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domenica 6 ottobre 2013

Furto d'anime

In un post precedente - parecchio tempo fa, ormai - avevo accennato al fatto che mi spaventa quanto l'attuale "crisi" (e lo metto virgolettato perchè mi dà sempre più fastidio usare questo termine, diventato un modo di dire, assunto a capro espiatorio per giustificare tutto ciò che una volta ci saremmo vergognati di fare, degradando noi stessi, le nostre abitudini, i nostri rapporti umani sempre più aggressivi e basici) stia eliminando dalla nostra quotidianità tutto ciò che è superfluo. L'effettiva mancanza di liquidità in circolazione - e questo è un dato di fatto - unita ad una pressione mediatica fuori da ogni grazia divina mai vista prima, sta portando lentamente l'italiano medio, quello che io chiamo "l'uomo della strada", io, te, noi insomma, a realizzare che forse-tutto-sommato se ho una pagnotta in tavola (rafferma, magari), e due tute da ginnastica da intercambiare (quando ne lavo una, uso l'altra) posso sopravvivere comunque. So che c'è chi inorridisce a sentire certe cose, ma io sono e resto una consumista convinta, nel senso che credo fortemente che far girare l'economia (spendere, comprare, consumare) apporti benessere generale a tutti. Non mi piace sopravvivere e basta, proprio per niente. 
Ne parlavo qualche giorno fa con un mio Cliente, beh, diciamo che adesso è un mio Cliente, ma fino a quel giorno lì era Cliente di un Broker, il quale appoggiava a me le Polizze di questo signore. C'è la crisi anche per i Broker, evidentemente; non dico tutti, di sicuro ce ne sono ancora in giro di bravi ed onesti, ma molti finiscono per fregarsene degli interessi del proprio Cliente ed appoggiare le Polizze alle Agenzie che retrocedono aliquote provvigionali più alte, o, detto volgarmente, che sganciano più soldi, indipendentemente dalla bontà del contratto. E che il Cliente si arrangi, tanto se sceglie di andare da un Broker è evidente che non si leggerà mai le Condizioni contrattuali, perchè non ha tempo, o voglia, o perchè non ne è capace, e quindi in caso di dubbi io Broker posso sempre girargliela come mi pare. 
Questo Cliente invece non è poi così sprovveduto (o quanto meno ha delle impiegate in gamba, che sanno capire che se hai una Polizza degli anni Novanta quando la normativa relativa ai danni subiti dai dipendenti è già cambiata tre volte, forse è il caso di preoccuparsi), per cui ha buttato fuori a calci il Broker lavativo, e ha mandato tutte le disdette a me, incavolato come una bestia. Perso per perso, io sono andata a trovarlo (e l'appuntamento me l'ha dato, perchè sa chi sono e come lavoro), con il risultato che ci siamo professionalmente piaciuti un sacco, e probabilmente alla scadenza non solo manterrò tutte le Polizze, ma mi andrò a prendere anche quelle poche che il Broker aveva appoggiato a colleghi della concorrenza che scucivano più di me. Ma non abbiamo parlato delle sue coperture assicurative, proprio per niente: quelle andavano rifatte come si deve, alla svelta, e basta. Mica c'era tanto da discutere. Noi abbiamo parlato di arte, di artisti locali o meno, delle cose che ci piacciono, e di quel benedetto superfluo che fa muovere il mondo, visto che questo signore è un grosso, grossissimo imprenditore (molto noto dalle mie parti) nel settore dell'illuminazione e dell'oggettistica in vetro. Figuriamoci se non la pensa come me. Del resto c'è la crisi, possiamo stare anche con la lampadina che penzola giù dal soffitto direttamente dal filo, ma se ci attacco un bel lampadario di design mi si allarga il cuore e sono più contenta. E vado anche a lavorare più contenta, e sorrido, e non aggredisco la gente che mi rivolge la parola, solo perchè la frustrazione di un domani che non esiste sta prendendo il sopravvento. 
Io, poi, vado matta per i vasi di questo signore qui. Fa oggettistica che è una meraviglia, mille sfumature di ogni colore e dimensione in un'unica forma tutt'attorno nello show-room, un colpo d'occhio da fermarsi ore a fare foto. Io vado matta per i vasi in generale, devo dire, a casa ne ho sparsi dappertutto. Di ferro battuto, di terracotta, di vetro, smaltati, rivestiti di corda, addirittura di quelli fatti dai peruviani con le foglie masticate, pressate e poi verniciate. Alti e stretti, bassi e larghi. Chissà quale strano significato ci troverebbe un freudiano. Soprattutto perchè me li tengo là vuoti, quasi sospesi, pronti per accogliere, sostenere, esibire qualcosa che non arriva mai. Vasi superflui, bellissimi. Famiglie di vasi. Vite di vasi.
Perchè poi il punto è esattamente questo: la differenza tra sopravvivere e vivere. La differenza fra cibarsi, nutrirsi, o invece piuttosto assaporare, gustare. La differenza tra coprire il proprio corpo dal freddo e indossare un bel vestito. La differenza tra guidare la defunta Trabant celeste - che, poverina, a dirla tutta ti portava pure lei dal punto a al punto b - oppure una macchina vera (e neanche parlo delle super-auto di lusso, me ne basta una che abbia un bel suono quando la metti in moto, con le portiere che, chiudendosi, facciano un bel solido "floc" invece che un rumore di ferraglia; poi se dentro è un trionfo di pelle e radica mica mi fa schifo, eh). 
La differenza fra addormentarsi fissando una parete vuota oppure con un quadro appeso, un quadro bello, che ti piaccia, ti trasmetta qualcosa, ti emozioni, e ti faccia fare bei sogni. Questo sta facendo la "crisi" e, credo, purtroppo, chi la sta manovrando: sta uccidendo i nostri sogni! E io, per quanto mi riguarda, non ho alcuna intenzione di permetterlo. Perchè se lasciamo che muoiano i sogni, allora è finita, siamo destinati ad essere come le immagini dei cinesi di cinquant'anni fa: tante piccole marionette tutte uguali, vestite uguali, taglio di capelli uguale, stessi gesti, stessi percorsi, casa-lavoro-casa. Orribile. Io lo faccio spesso, il casa-lavoro-casa, mi stanco, mi sfibro, ma mai fine a se stesso. Lo faccio perchè ho dei sogni da realizzare, e finchè starò in questo mondo qui saranno i sogni da realizzare a muovermi, a spingermi, ad appassionarmi. Non voglio appiattirmi. Poi, nell'altro mondo, si vedrà.
Rimuginavo questa cosa della crisi e del superfluo giovedì sera, perchè siamo andati a Milano, alla Fondazione Matalon, dove il carissimo Marcello Scuffi inaugurava la sua nuova Mostra "Una questione di impegno". Per la prima volta, non ho avvertito la magia. Non è stata la solita festa. Eppure (ribadisco, vedendola ora per la seconda volta dopo la prima, quella di Armodio) la Fondazione è proprio uno spazio gradevole, tutta bianca, raffinata, minimalista, luminosa, così la puoi riempire come vuoi, di tanto colore oppure di non-colore, perchè si adatta a qualunque gesto. La parte al piano terra accogliente, fronte strada ma riservata, mai sfacciata come ci si potrebbe aspettare dalla Milano più modaiola; e poi il piccolo soppalco, intimo, vetro e travi in legno, fatto apposta per un mondo d'acquerello. 
La Mostra è bellissima, cos'altro potrei dire di più su Marcello che non abbia già detto... 
Sono sempre loro, i suoi soggetti, tanto mare, molte notti e molte lune stavolta, tante darsene rispetto ai treni o ai circhi, per mia gioia perchè adoro i suoi silenzi d'acque, comunque mai uguali; e qui posso tranquillamente bacchettare chiunque dica che dipinge sempre le stesse cose. Non scherziamo, per favore (vogliamo parlare un pochino di un tizio che di nome faceva Giorgio Morandi?). Io, un po' per caso e un po' per scelta, ho tra i suoi dipinti i vari soggetti, ma non fa differenza; potrebbero essere tutte darsene, tutte spiagge, e andrebbe bene lo stesso. Quelle dei primi anni Duemila, intense nel blu, con le vele molli a baluginare colori fortissimi - aranci, verdi, rossi - non sono certo uguali a quelle portate al Chiostro del Bramante, monocromi di grigio, pura grafite soffiata su lastre di marmo. O a certe, nuove, di Fiesole, con lampi di mattone e terra. Accantonato l'arcobaleno, mi sembra che negli ultimi mesi di ricerca pittorica Marcello si sia concentrato ancor di più sul supporto: queste tele milanesi sono particolarmente lavorate, graffiate, con tratti rapidi e scuri che ricordano macchie, o screpolature, ma sono solo errori nell'occhio di chi guarda, perchè la superficie è sempre lei, inconfondibile, liscia, unica. Si potrebbe comprare un quadro di Marcello Scuffi ogni anno, per avere una serie di anime diverse, tutte racchiuse sotto quella carezza di vetro, puro vetro soffiato senza mai asperità alcuna. E poi adesso ogni tanto ci fa spuntare qualche albero, cipressi solitari, verde intenso, nuovi colori che ritornano, prodromi di qualcosa che sta per mutare. 
Belli come sempre i suoi dipinti (di Marcello mi piace davvero quasi tutto, è rarissimo che un suo dipinto non mi coinvolga), eppure c'era questa tristezza che ci volteggiava sopra, e che ci portava dentro un po' di freddo. Gente che è arrivata alla chetichella, e che alla chetichella è andata via. Tanti astanti singoli, ma non un vero gruppo legato da amicizia o condivisione. Visi pensierosi, incupiti. Discorsi volanti colti qua e là, monoargomento: crisi e soldi, soldi e crisi. Non facciamoci rubare i sogni! Siamo nel tempio del superfluo, per i predicatori della crisi (cosa te ne fai di un quadro: non si mangia, non ti copre, non ti paga il mutuo, non ti fa andare la lavatrice), ma siamo nello scrigno della vita, per me! Lo scrigno della bellezza, l'attimo sospeso, il respiro del vivere, quel qualcosa che ci tiene uniti, che ci differenzia dall'animale, la capacità di nutrirsi - ma per davvero - di armonia, di piacevolezza. Nutrire l'anima, non solo la carne! Elevarsi da quel "livello zero" da marionette, perchè possiamo rinunciare ad una pastasciutta, per una volta, e non cambierà niente, ma non possiamo rinunciare alla serenità interiore, alla musica del silenzio, al bello, quello vero. 
Qua sul bello vero apro una parentesi, perchè non so se è per via della crisi o meno, ma stavolta Marcello non ha fatto incorniciare i quadri a Ristori, come a Roma e Fiesole, e si vede lontano chilometri. Mi è venuta una fissa pazzesca per le cornici, del resto vado perdonata perchè è una passione scoperta di recente, sono ancora nella fase tutta luccicosa come una quindicenne al primo amore (quando arriverò alla maturità romperò molto meno, promesso). Però sfido chiunque a fare un confronto: l'alluminio coi graffietti finti non è e non sarà mai argento mille, neanche al buio. Ce n'erano alcune che, da molto ma molto lontano, ricordavano quelle "pietrose" create per la Mostra al Bramante, e poi più da vicino, accarezzandole (bisogna accarezzarle, le cornici, con le dita! Sentire che cosa diventa il legno quando viene brunito a mano, con la pietra!), sembrava avessero sopra una pellicola di plastica, come una stampa adesiva. Va bene la crisi, ma scopiazzare è sbagliato, come a scuola. Io, che personalmente a scuola ero un tantino bravina, lasciavo anche che mi copiassero, purchè lo facessero bene: della serie, vi do qualche spunto, ma poi metteteci qualcosa di vostro. Già è una copia, perchè farla anche brutta? Non puoi copiare una giacca di Armani (sempre lì torno, del resto come fa le giacche Armani non c'è nessuno) e pretendere di rifare il modello con un tessuto acrilico triste, con le cuciture storte, o le finiture sbavacchiate a macchina; piuttosto vado in giro con un anonimo ma decoroso maglioncino. Infatti, dei quadri di Marcello, ho preferito quelli con il semplice listello bianco, e basta. Vestitino semplice semplice, come il grembiulino dell'asilo. Mancava l'abbraccio della cornice, ma andava bene, era come se il quadro chiedesse il tuo, di abbraccio: un quadro solitario e bisognoso di coccole. Proprio così: ognuno di noi poteva scegliere un quadro nudo, e abbracciarlo. Era un invito all'affetto. Alla faccia della crisi.

1 commento:

  1. Con questo mio commento vorrei ringraziare e abbracciare Roberto, che ha postato un intervento (che non posso pubblicare) con cui ha diviso con me la sua storia e la sua anima. Non mancheremo di scambiarci qualche mail privata di saluti o di impressioni, prima o poi, come già con Michele, che ormai è diventato pietra miliare di questo gruppetto di innamorati dell'arte vera, lavoratori seri e appassionati di pizza (per ora abbiamo tutti in comune queste caratteristiche... mi piacerebbe una piccola indagine psicologica sull'aspetto "pizza", inquietante e divertente al tempo stesso).
    Tuttavia, pubblicamente e specificamente, lo ringrazio per una delle sue osservazioni, e cioè quando dice che la mia scrittura è come un parlato (niente convertitore vocale però :-) te lo assicuro). E' vero, è una cosa che ho cercato di affinare nel tempo, volutamente, e se qualcuno lo nota lo ritengo un gran complimento. All'inizio era solo una sorta di "deformazione professionale", poi è diventata un modo d'essere, soprattutto da quando ho approcciato il mondo dell'arte con la penna. Mi piace da matti che chi mi legge abbia l'impressione di avermi davanti, magari immaginarmi mentre gesticolo un po' (tenderei a farlo, in effetti, anche se quando me ne accorgo mi tengo...), o sorrido, o tengo il broncio. La voce va via veloce, l'occhio la segue, e si arriva alla fine senza sentire alcun peso. Una volta ne parlavamo con Giovanni Faccenda, mentre confrontavamo alcuni nostri scritti sui medesimi artisti, col risultato che eravamo d'accordo esattamente su questo: lui è bello da "leggere", io sono bella da "ascoltare". Ero e sono tuttora molto contenta così.
    Tra l'altro, credo che proprio per questo i miei post (non tutti, per carità, ma per certo alcuni) siano più gradevoli letti una seconda o una terza volta. Perchè è solo la seconda o la terza volta che si leggono davvero, quando io taccio, ed è il vostro cuore che parla. E lo fa all'unisono con i miei aggettivi, i miei avverbi, le mie immagini evocate, i miei colori, il mio calore. Grazie Roberto. A presto.

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