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domenica 30 agosto 2015

Oggi parla.../21

... il Cartello Buffo:



Beh, qui partiamo col botto. E' relativamente vicino a casa mia, ma vi assicuro che io non c'entro niente. 
Un classico, classicissimo del Comune dove abito, vengono a fotografarlo dalle Regioni vicine (un consiglio: quello a Nord, in ingresso verso Venezia, è molto meno sbiadito di quello a Sud, in direzione Treviso), all'epoca ci siamo fatti ridere dietro da mezza Italia ed è stato ripetutamente pubblicato un po' ovunque, da Quattroruote a Famiglia Cristiana alla Rivista della Bocciofila Laziale. Varcando i confini comunali sud, quindi entrando nella ridente terraferma veneziana, il divieto sparisce: lo si capisce dagli assembramenti nei parcheggi e dietro gli alberi, impossibile sbagliarsi. 
Concepito (ops, che verbo!) per togliere dalla famosa Via Terraglio la lunga fila di signorine, una per albero (nota geo-biologica: c'è un albero ogni venti metri), mi sono sempre chiesta perchè non avessero precisato che il divieto vale solo per le "discussioni stradali". Già mi immagino l'intimità dei talami dei miei concittadini: "Caro, non stasera, ho mal di testa... però se mi prometti che domani porti tu fuori il cane potrebbe passarmi" e zac! Il Vigile salta fuori dall'armadio e sono cinquecento Euro che se ne vanno. 
Per inciso, io non ho il cane.




Dopo il clic all'imbocco di questa bella, liscissima Piazza in un noto Comune toscano, ho chiesto lumi ad un passante, ignaro, che ne ha fermato un altro, e poi un altro, e un altro ancora. Arrivati a circa una dozzina, oltre a prenotare un tavolo in pizzeria già che c'eravamo conosciuti, abbiamo fatto ricorso a Google scaricando il Codice della Strada. Non che la Piazza pullulasse illegalmente di Tavole a Vela, comunque... (l'ho scritto solo perchè mi piaceva il congiuntivo).



Non so voi, ma io conosco almeno una dozzina di gatti che avrebbero qualcosa da ridire.
O da inorridire.



Questa è facile da intuire, quindi niente suggerimenti o battutine, ci dovete arrivare da soli. Mi piaceva anche il tentativo di rima.




Sono andata a trovare una mia amica e questo era affisso nella bacheca; ho cercato di tagliare la parte bassa, per rispetto al nome dell'Amministratore che l'aveva scritto e firmato, visto che lo conosco perchè ho in portafoglio due-tre Polizze di Condomìni amministrati dal suo Studio. 
Anzi, la prossima volta che lo sento mi devo ricordare di chiedergli (giacchè mi risulta, in questo mondo in continua evoluzione e movimento, che la sintassi italiana sia sempre la stessa da quando frequentavo le elementari) come fa lui a tenere al guinzaglio uno spazio comune condominiale. 
Lunghi anni di pratica.  

AGGIORNAMENTO del 03/09/2015:
La mia mamma ha visto questo post, e mi ha mandato una chicca via sms.
Pare che durante la Seconda Guerra Mondiale mio nonno Tano (sempre lui, proprio lui, quello nato a Palermo e bravo a disegnare) tra le tante destinazioni sia passato anche per Cuneo, dove c'era un capitello dedicato alla Beata Vergine recante questo cartiglio: Maria Assunta In Cielo A Spese Del Comune (lo ammetto, non tutto di seguito, ma su due righe). Ovviamente niente foto, ed è un peccato, ma era un'immagine troppo bella per non concretizzarla qui con voi.  
Vuoi mai che ci sia qualche amico da Cuneo o dintorni che mi sappia dire se il capitello comunale esiste ancora, o mi mandi una foto "di una volta" ...  

sabato 29 agosto 2015

Fotografie di vita

Di solito, io in Agosto cazzeggio. Tecnologicamente parlando.
Per riprendere la coda del mio ultimo post, mi comporto davvero come quei surfisti destinatari di tutta la mia più viscerale antipatia: nel mio tempo libero, che improvvisamente ad Agosto si impenna (gli piace vincere facile, comunque, visto che di norma nei restanti undici mesi rasenta lo zero... a quel punto anche due misere orette giornaliere rappresentano una folle impennata), saltello da un sito all'altro senza una meta come una capretta al pascolo. 
Siti di libri, siti di autori di libri, l'immancabile Ebay per vedere cosa combinano i collezionisti delusi di arte contemporanea, siti di viaggi, di località che vorrei visitare, siti di alberghi a quattordici stelle nelle predette località (man mano che invecchio, divento sempre più sensibile all'albergo di lusso; campeggi e ostelli mi facevano un po' schifo anche in gioventù, ma ora è diventato proprio un piacere carnale soggiornare, anche una notte sola, in un hotel come si deve). Siti di curiosità, di assicurazioni, e di scarpe, che per un essere umano di sesso femminile sono come la droga. Blog di gente che conosco e frequento, o che ho conosciuto tempo fa e non frequento più, i blog e i siti di chi mi legge. Siti di Gallerie d'Arte in genere. Video di cuccioli di cane. Di cuccioli di tigre. Di cuccioli di orso. Video di donne imbranate a parcheggiare (mi sento lievemente condannabile per poca solidarietà, ma mi piacciono proprio, e di materiale ce n'è fino alla prossima glaciazione).
A volte digito cose a caso, anche senza senso se capita, per vedere che fa Google, cosa mi presenta. Lo faccio ogni estate, per vedere com'è cambiata la rete da un anno all'altro, e cambia sempre.
Tre anni fa era stato proprio durante una di queste surfate che avevo conosciuto il Blog di poesia del carissimo Tra Cenere e Terra; avevo digitato "Rilke", ci sono cascata dentro ed era bellissimo. Mi sono iscritta subito, e lui da me, gentilmente ricambiando. Avere un blog aiuta il saltellamento, perchè siamo tutti legati, io e i miei lettori fissi (quelli ufficiali e quelli nascosti), e i lettori fissi dei miei lettori fissi, in un unico abbraccio che gira intorno ad un'emozione.
Questo Agosto ho fatto un'altra scoperta, e dal momento che questo è un post da cazzeggio in un mese da cazzeggio ve ne parlo. E ve ne parlo bene, come di tutte le persone che, in vari modi, mi colpiscono. Avevo digitato "non voglio più fare questo lavoro" (d'istinto e senza pensare), che detto così rivolto a Google è un obbrobrio, di quelli che nelle Statistiche dei Blog fanno quanto meno ridere; intanto manca un minimo di punteggiatura (cos'è: un'affermazione o la ricerca di una domanda?), e poi cosa vuoi che ti mostri un motore di ricerca, a parte - se sapesse ragionare - un generico: "e allora??". Cos'è che vuoi sapere, esattamente?? "Questo lavoro" quale?? 
Google non sa che questa frase (così, secca, senza punti particolari) è un tormentone tra me e mio marito a casa, tra me e le mie Ragazze in ufficio, da molti mesi ormai. E' un tormentone velato di tristezza. E' una decisione che ho preso, che ha preso il mio corpo per me prima di farmi scoppiare, che ha preso la mia mente, il mio cuore, il mio spirito. Credo fosse abbastanza evidente, trapelasse da molti dei miei ultimi post ad argomento assicurativo. Dispiace, in effetti, che io voglia smettere, perchè sono ancora convinta di essere proprio brava, nel mio lavoro. Infatti sto facendo le cose con tutta la calma del mondo, non ho bisogno di chiudere baracca e burattini dopodomani. Ma sono convinta che sia diventato un lavoro a termine, con tempi medio-lunghi, ma a termine. 
Da una parte ci sono stati questi ultimi anni (odio dire "di crisi", perchè è dare un alibi a decisioni globali, a mutazioni che con la crisi non c'entrano un tubo, ma per lo meno identificano un periodo definito nel tempo), che hanno visto sgretolarsi l'idea stessa di prevenzione, hanno visto sparire una certa cultura assicurativa che si era formata con fatica in cinquant'anni, dal boom economico dei Sixties in qua. Ora come ora alla gente non importa un accidente di assicurarsi. Minimo del minimo del minimo. Clienti miei, benestanti, proprietari di SVARIATE CASE, che non le assicurano più, così, senza motivo, giusto per risparmiare quei duemila Euro che servono per un pieno di gasolio alla barca. Padri di famiglia, con bambini piccoli e mogli che non lavorano, che quando li implori di sottoscrivere una Puro Rischio del costo di EURO 118 ANNUI ti rispondono "ci devo pensare, sono bei soldi, ne parliamo quando torno dalle ferie". Società che, con il cambio generazionale, vedono arrivare nelle stanze dei bottoni i rampolli tecnologici, che non hanno quel senso etico, quella dirittura morale che deve possedere chi governa un'Azienda che fattura milioni: i dipendenti sono persone, e diventano numeri, l'assicuratore è il consulente di fiducia (come l'avvocato e il commercialista), e finisce che uno vale l'altro. Sei "al loro servizio", e pretendono di trattarti da SERVO. Perchè al servizio, in realtà, nessuno dà più valore, e questo lo vedo in generale: nessuno vuol pagare per qualcosa DI PIU' che non sia tangibile. Il pane lo mangio, va bene. Le sigarette le fumo, vanno bene. I pantaloni fighi li esibisco, vanno bene. Pagare per una persona di fiducia non ha più un senso compiuto (neanche pagare le spese condominiali, comunque, neanche quelle si toccano con mano). 
Dall'altra parte ci sono queste nuove Compagnie, nate da fusioni di fusioni di fusioni, che non mi rappresentano più, non sono la mia faccia. E io, di sicuro, non sono la loro. Buttano via palate di denaro in campagne pubblicitarie, sponsorizzazioni, giochini e gadgets di ogni tipo, e poi perdono Clienti da migliaia e migliaia di Euro perchè i liquidatori non hanno una flessibilità da duecento Euro su un sinistro "col dubbio". Sono sorridenti, gentili, disponibili, danno del tu a tutti - atteggiamento molto americano che a me, personalmente, dà un po' fastidio, ma in genere piace - ma di assicurazioni (clausole, tecnica, a mio modesto parere neanche un minimo di marketing assicurativo di base) non capiscono granchè. 
Vedete bene che non ho parlato per nulla della concorrenza, che sia di Colleghi in carne ed ossa piuttosto che di telefoni, computer o altri supporti: non c'entrano. 
Il mio è un disagio che nasce dalla pancia. Sono un assicuratore palombaro, non ce la faccio ad adeguarmi alla mutazione che svilisce ogni forma di professionalità (e anche di EDUCAZIONE: quest'anno una persona che si straprofessava mia amica ha cambiato Compagnia senza dirmi niente, l'ho saputo dal Database dell'ANIA. Nessun messaggio, neanche una mail, un sms. Ma costa davvero così tanto? Vogliamo permettere ad un Decreto Legge di annullare ogni tipologia di rapporto umano, anche la semplice gentilezza?). 
Secondo me, a naso, nel corso dei prossimi dieci anni e non di più, assisteremo allo stravolgimento delle Agenzie di Assicurazione, che sostanzialmente spariranno (uh, sai quanta gente a spasso, poi!): ne rimarranno poche, e molto grosse, che gestiranno principalmente poli aziendali (piccole e medie aziende artigianali e commerciali, qualche azienda produttiva grossa che non si fida dei Broker, grandi professionisti con cui fare accordi di scambi "commerciali"). La massa dei privati farà tutto direttamente on-line, perchè il loro "tutto" sarà principalmente la RCA obbligatoria nuda e cruda (e non perchè on-line costi meno, ma perchè è indubbiamente, per molti, più comodo), vuoi perchè non hanno soldi da destinare ad altre coperture, vuoi perchè li hanno ma non hanno la minima intenzione di destinarli a questo. E' più figo fare altro.
Ma non voglio tediare ulteriormente il lettore agostano con i miei patemi professionali. Succederà, prima o poi. Se non sarà l'anno prossimo sarà quello dopo, o quello dopo ancora. Farò altro, che sia vendere quadri di paesaggi ai turisti nel centro storico, o supportare mio marito nel sogno di aprire un Circolo Biliardi tutto suo. O magari prendo un franchising e imparo a fare i gelati. Nel frattempo, ecco che esce il tormentone, come un bip, ogni volta che lo spirito ne ha bisogno e vuole essere sicuro che non cambi idea, magari solo per questioni economiche, che hanno sempre il loro appeal. 
Digitando la mia frase-tormentone sono caduta in un Sito di un ingegnere di Pavia, Ingegnere Elettrico per la precisione, nel quale ho ritrovato tante delle mie sensazioni. Dopo qualche breve piluccamento qua e là, visto che mi stava simpatico ho fatto diligentemente quello che il carissimo Roberto da Bisceglie ha fatto con me e Trecose: ho cominciato dall'inizio e l'ho accompagnato fino ad oggi. Magari è per il fatto che ha più o meno la mia età (un pochino meno in verità, ma POCO meno!), e quindi il background è più o meno lo stesso (siamo stati adolescenti negli anni Ottanta, siamo cresciuti nei Novanta eccetera), ma l'ho trovato immediatamente intelligente, ironico, acuto. Non è che ci abbia tanto in comune, sotto sotto, visto che lui essendo Ingegnere Elettrico espertissimo di IT parla una lingua per me pressochè incomprensibile. Ha cambiato una valanga di posti di lavoro, scalando sempre in meglio, come tipico di un bravo Ingegnere esperto di IT in un mondo che ha fatto dell'IT uno dei suoi fondamentali pilastri. Altro che una Laurea in Lettere ancorchè ottimamente conseguita, che ti apre la mente, ti insegna a pensare, ti prepara a qualunque contatto umano, ma vale molto-ma-molto-meno di un diploma da pasticcere per trovare un lavoro OGGI. Ha anche due bei bambini, altra cosa che io non ho. 
Cosa ha combinato questo benedetto ragazzo: niente di stratosferico, tutto di stratosferico. 
Ad un certo punto della sua vita, ha sentito che dodici ore di lavoro, il panino al posto del pranzo, le riunioni alle ore più assurde, otto aerei da prendere nel giro di una settimana, salutare la famiglia solo via Skype lo stavano facendo morire dentro. Ha mollato tutto e si è messo a fare il fotografo professionista. C'è da dire che la fotografia era una sua passione anche prima, intendo dire che sapeva fotografare a livello professionale per hobby, perchè non è che uno si improvvisa fotografo dal nulla, altrimenti mi do la zappa sui piedi da sola, a predicare la professionalità. Un conto è provare un certo piacere a tenere una macchina fotografica in mano, come la sottoscritta (che comunque mantiene un buon livello di empatia con i fotografi, soprattutto i ritrattisti, probabilmente perchè sanno "leggere" anche loro l'anima delle persone dentro agli occhi, come i pittori bravi), avere un minimo di quel che si dice "l'occhio" (sì, mi piace immaginare di fermare l'attimo, QUELL'attimo, in un rettangolo), sapere che se inquadri il soggetto nel centro della foto invece che in uno dei terzi laterali molto probabilmente la foto farà schifo, e un conto è fare il fotografo per lavoro. La mia ultima reflex andava ancora a pellicola, tanto per capirsi. Lui per hobby parlava una lingua digitale.
Ha però trasformato l'hobby in un lavoro, aprendosi la Partita IVA, e facendo un percorso in cui, con somma tenerezza, io ho letto il mio, tal quale. I primi tentativi di farsi pubblicità col banchetto e la musichetta nei Centri Commerciali (pagando, anzi, cercando di pagare anche la SIAE, che nemmeno la SIAE sa come fare...), con risultati zero. La passione, quella vera, che ti fa lavorare quindici ore al giorno invece delle dodici di prima. I guadagni miserrimi all'inizio, poi sempre meglio (beh, su questo la mia parabola è stata inversa...). L'approccio al Cliente, uguale uguale spiaccicato al mio, che ho in ufficio il frigobar, e le caramelle, e la macchina del caffè Dolce Gusto, non le schifezze con la chiavetta da grande distribuzione. Il lasciarsi coinvolgere dai sorrisi dei Clienti, dalle loro vite, dalle loro storie. I matrimoni, i ritratti, i corsi. Le iniziative commerciali, i passaparola. La ricerca di collaboratori a cui piaccia lavorare, possibilmente dotati di macchina fotografica (sembra assurdo, ma come lo capisco, cielo, se lo capisco!). L'essere obiettivamente felice del fatto che la fotografia non sia più appannaggio di pochissimi eletti, e che molti giovani, tra smartphone e compatte, usino dilettarsi in scatti al gatto di casa o alla morosa nel parco, così saranno in grado di capire e di gustare la prestazione di un professionista appassionato. La mia stessa pia illusione, in questo: bene, dicevo, che la materia assicurativa sia ovunque in rete, così la gente non si farà più fregare, avrà un minimo di informazione di base in più, e apprezzerà al meglio il mio lavoro di consulenza. Col cavolo. La gente, la massa, non vuole questo. Vuole una prestazione basica, e che costi poco. Una sveltina, insomma! E' come sostengo io, nel mio settore: ci trattano come donnine allegre, a quello serviamo. Donnine in Social, tra l'altro, perchè solo lì c'è il passaparola, qualunque altra forma di pubblicità non serve. In ufficio a volte capita che non riusciamo a rintracciare un Cliente per qualche comunicazione urgente (arretrati, sinistri, scadenze, qualunque cosa), non risponde alle mail, ha cambiato cellulare: lo contatti su Facebook e risponde in tre secondi. Io non sono su Facebook, non lo sopporto. Sarò costretta a cambiare idea, a uniformarmi a questo enorme contenitore? Davvero un ragazzino americano brufoloso ha tracciato il futuro della comunicazione dell'intera umanità?
Tornando al mio eroe, ha tenuto botta quattro anni, meravigliosi per chi se li fa scorrere sotto al mouse tutti d'un fiato. Fa, peraltro, fotografie bellissime, a mio personalissimo gusto. Odia le schifezze finte tipo Photoshop. COGLIE, o quanto meno ti fa sembrare che abbia colto, con un gran lavoro sotto, che per me che guardo è lo stesso, anzi, anche meglio, così apprezzi l'inventiva. Cose, tante, che piacerebbe fare anche a me. Ha un po' le sue manie, come abbiamo tutti: fare foto alle scarpe delle spose, per esempio. E riprendere, nei ritratti, spesso dall'alto. Averlo scoperto prima, avrei pagato volentieri quel niente che chiedeva per una serie di scatti personalizzati, in qualche bel posto, con tanto di trucco e parrucco. Bravissimo, anche se non gli piace lavorare in seppia, chissà perchè (io lo trovo affascinante, sa tanto da deserti lontani e fumo in qualche angolo dell'anima).
Dopo quattro anni, ha mollato; l'anno scorso ha fatto nuovamente una firma su un contratto con mansioni del tipo che serve una traduzione da parte di un appassionato di informatica, quindi non guardate me. Forse i ricordi della tangenziale di Milano paralizzata dalle code erano ormai un ricordo troppo sbiadito, o non gli si strizzava più lo stomaco al pensiero di strisciare il badge. L'ansia si autoelimina, col tempo. Chi lo sa. E' la sua vita, e lui la vive, la condivide, perchè il Sito l'ha tenuto, anche se lo aggiorna di rado (e gli dispiace pure, un po' come a me per Trecose, vorrei essere ancora tutta qui, e invece il "poco e spesso" non sembra appartenermi). Secondo me tra un po' scoppia di nuovo, anche se ammetto che due bocche da sfamare possono, all'occorrenza, rendere improvvisamente pragmatici. 
Io mi ci sono rivista tutta in un colpo, con le mie insofferenze, i miei sogni così e così (intendo, non così assurdi da non poter essere realizzati, ma non così semplici da potersi realizzare subito e in breve tempo), il mio sentire dentro che c'è ancora una strada lunga davanti, e non posso solo "vivacchiarla" aspettando qualcosa di indefinito. La consapevolezza che non è facendo sempre le stesse cose che facciamo cambiare le cose. Certo, torniamo al fatto che lui è un Ingegnere Elettrico in gamba, e in certi casi basta mettere il naso fuori della porta, adattandosi un po', trovi subito chi ti piglia. Nel mio caso, se mollo l'Agenzia, indietro non si torna; e figuriamoci se un domani torno a fare la dipendente per chi, adesso, è mio Collega, e magari anche deficiente. Sempre posto che non salti tutto il sistema, come dicevo prima. Però 'sta voglia di cambiamento è devastante, accidenti.
Insomma, se vi va, andate a salutare Massimo su www.ciccio.it; sì, lo so che il Sito ha un nome un po' che non diresti (tanto valeva che scegliesse Goldrake o roba simile), ma ne vale la pena, soprattutto se amate la fotografia fatta bene. Lui è simpatico, è perso per sua moglie e i suoi bambini, scrive che ogni tanto strappa la risata, ed è pure carino (questo lo dico solo perchè sono più vecchia, quel POCO che basta perchè non sembri un interesse personale). Ditegli che lo saluto, perchè a modo suo ha reso migliore il mio cazzeggio del Duemilaquindici.

domenica 16 agosto 2015

Se lo dice l'Esperto

Esperienza:
Conoscenza diretta, personalmente acquisita con l'osservazione,
l'uso o la pratica, di una determinata sfera della realtà
(def. Vocabolario Treccani)


In fondo, sono convinta sia del tutto normale. Come ci sono parole che mi piacciono, che amo, che cerco (per la loro sonorità, per come la voce scorre via quando le pronunci, per la forma che prendono le labbra, e ovviamente per il loro significato, per ciò che rappresentano in se stesse e nella mia personale esperienza di vita), ce ne sono altre che non sopporto, in modo viscerale. Roba da innervosirmi di brutto quando sento che qualcuno le sta pronunciando.
Ultimamente, una di queste ultime è "esperto". Già a vederla scritta, da me, ringhio un pochino. 
Parte tutto dalle mie fissazioni per la pubblicità, che sia su carta stampata, in radio o in video. Devo averne fatto accenno in più di un post dei primi, quando indugiavo nel raccontarmi, un po' alla volta: se non avessi fatto l'assicuratore credo mi sarei buttata nel mondo della pubblicità. Che poi sarebbe stato un mestiere assolutamente fattibile per una con la mente sveglia ed una laurea in Lettere agli albori degli anni Novanta, intendo, non si limitava ad essere il solito sogno stile "farò l'arredatrice di interni" - diciamo che io non sono mai stata tipo nè da astronauta nè da ballerina, chè sul primo soffro di vertigini e sul secondo non ci ho il fisico. Prima dell'Università confabulavo di giornalismo o affini, ad esempio. Più prosaicamente ho anch'io tentato (in modo del tutto furtivo, quasi in incognito) la strada dell'insegnamento, in coda dietro a centinaia di nomi con la stessa Laurea, fin quando la momentanea futura suocera, che lavorava appunto in un'Agenzia di Assicurazioni, non ebbe bisogno di me per riordinare qualche archivio. Il più classico degli "in attesa di..." che diventa la vita reale. Niente arredamento d'interni su settimanali patinati, dunque, anche se sospettavo che arrivarci sarebbe stato un po' complicato, ma niente anche al mondo della pubblicità, che continua a popolare e a pungolare la mia mente, sia per un interesse personale sia perchè, avendo io sposato un sociologo dilettante, grazie a lei il dialogo non langue. Anzi, ci sorprende sempre. Che siano pubblicità orribili o ben fatte, storie assurde o ben congegnate, con un testimonial che valga il suo ruolo oppure pagato per niente, è indubbio che dalla pubblicità si ricava un profondo spaccato mica da ridere della realtà quotidiana. Dei giovani, degli anziani. Di dove la gente mette i soldi. Di cosa cerca, di cosa detesta. E' pazzesco quanto bravi siano, certi pubblicitari, ad interpretare "la massa", addirittura, in alcuni casi, ad anticiparla, a muoverla, a condurla dove vogliono loro.
Torniamo alla mea con l'"esperto". L'Esperto è dappertutto, indipendentemente dalla categoria merceologica. Per quanto riguarda il mio settore, l'Esperto se ne sta tutto incellofanato nel portabollo, pronto all'uso in caso di incidente. L'avrete pur vista, no, la pubblicità di una nota (e tra l'altro ottima, intendiamoci, non denigro il suo Esperto per concorrenza!) Compagnia diretta (per i profani vuol dire che non ha Agenzie, cioè di quelle contattabili solo via telefono o via computer), la quale tra i suoi servizi sottolinea come compreso nel prezzo ci sia l'Esperto Incidenti da svegliare dal coma della sua bustina ventiquattr'ore su ventiquattro. Tu hai cannato uno Stop alle due di notte, sei entrato nella portiera di quel povero disgraziato che ha avuto la sfiga di passare di là a quell'ora, e dal buio si materializza l'Esperto. Davvero, puoi telefonare, anche a quell'ora, per sentirti dire che hai torto marcio. Oppure, se sei tu il povero disgraziato della portiera sfondata, sentirti dire che hai ragione, ma muoviti a compilare la Constatazione (o in extremis ad annotarti la targa del colpevole), perchè altrimenti se questo se ne va non si combina un tubo. Grande Esperto. In fondo la Constatazione Amichevole è un foglio con delle caselle da riempire, basta rispondere, può farlo anche un bambino delle elementari; il problema viene dopo, cioè sull'interpretazione di quei dati, ma nella pubblicità si vede solo la prima parte della faccenda, con l'Esperto alla luce fioca dei lampioni che sorride indicando i punti d'urto e dicendo "tu hai ragione, tu no, mi dispiace, hai torto". Godrei nel sapere cosa ti rispondono alle due di notte se chi ti ha sfondato la portiera è un'auto con targa straniera che magari non risulta nemmeno assicurata. 
Ma mica solo di assicurazioni si occupa l'onnisciente Esperto, figuriamoci. Ci sono valanghe di Esperti di roba di Banca, in pubblicità di tutte le sponde, e sorridono tutti come dei matti. C'è l'Esperto per lavarsi i denti (secondo me va in stocca con l'Esperto di Banca, visto il suo sorriso smagliante). C'è una marea di Esperti di automobili, o meglio di motori in genere. Sono sicura che, da qualche parte, c'è un Esperto anche per scegliere il melone al supermercato, così la smettiamo di portarci a casa robaccia che quando la apri è dura, ancora verde, e non sa di niente. Esperti di animali, esperti di profumi per l'ambiente. 
Quello che mi punge, e mi punge, e mi punge, è PERCHE'. Posto che io ho una venerazione per i pubblicitari, visto che l'imbroccano sempre, do per scontato che questa cosa dell'Esperto sia effettivamente quello che "la massa" vuole, e non posso che chiedermi perchè. Perchè c'è bisogno del cartellino "esperto", innanzitutto.
Anche io, personalmente, ricorro a PERSONE CHE ABBIANO ESPERIENZA (detto così suona un po' diverso) in un determinato settore se devo fare una scelta, è ovvio. Ma la citata esperienza la giudico a occhio, in base alla MIA, di esperienza, sul genere umano: se uno è realmente o no esperto di qualcosa lo vedo da come ne parla, da come approfondisce l'argomento, dalla varietà di esempi con i quali lo correda, magari - mica sempre, non voglio sembrare prevenuta - se ha o meno le tempie grigie (salvo su argomenti di tecnologia informatica, lì degli sbarbini mi fido ciecamente). Insomma, non ho bisogno di un cartellino! Non me ne frega niente della qualifica, perchè l'esperienza è, in fondo, esattamente l'opposto... o no? 
Si può essere "esperti per definizione"? 
Comprare l'esperienza? 
Faccio un mero esempio: quand'ero ragazza ho assistito al nascere e al proliferare dei primi Centri Commerciali, quelli enormi, luminosi, dove andare a passeggiare col moroso quando non si sapeva dove altro andare per passare il tempo. Per quanto anonimi e devastanti per il piccolo commercio locale, hanno dato lavoro a un sacco di gente. Una volta, all'interno di uno store che poteva essere l'antenato degli attuali Castorama, Leroy Merlin, Brico Center e così via (il moroso dell'epoca era un patito del bricolage, motivo per cui io ora lo detesto con tutta me stessa - il bricolage, non lui), ho fermato un giovanotto per chiedergli informazioni sulle tende alla veneziana. Era una carognata, in verità, perchè io non avevo assolutamente idea di comprare tende, nè veneziane nè di altra provenienza, e quindi alla fin fine sapevo che gli avrei fatto solo perdere tempo, ma ero estasiata dalla corsia delle tende, di tantissime forme, materiali e colori, quando fino ad allora (sfido chiunque tra i miei coetanei a dimostrare il contrario) le lamelle delle veneziane di tutte le case del mondo erano solo verdi pisello, e larghe quel tot che bastava per stare tra la persiana e l'infisso. Il cuore dell'arredatrice di interni batteva all'impazzata. Il baldo giovanotto (cioè l'Esperto di Tende) ha iniziato un discorsetto mandato platealmente a memoria, e quando l'ho interrotto con una domanda chiusa (facile, basta rispondere o sì o no) l'ha ripreso esattamente dal punto in cui si era fermato (tra l'altro senza il verbo, che stava nel tronco di frase pre-domanda, quindi senza un po' di memoria da parte mia rischiavo comunque di non capire niente). L'allegro siparietto si era poi ripetuto più di una volta (ho già ammesso che era una carognata, tanto valeva farla completa). Questo perchè il giovanotto non era per niente un Esperto, ma semplicemente un Addetto al reparto tende. Mica c'è di che crocifiggerlo, è solo che le parole hanno un loro peso. E vanno rispettate. Il fatto di prendere un ragazzino appena uscito dalle Scuole Superiori, volonteroso quanto basta, inculcargli a memoria un pistolotto sulle nuove tende, non lo rendeva automaticamente esperto. 
Mi si può obiettare che era moooolto tempo fa, sono passati tanti anni (tanti, sì, veleggiamo quasi verso i trenta), adesso è tutto diverso, c'è più concorrenza, c'è più attenzione. Col cavolo. Ditelo a mia sorella, che qualche mese fa è andata da Mediaworld perchè le serviva una macchina fotografica con un teleobiettivo degno di questo nome, e si è trovata ad interloquire con una bella ragazza (addetta e/o esperta di macchine fotografiche, visto che stava al reparto) che alla sua richiesta della Tal Apparecchiatura con il Tal Tele le ha detto, testualmente: "E perchè invece non si compra questa, che è pure in offerta, e ha un bel grandangolo?". Mia sorella ha imparato negli anni ad incenerire con lo sguardo, generalmente lo fa un attimo dopo aver puntualizzato che, in fotografia, il grandangolo è esattamente il contrario del teleobiettivo.
Non massacriamo i poveri Addetti, tutti abbiamo cominciato e abbiamo avuto bisogno di tempo per arricchire il nostro bagaglio di conoscenze, professionali ed extra. Torniamo invece agli Esperti, al perchè "la massa" li cerca, li vuole, si affida a loro come a novelli Angeli Custodi versione 2.0.
Ragionando, io mi sono data due possibili spiegazioni. La prima è che, appunto, quando si PARLA, si interagisce con le persone, tendenzialmente si finisce per capire se uno è davvero esperto di quello di cui dice di essere esperto, oppure se è un fanfarone. Posso ben immaginare di non essere l'unica ad avere il dono di sgamarli ad occhio.
Il problema è che, oggigiorno, la percentuale di acquisti non solo di beni ma anche di servizi su Internet sta raggiungendo numeri impressionanti, e acquistare su Internet è sempre un terno al lotto. Con i beni è solo questione di attendere il Corriere con il pacchettino, lo apri e vedi subito se hai beccato la fregatura o se hai fatto un affare. Con i servizi (assicurativi, bancari, ma anche oltre... parliamo di Arte?? Eh??) è in effetti un po' più problematico, e allora ecco il bisogno dell'etichetta. Hai un Esperto, ci mancherebbe, non hai buttato i tuoi soldi nel cesso, dai! E' evidente che se/quando chiamerai (nel nostro caso, ad esempio, non è sempre detto che serva, anzi, in teoria l'ideale sarebbe che non succedesse mai) non avrai modo di vedere se ti stai davvero confrontando con uno che fa quel mestiere da vent'anni e sa di cosa parla, piuttosto che un ragazzino che ha appena finito le Superiori, piuttosto che uno che è il quinto call-center che gira, e su quello di prima vendeva le pentole. L'importante è crederci, o meglio ancora poter dire agli amici (rigorosamente su Facebook o Twitter, MAI di persona mi raccomando) "il mio assistente bancario è un vero Esperto", così l'amico di Facebook manda giù fiele pensando "Ehi che invidia, invece il mio è un completo deficiente". Forse lo scopo è quello: fare invidia. Mostrarsi fighi, perchè si sa scegliere. Il meglio di tutto a pochi soldi, come avviene di norma su Marte, no? Sulla Terra invece come si fa lo sa solo lui, il Furbo.
Io, a naso, direi che considerando gli enormi problemi che attanagliano il mondo del lavoro in Italia, considerando tutto quello che si sente in giro, considerando il fiume n. 1 di ragazzi che si arrangiano a fare qualunque lavoro pur di fare qualcosa (e hanno la mia massima stima e il mio totale rispetto), considerando il fiume n. 2 di ragazzi che non fanno assolutamente niente perchè tanto il-lavoro-non-si-trova e vengono mantenuti da genitori ottusi (una volta a me una mamma ha detto che suo figlio cercava un lavoro "mentre attendeva di sfondare come bassista"!!!), ripeto direi che gli Esperti, quelli veri, devono essere merce rarissima. Di recente, un signore che lavora presso un'Azienda che io assicuro, mi ha chiesto un consiglio assicurativo nonostante, in effetti, lui non sia mio Cliente; però, ha detto, "so che tu sei Superesperta". Meglio dell'omino sotto cellophane, quindi. Ho sorriso, all'idea di questa nuova definizione. Ma del resto, se l'Esperto alla lunga si rivelasse un idiota totale, dovremmo pur catalogare una nuova razza geneticamente modificata per identificare i Veri Esperti che, essendo tali, sappiano.   
La seconda spiegazione invece è meno elucubrata, e, forse, proprio per questo finisce che la azzecco. Ho già parlato di una cosa che ho sentito in un corso di formazione sull'apprendimento, cioè di come tendenzialmente la popolazione venga suddivisa tra i PALOMBARI (quelli che si informano a fondo di ogni argomento, e quindi tendenzialmente conoscono poche cose, visto il tempo che ci vuole appunto per "andare a fondo": poche ma molto bene) e i SURFISTI. Questi ultimi, nei quali sta la quasi totalità degli under 40, sono quelli che passano nei discorsi da un argomento all'altro, nelle ricerche da un Sito all'altro, e così via. Infarinatura generale di un po' di tutto, conoscenza vera di niente di niente. Mi aveva depresso parecchio ascoltare il docente, che avrà avuto più o meno la mia età e che io immaginavo, come me, una sorta di Re dei Palombari, mentre raccontava la sua punta di invidia per la giovane figlia surfista, "una che non perde tempo nella vita". Capirai, poi finisce che si fida dell'Esperto di Banca su Internet che le garantisce la sicurezza del Trading-On-Line (anzi, in quattro lezioni fa diventare direttamente lei la Esperta di Trading!), così mangia fuori al papà invidioso la casa, le mutande e anche lo scafandro per le immersioni. Che tristezza, io no, per carità, mi tengo stretto e con orgoglio il mio gagliardetto da Palombaro. 
Comunque, il punto potrebbe essere che tutti questi surfisti abbiano in realtà un bisogno estremo di qualcosa di certo a cui aggrapparsi. Bisogno di punti di riferimento, bisogno di certezze, magari poche, ma forti, bisogno di qualcuno che SAPPIA. Bisogno di risposte. Bisogno di credere che l'Italia non sarà svenduta a pezzi all'estero, bisogno di sapere che non ci saranno (di qui a breve) decine e decine di Botteghe Artigiane costrette a chiudere perchè nessuno raccoglie il testimone di mestieri antichi, da tramandare con sofferenza, orgoglio e impegno. Un bisogno inconscio, ma insopprimibile, di qualcosa che riempia il vuoto della non-conoscenza. E la pubblicità un po' ci marcia, e glielo soddisfa in modo deviante, e deviato. Serve direttamente l'Esperto su un piatto d'argento: basta crederci. Io voto contro.

domenica 28 giugno 2015

Tre punti in solitudine

Punto primo: io sono un tipo abbastanza curioso, detto in senso positivo come si fa con i bambini quando cominciano a fare diecimila domande (se va bene, quando va male iniziano direttamente a smontare gli oggetti) perchè è arrivata quella smania di conoscere, di imparare, di sapere il perchè di tutto ciò che li circonda. 
Difficilmente è una smania che abbandona. 
Certo, arriva il punto in cui hai capito come si forma il ghiaccio o come nasce la pianta dal fagiolo (o, se sei compassionevole, hai capito che gli adulti a cui rivolgi le domande sono sul punto di collassare) e passi ad altro, con l'aiuto di tante enciclopedie, e abbondanza di libri di storia, di scienze, o anche solo di pura avventura (si imparavano un sacco di cose - dalla geografia all'usare i coltelli - dai libri di avventura), questo ovviamente nell'era pre-Internet in cui il bambino o l'adolescente curioso formavano il loro sapere dai libri. Adesso presumo che il web dia una grande mano, con tutti i suoi limiti (adesso è tutto troppo, come dire, "pronto all'uso"). Basta usarlo con intelligenza, quella che si presume abbia l'adolescente curioso.
Io amo curiosare nei Siti, nei Forum e nei Blog di argomenti che mi interessano, più ne trovo più sono contenta, soprattutto se ci leggo opinioni diverse dalle mie, giusto per mettermi un po' in discussione; conseguentemente la parte del leone, tra viaggi, libri, arredamento d'interni e un quid di sport, la fa l'arte (con tante scuse a tutte cose utilissime come il giardinaggio e la cucina, ad esempio, che lascio ad altri appassionati: io amo andare al ristorante e farmi regalare mazzi di fiori, passo direttamente alla fase finale senza avvertire alcun richiamo da parte di quella intermedia). 
Casco e ricasco spesso all'interno del Forum di Finanza On Line, FOL per gli amici, un Sito che definire sterminato è riduttivo: spazia con dovizia di informazioni e cognizione di causa all'interno di qualunque argomento di Finanza & Mercati. In effetti più o meno equiparabile al giardinaggio, per la sottoscritta. Ma poi ha il suo Forum, nel quale, insieme a discussioni su Mercati Europei, Forex, Immobiliare, Modelli di trading operativo (aaarghhh!) c'è quel piccantissimo "Investimenti in arte e collezionismo" che ha sempre discussioni intelligenti nelle quali piluccare, e questo indipendentemente dal fatto che, all'epoca del mio post su Cagnola, mi abbiano linkato dando a Trecose, piccolo Blog di provincia, una visibilità pazzesca, cosa per cui li ringrazierò ancora e ancora per molti anni a venire. 
Molte delle loro discussioni vertono, di riffa o di raffa, sulle televendite in generale e sugli Orler in particolare: sono tutti fan scatenati, al limite della venerazione, di Carletto Vanoni, di ciò che fa, che dice, e che presenta (e quindi, indirettamente, di Marco Orler, che è la sponda aziendale pro-Carlo). Spesso critici nei confronti di Dario Olivi, al quale riconoscono onestamente l'empatia persuasiva ma del quale detestano gli amori "artistici"; molte volte cattivelli verso Giovanni Faccenda, gli riservano epiteti poco piacevoli, senza considerare che invece, nell'ambito dell'azienda-Orler, Giovanni ha fatto il suo dovere come un bravo scolaretto e con un'umiltà mista a tenacia che nemmeno immaginavo possedesse: ha portato qualche nuovo nome che la famiglia aveva in mente di corteggiare da tempo, ha mosso un po' le acque della rivalità interna tra venditori (basilare per un'azienda commerciale, che nella calma piatta va a picco), ha riportato sulla bocca dei telespettatori alcuni nomi di scuderia caduti nel dimenticatoio, e ha venduto come un dannato cose quanto meno discutibili, facendo eufemisticamente molto spazio per roba nuova sugli scaffali. Forse a breve tornerà a fare quello per cui è nato e cresciuto (cioè lo studioso, per se stesso e per chi lo ascolta, del resto anch'io non ho mai fatto mistero di quanto preferissi il Faccenda "di prima"), ma di certo non ha rubato lo stipendio.
Poi, oltre ai "miei" Orler, i forumisti del FOL sono a dir poco scatenati su qualunque televenditore dell'etere italiano, da Willy Montini a Franco Boni, passando per ogni via intermedia percorribile. Tutto viene passato al dettaglio: frasi fatte, posture, tic ricorrenti e chi più ne ha più ne metta, culminando ovviamente con osservazioni a base di soda caustica sulle indicazioni di mercato e le opere proposte dalle varie televendite. In più di un'occasione, quando stava ancora da Cagnola, avevano fatto partire l'embolo a Roberto Porcelli, che li aveva ripresi pubblicamente, in diretta. Dei bambini dispettosi, insomma, alcuni sicuramente preparati (in senso storico ed artistico), altri solo appassionati, e comunque a me tutto sommato simpatici rispetto a coloro che li attaccano senza pietà (li attaccano perchè, per lo meno la maggior parte di loro, parla senza aver mai "rischiato del suo", senza aver scucito soldini per opere d'arte, lo si intuisce dai discorsi, e questo atteggiamento in effetti può non piacere, sa da troppa teoria e poca pratica). 
Però, cari signori, il loro Forum recita "Investimenti in arte e collezionismo", non si intitola "Parliamo di bei quadri che ci piacciano e ci emozionino"! E' un sito di Finanza, accidenti! C'è anche il sottotitolo della discussione che dice "Forum che raccoglie discussioni su forme di investimento alternative come collezionismo, opere d'arte", parlano anche di diamanti e orologi, ed è evidente che con queste premesse il monumento a Carlo Vanoni va fatto. Perchè Carlo Vanoni, spalleggiato da Marco Orler, è effettivamente l'unico televenditore in circolazione che si concentra sull'aspetto spudoratamente dell'investimento di mercato delle opere, corredato da dati tecnici, affinchè chi compra possa avere non dico la certezza (quella non c'è mai) ma almeno la speranza di non buttare via i propri soldi. Parla di linguaggi, di mercati esteri, di tendenze, esattamente come i forumisti del FOL, che spesso fanno nomi per me incomprensibili, tutti di gente che probabilmente non ha mai preso in mano un pennello in vita sua, ma che può muovere milioni di Euro semplicemente apponendo una firma su un cubo di plastica o sventrando animali morti.

Punto secondo: giusto un piccolo intermezzo prima di giungere al punto terzo, perchè c'è investimento e investimento, belli miei. Una cosa è un quadro che raddoppia il suo valore in qualche anno (e magari, eh, magari!), altra cosa è il colpaccio che ti permette di non lavorare più e di fare la bella vita per il resto dei tuoi giorni, cioè quello che, sotto sotto, se non è ipocrita spera ogni persona che va a caccia dell'"investimento". Se parliamo di persone normali, ovvio, non certo del Monsieur Pinault di turno o del Super Emiro che possiede ettari di deserto sopra a mari di petrolio, di quelli che basta soffiare via un po' di sabbia per veder affiorare la robaccia nerastra e appiccicosa. 
In questi ultimi periodi ci si riempie tanto la bocca (lo fanno tutti, lo facciamo tutti, e non ammetto repliche) dei vari exploit targati Boetti, Bonalumi, o anche Schifano, lui già qualche annetto fa. E parlo solo di Italia, perchè confesso la mia estrema e totale ignoranza su tutto ciò che sta fuori. Per esempio, guardiamo i "boettini" (i cinque per cinque lettere, o giù di lì), gli arazzetti che negli anni Novanta venivano venduti più o meno a cinque milioni di lire e adesso sui ventimila Euro. Sicuramente per chi li ha presi è stato un investimento da metterci la firma, parliamo di otto volte tanto, difficile trovare uno strumento finanziario simile. Ma, alla fin fine, ti ritrovi con una cosina da ventimila Euro (ti ci compri una Golf, e neanche tanto accessoriata). Per la mappona meravigliosa tre metri per due che in asta adesso fa il botto grosso dovevi comunque scucire bei soldi anche negli anni Novanta, ma dai! Comunque l'equivalente di un miniappartamento, magari non in centro, ma per uno che vive di stipendio e sogna il botto sono tanti, tantissimi soldi. 
Idem per gli Schifano quelli veri, storici, pensati e studiati, non le schifezze fatte a catena di montaggio in una notte, che si trovano in giro ora. 
Idem per i Bonalumi importanti, per anno e dimensione: Dario Olivi, in una trasmissione di poche settimane fa, commentava il caso di un risultato d'asta molto importante (vado a memoria, non crocifiggetemi se sbaglio, ma mi pare cifre sui duecentomila), per un pezzo che era passato da Orler agli albori dell'Euro a quarantamila. Ma quarantamila Euro nel 2002-2003 erano una paccata di soldi per un comune mortale, parliamo dai quattro ai cinque anni di stipendio. Al di là del rischio di comprare qualcosa che poteva un domani valere ma anche no, bisognava averli!
Per non parlare della variabile del mercato pazzo (o dei pazzi che lo manovrano, o dei pazzi come noi che ci credono), che - forse a causa di un sovraccarico di informazioni, di un cortocircuito di tecnologie, di una sovraesposizione di media più o meno virtuali - non storicizza più. Il nome consolidato, che ha una storia, una storia indubbia, una storia che non mente (potrei farne a decine), improvvisamente crolla, mentre sale a dismisura, ad esempio, "la terza scelta di un movimento artistico", per citare con deferenza Sua Maestà Mazzoleni quando ha rifiutato Turi Simeti. Non che io abbia nulla contro Turi Simeti, anzi, mi intrigano gli estroflessori, tutti quanti, sono lavori che mi piacciono anche esteticamente e non solo dal punto di vista della ricerca, ma sinceramente ero convinta che dopo Castellani e Bonalumi in quanto a mercato ci saremmo fermati. Ora arriva pure il quarto, allora di questo punto mi metto pure io a estroflettere, arriverò ottantasettesima ma un piatto di pasta lo porto a casa, mi evito la Caritas. 
Oppure tutta questa mania cinetica dilagante. A me sta bene che, nel ventunesimo secolo (ma già nel ventesimo), ci siano tanti nuovi linguaggi su cui puntare, ci siano espressioni artistiche che hanno rinnegato la pittura da considerare. Ma almeno, guardiamo a chi ha INVENTATO qualcosa, non a chi la ripete... Anche io mi arrabbio quando sento l'Eterno Ignorante (ci sarà sempre l'Eterno Ignorante) criticare Lucio Fontana e dire "potevo farlo anche io": il fatto è che l'ha fatto lui, però, non tu. E il mondo è cambiato, parliamo di circa sessant'anni fa. Un genio. Non bello da vedere in senso stretto (una tela monocolore con dei buchi?? Ehi!), ma un GENIO. Basta al concetto di arte=bello, parliamo d'altro, parliamo d'OLTRE. Un genio. Ma che senso avrebbe fare qualcosa di simile, ancora, ADESSO??
E poi, quello stesso mercato che, spesso a tavolino, porta a fare Dama sulla scacchiera chi vuole lui (la Dama, quella che può andare sia avanti che indietro, occhio!), quante pedine sacrifica per strada?

Punto terzo: cancellate cortesemente i punti Uno e Due. A parte i ragazzi del FOL, che mi stanno simpatici, e chi vive di Mercato per lavoro, e se ne ha davvero le competenze è giusto e sacrosanto che cerchi di consigliare al meglio i suoi ricchi clienti che vogliono veder crescere i loro ricchi capitali, anche facendo comprare sconosciuti artisti dell'Idaho o delle Isole Vanuatu come investimento alternativo alla Borsa. 
Vi prego, rassicuratemi: ma c'è ancora qualcuno in Italia, la culla dell'arte tradizionale, il paese del bello assoluto (di Caravaggio, di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, ma anche di Modigliani o di Boldini, giusto per fare un balzo in avanti di qualche secolo), che compra quadri solo per il piacere di averli in casa, senza sperare necessariamente di farci i milioni? Che vuole avere un PEZZO DI PITTURA (altrimenti tanto vale prendersi un bel poster), fatto da uno bravo, perchè lo fa star bene e basta? Uno che preferisca destinare un importo diciamo equivalente a quanto spenderebbe per fare due settimane di vacanza in pieno Ferragosto, per poter sorridere, respirare e sognare per tutte le altre cinquanta settimane?
Fermo il discorso del Mercato Pazzo di prima, io sono convinta che praticamente tutto ciò che ho comprato, negli ultimi sei anni, in arte, non mi cambierà la vita. Non ho nulla che possa fare il colpaccio, diciamo che sono abbastanza sicura che alcuni pezzi terranno il loro valore, perchè parliamo di artisti veri, artisti di come io, in modo assolutamente personale e passibile di critica, intendo l'essere ARTISTA per il tempo in cui viviamo: uno che abbia inventato qualcosa, per primo, e abbia superato lo scoglio di diventare "globale". 
Gianfranco Meggiato per esempio, meraviglioso (non mi ripeto, basta leggere qui http://trecose.blogspot.it/2014/08/meggiato-istinto-e-ragione.html). Ma ho una sfera da ventisette, mica una sberla da due metri. 
Anche Rabarama, a suo modo, per quanto in Italia tanti giochino al massacro con lei (invidia perchè è donna e pure gnocca?); secondo me ha intrapreso la strada giusta e si sa promuovere alla grande, con le partecipazioni nei luoghi che "contano", le campagne in difesa dell'oceano e dei delfini, piuttosto che la lotta all'omofobia, che tanta presa hanno nei cuori dei grandi filantropi americani (noti collezionisti). E poi per prima ha dipinto il bronzo, con un'armonia unica di forme e colori, e una ricerca sull'identità scritta sulla pelle che nessuno aveva mai affrontato. Ieri sera era presente da Orler all'evento in onore di Cesare Berlingeri, era seduta proprio dietro di me, e le ho mostrato le foto delle sue tre bambine che sono diventate mie, da anni. Le riconosce ancora, le chiama per nome! 
A proposito, anche in Cesare Berlingeri credo moltissimo, un altro grande, di immenso talento e immensa cultura (http://trecose.blogspot.it/2012/12/serata-di-stelle.html). Ma ciò che ho di suo non sarà mai il pezzo museale che mi eviterà di lavorare fino alla lontanissima e magra pensione decisa dai nostri legislatori. Neanche Salvatore Emblema, che però - lo ammetto - oggi mi ha già dato un'enorme soddisfazione e si è preso la giornata, perchè per la prima volta è apparso, un unico pezzo solitario, nella diretta di Dario Olivi, l'ultima prima delle ferie, ed è stato preso subito, a una cifra che non faceva spavento, ma nemmeno ridere. Emblema da Orler: è caduto un muro, adesso sono davvero curiosissima...   
E gli altri? Che dire di Armodio, in assoluto la mano divina nè più nè meno di come Messi nel suo ne è il piede, cesello puro, perfezione suprema, ma troppo di nicchia, troppo settoriale (soprattutto finchè continuerà ad evitare le aste come la peste, e a preferire le Mostre, meravigliose Mostre dove gli ammiratori vanno per dire ooooh, ma non per comprare). A mio parere il botto non lo farà mai, e magari è giusto così, perchè sarebbe un uniformarsi alla massa di chi ci prova, lui che massa non è. E allora? Perdersi in una sua tavoletta è come abbeverarsi alla fonte della giovinezza. 
Che dire di Celiberti, della sua storia dolorosa e profonda, che dire di Licata, di Xavier Bueno? Basta, per una volta, parlare di denaro! 
Io nella stanza da bagno, quella grande, dove mi faccio la doccia quando ho voglia di un po' di spazio in più (perchè anche lì ci sono quadri, a casa mia, il bello non lo puoi limitare), ho una marina di Marcello Scuffi, che è un caro amico e anche uno dei pittori tecnicamente più completi che l'Italia abbia tra i viventi. Ha raggiunto con costanza, passione e umiltà negli anni quel suo coefficiente quattro (mi fa orrore solo dirlo) che regge anche nelle aste di Ebay, ma di certo i ragazzi del FOL ci ridono sopra. Giustamente, dal loro punto di vista, credo; nemmeno io lo consiglierei se uno mi deve smobilitare delle azioni. A fianco a quella marina c'è un quadro di Nino Tirinnanzi, con una luce di meriggio spaventosa, che profuma da solo. Un altro che di certo non diventerà mai il Warhol de noantri, nonostante gli sforzi. Però io, quando esco dalla doccia, prima ancora di prendere l'asciugamano, per una frazione di secondo posso decidere se appoggiare i piedi nudi sulla sabbia della Versilia piuttosto che sull'erba della campagna del Chianti, appena tagliata magari, che ancora sprigiona quell'odore particolare, e lo faccio davvero, ad occhi chiusi. Mi ci perdo dentro, ad occhi chiusi, senza asciugamano. 
E NON HA PREZZO.

domenica 31 maggio 2015

Oggi parla.../20

... San Francesco d'Assisi:

"Chi lavora con le sue mani è un operaio. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani, la sua testa e il suo cuore è un artista"


A dirla tutta, io non sono così sicura sicura che questa frase possa davvero essere attribuita a San Francesco, come fa il Grande Web con una certa sicumera. A naso non me lo vedo, per quanto Santo tostissimo e poliedrico, affrontare questo tipo di argomenti, e, anche restando in tema di studi più che di "naso" (per quanto affinato da anni e anni e anni di catechismi e parrocchie), non penso che ai tempi suoi fosse già concepibile la differenza tra artigiano e artista (lo stesso termine "artista" credo sia molto più tardo). Insomma, la lingua italiana era ancora in germe, stava sbocciando dal volgare proprio lì lì, se non ricordo male. Credo sia più probabile che affibbiarne la paternità a lui le dia un lustro del tutto particolare (certo che, se fosse davvero sua, ci sarebbe un motivo in più per ammirarlo); e comunque sotto sotto non mi importa chi l'ha detta realmente, facciamo che vorrei averla detta io perchè è esattamente in sintonia con quello che penso io.
Mi andrebbe anche di fare un giochetto un filo polemico, perchè tra tutti i sedicenti "artisti" che conosco (di persona o sulla carta) in effetti alcuni sono ARTISTI, altri sono artigiani (più o meno bravi, a questo punto), altri operai, per quanto di tutto valore rispetto ad altri ancora che non sono neanche quello, perchè non se le sporcano nemmeno, le mani. Non saprei, poi, dove andare a parare con certi "provocatori" che, in effetti, la testa la usano (e bene anche, ci muovono intere masse!), ma la cosa si ferma lì. 
Tuttavia, mi sa che sarebbe un giochetto pericoloso...


domenica 24 maggio 2015

Carpe diem (privilegi quotidiani)

L'altra mattina, sul presto, commentavo al telefono con una persona che condivide un po' d'anima con me giorno per giorno, il mio post "Io e Van Gogh" (http://trecose.blogspot.it/2012/01/io-e-van-gogh.html), scritto una vita fa, e vissuto due. In realtà lo spunto della discussione era venuto fuori dalla Metamediale di Antonio Nunziante, che questa persona non conosceva; io accennavo all'episodio in cui ero stata "ospite" dell'organizzazione di Nunziante, giusto per spiegare la mia esperienza diretta con loro, e da lì alla rilettura di quel vecchio post il passo è stato breve. 
Mi capita spesso di ritornare sui miei post più datati, giusto per darmi una spolveratina personale al percorso emotivo che ha visto Trecose nascere e svilupparsi; devo dire che alcuni mi piacciono ancora parecchio (un minimo di autocompiacimento è fondamentale, altrimenti smetterei di scrivere), altri decisamente meno, ma comunque rappresentano una parte di me, il filo conduttore di una crescita importante, e non mi sognerei mai e poi mai di andare a modificarli, correggerli, o peggio ancora farli sparire. 
Rileggendo "Io e Van Gogh" ho sorriso di me, direi nello stesso identico modo con cui sorrido guardando le mie foto da bambina, o i primi disegni, o i pensierini delle elementari, cioè cosa che mi capita abbastanza spesso perchè grazie alla pazienza maniacale di mia mamma (unita alla sua caparbietà senza pari che ho avuto la fortuna di ereditare direttamente per via genetica, ed alla fissazione per le tradizioni di famiglia che abbiamo un po' tutti noi imbevuti del ramo materno) sono in possesso di tutti i miei quaderni delle scuole elementari dalla prima alla quinta, di buona parte dei temi delle scuole medie, e di una quantità innumerevole di disegni di ogni tipo, dall'asilo in poi. Per non parlare degli album di fotografie di trentacinque anni di vita della mia famiglia, dal matrimonio dei miei in poi, che occupano un intero scaffale di uno dei miei profondissimi armadi guardaroba (ci starebbero un sacco di scarpe e di borse!), e che ho voluto portare via con me quando me ne sono andata di casa, facendo sorbire anche a loro ben cinque traslochi. Arrivano fino ai matrimoni dei miei fratelli, quegli album, e poi basta, perchè a quel punto il fiume della nostra famiglia si è diviso in quattro piccoli ruscelletti per lo più digitali, alimentati da nuove vite e nuove esperienze; all'arrivo del digitale io ho cominciato ad avvertire una certa insofferenza, quasi come se quel tipo di testimonianza non fosse degno di essere raccolto e conservato, e mi sono rivolta all'indietro con tutta me stessa, alla ricerca di un passato ancor più passato. Ricordo di aver anche raccontato, in un altro post sulle mie tradizioni familiari, quanto facessi la tira allo scatolone delle foto degli avi che mia zia ultraottantenne aveva in casa, non me ne importava un tubo di nient'altro di "ereditabile". Invece la cara zietta, che ci seppellirà tutti, sta invecchiando a braccetto con Herr Alzheimer, e nonostante sia guardata a vista da badanti di varia provenienza pian pianino sta saccheggiando il mio patrimonio genetico: ormai lo scatolone è sparito, e mia mamma casualmente rinviene qua e là, in cassetti sparsi, in frigorifero, mischiati al terriccio delle piante, ritagli di vecchie foto, pezzettini, collages e strappi come esperimenti alla Frankenstein: il volto con l'elegante cappellone di una bisnonna incollato sul corpo di un bisnonno, bambini di fine Ottocento incatenati per manina a genitori non loro, e via così. Il mio sangue che se ne va a rivoli, mi sento un po' come chi ha assistito al rogo dei libri nella Bebelplatz del '33. 
Comunque, giusto per tornare a bomba e ai miei sorrisi, rileggermi in quel post mi ha fatto tenerezza. E non parlo di come scrivevo (post tutto sommato molto brevi, perchè il mio percorso era ancora all'inizio e sviscerarmi non era per niente facile: sapevo, sentivo di avere dentro un mare di emozioni e di aggettivi, di palpiti e di avverbi, ma trovare la via per farli uscire sembrava, all'epoca, un'impresa); parlo proprio del contenuto. Se chiudo gli occhi e ripenso a quella serata ricordo perfettamente ogni passo, ogni gesto, e ciò mi dà conferma di quanto fosse stata PROFONDA, in effetti, l'emozione di cui parlo; però la sento lontana lontana, e, contemporaneamente, mi vedo così ingenua e così limpida (a dirla tutta anche di Nunziante, posso dire ora con una punta di malizia, parlo troppo ingenuamente).
Si vede nettamente che i miei contatti con il mondo dell'arte, fino ad allora, erano stati principalmente i Musei e i libri di storia (in effetti frequentavo pochissimo anche le Fiere). Non era ancora iniziato quell'incredibile viaggio che, nei mesi e negli anni seguenti, mi ha poi portato a conoscere di persona, nel bene e nel male, galleristi, critici e artisti. Nel bene, sicuramente, perchè è stato proprio grazie agli Orler e all'incontro, nei loro studi, con Giovanni Faccenda, che Trecose è uscito allo scoperto, che sono stata pubblicata, che ho potuto crescere e conoscere di persona, nel tempo e in diversi luoghi, artisti come Scuffi, Armodio, Cargiolli, Stefanoni, Licata, Meggiato, Possenti, Cionini, Celiberti, Berlingeri, Rabarama, Cinzia Pellin, Luciano Pasquini, Massimiliano Cacchiarelli Principi (e non nomino chi mi è stato solamente presentato con stretta-di-mano-e-via: parlo di persone vere, che ho incontrato più volte, che ho ascoltato, a cui ho fatto domande, che ho abbracciato!). Con alcuni il rapporto è andato oltre la semplice conoscenza ed è diventato stima ed amicizia, ma anche solo il fatto di poter comprendere più a fondo, di poter ascoltare qualcuno a cui la vita ha concesso un tale DONO (la capacità di CREARE qualcosa, la volontà di raccontartene la nascita e l'evoluzione, la condivisione di visione, impegno, pensiero) non è cosa da tutti. E nel male (e non mi riferisco di certo agli "antipatici", che pure ovviamente ci sono, nel mucchio di galleristi, critici ed artisti, come in tutto ciò che si compone di umanità), nel male perchè, a volte, alla fine si tende a dare tutto un po' troppo per scontato.
Scrivo di domenica sera, di ritorno da Firenze per uno degli usuali (e non dovrebbe mai diventare tale, proprio per non perdere di fascino!) Tè da Franco Ristori. Il terzo dedicato a Nino Tirinnanzi. E sento dentro questa cosa tanto prepotentemente, che la devo buttar giù, a costo di andare a letto tardi e poi domani cominciare la settimana con le occhiaie. 
La sento addosso, stasera, la fortuna di poter frequentare certe persone così SPECIALI, e mi rendo conto che, probabilmente, dovrei ringraziare più spesso chiunque sia il "ringraziabile" (in cielo o in terra) per aver permesso tutto ciò. Perchè non è per niente "normale", non è per niente "usuale" essere di casa in quella Bottega, anche se per me è così, da tempo. Non è la NORMA, per la gente di tutti i giorni, spostare con nonchalance un De Chirico da un banco ad uno scaffale. Dare una pulitina al vetro di un Antonio Bueno lasciandolo disteso, perchè è così grande che in piedi pesa. Compilare il modulo dell'assicurazione da chiodo a chiodo per un Soffici da piangerci sopra mentre parte per una Mostra museale, giusto perchè Ristori ha il polso in gesso e non può farlo lui. Tenere in mano capolavori del Novecento come se fosse la cosa più naturale dell'universo, tipo, che ne so, allacciarsi le scarpe o lavarsi i denti. Andare a mangiare un boccone di corsa e trovarsi spalla a spalla con Giuliano Vangi, tanto per dirne una pazzesca di oggi a pranzo, che se ne accorge (LUI!) e viene a stringere la mano a Franco Ristori. 
Tirinnanzi è profondamente "sentito" a Firenze, è stato molto amato. C'è in moltissime case, e ancora lo cercano, lo coccolano, lo ammirano (cosa che con gran mio stupore - io vengo da fuori, e vedo tutto con l'occhio di "fuori" - non avviene per nulla, ad esempio, con Vinicio Berti, che ha goduto della stessa "riscoperta" grazie al lavoro certosino di Giovanni Faccenda e alla potenza televisiva di Orler TV, ma che a Firenze fa fare a molti, ancora, la boccuccia storta). Mi colpisce da morire, più di tante altre cose che riguardano Tirinnanzi, quanto sia amato appunto dalla gente comune. Io me ne sto lì intere ore, un po' perchè non mi va di stare in albergo, un po' perchè mi piace da matti, e queste persone entrano, si guardano intorno, chiedono timidamente informazioni anche a me, perchè evidentemente al posto del cuore tengo appiccicato il cartellino della Bottega. Giovani, meno giovani, adulti, anziani, normali. Tre signore, amiche. Un pensionato con il figlio. Una coppia di anziani. Due signori soli soletti alla chetichella. Quattro amici un filo spocchiosi. Un tipo che avrà avuto più o meno la mia età, che aveva accompagnato la moglie e il gatto con una zampetta rotta dal veterinario, e doveva aspettare che uscisse. Gente di tutti i giorni, insomma, gente che magari deve fare i conti con il fine mese, il più delle volte; il pensionato mi ha quasi commosso, perchè si vedeva lontano chilometri che avrebbe voluto prendersene uno, magari piccolino (gli sorrideva, mi ha anche chiesto un parere tra due, uno con le nuvole primaverili, e uno con un'atmosfera di ghiaccio invernale che sapeva di freddo ma aveva una luce unica sullo sfondo, lattiginosa, chissà dove l'aveva vista Tirinnanzi una luce così), ma deve prima tornare a casa e valutare quanto può esporsi, perchè poi ci sono le bollette da pagare e le spese da fare. In compenso con il figlio ho parlato di Licata. E poi l'uomo del gatto, che non ama i quadri con i personaggi colorati e preferisce le campagne con i casolari, e quindi ha esattamente i miei gusti per quanto riguarda i soggetti di Tirinnanzi (infatti gli ho fatto subito guardare il mio, che sta a pagina 205 del Catalogo Generale, per vedere cosa diceva), con il quale ho chiacchierato a lungo di quanto bello sia poter comprare qualcosa che ti piace e ti emoziona, senza dover pensare al fatto che possa valere, domani, oggi, o mai, dal punto di vista economico. Un altro tipo di valore, incommensurabile.
Tutta gente che ha condiviso con me qualcosa, ha accarezzato i dipinti ora con gli occhi, ora con le dita, timidamente, ed è tornata alla sua vita "normale" con in gola un sospiro, mentre io me ne stavo "normalmente" con in mano il listinello dei prezzi, in mezzo ad un girotondo di Tirinnanzi che regge il confronto con quelli esposti a Palazzo Pitti. 
Lo so che questo post sta venendo fuori un po' senza senso, di quelli senza capo nè coda, e probabilmente la prossima volta che mi verrà voglia di scrivere unitamente al sonno ed alla stanchezza del viaggio sarà il caso di rimandare l'esperienza. Ma volevo darmi un compito, subito subito, un obbligo morale, quanto meno per i prossimi giorni, finchè qualcuno dei miei assicurati non mi farà saltare i nervi (cosa che non accade raramente, di questi tempi): sentirmi una privilegiata. Non lamentarmi. Ripensare a ciò che provava la "me" di qualche anno fa solo perchè era stata invitata in un Museo senza l'allarme. Essere conscia di aver avuto, negli ultimi quattro anni, una vita molto, molto fortunata. Che valeva e vale la pena di vivere al mille per cento.

domenica 3 maggio 2015

Mistero buffo su Claudio Cionini

Il fatto che Trecose sia momentaneamente (ecco, "momentaneamente" è proprio la parola esatta) inattivo, non vuol dire assolutamente che lo sia anche io.
A parte il lavoro, che mi assorbe, lo ammetto, molto più di quanto vorrei e, soprattutto, molto più di quanto meriti la gente che mi circonda - intesa come la nuova veste tecnologica e subdolamente sprintosa della mia Mandante (che non ha ancora capito cosa vuol dire essere assicuratori - e del resto come potrebbero capirlo, visto che fanno questo mestiere da appena 52 anni e non da 136 come quelli di prima, senza contare che per i primi 30/40 si sono limitati ad essere l'emanazione di un partito politico più che realmente una Compagnia di Assicurazioni), e anche intesa come tutta quella cospicua fetta di Clienti, peraltro minacciosamente sempre più grossa, davvero convinti nel profondo che io sbavi e faccia chissà quali altre porcherie pur di acquisire e/o mantenere contratti con premi sempre più risicati e con il sinistro già garantito; a parte ciò, dicevo, un pochino di tempo riesco ancora a ritagliarmelo per attività piacevoli.
Onestamente, riguardano tutte l'arte (come potrebbe essere altrimenti?), e quindi in fondo anche gli uomini, visto che nel contemporaneo - arte sviluppata da artisti viventi con mercanti viventi - le due cose vanno a braccetto. Insomma, sempre sulle mie Tre Cose mi impantano, ma in fondo mi sta bene, sono felice così.
Assieme a questo post ne metto un altro, "Magia: Atto Sesto" (non so se sta sopra o sotto, il confezionamento del Blog riesce ancora a sorprendermi, ma in ogni caso andrebbero letti in coppia), che è un pezzo scritto da me e pubblicato nel Catalogo dell'ultima Mostra di Claudio Cionini, a Pietrasanta. 
Franco Ristori mi ha scosso dal torpore creativo in cui ero sprofondata chiedendomi di scrivere qualcosa per lui, e a una persona come Franco Ristori non si dice di no, mai. Perchè è generoso, perchè è di parola, perchè ha ancora dei valori, e perchè lo merita. Ho passato anni incredibili, da quando ho iniziato a collezionare arte, in cui credo di aver fatto il percorso tipico del collezionista "di pancia", molto romantico e poco milionario: credi a tutti - vuoi bene a tutti - compri da tutti - vai dappertutto - fai indigestione di parole - azzeri i risparmi - pensi da solo - non credi più a nessuno - ti stanno tutti sulle scatole. Più o meno. 
Ecco, io ho conosciuto Franco quando ero all'incirca tra il "azzeri i risparmi" e il "pensi da solo", e se a lui continuo a credere e sulle scatole non mi sta un motivo ci deve essere. E poi, quando vado a trovarlo e mi nascondo nell'angolo più piccolo della sua già minuscola Bottega, riesco a non pensare mai al lavoro, alla Mandante subdola e ai Clienti fastidiosi. Lui mi coccola, e mi lascia toccare e parlare con tutti i quadri che tiene appesi o infilati in qualche buco, come se fossero miei (aspetto fondamentale, visto che ho già chiarito come lui sia entrato nella mia vita artistica dopo il "azzeri i risparmi"). Anzi, a volte io lo gufo, sperando che certe meraviglie non riesca a venderle a breve, così da potermele ritrovare la volta successiva, per finire le nostre mute storie, invece che saperle traslocate in qualche casa, tristi tristi senza di me. Per una volta questa crisi che ancora non accenna a lasciarci stare, e che lascia senza voglia di comprare anche chi ci era abituato nel midollo, tutto sommato mi fa comodo, perchè io un Sironi degli anni buoni, o un Antonio Bueno a fondo nero 50 x 70, o un Ardengo Soffici da buttarsi per terra, mi sa tanto che non me li potrò mai permettere (mi sono permessa un gran bell'Emblema, nella fase "vuoi bene a tutti", che poi Ristori mi ha geneticamente modificato tutt'attorno per farlo rientrare nel "pensi da solo").
E' stato incredibilmente interessante affiancare Franco nella genesi di questa Mostra; io avevo già scritto per quella di Roma, e anche parlato all'inaugurazione (come ho raccontato qui: http://trecose.blogspot.it/2013/09/roma-esordio.html), ma era stato tutto più casuale e visto come da lontano. Qui invece ho vissuto tramite lui tutto il percorso dall'inizio, dall'impaginazione del Catalogo alle schermaglie pseudo-amorose per ottenere i patrocini delle Istituzioni (farei prima ad assicurare una multinazionale del petrolio!), dai nomi di chi ci doveva scrivere a quelli di chi ci doveva parlare. Per non parlare del titolo, che solitamente viene deciso dal Curatore in base al contenuto del proprio saggio inserito nel Catalogo, mentre a Franco quel "Le città visibili" di Riccardo Ferrucci andava di traverso ogni volta che pigliava in mano le bozze. 
Che "Le città invisibili" di Italo Calvino sia un romanzo straordinario per la nostra letteratura del Novecento è un dato di fatto che nessuno può permettersi di smentire, come altrettanto il fatto che lo abbiano letto tutto in ben pochi (io stessa, lo ammetto, nonostante la mia Laurea in Lettere, per giunta con il corposissimo indirizzo in Letteratura Italiana e non in Storia del Cinema, Arte Medievale o altre amenità simili, mi sono limitata a lunghi brani estrapolati), proprio per la sua particolarità. E' una sorta di romanzo d'élite, anche all'Università, figuriamoci alle scuole superiori dove è già tanto se arrivi agli esami di maturità facendoti di corsa la trafila Foscolo-Manzoni-Leopardi e Pascoli-D'Annunzio & Co. con la lingua di fuori.
Giusto perchè ogni tanto riemerge in me l'animo da insegnante di italiano mancata, spieghiamo che è un romanzo in cui Calvino gioca volutamente con i suoi lettori (in effetti ne ha scritto più di uno fatto così, si vede che si divertiva parecchio, probabilmente il più noto ai mortali di oggi è "Se una notte d'inverno un viaggiatore") creando capitoli "spacchettabili": è come un mazzo di carte che possono essere mischiate, creando ogni volta percorsi diversi e finali diversi. Nasce come una sorta di dialogo/monologo di Marco Polo alla corte di Kublai Khan (interrogato dal curioso orientale sul suo mondo di provenienza), e descrive città su città praticamente inventate di sana pianta. Città "invisibili", aggettivo sul quale Ferrucci gioca un po' per dire che Cionini invece, le sue, le rende evidenti, e ben identificabili, ai nostri occhi. Il che, per uno che conosce il libro e ne ha letto almeno qualche brano, è anche un doppio senso carino, suvvia, non mortifichiamo il Curatore. Ma per chi non sa neanche dell'esistenza di questo romanzo (e bisogna essere onesti ed ammettere che ce ne sono parecchi, in questo secondo gruppo), come titolo di una Mostra sembra piatto, sembra pasta in bianco, purè e stracchino, non ispira e non evoca un bel niente, con Ristori che scalpita. 
Per fortuna che da Internet, nella massa multiforme di dati nozionistici e da cruciverba che sciorina, gli è saltata fuori quella citazione spettacolare dal libro in questione che è: 

"Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone"

e che pareva cucinata apposta per il titolo di una Mostra. 
Occhei, è triste sapere che tutti ci riduciamo a Wikipedia, che nessuno legge più il Novecento italiano, che non ci sono più gli intellettuali di una volta, ma siamo pratici: dopo l'inaugurazione, quando tutti questi bei faccini intellettuali se ne saranno andati a casa felici e contenti con le loro copie del Catalogo non pagato sotto il braccio, dopo le strette di mano e le foto e i video, ci vuole qualcosa che colpisca e che attiri dentro gente che li compri, questi benedetti quadri. Su questo concetto io, personalmente, ci ho girato attorno parecchio; Claudio Cargiolli, che era presente, è venuto anche a stringermi la mano e a ringraziarmi per averlo detto, tenerissimo lui, perchè sembra che troppo poca gente se ne accorga. 
Senza considerare, comunque, che la frase sul deserto è metaforicamente perfetta non solo per le città in quanto tali, ma anche per la personificazione della città in ciascuno di noi: non dimentichiamo che Cionini dipinge città vuote, senza umanità presente, appena appena con qualche autovettura fugace al cui interno non si intravede mai nessuno, quindi possiamo tranquillamente dire che le personifica, che quelle città siamo NOI, ognuno con la nostra storia e il nostro vissuto, chi si sente Roma, chi Parigi, chi New York in base alle nostre sensazioni passate, presenti o desiderate per il futuro... Insomma, se avessi avuto tre ore a disposizione avrei potuto costruirci sopra un discorsetto mica da ridere, giusto per far vedere che anch'io sono capacissima di parlare di un bel niente ma che fa tanta scena. Inoltre, il nostro "essere" è così come lo crediamo, oppure è la vicinanza con ciò che ci circonda (il nostro "deserto" tutt'attorno) che plasma, dall'esterno, l'essenza che crediamo di avere? Io e l'Altro, l'eterno dilemma. Io città, l'Altro il deserto, oppure viceversa?



(Oggi io mi sento tanto questa N.Y.)


Da qualche parte su YouTube gira anche il video di quella sera, un paio d'ore di registrazione compresse in venti minuti, che rappresentano l'evoluzione delle mie figure di m/da iniziate col tristemente famoso "microfono sotto la faccia" alla Mostra di Vincenzo Balsamo al Chiostro del Bramante, secoli fa, anche se devo dire che questa volta è stato divertente (sostituivo a tutti gli effetti Roberto, braccio destro di Ristori, che aveva una validissima scusa per non essere presente data da moglie incinta con termine scaduto, poteva arrivare il fiocco azzurro da un momento all'altro). 
Questo cameraman di Toscana TV deve essere un pochino più bravo di Giuseppe De Luca, perchè mi fa sembrare infinitamente meno bassa e cicciottella (mi sono beccata da più di qualcuno un entusiasta "caspita, sembri davvero una figa, non si direbbe", complimento gaffoso che è sempre tutto un programma e al quale io sono abbonata da circa vent'anni, precisando che per assumere quell'aspetto ci metto più o meno un'ora e mezza, e mezz'ora a festa finita per rientrare nei miei usuali panni, manco fossi fagocitata da un alieno). 
Aggiungo altresì che sembro affetta da demenza senile, perchè praticamente ripeto parola per parola - o quasi - le stesse cose col cappotto addosso e senza cappotto addosso, ma a mia discolpa devo dire che mi ero preparata la scaletta per il primo intervento (quello senza cappotto, montato in video per la sua metà finale), mentre l'intervista tête-à-tête mi ha spiazzato, e si sente. Ho ripetuto le stesse cose cannando anche qualche verbo, convinta che uno dei due interventi venisse eliminato, mentre alla fine me li sono ritrovata in video uno dietro l'altro stile copia/incolla. I puristi del "public speaking" direbbero che è meglio la versione con tante pause e gli avverbi così sofisticamente nasali della versione "panico", ma io in realtà sono quella più alla mano senza il cappotto, quella che coinvolge il pubblico sgamando i commenti bisbigliati, quella che lascia in sospeso le frasi, quella che rimbrotta i Senatori perchè le fregano gli argomenti. 
Poco male, i complimenti a Franco Ristori li ripeterei all'infinito, se li merita tutti, sono straconvinta che se Claudio Cionini è arrivato a questi livelli il merito è anche dei consigli di Franco, da un lato, e della serenità economica che è riuscito a garantirgli, dall'altro. Averne, nel mercato dell'arte, di gente come lui che caccia puntualmente ciò che serve (TUTTO ciò che serve), senza contare cosa è venduto e cosa resta ammucchiato in garage, del resto i pittori per continuare a dipingere devono mangiare a fine mese anche loro, mica si cibano di "conto vendita", preferiscono le bistecche e la pastasciutta, come gli impiegati di banca, o i serramentisti, o gli infermieri.
Vissuta la Mostra, con le ultime creazioni di Cionini, a mio parere una più bella e più intensa dell'altra,  mi resta solo un dubbio, che è lì che gira da un pezzetto, e per sussurrare il quale ho anche chiesto il permesso a uno dei diretti interessati, perchè non mi sembrava galante raccontarlo. 
Io non capirò mai, e giuro mai, perchè gli Orler non abbiano dato una possibilità a Claudio Cionini. Ci siamo andati vicini, vicinissimi, c'erano venticinque tavole sue di diverse dimensioni e soggetti (città e fabbriche, queste ultime probabilmente più "difficili" ma profondamente più affascinanti) arrivate nei loro studi, e poi niente. Il buio totale. Nominare Cionini da Orler è diventato come evocare Belzebù in una chiesa. 
Magari un giorno, improvvisamente e con tanto di fasci luminosi e musica d'altare, mi verrà svelata la Verità, che sicuramente NON è che non piace al venditore di turno o al fratello Orler di turno, come mi è stato detto, ma mica siamo deficienti qui, eh. Da che mondo è mondo, il venditore vende quello che la proprietà gli dice di vendere, altrimenti non mi spiegherei certe schifezze sovrumane che passano, ogni tanto, quando capita, per gli studi di Favaro; certo, forse Dario, a volte, si può permettere dei no (e vanno accettati perchè lui è in assoluto il numero uno dei televenditori italiani), anche se non posso fare a meno di chiedermi se DAVVERO abbia in camera sua i collant di Ala appesi al muro. Probabilmente anche Carletto a volte si impunta (secondo il mio modestissimo parere senza gli stessi meriti) perchè fa tanto professor-style, ma di certo non credo lo faccia Giovanni Faccenda, che è diventato espertissimo di arrampicata sul liscio e riesce tuttora a vendere l'invendibile, a volte non so come ci riesca, e all'epoca delle venticinque tavole non lo faceva Franchino Raccioppo, il più improbabile dei teleimbonitori che però quando era in vena avrebbe venduto anche la giacca, sopra ai quadri. Giovanni, fra l'altro, nella sua vita precedente ha curato quattro Mostre di Cionini, trovo improbabile che possa non piacergli, che abbia scritto e parlato solo per compenso. Magari lo fai una volta, del resto è il tuo mestiere, ma non quattro, sarebbe diabolico. 
Immaginare discussioni fra i fratelli Orler se un pittore sia valido oppure no sul piano artistico, per non macchiare il buon nome dell'organizzazione, è pura fantascienza (vogliamo fare dei nomi e dare un voto al valore?! No, non vogliamo, diventerei cattiva): gli affari sono affari (te lo insegnano alle elementari, guadagno = ricavo - spesa, vale per le mele, per le magliette e per le opere d'arte!), se sono mercanti svegli, vendono ciò che si vende bene, bello o brutto che sia, basta che piaccia a chi compra. 
E Cionini piace, caspita se piace! Io in ufficio ne ho più di uno, e non c'è persona - di qualunque livello, provenienza, ceto sociale, preparazione scolastica, e chi più ne ha più ne metta - che non lo ammiri. Chiaramente ognuno ha i suoi motivi, mi sono sentita dire anche che ammiravano il suo uso del colore, gli accostamenti più dolci e soffusi, perchè ricordava quello di certe borse e di certe scarpe (sic), ma se la persona che dice questo ha comunque duemila Euro da spendere per un quadro, per quanto mi riguarda scarpe e borse restano motivazioni personali validissime. Nessuno di noi (parlo per prima perchè io ne ho cinque) è così ingenuo da pensare di farci i miliardi, un domani, ma siamo seri, non lo penso neanche di Marcello Scuffi, di cui adoro la pittura con tutta me stessa! Però quella di Claudio, come quella di Marcello, è pittura che mi fa STARE BENE quando mi ci piazzo davanti, per un momento che non va calcolato perchè il bello è esattamente questo: fermare il tempo. E' pittura VERA, con le sue colature, le sue sabbie, i suoi chiaroscuri, i suoi lampi di luce, e adesso che dipinge Firenze un po' più spesso di una volta, anche con i suoi riflessi d'acque, i suoi tramonti, le sue cupole lontane. 
Aspetto non trascurabile, anche se ben più terra-terra, costa relativamente poco. Visto che i veri danarosi ormai se li contendono tutte le Gallerie fino allo stremo (e poi i veri danarosi vogliono la certezza dell'investimento, altrimenti a cosa serve essere danarosi, quindi per loro uno come Cionini resta robetta, o sei De Chirico o niente), non vedo perchè non prendere in considerazione un pittore giovane con un listino accettabile da presentare ad una platea vastissima e sconosciuta come quella televisiva, che non se la fila nessuno ma che un bel quadro in casa magari se lo piglia volentieri. E poi, si sa, da cosa nasce cosa. 
Un pittore giovane ma non più esordiente, già molto bravo ma con margini di cambiamento se te lo tiri su bene, con soggetti che non siano già stati visti da Orler (un metropolitano non mi risulta l'abbiano mai presentato), con uno stile suo che non cozzi con nessun altro nome di scuderia, che dipinga abbastanza per una distribuzione decente (perchè Armodio è immenso davvero, e Cargiolli pure, ma restano la ciliegina sulla torta per pochi privilegiati, e chiedere loro di produrre di più, di "fare numeri", significa snaturarne l'anima e il lavoro). 
Un paio di Clienti Orler amici miei ce l'hanno, Claudio Cionini, in casa e in ufficio, perchè ce l'ho portato io assieme a Franco Ristori, in furgone, e fare agli Orler questo piccolissimo cornetto mi è dispiaciuto solo a metà. Perchè nella vita bisogna svegliarsi, quando serve, e riconoscere i treni buoni da quelli lenti, a volte, può fare la differenza. Da entrambe le parti.

Magia: Atto sesto

"Si dice che ogni persona è un'isola e non è vero,
ogni persona è un silenzio,
questo sì, un silenzio,
ciascuna con il proprio silenzio,
ciascuna con il silenzio che è"

J. Saramago

Mi piace interrogarmi, spesso, sui legami fra le persone. Su cosa sia quel qualcosa che rende speciale una determinata amicizia, un amore duraturo, un sodalizio professionale. 
E, anche, se sia più facile (più bello, più semplice) farli durare, certi legami, quando si è molto simili - così da condividere ogni momento importante con la stessa intensità - piuttosto che molto diversi - così da trasformare ogni giornata in confronto ed arricchimento reciproco. Osservo le persone, e cerco spunti di riflessione.
Mi è successo anche quando ho incontrato Franco Ristori, e tramite lui ho presto conosciuto (è tappa obbligatoria, come il rifugio per chi percorre un sentiero montano) Claudio Cionini; poichè la Bottega Ristori è ricolma delle tavole crettate di Claudio, di ogni dimensione, e nelle pennellate di Claudio - nei suoi vasti cieli, nei suoi spazi di madreperla -  rivedo molti sguardi di Franco, molti sogni, molte sue esortazioni, ed un'infinità di racconti di vita vissuta. 
Sarebbe decisamente semplicistico etichettarli entrambi come "toscani" (quand'anche geograficamente corretto per chiunque - come la sottoscritta - provenga da un'altra regione, per giunta non confinante), non foss'altro perchè vivono e trasudano gli umori, i sapori, le storie antiche del territorio di due province totalmente diverse, direi a tratti contrapposte, e probabilmente l'accostamento non farebbe piacere a nessuno dei due. Anche nel mio Veneto, d'altronde, i "confini d'anima" tra le sette province sono rigidissimi e invalicabili.
Scavando un po' più a fondo, e convinta che ciò che ha tenuto uniti per anni un giovane pittore piombinese e un accigliato Maestro artigiano di Firenze fosse comunque una sottile somiglianza e non una lampante diversità, mi sono resa conto di questo: sono entrambi uomini che parlano poco e amano molto.
Timido e schivo Claudio Cionini, mi lascia sempre il delicato sospetto se quella barba appena accennata (così incerto, nel lasciarla libera o nel respingerla) serva il più delle volte a nascondere le guance fattesi improvvisamente purpuree davanti ai complimenti che, sempre, i suoi lavori suscitano. Perchè è così, si badi bene: la sua è pittura che strappa sempre l'emozione, il plauso unanime, l'interesse vivo dell'addetto ai lavori come dell'anonimo passante che si ferma per attendere l'autobus, e poi lo perde, quell'autobus, con il respiro a mezz'aria e lo sguardo rapito nel groviglio lineare, nel luminoso baluginio dei tetti di New York. O negli squarci rosa di Londra. O nell'umidità di una pioggia berlinese: alla fermata di Via Gianni in Firenze l'autobus si aspetta sempre di spalle, del resto. Il viso sprofonda in quella vetrina, oltre la quale c'è solo poesia. Anche tra i fruitori del trasporto pubblico di Firenze, ne sono assolutamente sicura, si creano legami invisibili, tra chi si attarda per un ultimo, fuggevole saluto ad una lieve Parigi, alle sue colature di grigio, alle sue nubi gonfie imbrigliate tra gli edifici storici, alle sue auto appena accennate, pennellate irriconoscibili di solo movimento, modernità di metallo che trattiene il fiato, anch'essa, davanti al silenzio del marmo. 
Parla davvero poco, e fa fatica a raccontarsi, Cionini, anche se incalzato da chi vorrebbe conoscere la sua storia di artista così giovane eppure così talentuoso, con un vissuto di Mostre di peso, presente in collezioni importanti, anche di luoghi istituzionali prestigiosi. Da chi vorrebbe sapere da dove nasce questa attrazione così violenta per la fabbrica prima, e la città subito dopo, e non "la Città" in generale, ma specifiche città, metropoli, di continenti diversi. Vere, individuabili, reali sebbene filtrate attraverso attimi improvvisi di Claudio, perchè lui ama travasarsi, quasi liquefarsi in quelle strade, nei palazzi, che diventano essi stessi persone. 
Ecco l'amore: l'amore di Cionini per la pittura in sè, che diventa bisogno di trasferire nel disegno e nei colori, sulle tavole, nel gesto, ciò che egli non vuole spiegare a voce, perchè la parola darebbe a tutto solamente un senso, e non i due, tre, quattro sensi che invadono tramite, appunto, la pittura. A cominciare dal tatto, con le dita che possono sentire la preparazione della tavola, gli strati di colore, l'alternanza dei coaguli come passaggi pedonali. 
L'amore per la ruggine delle fabbriche, per la loro anima scura e celata, per quelle solitarie architetture spezzate, che rappresentano una parte del suo passato, e comunque testimoniano il legame con la sua terra d'origine, un legame di viscera, un cordone ombelicale che non si taglia neanche quando prendi il volo per l'Altrove. 
L'amore per quelle città europee, australiane, americane, ciascuna delle quali ha rappresentato per lui un punto di partenza e, contemporaneamente, un punto d'arrivo. 
L'amore per Edith, compagna di vita, anch'ella persona dagli sguardi densi, che chiude il suo cerchio in una Berlino sospesa nel tempo.
Franco Ristori incontra Claudio Cionini per la prima volta nel 2005, nell'ambito dell'iniziativa benefica "Colazione da Ristori", da lui organizzata nel cuore della sua Bottega, e lo sente, lo sceglie in mezzo a cinquantacinque pittori. Vede l'"oltre" in un ventisettenne che ha ancora l'Accademia nelle dita. Da quel momento diventa il suo mentore, guidandolo, tracciando un solco da seguire per incanalare talento e passione affinchè non vadano sprecati, ma maturino lentamente, come frutta al sole. Non troppo presto, per evitare la puntura dell'acerbo, nè tardi, quando il succo ormai cede, ed evapora. Franco Ristori sa bene come gestire talento e passione perchè egli stesso li incarna, silenziosamente, a Firenze, da quasi cinquant'anni. Uno degli ultimi, forse l'ultimo vero Artigiano nel senso più squisitamente profondo del termine, che trae l'etimo da Artes: le arti. Non è solo produzione manuale: è creazione, è sperimentazione. E' studio di forme, materiali e colori, da adattare di volta in volta, da cucire addosso, come un vestito alla pelle, alle curve, al calore, sulle vene. Tutto questo senza sprecare fiato, senza orpelli, senza quei titoli onorifici o accademici che, normalmente, per la gente comune rappresentano il termine di un percorso di studi. Il percorso di Franco Ristori - che uomo comune non è, e non sarà mai - è fatto per non finire: sta tutto nell'abilità dei suoi occhi, nel vedere prima degli altri come un manufatto prenderà forma, e delle sue mani, per una realizzazione perfetta. Uno dopo l'altro, dopo l'altro.
Amore senza freni, totalizzante, anche il suo, per una vita di lavoro spesso duro, ma che lo porta con umiltà ad avvicinarsi ai più Grandi, a tenere fra le mani Picasso, Schiele, De Chirico, Munch, Balla, Carrà, Sironi, a studiarli, per trasferire i loro segreti, per tramutare l'esperienza in consigli. Senza inutili chiacchiere, senza grida sguaiate, è proprio per Claudio Cionini che crea per la prima volta cornici rugginose. Sono esattamente gli altiforni di Piombino, sono le fabbriche abbandonate che egli tanto ama quando ritratte dal "suo" ragazzo come cupi alieni, immoti ed insaziabili, che gli ispirano quelle polveri sottili, rossastre: sembrano corrodere voracemente vecchie ringhiere, mentre mantengono intatta la leggerezza del legno, e donano alle opere di Claudio una vitalità segreta. Qualche grammo di Claudio Cionini, giusto il peso dell'anima, rimarrà sempre in quelle sabbie screziate che tanto appassionano, e che vestono, a loro insaputa, molti altri artisti, in tutt'Italia.
Eccoli nuovamente riuniti oggi, questi due appassionati toscani taciturni, in una città della Toscana, Pietrasanta, che è per molti aspetti culla d'arte, centro di riferimento internazionale di artisti e studiosi. Personalmente ne conservo, come metafora ricorrente, una memoria silenziosa: ricordi di un'estate assolata ed immobile, ricordi di piazze deserte come specchi, limpide come necessità di sopire le urla che troppo spesso soffocano il mondo dell'arte contemporanea, che ne profanano la ricerca, lo studio, l'impegno ed il talento, sull'altare del puro profitto. 
Una nuova Mostra, dopo Fiesole, Firenze, Arezzo, Pontedera e Roma, vede incrociare ancora le loro storie e le loro vite. Claudio Cionini è decisamente più adulto, Franco Ristori è diventato nonno (forse, grazie a ciò, anche un po' meno corrucciato). 
E io attendo, nuovamente, certa, lo sprigionarsi dell'alchimia.