un occhio, uno solo. Un pezzo di animale, non l'animale intero. Sembra che questa volta l'angelo della manualità apprezzi, visto che non coinvolgo lui in prima persona (però gli ho fotografato i piedi mentre dormiva). Nelle mie ore di stanchezza la casa diventa un immenso tempio di particolari da fotografare, senza sforzo e a mente vuota. Il mio cuore e la mia mente fluiscono all'interno delle cose, della carta, della ceramica, del bronzo, e lì si fermano, in attesa di protezione. Direi che quasi si nascondono, perchè sta per arrivare un cambiamento, una nuova maturazione. Ancora poche settimane e uscirò dal bozzolo, ancora una volta.











domenica 6 ottobre 2013

Furto d'anime

In un post precedente - parecchio tempo fa, ormai - avevo accennato al fatto che mi spaventa quanto l'attuale "crisi" (e lo metto virgolettato perchè mi dà sempre più fastidio usare questo termine, diventato un modo di dire, assunto a capro espiatorio per giustificare tutto ciò che una volta ci saremmo vergognati di fare, degradando noi stessi, le nostre abitudini, i nostri rapporti umani sempre più aggressivi e basici) stia eliminando dalla nostra quotidianità tutto ciò che è superfluo. L'effettiva mancanza di liquidità in circolazione - e questo è un dato di fatto - unita ad una pressione mediatica fuori da ogni grazia divina mai vista prima, sta portando lentamente l'italiano medio, quello che io chiamo "l'uomo della strada", io, te, noi insomma, a realizzare che forse-tutto-sommato se ho una pagnotta in tavola (rafferma, magari), e due tute da ginnastica da intercambiare (quando ne lavo una, uso l'altra) posso sopravvivere comunque. So che c'è chi inorridisce a sentire certe cose, ma io sono e resto una consumista convinta, nel senso che credo fortemente che far girare l'economia (spendere, comprare, consumare) apporti benessere generale a tutti. Non mi piace sopravvivere e basta, proprio per niente. 
Ne parlavo qualche giorno fa con un mio Cliente, beh, diciamo che adesso è un mio Cliente, ma fino a quel giorno lì era Cliente di un Broker, il quale appoggiava a me le Polizze di questo signore. C'è la crisi anche per i Broker, evidentemente; non dico tutti, di sicuro ce ne sono ancora in giro di bravi ed onesti, ma molti finiscono per fregarsene degli interessi del proprio Cliente ed appoggiare le Polizze alle Agenzie che retrocedono aliquote provvigionali più alte, o, detto volgarmente, che sganciano più soldi, indipendentemente dalla bontà del contratto. E che il Cliente si arrangi, tanto se sceglie di andare da un Broker è evidente che non si leggerà mai le Condizioni contrattuali, perchè non ha tempo, o voglia, o perchè non ne è capace, e quindi in caso di dubbi io Broker posso sempre girargliela come mi pare. 
Questo Cliente invece non è poi così sprovveduto (o quanto meno ha delle impiegate in gamba, che sanno capire che se hai una Polizza degli anni Novanta quando la normativa relativa ai danni subiti dai dipendenti è già cambiata tre volte, forse è il caso di preoccuparsi), per cui ha buttato fuori a calci il Broker lavativo, e ha mandato tutte le disdette a me, incavolato come una bestia. Perso per perso, io sono andata a trovarlo (e l'appuntamento me l'ha dato, perchè sa chi sono e come lavoro), con il risultato che ci siamo professionalmente piaciuti un sacco, e probabilmente alla scadenza non solo manterrò tutte le Polizze, ma mi andrò a prendere anche quelle poche che il Broker aveva appoggiato a colleghi della concorrenza che scucivano più di me. Ma non abbiamo parlato delle sue coperture assicurative, proprio per niente: quelle andavano rifatte come si deve, alla svelta, e basta. Mica c'era tanto da discutere. Noi abbiamo parlato di arte, di artisti locali o meno, delle cose che ci piacciono, e di quel benedetto superfluo che fa muovere il mondo, visto che questo signore è un grosso, grossissimo imprenditore (molto noto dalle mie parti) nel settore dell'illuminazione e dell'oggettistica in vetro. Figuriamoci se non la pensa come me. Del resto c'è la crisi, possiamo stare anche con la lampadina che penzola giù dal soffitto direttamente dal filo, ma se ci attacco un bel lampadario di design mi si allarga il cuore e sono più contenta. E vado anche a lavorare più contenta, e sorrido, e non aggredisco la gente che mi rivolge la parola, solo perchè la frustrazione di un domani che non esiste sta prendendo il sopravvento. 
Io, poi, vado matta per i vasi di questo signore qui. Fa oggettistica che è una meraviglia, mille sfumature di ogni colore e dimensione in un'unica forma tutt'attorno nello show-room, un colpo d'occhio da fermarsi ore a fare foto. Io vado matta per i vasi in generale, devo dire, a casa ne ho sparsi dappertutto. Di ferro battuto, di terracotta, di vetro, smaltati, rivestiti di corda, addirittura di quelli fatti dai peruviani con le foglie masticate, pressate e poi verniciate. Alti e stretti, bassi e larghi. Chissà quale strano significato ci troverebbe un freudiano. Soprattutto perchè me li tengo là vuoti, quasi sospesi, pronti per accogliere, sostenere, esibire qualcosa che non arriva mai. Vasi superflui, bellissimi. Famiglie di vasi. Vite di vasi.
Perchè poi il punto è esattamente questo: la differenza tra sopravvivere e vivere. La differenza fra cibarsi, nutrirsi, o invece piuttosto assaporare, gustare. La differenza tra coprire il proprio corpo dal freddo e indossare un bel vestito. La differenza tra guidare la defunta Trabant celeste - che, poverina, a dirla tutta ti portava pure lei dal punto a al punto b - oppure una macchina vera (e neanche parlo delle super-auto di lusso, me ne basta una che abbia un bel suono quando la metti in moto, con le portiere che, chiudendosi, facciano un bel solido "floc" invece che un rumore di ferraglia; poi se dentro è un trionfo di pelle e radica mica mi fa schifo, eh). 
La differenza fra addormentarsi fissando una parete vuota oppure con un quadro appeso, un quadro bello, che ti piaccia, ti trasmetta qualcosa, ti emozioni, e ti faccia fare bei sogni. Questo sta facendo la "crisi" e, credo, purtroppo, chi la sta manovrando: sta uccidendo i nostri sogni! E io, per quanto mi riguarda, non ho alcuna intenzione di permetterlo. Perchè se lasciamo che muoiano i sogni, allora è finita, siamo destinati ad essere come le immagini dei cinesi di cinquant'anni fa: tante piccole marionette tutte uguali, vestite uguali, taglio di capelli uguale, stessi gesti, stessi percorsi, casa-lavoro-casa. Orribile. Io lo faccio spesso, il casa-lavoro-casa, mi stanco, mi sfibro, ma mai fine a se stesso. Lo faccio perchè ho dei sogni da realizzare, e finchè starò in questo mondo qui saranno i sogni da realizzare a muovermi, a spingermi, ad appassionarmi. Non voglio appiattirmi. Poi, nell'altro mondo, si vedrà.
Rimuginavo questa cosa della crisi e del superfluo giovedì sera, perchè siamo andati a Milano, alla Fondazione Matalon, dove il carissimo Marcello Scuffi inaugurava la sua nuova Mostra "Una questione di impegno". Per la prima volta, non ho avvertito la magia. Non è stata la solita festa. Eppure (ribadisco, vedendola ora per la seconda volta dopo la prima, quella di Armodio) la Fondazione è proprio uno spazio gradevole, tutta bianca, raffinata, minimalista, luminosa, così la puoi riempire come vuoi, di tanto colore oppure di non-colore, perchè si adatta a qualunque gesto. La parte al piano terra accogliente, fronte strada ma riservata, mai sfacciata come ci si potrebbe aspettare dalla Milano più modaiola; e poi il piccolo soppalco, intimo, vetro e travi in legno, fatto apposta per un mondo d'acquerello. 
La Mostra è bellissima, cos'altro potrei dire di più su Marcello che non abbia già detto... 
Sono sempre loro, i suoi soggetti, tanto mare, molte notti e molte lune stavolta, tante darsene rispetto ai treni o ai circhi, per mia gioia perchè adoro i suoi silenzi d'acque, comunque mai uguali; e qui posso tranquillamente bacchettare chiunque dica che dipinge sempre le stesse cose. Non scherziamo, per favore (vogliamo parlare un pochino di un tizio che di nome faceva Giorgio Morandi?). Io, un po' per caso e un po' per scelta, ho tra i suoi dipinti i vari soggetti, ma non fa differenza; potrebbero essere tutte darsene, tutte spiagge, e andrebbe bene lo stesso. Quelle dei primi anni Duemila, intense nel blu, con le vele molli a baluginare colori fortissimi - aranci, verdi, rossi - non sono certo uguali a quelle portate al Chiostro del Bramante, monocromi di grigio, pura grafite soffiata su lastre di marmo. O a certe, nuove, di Fiesole, con lampi di mattone e terra. Accantonato l'arcobaleno, mi sembra che negli ultimi mesi di ricerca pittorica Marcello si sia concentrato ancor di più sul supporto: queste tele milanesi sono particolarmente lavorate, graffiate, con tratti rapidi e scuri che ricordano macchie, o screpolature, ma sono solo errori nell'occhio di chi guarda, perchè la superficie è sempre lei, inconfondibile, liscia, unica. Si potrebbe comprare un quadro di Marcello Scuffi ogni anno, per avere una serie di anime diverse, tutte racchiuse sotto quella carezza di vetro, puro vetro soffiato senza mai asperità alcuna. E poi adesso ogni tanto ci fa spuntare qualche albero, cipressi solitari, verde intenso, nuovi colori che ritornano, prodromi di qualcosa che sta per mutare. 
Belli come sempre i suoi dipinti (di Marcello mi piace davvero quasi tutto, è rarissimo che un suo dipinto non mi coinvolga), eppure c'era questa tristezza che ci volteggiava sopra, e che ci portava dentro un po' di freddo. Gente che è arrivata alla chetichella, e che alla chetichella è andata via. Tanti astanti singoli, ma non un vero gruppo legato da amicizia o condivisione. Visi pensierosi, incupiti. Discorsi volanti colti qua e là, monoargomento: crisi e soldi, soldi e crisi. Non facciamoci rubare i sogni! Siamo nel tempio del superfluo, per i predicatori della crisi (cosa te ne fai di un quadro: non si mangia, non ti copre, non ti paga il mutuo, non ti fa andare la lavatrice), ma siamo nello scrigno della vita, per me! Lo scrigno della bellezza, l'attimo sospeso, il respiro del vivere, quel qualcosa che ci tiene uniti, che ci differenzia dall'animale, la capacità di nutrirsi - ma per davvero - di armonia, di piacevolezza. Nutrire l'anima, non solo la carne! Elevarsi da quel "livello zero" da marionette, perchè possiamo rinunciare ad una pastasciutta, per una volta, e non cambierà niente, ma non possiamo rinunciare alla serenità interiore, alla musica del silenzio, al bello, quello vero. 
Qua sul bello vero apro una parentesi, perchè non so se è per via della crisi o meno, ma stavolta Marcello non ha fatto incorniciare i quadri a Ristori, come a Roma e Fiesole, e si vede lontano chilometri. Mi è venuta una fissa pazzesca per le cornici, del resto vado perdonata perchè è una passione scoperta di recente, sono ancora nella fase tutta luccicosa come una quindicenne al primo amore (quando arriverò alla maturità romperò molto meno, promesso). Però sfido chiunque a fare un confronto: l'alluminio coi graffietti finti non è e non sarà mai argento mille, neanche al buio. Ce n'erano alcune che, da molto ma molto lontano, ricordavano quelle "pietrose" create per la Mostra al Bramante, e poi più da vicino, accarezzandole (bisogna accarezzarle, le cornici, con le dita! Sentire che cosa diventa il legno quando viene brunito a mano, con la pietra!), sembrava avessero sopra una pellicola di plastica, come una stampa adesiva. Va bene la crisi, ma scopiazzare è sbagliato, come a scuola. Io, che personalmente a scuola ero un tantino bravina, lasciavo anche che mi copiassero, purchè lo facessero bene: della serie, vi do qualche spunto, ma poi metteteci qualcosa di vostro. Già è una copia, perchè farla anche brutta? Non puoi copiare una giacca di Armani (sempre lì torno, del resto come fa le giacche Armani non c'è nessuno) e pretendere di rifare il modello con un tessuto acrilico triste, con le cuciture storte, o le finiture sbavacchiate a macchina; piuttosto vado in giro con un anonimo ma decoroso maglioncino. Infatti, dei quadri di Marcello, ho preferito quelli con il semplice listello bianco, e basta. Vestitino semplice semplice, come il grembiulino dell'asilo. Mancava l'abbraccio della cornice, ma andava bene, era come se il quadro chiedesse il tuo, di abbraccio: un quadro solitario e bisognoso di coccole. Proprio così: ognuno di noi poteva scegliere un quadro nudo, e abbracciarlo. Era un invito all'affetto. Alla faccia della crisi.

Ciak si gira

Io vi ho mentito, parzialmente. Anzi, più che una bugia è stata una voluta omissione, quando ho raccontato della mia esperienza romana alla Mostra di Claudio Cionini, del mio discorsetto tappabuchi davanti a tutti  i presenti, e ho detto che era andata meglio rispetto all'intervista con microfono sotto la faccia alla Mostra di Vincenzo Balsamo. In realtà, c'era stato un episodio intermedio: Giovanni Faccenda mi aveva intervistato con microfono sotto la faccia una seconda volta, anche alla Mostra di Armando Cheri, sempre al Bramante (si vede che è la location che crea un certo movimento); e io, memore della volta di prima, avevo evitato di farmi riprendere dal basso, ero stata infinitamente più sciolta, ormai il microfono non mi frega, ho capito come fare per evitare di mangiarmi mezze frasi. 
Indubbiamente aveva aiutato anche il fatto che tra il Chiostro di Balsamo e il Chiostro di Cheri fossero passati sette mesi, e quella sorta di soggezione-tremarella che mi prendeva quando avevo vicino il Professore dall'Occhio Blu, all'inizio della nostra conoscenza, ormai si era tranquillamente trasformata  in un rapporto tra due fratelli gemelli che si vogliono un bene infinito, e che se da un lato non prendono sul serio quasi nulla di quello che l'altro dice, dall'altro lato non riescono a fare a meno del suo parere. Ci canzoniamo a vicenda, a volte. Ci raccontiamo segreti inenarrabili. Ci copriamo le marachelle. Abbiamo bisogno di sapere, sempre, che l'altro sta bene, senza tanti altri inutili discorsi. Bene e basta. Gladiatori combattivi. Iper perfezionisti. Non lo so se siamo amici nel senso più profondo del termine, per certo siamo qualcosa, qualcosa che mi permette di mandarlo a quel paese se mi fa riprendere in video in un modo che a me non va, e di riderci poi assieme.
Comunque, c'è questo pezzettino di me tra le ore di girato per Cheri, e tra l'altro avevo addosso un gran bel vestitino, un tubino nero di maglina che fa vedere bene quanto ero dimagrita nell'ultimo periodo, con le curve al posto giusto (di solito non sono così vanesia, ma la sofferenza della dieta merita un minimo di ostentazione, a risultato raggiunto). Un pezzettino che ho solo io, un file nel mio computer, e basta.
Perchè su Cheri è successa una cosa curiosa. Eravamo negli studi Orler per non mi ricordo cosa, e parlavamo io, Giovanni Faccenda e Giuseppe De Luca, che definire il regista degli Orler è riduttivo: lui è l'anima tecnica di quegli studi. Aleggia ovunque, ma non in spirito, riesce a farlo in carne ed ossa, e poi tiene calmo Giuseppe Orler, cosa da non sottovalutare. Si parlava di questo dischetto della Mostra di Cheri al Bramante che andava fatto, e io ho buttato lì come niente fosse che tutto sommato si poteva provare qualcosa di diverso dal solito schema: Professore-che-parla, intervista-al-personaggio-famoso, intervista-al-personaggio-sconosciuto già vista nei video degli altri artisti targati Orler. Magari si poteva mettere il Professore in coda, ecco, e magari lasciare più spazio agli sconosciuti. Ma non con la classica intervista a microfono e la domandina "che emozioni ti suscita" che mi sa tanto da candidata a Miss Italia contro la povertà e la fame nel mondo. Un susseguirsi di visi, senza domande, solo impressioni, rapide, continue. E poi io ne avevo di roba pronta scritta, su Cheri, già usata per Trecose e altro, ma mai in video. Ora come ora non saprei dire se è stato perchè Giovanni aveva altro da fare, tra il C.A.M. e tutto il resto di quello che già fa (e quindi non gli è parso vero evitare un nuovo impegno), oppure perchè ha letto nei miei occhi la voglia di provare qualcosa di nuovo e diverso e l'ha fatto per farmi un regalo, oppure perchè l'aleggiante De Luca aveva già previsto tutto, fatto sta che il dischetto di Cheri l'abbiamo fatto io e Giuseppe, mandando in panchina il Professore.
Lo ammetto: era un'esperienza che mi mancava, ed è stato divertente, parecchio. Giuseppe è venuto a casa nostra (perchè con la scusa del video ci sono scappate un paio di seratine con pizza e risate che male non fanno, mai) per farmi incidere i testi, sulla base della scaletta che avevo preparato, ed è stato fantastico, soprattutto quando ha detto che erano scritti bene, e gli piacevano, tranne forse la parte iniziale in cui non si capiva cosa volevo dire realmente (peccato che la parte iniziale fosse una citazione papale papale dal testo di Giovanni pubblicato nel Catalogo della Mostra). Dopodichè, una volta scaricato e ripulito tutto il girato - operazione che si è sobbarcata tutta lui, che aveva fatto le riprese, e sapeva quindi come ridurre a una mezz'oretta abbondante le iniziali tre ore di misto Roma - ci siamo chiusi in cabina di regia un'intera mattinata per il montaggio. Non so cosa pensasse di me Giuseppe De Luca prima di quella mattinata; di certo so che, dopo, si era guadagnato un posto in prima fila in Paradiso. Mio marito mi aveva accompagnato, e mi ha lasciato lì con un mezzo sogghigno, invece delle solite battutine che di solito si presume si scambino due maschietti quando uno dei due consegna l'unica donna presente all'altro. Lui mi conosce bene, e ha guardato Giuseppe con una faccia che era tutto un programma, prima di allontanarsi sognante e felice di aver ceduto l'aureola della sopportazione, foss'anche per una sola misera mezza giornata (lasciare mio marito libero di scorrazzare in un giorno feriale nel magazzino incustodito degli Orler è estremamente pericoloso per i nostri conti correnti bancari; devo dire però che adesso abbiamo una carta di Licata del 1974 da far invidia). 
E' stato bellissimo. Non ero mai stata dentro una VERA cabina di regia, lo dico volutamente in modo infantile, con tutti quei pulsanti, quelle levette e quelle lucine. Praticamente hai davanti un grosso computer su cui metti giù le varie tracce: il video, l'audio di sottofondo (le musiche) e l'audio normale (i miei brani e la gente che parla), e ci smanetti sopra in modo che tutto combaci. Giuseppe De Luca fa questo lavoro da una vita, ed è una persona dolcissima: mi voleva spiegare i vari trucchetti, dove è meglio fare le dissolvenze, come usare i fotogrammi bianchi, ma io avevo già in mente come volevo venisse fuori, e ho cominciato a stressarlo fin dai titoli di testa, con una precisione e una meticolosità che - dopo qualche ora - nemmeno il mio miglior sorriso riusciva a mascherare. Infatti adesso Giuseppe ha qualche capello bianco in più di prima. Ci eravamo ritagliati mezza giornata dai rispettivi lavori per l'intero dischetto, e dopo mezza giornata eravamo esattamente a metà, infatti la seconda parte l'ha montata da solo, peccato. Mi sarebbe piaciuto finirlo insieme, ma mi rendo conto che mettevo a repentaglio la mia sopravvivenza, in cabina di regia ci sono anche oggetti acuminati. Però ho scelto tutte le musiche! Che poi sono due brani di George Harrison, che io adoro (lui e i brani); mi piace questa idea di associare l'opera di Cheri, che si fonda su qualcosa dato dalla terra, profondamente intriso di Madre Natura, alla musica ed al messaggio di un artista che, nell'ultima parte della vita, aveva riscoperto esattamente quel messaggio. Brani che parlano di amore, di bellezza, di fiducia e di divino. Quando il video è stato mandato in onda, durante l'ultimo Speciale dedicato a Cheri, Dario Olivi ha chiesto chi avesse scelto le musiche, e mi è parso che l'accezione della domanda non fosse positiva (a me dispiacerebbe, perchè tengo visceralmente al parere di Dario), ma io insisto: c'era tutto un ragionamento dietro. E poi è stata una prima volta, ci affineremo se ci saranno altre opportunità. L'unico neo è che o leggo i miei testi o appaio nel video: non entrambe le cose, altrimenti si crea una sovraesposizione fastidiosa, qualcuno potrebbe pensare male, come minimo mi becco della prezzemolina come le ospiti di Mediaset. La mia intervista quindi, con il mio pensiero sulle mani di chi lavora il legno, sul flusso di "storia-pietra-legno", sui colori caldi, sulle resine, e tutte le altre cose che avevo detto sbattendo gli occhioni davanti alla telecamera, rimane in quel piccolo file nel mio computer. Giusto un ricordo privato. Per il pubblico, invece, sta già andando in onda su Orler TV il primo figlioletto mio e di Giuseppe De Luca, che se mai riuscirò a capire come si fa inserirò anche qui su Trecose, per quella condivisione che resta pilastro fondamentale di tutto ciò che amo in questo mondo.

sabato 28 settembre 2013

Oggi parla.../15

... Oscar Wilde:

"In questo mondo ci sono soltanto due tragedie. Una, non ottenere ciò che si desidera. L'altra, ottenerlo"


Di solito non mi entusiasma l'idea di mettere due "Oggi parla" uno dietro l'altro; intendo, è il mio blog, preferisco essere io a parlare, e poi, occasionalmente, saccheggiare il web per dare arguti spazi a pochi selezionatissimi eletti. Però ieri ho riflettuto per tutto il giorno su una conversazione che era iniziata alla mattina con una persona a me particolarmente cara, una conversazione che - tra le altre cose - riguardava esattamente questo: la mia naturale calamita per le delusioni emotive. Normali, tra l'altro, se si pensa che io sono sempre quella del post "Six weeks ago" (ed è passato già un anno!), quella che brucia, corre e travolge. 
Alla sera, quindi, mi sono seduta davanti a Trecose cercando una citazione che riguardasse le delusioni, la fiducia malriposta o qualcosa del genere, e sono stata incerta fino all'ultimo perchè Maslow è Maslow, che diamine, non esiste una sola professione che abbia a che fare con la vendita e la gestione di persone (figuriamoci quando la professione in questione riguarda molto da vicino entrambe queste cose) in cui prima o poi non ti arrivi un corso di formazione con la sua piramidona schiaffata in bella mostra sulla lavagna a fogli mobili. O luminosa, per i più evoluti. Maslow e la sua simpatica faccia tonda, che in fondo su molte cose aveva ed ha tuttora ragione da vendere, anche se come sempre una cosa è la teoria e altra cosa è la pratica, attraverso i secoli. 
Quando, una decina di anni fa, è finita una delle mie più importanti amicizie maschili recenti, quindi diciamo non finalizzata allo scambio di figurine ma di idee, di sensazioni, di condivisione del mondo, ed io proprio perchè parliamo di gente dotata di un notevole cervello ho anche avuto la bella pensata di esternare la mia delusione al soggetto in questione, mi sono sentita rispondere che era colpa mia, perchè forse-diciamo-forse "me ne ero costruita un'immagine troppo alta". Ah, Maslow e le sue illusioni! 
Tuttavia, Oscar Wilde giganteggia tra gli amanti delle citazioni, ed averlo scartato mi ha fatto dormire sonni agitati. Quando Wilde sentenzia io mi inchino, a prescindere. Perchè se nove volte su dieci la delusione viene effettivamente, come dice Maslow, da un nostro modo errato di rapportarci all'"altro" (filtrandolo attraverso il nostro essere, e quindi non comprendendolo come realmente è, nei pregi e nei difetti), è pur sempre vero che una volta, una sola volta ogni mai l'"altro", quando ci arrivi, è davvero un completo idiota. Oppure un gran bugiardo. O un opportunista, e tu ci hai perso dietro mesi di affetto e fiducia, senza colpa.
Allora, ecco, un nuovo "Oggi parla", anche se troppo vicino e troppo simile al precedente, evidentemente l'argomento mi tocca davvero dentro, chissà se sono la sola. La sola che, puntualmente, ogni sei o dodici mesi si becca il pugno nello stomaco, perchè si fida troppo della gente, o, come dice Maslow, dell'idea che lei si fa della gente, un'idea che le impedisce - a volte - di "vedere" le cose come stanno. La sola che, anche se lo sa, ogni volta riparte da zero e si butta, perchè il solo pensiero di essere finta, calcolatrice, o peggio ancora costantemente prevenuta e sospettosa la ripugna. Meglio essere considerata ingenua, dopo tutto, e dare, dare, dare, senza aspettarsi di ricevere e basta. La sola che, a causa di questo, ha una piccola, piccolissima e nascosta "zona d'ombra" che è sua, solo sua, dove si rifugia con quei medesimi occhi stralunati e lo stesso broncio quando qualcuno sta arrivando troppo vicino alla parte più sensibile del cuore. Che poi è un po' un controsenso, perchè di solito chi fa finta o è superficiale non ci tiene per niente ad arrivare fino a lì; e a chi ci tiene davvero sarebbe il caso, invece, di credere sempre. 
Mio marito ha visto la mia "foto arrabbiata", e da gran uomo di mondo qual è ha mi detto che, sotto sotto, la smorfia delle labbra sembra sì, arrabbiata, ma gli occhi no. La bocca è una bocca da bambina, imbronciata e basta, ma lo sguardo fulmina. Lo sguardo è adulto, è una sfida, non trasmette rabbia, trasmette grinta. Perchè all'epoca non mi ero ancora riempita delle (pur giuste) teorie di guida e motivazione, di selezione e formazione, di piramidi dritte e rovesce; all'epoca c'era solo l'istinto primigenio, quello che ti trasmette una cosa sola: che sia nel lavoro o nella vita, se qualcuno delude, se qualcuno tradisce, dopo anni, la tua fiducia e la tua sincera amicizia, chi sbaglia è lui.  

venerdì 27 settembre 2013

Oggi parla.../14

... Abraham Maslow:

"Per non soffrire delusioni nei riguardi della natura umana, dobbiamo cominciare col rinunciare alle nostre illusioni rispetto ad essa"













Arrabbiata.
Eraclea Mare (VE), 23/06/1969