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sabato 27 settembre 2014

Belle Epoque

E' probabile che io rischi di ripetermi.
Anzi, direi proprio che mi ripeterò. E vuol dire che va bene così.
Trecose galoppa a briglia sciolta da quasi tre anni, ormai, e per quanto io sia cambiata DENTRO, per un insieme di motivi, non sono mai andata a correggere, ritoccare o spostare i miei post passati (ma tu guarda l'accostamento: "post passati", così ossimorico...) perchè da un lato raccontano com'ero e, in fondo - sulle cose importanti - come sono tuttora, e dall'altro perchè sono testimoni di un'evoluzione, di una maturazione, che mi ha portato fino a qui - con le scelte che ho fatto e con quelle che farò - e modificarli mi sembrerebbe come se smontassi i pioli di una scala: bloccherei tutto, senza possibilità di salire nè di scendere. Tuttavia io ricordo ogni parola dei miei post, perchè ogni parola è stata (soprattutto il primo anno) singola goccia di emozione, di vita, di gioia, di rabbia, travasata e condivisa qui dentro; mi capita, scrivendo, di dire a me stessa "ah, no, questo l'hai già scritto nel post Tale, cancella altrimenti ti ripeti", dando per scontato che anche chi mi legge si ricordi esattamente virgola per virgola le mie frasi (prendetelo come un gesto di carineria nei confronti dei lettori, giusto per non annoiarli, anche se sicuramente pecco di immodestia presumendo che chiunque passi di qui si tatui col sangue ogni lettera che esce dalla mia tastiera...).
Oggi non lo farò! Ripeterò cose già dette, perchè ho provato emozioni già provate, e tutto sommato non importa: non c'è scritto in alcun Vangelo che bisogna per forza essere costantemente nuovi ed originali; un pochino di crogiolamento in qualche cosa che ci faccia stare bene, ogni tanto, ce lo meritiamo.
Ho partecipato ad un corso di formazione professionale dei nostri a Bologna, interessantissimo, e a tal proposito saluto Patty che mi ha promesso che verrà a leggermi -   de vez en cuando - scusandomi se finora ho sempre parlato di assicurazioni utilizzando la parola "spendere" (del resto, il corso l'ho fatto solo adesso), mi applicherò affinchè la cosa non si ripeta. Ho scoperto quanto intrigante sia la psicologia economica, mi affascina, davvero. Ho appreso dell'esistenza di quel geniaccio birbante di Daniel Kahneman. Ho definitivamente capito che il mio domani sarà fuori dal Veneto, mi piacciono troppo i toscani (mica avevo optato per Bologna a caso, come sede del corso, è che lì sapevo ci sarebbe stato un crogiolo di "abitanti del Centro" con cui confrontarmi), sanno prendere il lavoro, le discussioni, le scelte, la VITA insomma sempre in un modo che mi fa impazzire: seriamente, adagio molto, allegro con brio. Ti ci siedi davanti e ti fa tanto Beethoven (adesso devo solo capire come e quando).
Però, ritornata a casa con il mio nuovo bagaglio di conoscenza e curiosità, ho trovato mio marito con il musetto lungo, perchè non è che ci piaccia tanto stare separati, anche se è per annusare l'aria e pianificare un futuro sinfonico. Ci siamo presi un pomeriggio da passare insieme, non casualmente a Padova perchè sapevamo che a Palazzo Zabarella aveva aperto i battenti la Mostra di Vittorio Corcos. 
Ed ecco dove mi ripeto: parola per parola, il mio post "Parentesi" di sedici mesi fa (con preghiera di rilettura: http://trecose.blogspot.it/2013/05/parentesi.html).
Avevamo già visto a Palazzo Zabarella, in quel percorso espositivo eccezionale, circolare, illuminato al punto giusto, Boldini prima e De Nittis poi. Anche su questa cosa del come esporre opere d'arte avevo già scritto in occasione del mio post su Giorgio Celiberti  (altra preghierina: http://trecose.blogspot.it/2013/07/ai-piedi-di-giorgio-celiberti.html), ma già che oggi sono in fase di ripetizione in effetti mi sento di ribadire che le Mostre della Fondazione Bano hanno una marcia in più, e sì che ne ho viste in giro per l'Italia (a Palazzo Reale a Milano, soprattutto, e ci tornerò ben presto che Chagall mi aspetta). E non parlo della scelta delle opere in sè, parlo di come le posizionano, di come ci mettono attorno i faretti, del percorso non "squadrato" (il classico stanza-dopo-stanza-dopo-stanza) che fa sì che tu ti possa trovare davanti, improvvisamente, uno spazio ampio inaspettato, oppure un semi-corridoio, o un piccolo budoir. E ogni luogo racchiude l'opera giusta, per dimensioni, sguardi, sensazioni. 
Comunque dopo Boldini e De Nittis non potevamo lasciare incompiuto il percorso dei grandi ritrattisti (ah, il famoso Museo del Ritratto! Era una chimera nel post precedente, e ora già possiamo cominciare a dargli forma...), e ci siamo gustati il Grande Livornese dal primo all'ultimo sorso. 
Non voglio parlare e non parlerò di Corcos in sè, dei suoi ritratti, dei suoi sguardi, della luce che esce dai particolari delle sue tele, delle sue minuzie esagerate e dei suoi sfumati contorni. Del fatto di quanto lui fosse "oltre", visto che già il suo contemporaneo Ojetti, nell'anno in cui Corcos muore, di lui scrive che "dipinge donne e uomini come desiderano d'essere, non come sono" (eppure i ritratti sono fedeli, la fotografia già esisteva all'epoca, e i personaggi famosi - le cui fotografie sono giunte ai giorni nostri - sono davvero con quei volti, con quelle pose); ma bastava, ritengo, un po' di sfrontatezza in più nel sopracciglio, oppure un po' di rossore su una guancia, la bocca lievemente più socchiusa del normale, per trasmettere qualcosa di DIVERSO, che oltrepassasse la rigidità dello schema sociale, che facesse immaginare cosa la gentildonna o il nobiluomo avrebbero voluto fare mentre si guardavano, e non quanto poi, nella realtà, fosse loro permesso. Non voglio parlare di quanto strano ho trovato che nelle cartoline, negli opuscoli, nei poster, nei puzzle del Bookshop abbondassero le riproduzioni delle sue dame meravigliose, le pelli bianco latte e i capelli raccolti, quando in realtà i ritratti più straordinari erano - a mio giudizio - quelli dei personaggi maschili: barbe, baffi, panciotti, monocoli, mani con unghie traslucide e perfette, visi che trasudavano prestigio, potere, carisma (ma si sa, le donne sono più gradevoli se riprodotte su puzzle). Non parlerò (non troppo, almeno) di quanto mi abbia impressionato leggere come lui incominciasse - nei dipinti - sempre dagli occhi, giacchè se gli venivano bene quelli, era praticamente a metà dell'opera: gli occhi come cardine di un dipinto, quand'anche riproducesse, finito, una figura intera. Gli occhi come fulcro dell'intero quadro, come punto magnetico da cui è impossibile staccarsi, come canale di comunicazione privilegiato, anche nel silenzio, tra chi parla e chi ascolta, tra chi guarda e chi è guardato; esattamente, quindi, come la vedo io, che agli occhi do un'importanza al limite del maniacale, ci passa una vita intera, ci metto - nei miei - tutta la mia essenza. 
Insomma, già non sono titolata per niente quando mi azzardo a parlare di contemporanei viventi, figuriamoci se ardisco farlo su pittori della nostra tradizione, sui quali fior di critici, curatori di musei, esperti di ogni tipo si sono - nel tempo - espressi.
Vorrei parlare d'altro. Vorrei parlare (ancora!) del nodo alla gola, piccolo, sottovoce, che mi prende quando entro nell'Ottocento, sul finale. In una pittura senza esperimenti, che aveva uno e un solo linguaggio. Che parlava di lunghi viali ombreggiati, di mani guantate, di libri poggiati sulle panchine. Sono nata nel secolo sbagliato, lo so e me lo dico ogni volta che mi immergo in quei quadri, è sbagliata la mia seconda cifra, al limite vanno bene le ultime due. Ammetto che mi dispiacerebbe perdere le conquiste scientifiche degli ultimi cinquanta, sessant'anni (in medicina, principalmente, ma anche dal punto di vista tecnico, ora abbiamo indubbiamente delle gran belle comodità), ma probabilmente accetterei comunque lo scambio. Ovvio, e va detto senza ipocrisie, presupponendo di essere benestante, molto benestante, istintivamente ci immaginiamo sempre parte della fetta di popolazione che sta bene (uno scambio temporale per finire a fare la lavandaia, ecco, magari lo eviterei). 
Parigi, la Belle Epoque... quando tutto cominciava e tutto doveva ancora cominciare, quando c'erano ancora valori importanti, sogni da inseguire, regole da rispettare. Quando il tempo correva veloce, ma non scappava via. Con stile, con eleganza, con intelligenza. Le donne volevano essere ammirate ed apprezzate, ma senza bruciare il reggiseno (o il corsetto che fosse), perchè non era certo quello che le poteva emancipare di più o di meno, e nel segreto delle case le decisioni importanti si prendevano comunque sempre in due (almeno, a casa dei miei bisnonni si vocifera fosse così). E anche se c'era già la fotografia, era ancora un gesto vitale regalare un ritratto fatto da un pittore che ti cogliesse l'anima passando per gli occhi. Un gesto d'amore, che mi piacerebbe ancora adesso, in questo iper-contemporaneo che non fa più nemmeno le foto, di normali, elabora e modifica pure quelle; un quadro fatto a pennello e olio, dal vivo o a memoria, o copiando una fotografia, ma che sappia di tempo passato a guardare, a pensare. Un dono che presuppone l'attesa (perchè, poi, io sempre lì torno), il gusto e la poesia profonda dell'attesa, e che non venga bruciato in un nanosecondo una volta ricevuto per passare ad altro, per rincorrere il DOPO. E che, tra cent'anni, testimoni ancora cosa cela il lampo di uno sguardo con la stessa potenza, la stessa malizia, la stessa trasparenza di oggi.

domenica 14 settembre 2014

Cinzia Pellin

Come, ritengo, chiunque gestisca un proprio Blog o frequenti assiduamente un Forum, mi capita spesso di curiosare in Blog e Forum altrui, soprattutto se li ho conosciuti in occasione di confronti, qui, su Trecose, così mi diventano ancora più simpatici. Ultimamente mi sono imbattuta in un ragionamento interessante tra i ragazzi di Finanza OnLine - parlo ovviamente solo del "sottoforum" (oggi vado anche di neologismi internettiani) relativo al Collezionismo/Investimento in arte, perchè F.O.L. è un sito immenso, e decisamente io mi spavento davanti a parole come Trading, Small Cap, Forex e tutti i loro cugini di secondo grado. 
Nemmeno mi ricordo se era una discussione recente o no, ma so che l'avevo trovata estremamente curiosa ed interessante: il loro moderatore si poneva una sorta di Questione Morale, chiedendosi se fosse corretto o meno che gli iscritti potessero "parlar male" molto spudoratamente degli autori che a loro non piacciono. Pur anche anteponendo alle varie opinioni il più classico dei "secondo me". Questo perchè, notava, nemmeno gli appassionati d'arte di F.O.L. sono più i quattro gatti che erano quando sono partiti (famosissimi e citati più di una volta, ad esempio, al "lancio" delle televendite Cagnola, quando sono andati molto vicini a procurare un infarto a Roberto Porcelli), e una cosa è chiacchierare animosamente tra amici al bar, altra cosa è rendere pubblici online pesanti giudizi. Si chiedeva se il rimarcare quanto trovano orribile e sopravvalutato il Tal artista piuttosto che il Tal altro potesse - in un certo qual modo - influenzare il mercato, cosa che a loro non spetta, partendo dal rovinare i rapporti tra il Tal artista e i suoi estimatori. L'alternativa resta il parlar bene solamente degli artisti che si amano, lasciando cadere uno sdegnato e pesante silenzio su tutti gli altri (traducendo: se non ne parlo significa che non mi piace). 
Ovviamente la discussione continuava con gli interventi più disparati, ma a me era bastato il primo per rifletterci un po' su, anche se il discorso mantiene sempre e comunque una base più teorica che pratica (come già il loro moderatore premetteva, del resto, visto che se questo fosse un problema reale varrebbe anche il suo contrario, cioè gli autori di cui qui si parla solo e sempre bene dovrebbero valere già milioni...). Anch'io, in effetti, preferisco in linea di massima affrontare l'argomento Arte solo parlando BENE, dando per scontato che il MALE sia "il resto" (cosa che non succede invece con l'argomento Assicurazioni, o peggio ancora con gli Uomini!); potrei ipotizzare che sia un mio atteggiamento inconscio, per preservare tutta la magia che gira attorno a questo mondo così lordato eppure ancora così fiabesco. Oppure, dal momento in cui io d'arte parlo solo col cuore, preferisco egoisticamente non espormi agli strali degli esperti che arriverebbero se mi permettessi di dire "il Tal artista mi fa proprio schifo" (una volta ad un Evento Orler un gallerista non-Orler mi ha quasi sbranato, perchè ho osato dire che "non capivo" Calzolari... e tuttora penso che sia un gran furbacchione). 
L'arte (nel gusto...) è cosa così personale, così privata, così soggettiva! 
Se devo fare la precisina e sottolineare in rosso e in blu posso farlo senza incertezze con le Assicurazioni, dove tutto è molto più inquadrabile in Vero/Falso, Buono/Cattivo, e, soprattutto, se dico la mia è fonte di assoluta verità, da oltre vent'anni, insomma, Calzolari doveva ancora presenziare a documenta IX. C'è anche da dire che nella sola Italia i cosiddetti "artisti" pare siano oltre trentamila (l'ho letto una volta su una delle varie riviste specializzate, non so se avessero preso a riferimento la Camera di Commercio piuttosto che le Pagine Gialle, ma era un dato preciso), ed è fisicamente impossibile che ad un'unica persona siano tutti noti (e non parlo dell'assicuratrice veneta, parlo anche dei critici più tosti), quindi chi dovesse sentirsi ignorato può tranquillamente pensare di essere un Emerito Sconosciuto, dispiace ma è sempre meglio di Imbrattatele Incapace.
Poi, l'altra sera, mi è venuto in testa una specie di flash. Mi sono resa conto che non ho mai scritto un post su Cinzia Pellin, e dal momento che non è a me sconosciuta (cosa deducibile dai miei trascorsi con la Galleria Vecchiato, infatti l'ho anche nominata - ma solo come fugace apparizione - nel post "Serata di Stelle" del Dicembre 2012) non voglio assolutamente che si pensi che non intenda parlarne bene. Il flash, per la cronaca, mi è balenato all'interno dell'Oratorio della Beata Vergine del Rosario di Limena, una chiesetta sconsacrata annessa ad una delle nostre belle ville venete in cui - nell'ambito della manifestazione "Il Risveglio dell'Arte" - Cinzia aveva una serata tutta per sè. Parlo di venerdì scorso, e direi che dopo un paio di giorni di balenamento è il caso che mi metta alla tastiera per porvi rimedio.
Non so perchè non l'ho mai fatto prima, ormai in fondo sono passati tre anni da quella straordinaria serata di Firenze (Rabarama e "AntiConforme") durante la quale io e mio marito l'avevamo conosciuta, e trovata simpatica, alla mano, carina ed estremamente sensibile. Probabilmente perchè non abbiamo un quadro suo, sotto sotto l'empatia è più elevata con gli artisti di cui ho qualcosa in casa, è come avere qui anche loro, parlarci a quattrocchi, dialogare con lo sguardo (anche con chi non c'è più, io con Xavier Bueno mi faccio sempre un sacco di discorsi). E di questo la colpa è tutta mia, perchè mio marito ha spesso fatto gli occhioni imploranti come il gatto di Shrek davanti a più di un quadro di Cinzia. A parte il fatto che tendenzialmente sono enormi, e noi siamo collezionisti microscopici con un appartamento di conseguenza (già molto pieno, tra l'altro). A parte il fatto/bis che per ammirarli in tutta la loro forza bisogna starci abbastanza distante, e questo presuppone una certa vastità di spazio non solo sulla parete, ma anche sul pavimento. Io non lo so cos'è esattamente: forse mi turbano un pochino. Mi mettono una lieve inquietudine. Mi scrutano dentro. Non c'entra niente il fatto che siano donne (famose o sconosciute, sensuali o acerbe, aggressive o dolci), come hanno sostenuto venerdì provando a psicanalizzarmi, anzi, forse se fossero uomini la sensazione sarebbe anche più violenta. 
E questo esattamente perchè Cinzia Pellin è brava, mostruosamente brava (mostruosamente in senso buono, ovvio). 
Lei non dipinge volti, dipinge STATI D'ANIMO. Uno stesso viso, infatti (e questo si nota sui ritratti più famosi) può cambiare completamente espressione solo per una pennellata più carica di bianco. Perchè lei dipinge, intendiamoci, sopra a TUTTO il disegno, anche se a prima vista non sembra perchè i suoi soggetti suggestionano e catalizzano immediatamente lo sguardo su quei particolari intensi e così minuziosamente cesellati, che lei fa esplodere fuori dalle tele: le bocche - quasi sempre - gonfie, carnali, tanto reali da sembrare irreali (ed era un contrasto forte, incredibilmente ipnotico, quello di queste bocche come cuori sanguigni, con le pareti e le volte di una chiesa disadorna, quasi che non aspettasse altro che essere rivestita ed arricchita in questo modo tanto inconsueto). Ma anche gli occhi, i capelli, oppure particolari delle vesti: una sciarpa di lana, sulla quale si potrebbero contare i singoli punti, oppure lucidi guanti, o una stola di pelliccia che ancora sembra essere lambita dal vento. 
Il bello delle opere di Cinzia Pellin, la sua maestria, è scoprire ciò che sta OLTRE a questi particolari, il resto del ritratto. Le sfumature lattee, gli infiniti riporti di ghiaccio, il chiaroscuro giocato solo sui grigi, la capacità di trasmettere un'emozione solo con strati di puro bianco. Non è una fumettista alla Milo Manara, per intenderci, gran disegno e sensualità all'ennesima potenza, ma se togli la seduzione casca il palco. Cinzia oltrepassa il concetto di "donna", è un unico soggetto: dalla bambina all'adolescente all'attrice immortale, che non ti vogliono sedurre, ti vogliono solo attraversare con i loro sguardi. Non giocano con te, non ti provocano. Si limitano ad osservare, immobili, magnetiche, eterne in una dimensione fuori del tempo, chi passa loro davanti, silenziose testimoni di un profondo talento.
Di recente ho iniziato ad intrattenere una corrispondenza epistolare via mail con un pittore/letterato/pensatore - non mi piace dare definizioni e mai come nel suo caso sono in difficoltà a farlo - incontrato su Trecose. Sto leggendo alcuni libri scritti da lui, e in molte, moltissime cose non potremmo essere più diversi (io, che pensavo di essere troppo chiusa alla modernità e alla tecnologia, troppo legata ai canoni del passato ed alla tradizione, in confronto a lui sono un'astronauta), ma, come spesso succede, è proprio nella diversità che si scoprono le idee migliori. Una sua frase buttata lì per caso insieme ad altre mi ha acceso una lampadina, ed ora non riesco più a guardare ad un artista senza pensarci. Lui sostiene che ogni artista contemporaneo dovrebbe misurarsi con i grandi del passato prima di aprir bocca, e va oltre, affermando che creare appositi Musei per la sola Arte Contemporanea sia un errore. In questo, sono assolutamente d'accordo con lui, perchè finisce che spesso si riempiono di provocazioni inutili, tutta robaccia che con l'Arte con la maiuscola non ha nè avrà mai niente a che fare. 
La creazione di una sorta di Musei Tematici ove mettere in confronto le opere dei secoli passati con quelle dei sedicenti artisti di oggi permetterebbe di ridurre drasticamente quel famoso numero trentamila (e consacrare definitivamente talenti del nostro tempo: alcuni dei Bianchi più intensi e graffiati del "mio" Antonio Pedretti, ad esempio, forse non reggono perfettamente la "sfrontata vicinanza", per usare le parole del mio Lettore, se accostati a Turner o a Constable in un ipotetico Museo del Paesaggio?). 
Poi, come in ogni cosa, c'è sempre di mezzo il gusto del singolo; tanto per dire, su Gianfranco Meggiato, che era l'argomento del mio ultimo post, non ci siamo trovati d'accordo, visto che a me piace da matti e a lui no. Mi ha invitato a confrontarlo con Boccioni, ad esempio, ma proprio accanto a Boccioni ed alla sua esasperata ricerca di modernità, di movimento, di nuove materie io lo vedo magnificamente! Boccioni - se trasportato ai nostri giorni - l'avrebbe, credo, letteralmente adorato. Una Sfera di Meggiato di grandi dimensioni non sfigurerebbe per nulla a Milano, giusto a fianco di quella "Forme uniche nella continuità dello spazio" che imprigiona anche il respiro di chi le passa accanto, non solo lo sguardo ed il tatto, in un unico filo conduttore. 
Ebbene, mi ha talmente catturato questa idea dei Musei a Tema che adesso metto in "sfrontata vicinanza" chiunque vedo, e vorrei vedere Cinzia Pellin nel Museo del Ritratto. Anche solo dal Rinascimento in qua, tralasciando gli enigmatici sguardi egizi, le statuette elleniche o romane, e al limite anche quel poco che il nostro Medioevo impregnato di religione e paure ci ha lasciato. Vorrei farmi tutto il percorso, lungo, lunghissimo, dai volti di Piero della Francesca e di Antonello da Messina in poi, e trovarla alla fine, con i suoi particolari da primissimo piano, veri, forti, per niente Pop (a gusto mio, molto del "Pop" busserebbe invano, al Museo del Ritratto...). Differenti, certo, completamente, dagli sguardi dei secoli precedenti, ma comunque in grado di trafiggere l'anima dalla loro penombra. Me li andrei a guardare lì, senza neanche bisogno di svuotare tre pareti, e un poco alla volta supererei l'incertezza.

domenica 31 agosto 2014

Meggiato (istinto e ragione)

E' arrivata. E' arrivata, infine. Proprio LEI.
E io... sono così felice!
A dirla tutta, ho dovuto riscattare un paio di Polizze Vita che avevo da qualche anno, e non è cosa che dovrei spifferare ai quattro venti, visto che il mio mestiere è continuare a venderne, non invogliare la gente a levarle via. Le Polizze Vita sono un investimento tranquillo e sicuro: sono impignorabili ed insequestrabili (aspetto sempre molto allettante per chi non vuole che altri possano mettere le mani sui suoi soldi), hanno nella quasi totalità dei casi una resa minima annua garantita in partenza, che salvaguarda l'investimento da fluttuazioni del mercato e/o altre sgradevoli sorprese, possono dare - a scelta - tutta una serie di interessanti garanzie accessorie a protezione della mia e della vostra serenità. Quindi, se potete (e con questo intendo se vi avanza qualche soldo all'anno - che non volete lasciare in Conto Corrente - dopo aver pagato il cibo, i detersivi, la bolletta del riscaldamento e tutte le altre spese minime per la sopravvivenza), un pensierino è sempre bene farlo. Magari come alternativa alla classica obbligazione, o al CCT, visto che ora come ora i Titoli di Stato non rendono un tubo.
Io l'ho fatto, più volte, a suo tempo. In fondo, io avrei anche qualche ragione in più rispetto a voi, perchè ogni anno ho degli obiettivi di vendita da raggiungere, e quindi stipulare ogni tanto Polizze Vita a me stessa è anche un modo per raggiungerli (con tutte le piacevoli conseguenze), oltre che un modo semplice e pulito per accantonare denaro in sicurezza.
Però l'ho già detto come in questo periodo io mi senta fuori dal mondo. Voglia di cambiare aria. Voglia di cambiare faccia, e facce intorno a me. Voglia di PRESENTE, oggi.
Dopo tutto, queste Polizze sono così... noiose. Sono solo dei pezzi di carta con una scadenza molto lunga. 
Non bisognerebbe mai chiuderle anticipatamente, lo so bene io per prima, soprattutto se stipulate in una formula che, alla fine del percorso, ti dà un bel po' di rendimento extra (ma veramente un bel po', in doppia cifra), ma devi arrivarci dritto come un treno e senza interruzioni, alla fine del percorso, perchè se cambi idea per strada ci smeni parecchio. Ed è giusto così, del resto: se vuoi la doppia cifra garantita devi garantire tu per primo di fare il bravo. Altrimenti, ciccia. 
Diciamo che sono formule per chi non cambia idea spesso. Sono formule per chi non è malato d'arte. Sono formule per chi non va a Madonna di Campiglio per festeggiare le dirette estive con gli Orler. Sono formule per chi non si trova davanti al naso la Sfera di Gianfranco Meggiato dei suoi sogni, proprio lei, proprio quella che ti è passata davanti agli occhi per anni e anni mentre tu potevi solo sospirare (e firmare Polizze). Eh, già. Quelli malati d'arte, che vanno a Campiglio per il weekend, che si trovano davanti al naso Meggiato e non solo Meggiato, va a finire che passano la notte immersi in complicati calcoli, e il lunedì successivo riscattano le Polizze perfettamente consci della percentuale di abbattimento del loro investimento finanziario.
Chissenefrega, però. Vi posso assicurare che, mentre dicono addio al cospicuo bonus finale della Polizza Vita, aprono la porta dello spirito ad una delizia che nessun pezzo di carta  potrà mai dare. Aprono un portone anche ad un tipo di investimento differente ma ugualmente interessante, se vogliamo essere precisi, perchè Gianfranco Meggiato è un nome ormai consolidato e molto desiderato, e sono certa che le sue opere sono sempre soldi ben spesi, a qualsiasi latitudine. Ma visto che ormai mi conoscete bene, sapete che questo aspetto della questione è per me decisamente secondario. 
Nemmeno mi ci metto, a discutere con chi non lo ritiene un Grande, oppure con chi non lo ritiene neanche un artista ma solamente un bravo designer, e mi fa la faccetta di compatimento come se avessi buttato il mio capitale - garantito e impignorabile - dalla finestra. Anzi, un bacio in fronte a chi non lo conosce per niente, non conosce i suoi lavori, e resta con la bocca aperta. Mi piace sentirmi dire: "Caspita, che bel Meggiato", dà il la ad un profondo dialogo tra appassionati. Mi piace anche: "Bel pezzo, chi è l'artista?"; è più raro, perchè Meggiato è abbastanza conosciuto da chi frequenta casa mia e colleziona arte, ma può capitare. In questo caso la discussione è più dotta e divulgativa. Tuttavia resta impareggiabile il silenzio, lo sguardo stupefatto, lo sbalordimento di chi non sa assolutamente nulla di arte contemporanea (e ce ne sono davvero molti, anche se a chi popola il mio mondo può sembrare strano) e se ne esce con un: "Bellissima, ma... che cos'è?". Io, questi qui, li adoro. Perchè adoro poche cose come poter parlare degli artisti che mi piacciono, e sono le domande così che me ne danno la possibilità. Non "chi è", tra l'altro, quanto "che cos'è". Il profano che si avvicina e, pur non capendo come e perchè, SENTE, AVVERTE qualcosa. Puoi raccontargli tutto. Puoi spalancargli una finestra con dietro un intero universo. Puoi dirgli "Sei tu, solo un poco nascosto", e vedere che faccia fa quando capisce che è esattamente così. Quella sfera centrale, così intima, così lucida, così perfetta, racchiude tutti i tuoi pensieri più nascosti, le tue paure, le tue gioie. La puoi intravedere appena attraverso questo reticolato scuro, che sei sempre tu, quando lasci che la vita ricopra il tuo soffio vitale, il tuo zelo, il tuo fuoco. Tocca. Mettici pure le mani sopra, dentro. Senti il vuoto, con le dita, dopo aver visto il pieno con gli occhi. 
Erano anni che ci pensavamo, a questa Sfera. Proprio a lei, perchè una cosa che non sempre capisce chi commercia arte per mestiere è che le opere non sono tutte uguali (certo, a meno che uno non compri per puro investimento, allora tramite il suo consulente va a caccia di un paio di Boetti due metri per due, li mette in una bella cassaforte senza neanche sapere come sono fatti, e la cosa finisce lì: io parlo per chi compra per il puro gusto, per la bellezza, per emozionarsi, principalmente). O meglio, è probabile che lo capiscano perfettamente (nessuno meglio di loro vede la differenza tra un quadro ben riuscito e una robaccia immonda, anche se della stessa mano e della stessa dimensione), ma quando si tratta di venderle ai collezionisti fanno finta che il concetto passi in secondo piano. Mi fa un certo che quando, in certe televendite, a chi vuole un quadro che invece è appena stato confermato da qualcun altro dicono: "Te ne tiriamo fuori un altro". Come se fosse la stessa roba! Come se fosse un chilo di pane! Mi dia due pacchi di fusilli! Non è possibile, non è solo il NOME. Non è solo il SOGGETTO. Non è solo la DIMENSIONE. E dirò di più, non è nemmeno solo il fatto che l'opera sia bella o brutta o così così. Anche all'interno di opere universalmente definibili "belle", c'è una musica che si sprigiona solo da quel pezzo, lui e lui solo, per me, e magari a qualcun altro non dice niente (per fortuna, così dev'essere). E' una vibrazione che ti attira. Mi sa che anche con l'arte vale il proverbio "Dio li fa e poi li accoppia", come con i fidanzati, o i cani. Compri cose che senti simili a te, ti circondi di opere che siano in sintonia con il tuo ritmo interiore, e se ci si avvicinano solamente non ti senti completo, è come sentire una stecca durante un concerto. E infatti spesso ci si perde il cuore, su certi pezzi, perchè non si può comprare sempre, perchè non è il momento, perchè c'è chi te li soffia sotto al naso, o semplicemente perchè non hai Polizze Vita oculatamente sottoscritte anni prima da riscattare.
C'è gente per cui le Sfere di Gianfranco Meggiato sono solo delle grosse palle di metallo, gradevoli ed ornamentali. Una vale l'altra. Tra l'altro, pur nei brividi sinistri che mi dà questa frase, ammetto che è una bella cosa che i suoi lavori PIACCIANO - in effetti - praticamente a tutti (anche a chi non le considera arte). Perchè trasmettono comunque qualcosa, anche a chi non considera il loro messaggio intrinseco (l'io nascosto, la ricerca del sè, l'alternanza di vuoti e di pieni come specchio della vita...). Magari perchè riescono a vederci l'enorme lavoro tecnico, la perizia certosina, o semplicemente l'opulenza. Ma nel mio caso, che oltre alla bellezza ornamentale, alla bravura, alle cesellature, conosco e fremo per ciò che rappresenta, figuriamoci se non ne cercavo una che mi rispecchiasse davvero interamente: non troppo grande, innanzitutto, perchè volevamo poterla tenere in camera. Esattamente di fronte al letto, così è la prima cosa che vedi quando ti alzi, l'ultima prima di addormentarti, e troppo grande soverchia (nemmeno microscopica però, perchè non siamo scemi, e se si colleziona bisogna comunque avere dei pezzi decenti e non solo le "voglie di"). 
Assolutamente con la sfera interna, perchè vuota mi inquieta, quella sfera interna è una certezza e un solido riferimento: c'è lei, ci sono io. Attorno alla sfera, tutto attorno, altra materia: io non sono una sfera divisa a metà, non mi sento incompleta. Ma non troppa, giusto qualche voluta elegante che sale, scende e si ripiega su se stessa come un gioco di nastri, perchè chiusa mi soffoca. Visto che ho già vissuto, salvo sorprese scientifiche, ben oltre la metà degli anni che si presume un essere umano normale possa vivere, mi sono meritata un po' di respiro attorno all'anima. Guardo fuori, insomma. E voglio poter riempire io i vuoti che trovo. E' incredibile come Meggiato riesca a creare oggetti PIENI (nel senso che occupano uno spazio fisico, tridimensionale per giunta) contemporaneamente ricchi di VUOTI, di una vaporosità, di una incredibile levità che sembra priva di peso, sembra azzerare la gravità stessa. 
Infine, le spennellature di quella sostanza nera, grumosa e opaca come catrame, che rabbuiano e falciano come notti improvvise il lucido bagliore del bronzo. L'ho già detto e ridetto come per me l'approccio all'arte sia una questione di fisicità (come con le persone, come con tutto ciò che mi prende da dentro, dalla base dello stomaco, da quel plesso solare che sobbalza e si strozza e ti fa mancare il fiato ai primi amori... ai primi GRANDI amori, a qualunque età). Mi piace TOCCARE anche i quadri - le perfette pareti in calce di Marcello Scuffi, i sentieri spatolati di materia di Sergio Scatizzi - figuriamoci ciò che è in tre dimensioni, e oserei dire che con Meggiato c'è anche la quarta dimensione, quella del tempo, perchè quando le sue Sfere si muovono non sono mai uguali a loro stesse, un attimo prima. La buonanotte alla nostra Sfera va data con le mani, con le dita, che scivolano giù per la liscia superficie bronzea ed arrivano alla pancia del vulcano, dove quel sostare di lava scura e rappresa ti attende, per imbrigliare i tuoi pensieri.
Su a Campiglio ce n'era una parete intera: dalle Sfere più piccole, seminascoste, alle grandi, a quelle Piramidi che trasformano il concetto delle Sfere in ricerca d'ascesi. A quell'enorme Disco in marmo bianco che io, tanto per cambiare, ho fotografato appiccicandoci il naso dentro, per non vedere i suoi bordi, ma per sentirlo fremere come un unico organismo vivente, una parete di coralli, una spugna marina fatta di luci e di ombre. Non l'avevo ancora vista, lei. E siccome niente succede mai per caso, ho visto che c'era proprio mentre salutavamo un amico che era appena rientrato dalle ferie e ci stava raccontando di questa sua ultima esperienza in una terra inusuale e primitiva. Un profondo conoscitore del concetto di "viaggio", che ama uscire fuori dagli schemi, ed evita come la peste le destinazioni caciarose e commerciali. Saper viaggiare, imparare ad accostarsi ad altre culture, ad altri Luoghi (intesi come luoghi fisici o luoghi dell'anima), è cosa che richiede tempo, è un percorso che presuppone una certa finezza interiore, un po' come arrivare a comprendere certe espressioni artistiche (quelle che, se prese da zero, suscitano ilarità, o fastidio, o ripugnanza). Quest'anno è stato in un posto della Madre Terra dove è forte e prepotente il concetto di "Madre": primigenio, basico, naturale nel senso più arcaico del termine. Un posto dove la Madre ti aggredisce, se non sei pronto. Ribolle e poi gela. Un posto che ti spacca in due l'anima, all'inizio ti spaventa e poi ti lega a sè, con una violenza ancestrale che azzera millenni di storie e culture, da Est ad Ovest. Io lo ascoltavo, e lo sguardo cadeva lì in mezzo, in mezzo a quella parete che rappresentava perfettamente tutto ciò. E poi ho visto LEI, e ho capito che era come l'Islanda: mi aveva aspettato, ed era arrivato nuovamente il momento di nutrire la parte più importante di me.


domenica 17 agosto 2014

Oggi parla.../19

... Antoine de Saint-Exupéry:

"Se verrai a trovarmi domani, io da oggi comincerò ad essere felice"



Futuro (bis)

Oggi (cioè, non oggi-oggi, questi sono post scritti qualche settimana fa, forse un po' cupi e malinconici, ma oggi-oggi l'aria pizzica e mi ha invogliato a postarli), oggi ho deciso di fermarmi per qualche ora a riflettere su cosa, esattamente, mi dia tanto fastidio - una epidermica repulsione - di questo mondo, di questa società, di questa umanità sempre più incazzata, sempre più aggressiva, sempre più isolata e iper-tecnologica. E credo di averlo capito: è la pretesa di costante immediatezza, il famoso "tutto-e-subito". 
Ecco, probabilmente è questo che non sopporto. 
Una frenesia che ci ha preso tutti, come il morso di un ragno, ed ha azzerato il concetto di TEMPO. Azzerato al punto che un minuto perso diventa una condanna, anche in ferie. Nei negozi, anche nei bar (anche per un  caffè!), la fretta è l'unica dominante, e non parliamo nemmeno di quello che succede negli uffici, a volte mi rendo conto che potrei diventare pericolosa: gente che ti manda una mail con una richiesta ics, e ti telefona dopo trenta secondi per sincerarsi che tu l'abbia letta (uno) e che tu la evada subito (due). 
Santo cielo, come odio le mail!! Uno strumento di comunicazione meraviglioso e gratuito (ti permette di collegare in un istante due persone che stanno agli antipodi) diventato la moderna ossessione. Ci sarebbe da fare un discorso più completo, in realtà, e cioè sull'importanza del contenuto di ciò che viene comunicato, perchè tutta questa facilità e questa immediatezza hanno poi fatto sì che si mandino mail (non parlo della pubblicità, spam o meno, quello è commercio) per qualunque boiata ci passi per l'anticamera del cervello. E non va bene nemmeno questo, almeno una volta la gente doveva prendere carta e penna, mettersi a scrivere con la manina santa, perdere un po' di tempo, appiccicare il francobollo, aspettare i tempi postali, e quindi per lo meno si scriveva ciò che valeva la pena di essere scritto, e ascoltato. Oltre al fatto che la carta, la penna, il francobollo, rendevano tutta l'operazione infinitamente più poetica. 
Comunque, anche lasciando da parte questo aspetto, pur fondamentale, della questione, le odio anche solo per come riescono a convincere il mittente che nel momento in cui ha cliccato "invia", la richiesta sia subito soddisfatta. Mi è capitato direi centinaia di volte: "Avete preparato la cosa tale? No? MA COME: VI HO MANDATO UNA MAIL!!". Certo, magari alle sette di sera, ed era la mail numero ottantatrè della giornata, tutte con la stessa priorità della tua. Questa tecnologia che ci fa credere di essere gli unici, unici ed indispensabili.   
Mi rendo conto che siamo arrivati al punto, almeno qui, almeno dove vivo io (e questa è la base per una considerazione successiva), che non siamo noi ad utilizzare, a sfruttare certi strumenti, ma siamo noi gli usati ed abusati. Siamo noi gli sfruttati. Ci facciamo mangiare i minuti, e questo sprofondare sempre più nella frenesia ci rende perennemente arrabbiati, perennemente insoddisfatti. Ho voluto - ho preteso! - che il mio nuovo ufficio, che ormai tra tre mesi compie un anno (è già passato un anno... eterno e densissimo come sempre, eterno e densissimo come la VITA), fosse un PUNTO FERMO. Parcheggi a iosa, così non mi potete dire di avere la macchina in doppia fila. Quadri dappertutto, così quando vi cade l'occhio su uno Scuffi, sulla Parigi di Cionini, o su quell'Emblema che Franco Ristori mi ha circondato di un'intera storia fatta di ruggine che non sembra nemmeno più lui, io vi vedo di sottecchi, mi fermo, e vi racconto. 
E' incredibile quanto nella locuzione "punto fermo" non mi fossi mai resa conto dell'importanza della parola "fermo". 
Ci sono arrivata per gradi, cercando di capire che cosa mi affascinasse tanto di certe realtà, perchè respirare certe atmosfere è benefico ed altre fanno male. Non per parlare sempre delle stesse cose, ma che la Bottega di Franco Ristori sia un luogo magico l'ho detto più volte; e mica c'è solo lui. Ci sono anche le Gelaterie Grom, ad esempio; posti dove ti siedi su uno sgabello, gusti ogni goccia di quella prelibatezza senza fine, e lo fai senza fretta. Anche da solo. E' un'operazione semplice, mangiare il gelato, ma solo da loro riesco a farla concentrandomi sul singolo minuto, sul tempo che si ferma perchè - per un minuto - è una coccola per me. Che ne so, magari dipende davvero dagli ingredienti genuini, in fondo anche Ristori (se mi si passa il paragone con le materie prime dei gelati) ha un'attività rimasta "genuina". Da lui ho assistito a scene allucinanti, assolutamente impensabili se paragonate al lavoro che faccio io: gente che arriva, chiede se la sua cornice è pronta (perchè, attenzione, doveva essere pronta per il tal giorno, non perchè si siano sognati di passare di là per caso), e gli rispondono di no, che non è pronta. E questi non possono nemmeno lamentarsi, non possono incavolarsi (magari tentano, lievemente, ma niente da fare): certi parti richiedono tempo. Quanto, non sempre si sa. E d'altronde, se vuoi uno dei suoi lavori devi per forza andare da lui, perchè solo lui li fa così. Sorrido, perchè sono paragoni che non reggono con quasi nessun altro mestiere, figuriamoci con il mio, ho avuto casi di gente che ha minacciato di assicurarsi altrove solo perchè l'impiegata doveva andare al bagno. Ma lui riesce ad imporre l'ATTESA, ed a volte è di una bellezza senza fine. Saper attendere rende più invitante ciò che viene atteso. Saper gustare il tempo, quale immenso privilegio.
Io, veneta immersa in un Veneto sempre più frenetico ed aggressivo, sono stanca. E spaventata. Vorrei capire se è così dappertutto oppure se siamo solo noi a lasciarci mangiare dentro in questo modo. Da tempo io e mio marito sappiamo che il nostro futuro non sarà per sempre in Veneto, solo che pensavamo ad un domani un po' più in là, un domani da pensione; il punto è che la pensione non arriva, che il domani non arriva. 
E allora perchè non farlo vivere OGGI, questo domani. Perchè non dare un valore a questo oggi dimenticato nella furia quotidiana, nel possesso di ciò che verrà che ti fa scordare tutto ciò che già hai. Vorrei un susseguirsi di nuovi "oggi". La Compagnia per cui lavoro è diventata enorme, e nel corso dei prossimi dieci-dodici mesi dovrà rendersi conto di molte cose: che cosa vuole essere, che immagine vuole dare di sè, con chi vuole lavorare. Molte Agenzie verranno analizzate, accorpate, fuse tra loro o reinventate. Se devo farlo, il momento è questo: ho messo in moto una macchina, a basso regime, e con un po' di timore perchè una cosa è parlarne parlarne parlarne, e una cosa è scriverlo, ma davvero, anche una volta sola. Però l'ho avviata, e l'ho lasciata andare; magari non succederà niente, magari succederà tutto, io ancora non lo so. Lascio che sia il destino a venirmi incontro, e, forse, il bello di certe scelte è proprio qui: non pensarci fino a quando non diventano vere. 
So che ci sono ancora, altrove in Italia, realtà operose, produttive, nelle quali le persone sanno comunque godersi un po' la vita, sanno fermarsi, sanno sorridere, sanno stupirsi. Case piene di quadri, case piene di libri, i cui proprietari camminano piano, mangiano piano, parlano piano, e si riempiono gli occhi di un oggi che è un punto fermo. Io voglio invecchiare lì.   

Futuro?

Ci sono cose che mi inquietano nel profondo. Professionalmente, e personalmente; ma in fondo, con il lavoro che faccio (al quale continuo cocciutamente ad attribuire una funzione sociale), direi che l'aspetto professionale è spesso strettamente legato all'aspetto personale. 
Una di queste, ad esempio, è l'atteggiamento dei giovani/giovanissimi nei confronti di tutto ciò che è "prevenzione"... parliamo quindi del fulcro del mio lavoro, direi. Non si tratta di scegliere una Compagnia piuttosto che un'altra per la mera R.C. Auto obbligatoria per legge, e possibilmente scegliere a prescindere quella che costa meno; siamo ben oltre questa semplice operazione. Siamo di fronte a persone (e non più bambini, sottolineo, persone ormai cresciutelle, che se ancora non occupano posti importanti se non apicali nelle aziende, nei consigli di amministrazione, in politica o in quello che volete voi, sicuramente li occuperanno entro una decina d'anni) che rifiutano tout-court di pensare a qualcosa che possa accadere oltre "domani". Dopodomani, suvvia, siamo magnanimi, o al massimo il mese prossimo. 
E non se ne vergognano per nulla, ne ho già parlato in un post precedente descrivendo le discussioni dei miei condòmini per decidere se acquistare un portaombrelli che prevedeva la spesa di venti Euro a famiglia. Niente da fare: con venti Euro mi pago le sigarette, piuttosto. Belli, chiari e decisi come il sole. 
Gente come me, gente che fa questo lavoro con passione e perchè ci crede (e con soddisfazione, quando annunci l'arrivo di corposi bonifici che salvano il lato B a famiglie in difficoltà per improvvise spese mediche, o aziende senza più il capannone eccetera eccetera), ci ha messo una trentina d'anni, dai tempi in cui io andavo ancora al Liceo, a convincere l'Italia e l'italiano medio che non solo era necessario, era addirittura DOVEROSO pensare alla prevenzione, pensare a difendere i propri beni da eventi accidentali, pensare a proteggere la propria persona dagli infortuni, pensare ad integrare la pensione. 
E' bastata mezza generazione per ripiombare indietro di oltre un quarto di secolo, e questo pensiero da figlio-dei-fiori-che-non-pensa-al-domani sta ora facendo il percorso inverso, cioè sta aggredendo anche lo zoccolo duro della generazione precedente, quella che PAREVA aver compreso l'importanza di certe scelte e invece adesso sta azzerando tutto, perchè in fondo è più bello, più semplice, più disincantato vivere alla giornata, tanto "cosa vuoi che succeda"...
Sono mesi che rimugino su questa cosa, perchè ormai le volte che ci discuto in ufficio e/o fuori con Clienti giovani non si contano più. E a me piace CAPIRE, mi piace calarmi nella testa delle persone con cui discuto, mi piace analizzare il perchè di certe risposte (intendo, se ci arrivi con un ragionamento ben definito oppure se sei realmente deficiente e parli per frasi fatte solo perchè le hai sentite in televisione). 
Poi mi è successo questo: ho partecipato ad un corso, uno dei tenti corsi di formazione che noi Agenti dobbiamo fare per forza, non importa se li segui o no, non importa se interagisci o no, oppure se dormi o se passi tutte le otto ore d'aula a giocare con lo smartphone, all'IVASS basta che tu abbia tot ore di formazione all'anno per confermarti abile ed arruolato (del resto, chissà se il cane magro del gioco a quiz riesce a firmare il foglio presenze con la zampetta). 
Un corso sulla Previdenza Complementare (neanche li conto più), che questa volta però non era tenuto con il solito taglio commerciale (noi abbiamo i prodotti migliori, noi siamo i più bravi di tutti, andate e vendete come dei dannati non importa a chi basta che lo facciate) ma da un signore pacato e molto tecnico. Mi è piaciuto parecchio, devo dire, e mi ha spaventato nel profondo. Mi è piaciuto perchè ha insistito sul fatto che noi, che in teoria saremmo i professionisti del settore, dovremmo cercare di differenziarci dal cane e tutti i cani come lui dando informazioni più complete e approfondite, cosa che nell'enorme babele della Previdenza Complementare non è facile. Insomma, evitare di dire "comincia a mettere via qualche soldo per la pensione perchè serve" e altre generiche frasi dal contenuto simile (vale a dire il normale approccio per chiunque proponga Previdenza Complementare ai giovani, quando cioè è realmente finalizzata alla pensione-che-non-si-sa-quando-nè-se, e non ad un'operazione di speculazione fiscale per pochi anni, per quelli che sono lì lì), ma davvero spiegare dettagliatamente PERCHE' è necessario sottoscrivere una formula di Previdenza Complementare, come funziona in ogni suo minimo ingranaggio, cosa è successo negli anni passati e come si presume si svilupperanno le cose negli anni a venire. Terrore puro.
Sono venuta fuori dall'aula con un bagaglio tecnico rispolverato alla stragrandissima, e con lo stomaco annodato. Non solo per ME, che lavoro da ventitrè anni e qualcosina, e che potrò andare in pensione solo tra altri vent'anni e mezzo; del resto, questo conticino l'avevo già fatto e cercavo di non pensarci troppo. Nemmeno per l'entità di quella che sarà la MIA pensione futura (una schifezza inguardabile), posto che in realtà le pensioni del futuro saranno agganciate, al momento della loro partenza, al PIL del futuro (anche qualora fosse negativo), e quindi è impossibile fare conti esatti troppo presto. 
Il mio stomaco pensava ai giovani e ai giovanissimi, e stava di un male boia. Persone con davanti un'autostrada di vita prima di arrivare alla pensione, alle quali io dovrei candidamente dire che la le Norme di Legge in tema di pensione sono state modificate - nel profondo! - già sette volte in vent'anni, e di certo non ci metterei la mano sul fuoco che nei prossimi venti non succeda di nuovo qualcosa di grosso. Ma bastasse questo. Aggiungiamoci la fame infinita di soldi di chi sta ai vertici di questo Paese (non faccio nomi, volutamente, perchè la fame non è di chi c'è ora, è una fame atavica, che mangia da sempre e non riesce a smettere di mangiare). Aggiungiamoci - in alcuni casi - l'inettitudine o l'incapacità di chi li amministra, questi soldi messi da parte. Io non sono più tanto sicura che la Previdenza Complementare sia così blindata, e parlo per esperienza diretta visto quello che sta succedendo al Fondo Pensione degli Agenti (figura di m/da davanti all'intera nazione, tra l'altro, guarda caso uno dei Fondi che sta saltando è proprio quello di coloro che li dovrebbero vendere, i Fondi, e quindi come minimo dovrebbero essere i più accorti nel farlo funzionare...); frasi del tipo: "Ci dispiace, qualcosina è andato storto, se vuoi ti spieghiamo il tecnicismo, non sembra sia nemmeno colpa nostra, fatto sta che la pensione integrativa che ti avevamo promesso e per la quale continuerai a versare, ovviamente, sempre le stesse cifre, in realtà sarà il 40% più bassa del previsto, tante scuse, eh".
Per chi è arrivato a leggere fin qui senza collassare, e quindi ha tutta la mia stima dato l'argomento, preciso che nella Previdenza Complementare non ci sono solo i Fondi, ma anche normalissime Polizze Vita chiamate PIP con le stesse caratteristiche tecniche e fiscali, e molto meno problematiche. Giusto per non piangere troppo. 
Ma torno al mio argomento, che è quella sorta di lieve (e sottolineo LIEVE) empatia che mi ha preso verso questa generazione di menefreghisti totali. E' vero, sono egoisti, pensano solo a loro stessi. Il guadagno di un mese (per chi lo ha) va rigorosamente azzerato entro trenta giorni, mettere da parte anche un solo centesimo li fa sentire dei disadattati. Hanno priorità per me incomprensibili: piuttosto che rinunciare alle ferie ammazzerebbero la nonna o il fratellino, per non parlare della palestra, o del telefonino ultimo modello, di tutta quella roba con davanti la "I". 
Ma non deve essere facile diventare adulti senza un futuro. Io ho studiato con la certezza del T.F.R., ho iniziato a lavorare con la sicurezza della pensione (a poco meno di 60 anni era, per le donne, all'epoca! Me ne mancherebbero appena una decina, mannaggia!), ho messo da parte i primi risparmi che rimanevano tali, senza erosioni per tasse, bolli, balzelli vari. Mi hanno cambiato le carte in tavola, ma almeno con qualche colpetto la macchina può restare in carreggiata. 
Questi qui no, gli hanno levato tutto. Deve essere dura lavorare (sempre che tu ce l'abbia, un lavoro) sapendo che lo farai PER SEMPRE, perchè quello è l'obiettivo, diciamocelo: farci arrivare in pensione quando stiamo per morire. Lavorare sapendo che i soldi che hai per le mani sono quelli e solo quelli, perchè su tutto ciò che metti da parte arriva la mannaia. Per forza non vedi l'ora di spenderli! Almeno ti godi un oggi sicuro... E' da incoscienti, ma incoscienti comprensibili. 
Mi sono presa un impegno personale: imparare a comunicare con loro, con questi ragazzi privi di un futuro, questi eterni bambini senza certezze. Imparare come far capire a tutti loro l'importanza di una tutela dell'oggi, se non altro. Devo riuscire a parlare la loro lingua, perchè è sbagliato crocifiggerli quando sono i primi ad essere disperati dentro. Magari il domani riusciamo a capovolgerlo. 

Esisto = pretendo

Non voglio più sentir parlare male delle Compagnie di Assicurazione. Non da chi non è addetto ai lavori, almeno, e quindi le conosce un po' più a fondo e può permetterselo. Siamo arrivati ad una specie di punto-di-non-ritorno, dettato probabilmente dalla follia collettiva generata da questa crisi (crisi di valori, crisi di pensiero, crisi di capacità di riflessione, crisi di dignità soprattutto). 
Ammetto che una minima punta di verità c'è, nel luogo comune che "le assicurazioni non pagano mai"; recentemente ho rabbrividito quando i nostri Liquidatori hanno suonato l'allerta, dicendoci che i controlli si stavano facendo strettissimi e che sarebbero arrivate le lenti d'ingrandimento per le pulci anche sulle denunce più semplici, sulle Polizze più semplici, sugli avvenimenti più semplici. Rabbrividito e tremato, perchè la responsabilità civile è la base di tutto il nostro lavoro, e non parlo solamente dell'obbligatorietà per chi ha un mezzo a motore registrato. Parlo di chi ha cani troppo allegri, o bambini piccoli troppo movimentati, oppure di chi scia, gioca a calcetto con gli amici, lascia i rubinetti aperti, fa cadere gli stendini dei panni dal terrazzino (con o senza i panni sopra, abbiamo visto negli anni entrambe le versioni), o vuole passare con il carrello della spesa tra due macchine parcheggiate molto vicine (parlo di casi reali, eh.... vado, ci passo... vado, ci passo... vado, ci passo, no, in effetti era meglio se non andavo). 
Quando una ragazza mi denuncia un sinistro dicendo che il cane dell'amico che era andata a visitare - cane buono come il pane, ma grosso ed esuberante, poverino, mica sarà una colpa la taglia - giocando le ha rigato il labbro, e il Liquidatore mi sospetta che questa qui sia andata apposta a cacciare la faccia nella bocca del cane (e bisogna vedere com'è questo cane, se davvero è buono, se invece è stato provocato...), io tremo. Perchè ne vendiamo parecchie, di queste piccole Polizze - piccole nel prezzo, ma che fanno dormire grandi sonni tranquilli - e se cominciamo con queste fisime ogni volta che c'è da dimostrare chi ha torto e chi ha ragione, oppure chi-ha-fatto-cosa, io chiudo tutto e cambio mestiere. Non posso perdere il sonno io solo perchè voglio i sonni tranquilli altrui. 
Poi, mentre mi chiedo cosa mai sia successo, perchè improvvisamente le Compagnie hanno deciso che nessuno ha più colpa di niente, che la maggior parte dei danni da responsabilità civile sia da respingere, mi capita che la mia impiegata dagli occhioni blu addetta ai sinistri mi passi una telefonata. E me la passa con la voce rotta dalla telefonata precedente, perchè se tu sei in autostrada e vieni parzialmente coinvolto in un incidente non puoi continuare imperterrito a guidare per i cavoli tuoi chiamando me e sperando che - miracolosamente! - ti risolva ogni rogna: quanto meno ti devi fermare e trascrivere la targa - almeno la targa! - di chi ha provocato il bailamme. Magari uscendo dall'autostrada, tornando un po' indietro, rientrandoci e risalendo il tratto incriminato (dove il responsabile è ancora fermo che si sistema alla bell'e meglio i suoi rottami): lo DEVI fare, perchè io non ho il dono della chiaroveggenza e non posso sapere chi è. E senza inversioni a U, mi raccomando. 
La telefonata del bailamme autostradale aveva rotto la voce alla mia Occhioni Blu - perchè nessuno ama essere insultato quando sta facendo il suo lavoro, e altro non può fare che il suo lavoro - che alla seconda non ce l'ha fatta, e l'ha passata a me, con tante scuse. Mi ha proprio detto: "Scusa, ma questa non ce la faccio, puoi sentirla tu?". 
Ed è andata più o meno così. 
Voce di donna: "Buongiorno, una mia amica si è fatta male a casa mia. Cosa dobbiamo fare per prendere i soldi?".
Io ho rivisto in un unico eterno flash (un po' come raccontano quelli che credono di stare per morire) tutti i miei ultimi dieci anni di lavoro da quando ho aperto la Partita IVA, l'evoluzione del mercato, e i Fondi Pensione, e Bersani e le sue lenzuolate, e le assicurazioni che non pagano mai, e le nostre eterne fusioni, e ho trovato chi mi fa otto Euro di meno; ho respirato a fondo. La telefonata è stata lunga.
Perchè il fatto di avere una Polizza che ti manleva dalle richieste che puoi ricevere per fatti di cui tu sia civilmente responsabile non significa - ma proprio per niente! - che se hai voglia di farti un viaggetto a spese nostre te lo paghiamo senza fiatare. Neppure il fatto di essere proprietario di una casa, peraltro.
Indagando appena un pelo sotto la superficie di quel "si è fatta male a casa mia" ho appreso con rammarico (le lesioni personali rammaricano sempre, io sono un'assicuratrice sensibile) che un'amica della Voce di Donna, che stava seduta sul suo divano in salotto, si è alzata ed ha sbattuto la mano destra contro una porta. "La porta è mia" - ha proseguito Voce - "quindi è colpa mia". Ho faticato un pochino a farle capire che le cose non stanno esattamente così. La porta non si è materializzata all'improvviso dietro all'ignara amica: era lì anche prima, quando questa l'ha attraversata per entrare in salotto e sedersi sul divano piazzato davanti - appunto - alla porta. Se la signora soffre di amnesia ricorrente e se ne dimentica, e si alza di scatto sbattendoci contro e frantumandosi un polso (un controllino per l'osteoporosi comunque non guasterebbe), io - ho usato proprio queste precise parole - "non ravviso una vostra responsabilità". Gliel'ho proprio detto così, in modo forbito, perchè "ma scusa che cavolo c'entri te se la tua amica è una rimbambita imbranata" non mi sembrava professionale, nonostante il caldo. E poi, diciamola tutta, non mi è piaciuto proprio per niente quel "cosa dobbiamo fare per prendere i soldi"; insomma, non mi ha detto "cosa deve fare" (la povera smemorata dalle ossa fragili). Il viaggetto pagato per due, quindi. 
Voce di Donna non se l'è messa via così facilmente; la capisco, magari aveva già versato la caparra, sono cose che seccano. Ha insistito dicendo che quello era il divano del salotto, accidenti, e "cosa ci fa una porta aperta in salotto? La porta del salotto deve stare chiusa". Lo sanno tutti fin dalle elementari, del resto. Che diamine, ci mancherebbe! Come i cinque postulati di Euclide: 
1) Tra due punti qualsiasi è possibile tracciare una ed una sola retta. 
2) Si può prolungare un segmento oltre i due punti indefinitamente.
(...)
E questo è il sesto: La porta del salotto deve stare chiusa! E perchè era aperta 'sta benedetta porta del salotto? A parte il fatto che l'amica c'era entrata da poco, in salotto, e quindi in qualche modo doveva essersi aperta e poi richiusa, a meno che oltre che smemorata e malata di osteoporosi non sia anche dotata di poteri paranormali. "Si era aperta per un colpo di vento". Allora torniamo alla mea - si dice in Veneto. Non c'è responsabilità tua, se ammetti che è stato il vento. Valla a fare al vento, la richiesta danni. Ma non c'è stato verso, dopo una decina di minuti di discussione Voce di Donna mi ha fatto la fatidica domanda: "Ma allora perchè la pago, questa assicurazione?". Assicurazione che comprende, tra l'altro, parecchie garanzie oltre alla semplice Responsabilità Civile della Proprietà (garanzia che avrebbe pagato, ad esempio, se la porta si fosse staccata dal cardine cadendo addosso all'amica in divano), o della Conduzione (garanzia che avrebbe pagato se Voce avesse aperto la porta per sbaglio addosso all'amica, ignorandone la presenza dall'altra parte). 
La paghi perchè qualcuno ripaghi a te la casa se ti va a fuoco, o per ripristinare il tetto nel caso in cui una delle nostre care e ricorrenti bufere te lo scoperchi come una scatoletta di tonno. Ma anche perchè se il tuo enorme albero da giardino al quale tu non hai mai fatto adeguata manutenzione improvvisamente cade sul palazzo a fianco, nessuno ti mangi fuori il salotto buono e la sua porta chiusa. Da notare che quest'ultimo esempio (l'enorme albero sfasciapalazzi) fa riferimento proprio ad un sinistro di Voce di Donna, di qualche anno fa. Magari è proprio per questo che ha pensato che qualunque cosa succeda a casa sua fa fiorire i milioni, chi lo sa. Però la disdetta me la manderà lo stesso. E qui siamo ben oltre la truffetta da quattro soldi di chi denuncia un furto mai avvenuto di un paio di orologi (e lo sa). Ben lontani anche dalle grosse truffe organizzate nei sinistri stradali, con tanto di testimoni e medici compiacenti, che mezzo mondo assicurativo tenta inutilmente di sradicare (tutte cose bruttissime, ma chi le fa sa perfettamente che sono sbagliate). 
Qui siamo su un nuovo pianeta, il pianeta dove non esiste più il concetto di prevenzione ma solo del do-ut-des. Vado a rendere reale l'assurdo pur di pagarmi le ferie, ed è giusto così. E se l'assurdo non si concretizza, mi arrabbio. Quindi, per un po' di settimane, se volete parlare male delle Compagnie di Assicurazione, fatelo senza che io vi senta. O al limite con voce da uomo.

domenica 13 luglio 2014

Essere o non essere

Intendiamoci subito, premetto: io, questo post, non ero così sicura di volerlo scrivere. Non adesso, per lo meno. Non così presto. Volevo lasciar passare ancora un po' di acqua sotto i ponti. Acqua rapida. 
In primis perchè gli avvenimenti sono troppo recenti, e in secundis perchè sono pure un filino delicati, basta una virgola fuori posto per ferire persone a cui tengo molto, e quindi volevo starmene in disparte per qualche settimana ancora. Però c'è un sacco di gente, a quanto pare, che è a conoscenza della mia "improvvisa e delicata amicizia" con Giovanni Faccenda (tanto per citare un incipit da Catalogo a caso), nonchè dell'affetto che mi lega alla famiglia Orler, ed è capitato. 
All'indomani del debutto di Giovanni con una trasmissione tutta sua su Orler TV (tre ore intere condotte da lui, non il suo classico intervento critico di mezz'oretta con sgabellino, tavolino e domandine) è arrivato qualche commento, qualche messaggio, tanto per stimolare la discussione, o provocare una risposta. Commenti nel blog, SMS o Whatsapp indifferentemente. 
Allora scrivo come mi viene, come se fossimo seduti attorno ad un tavolo dopo una pizza, io e i miei affezionati amici punzecchioni. Facciamo che è un lungo post chiacchierata, tanto coloro ai quali non interessa l'argomento lo salteranno a piè pari com'è giusto che sia. Robe nostre. E nessuno si offenda se non vede pubblicati i suoi commenti, perchè con questo tavolo dopo-pizza è come se parlassimo tutti.
Io, a dirla tutta, ne ero venuta a conoscenza con un anticipo relativamente largo, di questa cosa estiva di Giovanni. Bene o male ho le mie corsie preferenziali, tant'è vero che quando mi ha telefonato lui tutto gasato per darmi in anteprima la notizia ci è quasi rimasto male che già lo sapessi (ma non eravamo propriamente in pochi, a saperlo, perchè trattavasi di notizia ghiotta). Abbiamo parlato, in quell'occasione, delle sue idee per qualcosa di nuovo, per qualcosa che non fosse solo "vendita", per qualcosa che fosse un vero ritorno alla bellezza, all'emozione, alla storia dell'arte intesa in quanto tale (una discussione caduta più che a fagiolo dopo il mio ultimo post, intendo quello prima della piccola, dolorosa pausa del 21 di Giugno). Una serie di trasmissioni estive che avessero come sottotitolo "Riflessioni" più che "Televendita", per leggere le opere d'arte anche tramite la musica, la poesia, in una sorta di universale linguaggio. 
Mi piace da morire ascoltare Giovanni quando è così lanciato nei suoi progetti, lo abbraccerei ogni volta. Anche perchè, pensavo tra me e me in mezzo a quel suo fiume di toscanissime acca, se io conosco Giuseppe Orler anche solo un decimo di quello che credo, col cavolo che gli lascerà realizzare una cosa del genere. O meglio, sotto sotto ci speravo, perchè con tutto il bene che voglio agli Orler - tutti, indifferentemente - ultimamente le loro trasmissioni di arte contemporanea mostrano un po' di fiacca. Come dire, sempre le stesse cose, sempre le stesse frasi, e anche sempre gli stessi quadri. Noi, per esempio, che ritengo possiamo essere definiti i telespettatori-medi-Orler per antonomasia, negli ultimi mesi ci siamo concentrati esclusivamente sulle fasce orarie dei tappeti antichi, dove c'è sempre roba da lustrarsi gli occhi, o pulirsi la bavetta (e poi c'è Davide Basilico). Sul resto girava un po' di noia, insomma, e la volta che ti arriva la possibilità di far entrare un nome giovane e nuovo, un nome fresco ma già titolato, particolarmente bravo col pennello e guarda caso con un tipo di pittura che si sposa straordinariamente con il mezzo televisivo, ecco che i sì iniziali alla fine diventano dei no, così, senza spiegazioni particolari (tranne quelle delle orecchie che dovrebbero intendere), e va a finire che se dormiamo ancora se lo frega la Concorrenza, ma non quella ridicola dei mega-sconti che i nomi li brucia: la Concorrenza quella vera, quella che fiuta l'affare, quella seria e galleristicamente organizzata, con la "c" maiuscola non a caso.
L'idea di una trasmissione in cui PARLARE DI ARTE, a prescindere, in mezzo ad opere di artisti della scuderia Orler, certo, ma con la libertà di nominarne anche altri senza timore di finire scaraventati all'inferno, era bellissima. L'idea di uno studioso che si sobbarca tre ore di diretta per favorire il ritorno dei nostalgici, per catturare l'attenzione di chi si limita allo "zapping artistico" o addirittura ne è un patito, per allontanare l'ossessione del prezzo e del coefficiente e riportare al centro del campo l'emozione della bellezza, era direi addirittura POETICA. Ma cozzava un filo con l'immagine che io ho di Giuseppe Orler, la praticità in solida forma umana, lui che agli Speciali domenicali se la mezz'oretta di intervista al critico (quella non produttiva, per intenderci, anche se piace tanto al pubblico) si dilunga di trenta secondi oltre il previsto comincia a friggere, e a fare gestacci con le mani. Sul lavoro, in fondo, anche io sono così: a fine mese i conti devono essere pagati tutti, senza tanta poesia. Mica è colpa sua se quello che per migliaia di noi è passione e sogno, per lui è lavoro. Duro, anche, in un periodaccio economico come questo. 
E quindi, per tornare a noi: non lo so se Giovanni davvero credeva che le sue potessero essere realmente trasmissioni di "non-vendita" e poi si è trovato la sorpresa, oppure se lo sapeva benissimo ma faceva finta nel suo cuore di poter gestire le cose diversamente, fatto sta che sono state nove ore di televendita. Stop. 
Io, per la cronaca, ne ho viste solo sei, perchè Sky mi ha mollato sul più bello. E' evidente che non me le potevo guardare in diretta, visto che le mie quotidiane dodici ore di ufficio ed appuntamenti mi vedono crollare a letto ben prima delle dieci di sera, ma almeno registrandole si possono rivedere con calma (e anche con pignoleria, tornando indietro e analizzando posture, gesti, frasi, come fanno a volte a noi nei corsi di Tecniche di Vendita, e ogni volta ci muoio ma mi tocca). Invece Sky mi ha cannato la registrazione del giovedì, quella sull'astrattismo classico fiorentino, che mi dicono essere andata particolarmente bene in quanto a numeri, ma a me non importa, perchè non ero interessata a quello (quello interessa a Giuseppe), quanto al fatto che Giovanni se la cavasse senza traumi. 
Mi ha fatto una tenerezza-misto-ansia la prima sera, da quanto era emozionato. Grondava a litri. Un Professore molto umano.
Quei primi venti minuti di cardiopalma, mettendo tutto, troppo al fuoco, correndo come un dannato senza ricordarsi che un essere umano deve effettuare almeno una ventina di respiri al minuto, onde evitare che i polmoni collassino. E poi con più calma, ma sempre senza l'abitudine al video, che in effetti non è cosa da tutti. Credo che in quei primi, infiniti venti minuti, sapendo perfettamente che non finivano lì ma che si sarebbero inesorabilmente ripetuti per altre otto volte, lui abbia capito nel profondo cosa significhi fare televendita. E' mostruosamente difficile. Una cosa è parlare ad una platea (anche di centinaia di persone, per carità), altra cosa è parlare ad un attrezzo di metallo che ti fissa. La platea è viva, la VEDI, ne cogli i segnali (ti applaude, o ti fischia, o si distrae, ma comunque ti TRASMETTE qualcosa), puoi adattarti ad essa. In video non vedi che cavolo combina chi sta dall'altra parte: se ti segue, se si addormenta per la noia, se ti sfotte, se ti apprezza, oppure semplicemente se C'E' oppure no. 
La telecamera è terribile ed inesorabile. Tutto ciò che può apparire simpatico dal vivo (il gesto, la camminata, il movimento) in video non va, c'è bisogno di una postura completamente diversa, quasi rigida ed innaturale, ma del resto o fai così o sei fuori dall'inquadratura, e fai venire mal di mare a chi ti guarda. Tre ore sono eterne, spaventosamente eterne, altro che la mezz'oretta di colloquio botta-e-risposta con Dario agli Speciali su Scuffi. Io, personalmente, che ritengo di essere un filino brava a parlare e vendere (del resto un assicuratore è tra i migliori venditori per definizione, visto che non vende nulla di tangibile e fisicamente constatabile, per non parlare di emozioni ZERO bellezza ZERO empatia ZERO), e che posso affrontare senza batter ciglio un'Assemblea condominiale inferocita per spiegare una Polizza Globale Fabbricati (e sono persone ben diverse da chi interviene alle serate nei Villaggi, felice e spensierato), in video non ci andrei neanche sotto tortura. Mi è bastata un'intervista improvvisata di dieci secondi per nascondermi per un anno (anche se, a dire il vero, con un minimo di scaletta in anticipo dieci secondi li reggerei). Inoltre, una televendita ha un contorno che dal divano non si vede, e che può essere la cagnara più totale (gente che ti gira attorno fuori campo, telefoni che suonano, voci che si sovrappongono, amici che passano a salutare), oppure il nulla più totale, nessuna interazione, silenzio e vuoto. Per TRE ORE. E tu devi essere in grado di fissare l'attrezzo di metallo, mantenere l'aplomb, non sudare, continuare a parlare come se niente fosse in entrambi i casi. Infatti da Orler ci sono televenditori con attributi grossi come meloni, tutti. Ed è una capacità ed una preparazione che non si improvvisa, si impara con anni ed anni ed anni di esperienza.
Bene. 
In vari commenti che ho sentito in questi giorni è girato il sostantivo "presunzione". Forse. Ma non dimentichiamo che c'è un confine sottilissimo e labile con un altro sostantivo, che è CORAGGIO. Ho detto prima che io una televendita non la affronterei neanche morta: per questo potrei essere definita pavida, oppure modesta (nel senso che ho perfettamente chiaro il limite delle mie capacità). Eppure chi mi conosce bene sa che io non sono, in realtà, inquadrabile in nessuno di questi due aggettivi. Quanto sono delicate certe definizioni!... 
Giovanni è stato, probabilmente, molto coraggioso. E un po' folle, ma senza coraggio e follia non si parte per una grande impresa. Mi ha ricordato, e gliel'ho raccontato, la prima volta in cui la mia mamma portò me e mia sorella al corso di nuoto per bimbi, nella piscina del Coni. Avrò avuto sette-otto anni. C'era questo gruppetto di bimbi con i loro costumini, c'era l'aria calda dell'estate che arrivava, c'era la piscina grande da 25 metri di un blu profondo che esalava cloro e a me sembrava un mare di pianeti lontani, con tutti i suoi lunghi cordoni di ovali bianchi galleggianti a fare da satelliti, c'era la piscinetta piccola per i bambini, fatta di un mosaico di quadrettini azzurri azzurri. E poi c'era il Terribile Maestro Cianchi, che probabilmente avrà avuto una trentina d'anni ma che io vedevo come un signore di una certa età, tarchiato e peloso, una montagna di muscoli perfetta  e minacciosa, che aveva una tecnica tutta sua per insegnare a nuotare ai bambini che non sapevano farlo: semplicemente, li afferrava e li buttava in acqua. Nella piscinetta piccola, fortunatamente, ma era pur sempre alta un metro e venti, e capitava che qualche bambino restasse sotto per troppo tempo, cosa che lo costringeva a saltar dentro per tirarlo su. Ma lì o imparavi o imparavi. Poi lui ti avrebbe insegnato con calma i vari stili, ma l'impatto era quello: o sotto o sopra. Annaspavi, come una ranocchia triste, come un anatroccolo alle prime armi, come un cagnolino riottoso e bagnato, ma venivi a galla. E ci restavi. Io non ho mai più imparato a nuotare come si deve (le bracciate, le pinnate, il respiro eccetera), ma di certo galleggio che è una meraviglia.
Giovanni ha un po' annaspato, lo ammetto, ma gli va dato atto che Giuseppe Orler ha fatto sembrare il Terribile Maestro Cianchi una mite suorina. Periodo di crisi allucinante, nessuno che scuce soldi per opere d'arte nemmeno durante le migliori domeniche mattina di Novembre, e Giovanni ha debuttato alle dieci di sera di un mercoledì di luglio con i rimasugli di magazzino di Marcello Scuffi.
Va bene, c'erano anche i Mondiali, ma non c'era l'Italia (in quel caso sì, sarebbe stato un suicidio), ed in fondo non credo che i patiti di un'Argentina-Olanda piatta da finire ai rigori siano tutti fini collezionisti. Va bene, si era anche portato dietro quattro nuovi strappi d'affresco giusto per l'occasione. Ma, signori, gli hanno messo  lì la Cattedrale di Amiens!! In assoluto il quadro più orrendo mai dipinto da Marcello, e lo dico senza tema di essere smentita, io che adoro Marcello, la sua tecnica, le sue sfumature, i suoi soggetti senza tempo, e anche sua moglie. Un quadro passato e ripassato in Dio solo sa quanti Speciali (con la cornice, senza la cornice, sotto la luce, in penombra, all'inizio della trasmissione, alla fine della trasmissione...). Enorme, e per questo - se si va a coefficiente - costosissimo rispetto alla qualità (quasi pari allo zero). Roba che dovrebbe essere venduta a farla grande a mille Euro ad un semicieco in qualche Outlet natalizio, o meglio ancora bruciata in piazzale per evitare il ricordo di un vecchio dipinto tanto indecente da parte di un artista così talentuoso. Mi ricordo (e sorrido) uno Speciale in cui Dario Olivi si era lanciato in una spiegazione piena di pathos, perchè sopra alla Cattedrale si vede la famosa scia d'aereo (quasi un marchio di fabbrica per Scuffi, come una seconda firma) e allora vai dicendo che già all'epoca - ben prima delle Darsene e dei Treni - Scuffi pensava al concetto di un tempo-che-scorre-eccetera, all'idea di uno spazio-che-avvolge-eccetera, al mito del viaggio-e-del-ricordo-eccetera, quando Marcello (che era lì presente) se ne esce candido dicendo "no, quella in verità l'ho aggiunta anni dopo, all'inizio non c'era"... Dario è un grandissimo, lo dico sempre, sono queste le cose che ti elevano: non strozzare un pittore in diretta, per esempio. 
E' stata una prima volta difficile, un battesimo duro e in salita, anche la serata sul Novecento, perchè - diciamocelo, dai - degli artisti storicizzati le opere belle, i veri capolavori, ormai sono tutti nei Musei, o nelle grandi collezioni private, o di Istituzioni. Quello che gira nelle Gallerie sono spesso i "poveri resti", ed il venditore non può dire altro che "comprateli lo stesso" anche se ne è perfettamente consapevole.
Le prime volte si chiamano così proprio per questo: sono prime volte. Alzi la mano (o scagli la pietra) chi ha un ricordo stratosferico della propria prima volta. Sì, proprio QUELLA LA'. Oppure dei primi esami. Della prima volta che sei andato in bici senza le rotelle. Oppure guidato la macchina, per la prima volta. Del primo colloquio di lavoro. Del primo giorno di lavoro. A volte sono bei ricordi, dolci, malinconici, diventano belli solo per il fatto di essere lontani. A volte sono ricordi terrificanti, che ci spronano ad essere migliori. Se sono prime volte significa comunque che molte ne seguiranno, ed è questo l'importante. Un percorso.
Io credo, personalmente, che Giovanni abbia buone doti per diventare un buon televenditore: ha un garbo, un'eleganza, una piacevolezza nel parlare che gli sono innati e derivano da quella sua "toscanitudine" che io invidio con tutta me stessa (in senso buono, diciamo piuttosto sconfinatamente AMMIRO , ma ammetto che dal punto di vista professionale un po' di invidia c'è, alla parlata toscana si perdonano molte cose, qui da noi almeno). Intesa sia come modo di porsi, che come profonda cultura, che come conoscenza di storia, di anime e di persone. La tecnica si impara, il mestiere si affina con l'esperienza (del resto, se fosse arrivato lui da zero ed avesse fatto immediatamente una strage, avrebbe voluto dire che gli altri televenditori d'Italia sono tutti dei pirlotti, cosa che sappiamo non essere vera). 
Magari deve far caso che accostare una splendida cravatta Missoni - e parliamo di Missoni, colori su colori su colori! - ad una giacca a RIGHE non è esattamente sinonimo di sobrietà. 
Magari deve dare un drastico taglio al suo abituale uso dell'iperbole: elogiare quattromila volte Franco Ristori durante una trasmissione non va bene, perchè a chi ascolta viene il dubbio che Franco gli abbia dato la mancia per farlo, e vi posso assicurare che non è così. Tra l'altro, non è assolutamente vero che ci mette sei mesi per realizzare una di quelle sue splendide cornici effetto-pietra che vestivano le opere di Scuffi alla Mostra al Chiostro del Bramante (detta così diventa un boomerang!), e men che meno è vero che non ve le voglia fare perchè siete dei comuni mortali e lui lavora solo per i Musei. Anzi, visto che sappiamo tutti che gli Orler spesso corredano le loro opere d'arte di cornici orribili, vi posso assicurare che se le portate da Ristori prendono diecimila punti, e lui sarà ben felice di aiutarvi e consigliarvi. Un bel vestito, studiato e cucito addosso, e non un tanto al metro, cambia l'aspetto di una donna, tenetelo a mente. Vale anche per i quadri, sempre. 
Giovanni ha un cuore grande così, si è buttato a pesce in questa esperienza ed ha fatto tutto in grande, ha esagerato un po' perchè il Terribile Maestro Cianchi l'aveva cacciato in acqua: o sotto o sopra. 
Lo ammetto, ha detto che Alfonso Fratteggiani Bianchi è rappresentato dalle sette Gallerie più importanti al mondo, quando non è vero neanche questo, come la storia dell'inavvicinabile Ristori. E' rappresentato da sette Gallerie internazionali, il che è cosa buona e giusta, e su cui si può effettivamente riflettere per un certo spessore dell'artista, ma non "le più importanti". Questa è una frase che va bene se detta dalla concorrenza televisiva con la "c" minuscola, quella urlata, quella dei mega-sconti, in cui i presentatori dicono con estrema facilità che tutti i loro artisti sono "nei più grandi musei del mondo" perchè nessuno, tra i loro telespettatori medi, si prenderà mai la briga di controllare. I telespettatori Orler invece, oltre ad essere estremamente più attenti e preparati di quelli degli altri, sono anche dei fetenti che non te ne lasciano passare una. 
Notano che l'elogio a tutti i costi sa da finto, così come il bagno di umiltà ricorrente. 
Dopo la terza volta che dici la parola "emozione" mi postano che si annoiano. Che due palle che siete, proprio a me su Trecose, dove la bandiera dell'emozione avvolge da capo a piedi. Indegni. 
Se è per questo, ha fatto anche un paio di peccatucci di ingenuità, tipo mostrare casualmente il cartellino di una presunta precedente esposizione su una grande carta di Antonio Bueno, quando chiunque poteva pensare che lui se lo fosse stampato ad hoc cinque minuti prima del ciak (primo peccatuccio); ebbene, io a quella Mostra c'ero, e vi assicuro che quel quadro è stato effettivamente esposto, ma mostrare il cartellino equivale ad ammettere che almeno una precedente volta è andato invenduto, e psicologia della vendita insegna che il Cliente voglia sempre sentirsi speciale, non ami acquistare cose scartate da altri (secondo peccatuccio). Mai sottovalutare la psicologia. Mai credere che i Clienti siano impreparati o sciocchi, e si bevano tutto ciò che propini loro... per lo meno, non troppo. 
Giovanni è persona acuta ed intelligente, si sta mettendo alla prova e deve sperimentare, comprendere quale può essere il suo stile, trovare una strada da percorrere che sia solo SUA e non una copia di quanto già visto negli altri. Ha le carte in regola per farlo, davvero. Capirà qual è il suo target di riferimento (chi ama Dario e segue le sue trasmissioni, ad esempio, si taglierebbe le vene davanti ai lunghi silenzi notturni di Carlo, e potrei sciorinare almeno un paio di viceversa), e quando hai capito A CHI ti rivolgi, gestire il COME rivolgerti è un attimo. E imparerà ben presto la Regola Fondamentale, quell'universale vangelo che ogni venditore abituale conosce: 

"Non si può piacere a tutti"

E' fisicamente impossibile, sarebbe poco credibile, e tutto sommato direi anche poco divertente.
Io, del mio, ho un solo dubbio, che in verità per me è quasi un cruccio, per tutto ciò che ho vissuto negli ultimi tre anni: che ne sarà del Professor Faccenda, del critico, dello studioso, quello che scrive libri, pubblica saggi nei Cataloghi, e cura importanti Mostre. Quello che tiene conferenze in giro per l'Italia perchè super partes. Amante della bellezza, sostenitore del talento, in grado di dire "questo è un capolavoro, questo invece è una schifezza sovrumana, non compratelo". Se effettivamente questo debutto Orler non si fermerà a qualche comparsata estiva, vedo molto, molto difficile che queste due diverse anime possano coesistere. 
Ma è la sua vita, non la nostra, e noi - da telespettatori punzecchioni e bulimici - non possiamo pretendere di farci i fatti suoi fino a questo punto. Possiamo solo augurargli il meglio, indipendentemente da quello che sceglierà per se stesso, come ad un amico che stacca il gruppo per la salita più importante.

sabato 21 giugno 2014

Oggi parla.../18

... Tiziano Terzani:

"E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell'aria.
Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte,
chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla.
Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio"

Oggi parla.../17



... Beata Madre Teresa di Calcutta:

"E' necessaria l'infelicità per capire la gioia, il dubbio per capire la verità, la morte per comprendere la vita. Perciò affronta e abbraccia la tristezza quando viene"